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Posts Tagged ‘poesia’

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Temporale d’aprile

Il rullare del tempo di colpo riposa

sul culmine dei piedi, a giro sospende

il filo elettrico dell’orizzonte. È là: quel

fuso di nuvole che gira a vuoto

tra le spire del fulmine

mentre sonagli neri

si crollano sopra romantici

palcoscenici rosa.

 

In assenza di vita(lità)

Basta un gesto talvolta

dettato controvoglia

al fascio delle dita: afferri

tra il pollice e l’indice

un collo di matita, lento

lo accosti al foglio,

leggero: verba

quaere, res

sequentur

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Risultati immagini per silvia e leopardi

Parla di se stesso, anche quando non parla di se stesso.

Non parla di se stesso, nemmeno quando parla di se stesso.

 

Facile e paradossale indovinello letterario.

Il primo paradosso ha un senso scontato, perché non c’è – ripeto – opera di intenzione e di valore artistici (per quanto scritta con la oggettività, il distacco, il senso di alterità che ogni arte, in varia ma necessaria misura, richiede) che non discenda in primis dall’io profondo dell’autore e dal suo più autentico, talora altrimenti inconfessabile o inesprimibile, vissuto. Niente perciò possiamo degnamente rappresentare in letteratura che non sia sperimentato, sofferto e sedimentato nelle regioni più intime – consapevoli, inconsce o semiconsce che siano – del nostro essere.

Il secondo paradosso (in apparente contraddizione col primo) è altrettanto vero ma forse meno ovvio. Per capirlo bisogna essere educati alla poesia quel minimo che serve per non banalizzarla né svilirla da puerili lettori provinciali: quelli che credono (o tendono irresistibilmente a credere) che l’io che scrive e quello che vive siano esattamente la stessa, identica persona; e che scrivendo non si possa far altro che travasare pari pari sulla pagina la propria vita quotidiana, le proprie vicissitudini concrete e via banalizzando. Sono quei lettori che di fronte a un testo come A Silvia di Leopardi non sanno far di meglio che compiangere la sfortuna di un poeta deforme e di una bella ragazza della finestra di fronte, morta anzitempo di tisi, di cui Giacomo si era segretamente invaghito. E non riescono a capire che nel destino di Silvia e di Giacomo è rappresentato, con una bellezza del significante pari alla tragicità del significato, il destino di tutti. Sembra strano, ma l’alto tasso attuale di scolarizzazione e di (presunta) familiarità col testo letterario non impediscono ancora a moltissimi di sentire con piccineria la grande letteratura. Di leggerla, purtroppo, come si legge un giornale (o si assiste a un programma) di cronaca vera o di gossip. Bisognerà che la scuola lavori su questo e che lo faccia = cosa difficile – in dichiarata controtendenza rispetto ai media.

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Risultati immagini per galilei  Risultati immagini per atomi e nucleo

Non sono solo la letteratura o l’arte ad offrire una visione straniante (perciò nuova, acuta, profonda, etimologicamente intelligente) delle cose. Anche la scienza lo può. Quella che in particolare si occupa dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. L’astrofisica come la fisica atomistica. Leggo nell’articolo L’ordine del caos di Guido Tonelli (ne La lettura del Corriere del 21.10.18): 

«Se si osserva da molto vicino la più lucida e levigata delle superfici, ci si imbatte subito nella danza caotica dei componenti elementari della materia che fluttuano, oscillano, interagiscono e cambiano natura a un ritmo frenetico. Quark e gluoni che compongono protoni e neutroni cambiano stato continuamente, incessantemente, interagendo fra loro e con miriadi di particelle virtuali che li circondano. La materia sul piano microscopico segue implacabilmente le leggi della meccanica quantistica, dominate dal caso e dal principio di indeterminazione. Nulla sta fermo, tutto ribolle in una fantasmagoria cangiante di stati e possibilità. Ma quando il meccanismo coinvolge grandi numeri, quando le strutture diventano macroscopiche, i meccanismi che ne regolano la dinamica acquistano, quasi magicamente, caratteristiche di regolarità, persistenza, ordine ed equilibrio 

Caos e ordine sono la stessa cosa: la loro antitesi è solo un effetto dello sguardo, vicino o lontano. Lo sguardo lontano dell’esperienza comune, quello acuminato della mente scientifica. A questo doppio punto di osservazione risultano opposte facce della stessa identica realtà.

Si legga adesso Lucrezio, De rerum natura II [passim, nella trad. di Giancotti], prima a proposito del moto impercettibile ma incessante degli atomi sotto la superficie delle cose:

 

Poiché questo è certo, certamente nessuna requie è data

ai corpi primi attraverso il vuoto profondo,

ma piuttosto, travagliati da un movimento continuo e vario,

parte, dopo essersi scontrati, rimbalzano per lunghi intervalli,

parte anche per brevi tratti son travagliati dal colpo.

[…]

Di questo fatto, come lo descrivo, un simulacro e un’immagine

innanzi ai nostri occhi sempre si aggira e incalza.

Osserva infatti, ogni volta che raggi penetrati

infondono la luce del sole nell’ombra delle case:

molti minuti corpi in molti modi, attraverso il vuoto

vedrai mescolarsi nella luce stessa dei raggi,

e come in eterna contesa attaccar battaglie e zuffe,

a torme contendendo, e non far sosta,

da aggregazioni e disgregazioni frequenti travagliati;

sì che da ciò puoi figurarti quale sia l’eterno agitarsi

dei primi principi delle cose nel vuoto immenso;

almeno per quanto una piccola cosa può dare un modello

di cose grandi e vestigi di loro conoscenza.

E per questa ragione più conviene che tu ponga mente

a questi corpi che vediamo agitarsi nei raggi del sole:

perché tali agitazioni rivelano che ci sono movimenti

di materia anche al di sotto, segreti ed invisibili.

Molte particelle infatti ivi vedrai stimolate da urti ciechi

cambiar cammino e indietro respinte ritornare,

or qui or lì, da ogni punto verso qualunque parte.

Certo questo errante movimento ha per tutti origine dagli atomi.

Primi infatti si muovono da sé i primi principi delle cose;

quindi quei corpi che constano d’una piccola aggregazione

e son quasi prossimi alle forze dei primi principi,

spinti dai ciechi colpi di quelli, si mettono in movimento,

ed essi stessi a loro volta stimolano i corpi un poco più grandi.

Così dai primi principi ascende il movimento e a poco a poco

emerge ai nostri sensi, sì che si muovono anche quelle cose

che possiamo discernere alla luce del sole.

(II 95ss. )

 

Poi proprio a proposito del duplice aspetto di una stessa realtà in rapporto alla distanza dello sguardo:

 

Di questo non c’è, a tale proposito, da stupire: che, mentre

tutti i primi principi delle cose sono in movimento,

la loro somma tuttavia sembra starsene in somma quiete,

salvoché qualcosa si muova col proprio corpo.

Infatti la natura dei corpi primi sta tutta molto lontano

dai nostri sensi, al di sotto della loro portata: perciò poiché essi

non si posson discernere, anche i loro movimenti devon sottrarci;

tanto più che le cose che possiamo discernere, tuttavia spesso,

separate da noi per distanza di luoghi, celano i loro movimenti.

E certo spesso su un colle, brucando i pascoli in rigoglio,

lente si muovono le lanute pecore, ognuna dove la chiama

l’invito delle erbe ingemmate di fresca rugiada,

e sazi gli agnelli giocano e gaiamente cozzano;

ma tutto ciò a noi di lontano appare confuso

e come un biancore poggiato sul verde colle.

Inoltre, quando possenti legioni in corsa riempiono

le distese dei campi suscitando simulacri di guerra,

quando un fulgore s’innalza al cielo, e tutta, dintorno,

risplende di bronzo la terra, e di sotto solleva col calpestìo

un rimbombo la forza degli uomini, e i monti percossi

dal clamore rimandano le voci agli astri del cielo,

e dintorno volteggiano i cavalieri e d’improvviso attraversano

il centro dei campi scotendoli con impeto poderoso –

pure c’è un luogo sugli alti monti di dove sembrano

star fermi e sui campi star poggiati come un fulgore.

(II 308ss.)

Colpisce intanto, al di là della modernità (risaputa, ma sempre stupefacente) del poema lucreziano, l’analogia di argomenti, di considerazioni e di immagini che accomuna due testi così lontani nel tempo. E poi lo spontaneo (forse non cercato, ma oggettivo) color poeticus lucreziano delle parole di Tonelli (evidenziate nel testo citato) a fronte della scientifica esattezza (avvalorata da paragoni e da esempi esperienziali) così delle immersioni poetiche di Lucrezio nella realtà impercettibile degli atomi come del suo innalzarsi alla vertigine di visioni cosmiche. I due linguaggi comunque convergono. Sbalordisce questa convergenza, soprattutto se (come credo) non è influenzata da una intenzionale emulazione diretta, da parte di Tonelli, del De rerum natura. Vorrebbe dire che intorno all’infinitesimo e all’infinito della materia il linguaggio della scienza e quello della poesia si toccano naturalmente. Che non si può fare scienza dell’infinitamente piccolo/grande senza fare poesia e viceversa. Si tratta nella fattispecie di un paradosso necessario, che smentisce clamorosamente l’antitesi fasulla tra le due culture e spiega come mai (Galileo ce lo insegna) scienziati che si mettano a divulgare la scienza assurgano spesso, più di tanti letterati, ad una autentica, talora notevole, qualità di scrittura.

 

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La veranda che prospetta il tuo domani

chiude una invetriata a pochi passi

dal tuo desiderare. Nulla tu

vedi di là da quella. Dal passato

soffiano invece sul suo specchio falso

raffiche infinite di esistenze

a caso precipitate l’una

nell’altra aggranellandosi

nel disegno della

tua piccolezza

finalmente.

Così un flagello di neve

da troposfere polari

sferza i suoi mille fiocchi

succhiati al ventre dei mari,

poi per ansiose spirali

li costringe dentro un vicolo

cieco della città vecchia –

tra un camino che fuma

e il volo frettoloso di un uccello.

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Settembre: tempo di accomodarsi

in panchina, desiderare il gioco

dal bordo del rettangolo, acquattato

nell’angolo della tua cabina.

Riassèstati dentro abitudini

scavate nella roccia, rifiata,

asciuga bene, goccia dopo

goccia, il pathos di troppo

giovanili incursioni. Stoppa

ogni estemporanea sortita

di voce, ogni urlo di luce

stringilo nella gola. Distanza

della visione, gratuita adulta

intelligenza della geometria del gioco

siano il fuoco di questa tua

diversa prospettiva di vita.

Siano altri a rischiare

il premio di partita.

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Non chiedetemi la strada

il senso di marcia, le mète,

le gratificazioni venture. No

ragazzi, vi prego: non sono (più?)

nelle condizioni di azzardare

previsioni, vaticinare

giudizi, garantire

ambizioni. Il futuro

ha smesso di esistere

così come il valore assoluto

delle vostre prestazioni.

A qualcuno/a piacerete come amanti,

ad altri come amici compiacenti, ad altri

come ossequiosi parenti, ad altri quali

zelanti zerbini della customer

satisfaction, ad altri ancora in vece

di portaborse astuti e corrivi. E

per gli stessi motivi per i quali

ad alcuni piacerete, dispiacerete

ad altri. Sic res se habet. Che volete

farci: il vecchio prof può ancora

dare i numeri – sbagliando -: un otto

o un dieci. Non pronuncia sentenze

circa il vostro cammino. Non rilascia

marchi di qualità. Non è proprio

sulle sue ginocchia artritiche

che riposa il vostro luminoso

destino. Non chiedetemi

il biglietto per Ancona

o per Tebe.

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Risultati immagini per tramonto conero

Ruggine di mare,

polline decomposto

da mille stagioni ridisegna

il parabrezza sfocato del presente.

Procedo, verso casa. Il cielo è stellato, prosciugato

dalla pioggia di marzo. Un gregge di nuvole sul Conero

s’abbranca ai tetri muraglioni del tramonto. Ricordo

quando piccolo non nascevano là che albe, e io

accecato dal mare nei mattini d’estate,

e le reti strascicate sulla sabbia

stillavano

oro.

 

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