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Archive for gennaio 2019

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Nego nel modo più reciso che le macchine (anche le più evolute) possano educare una persona, tantomeno valutarne la maturità. Possono aiutare gli educatori, possono in parte o in tutto sostituirli nell’addestrare tecnicamente qualcuno, ma non nel formare e nell’educare, tantomeno nel giudicare i frutti di quella educazione e di quella formazione. Perché l’educazione è il prodotto di una relazione umana. Solo umana. Non surrogabile da attori o strumenti diversi dagli esseri umani. Anche una prova di valutazione generale e sommativa quale dovrebbe essere l’esame di maturità è condotta da esseri umani, docenti e alunni. Per quanto si incontrino per un breve periodo, in un contesto particolarmente formale, insegnanti e ragazzi della maturità si incontrano, in quel momento, anzitutto come persone. Come tali si relazionano, sperimentano utilmente gli uni degli altri la correttezza, la lealtà, il rigore, la flessibilità, la cordialità, la serietà, la caratura intellettuale, persino la simpatia e l’antipatia reciproca.

Pare che tutto questo sfugga sempre più ai tecnocrati del ministero dell’istruzione. Pare per esempio che l’orale del nuovo esame di maturità debba essere un mega-test, un quizzone, dove persino il momento per me fondamentale della interazione intellettuale, dialettica ed emotiva tra educatore ed educando che sono i colloqui orali, sarà spersonalizzato e banalizzato. Pare che il nuovo orale si baserà sulla scelta di tre buste contenenti ciascuna una serie prestabilita di domande legate da un qualche file rouge tematico, su di una interrogazione pre-scritta insomma, prevedibilmente nozionistica, ma soprattutto sottratta alla estemporaneità socratica del confronto tra docente e allievo che è un confronto vivo di persone, un dibattito tanto più fruttuoso quanto meno prevedibile nei suoi sviluppi. Un colloquio orale che si rispetti, a mio avviso, si sa da dove parte, ma non proprio dove possa arrivare. Anche da questa im-programmabile libertà di sviluppo si misura la bravura e la maturità dell’esaminando (oltre che quella dell’esaminatore).

No invece: nel nome di una presunta oggettività di trattamento e di misurazione bisogna seguire un binario obbligato, un binario preordinato, un binario morto.

Credo che anche questo nuovo monstrum della maturità discenda dalla imperante concezione tecnocratica dell’istruzione che regna ormai nelle stanze della Minerva. La sua origine (anglosassone) la conosciamo bene. Ma da noi arrivano sempre le caricature e i cascami, il peggio del peggio, ahinoi. Cambiano i governi, ma non cambia l’apparato, il fantomatico Komintern anonimo o dai nomi astrusi (Invalsi, Indire ecc.) che partorisce e impone, da un governo all’altro, da un lustro all’altro, i frutti più deformi della propria malata (ed asservita ai soliti poteri) subcultura pedagogica.

Pareva che l’abolizione della famigerata tesina preludesse a un qualche tardivo ma beneaugurante rinsavimento, discendesse da una inaspettata ma benvenuta iniezione di buon senso. Invece no. Ecco la seconda prova, che per supplire all’abolizione della terza (che non era certo da buttar via, per la sua aderenza ai programmi effettivamente svolti e per l’esercizio di puntualità e di sintesi che richiedeva) pasticcia insieme un paio di materie con pretesa (teorica) ambiziosa di interdisciplinarità ed effetto (pratico) probabilissimo di confusione e di disorientamento (al classico non si traduce più un testo di versione: anzi sì, si traduce ancora, ma un pezzo più corto di latino o di greco, o forse un po` di latino e un po’ di greco; ma poi si aggiungono delle domande di comprensione del testo e di commento storico-letterario, come se uno, dopo aver tradotto male o addirittura frainteso un passo di Cicerone, possa poi interpretarlo e commentarlo bene…).

E poi, tornando a noi, ecco l’orale: prima l’esposizione della esperienza della ASL, cioè dell’Alternanza Scuola Lavoro (notoriamente magnifica e indimenticabile per i liceali…), poi l’estrazione delle buste (uno, due, tre) di cui sopra.

Diciamolo: per quello che vale ormai questo pezzo di carta nel mondo del lavoro o nel proseguimento degli studi universitari, mantenere a tutti i costi e a questo prezzo l’esame di maturità è non solo insensato, ma altamente nocivo. Deleterio cioè per insegnanti ed alunni, perché la distorta impostazione della prova finale obbliga purtroppo i primi come i secondi ad adeguarsi durante tutto il corso degli studi agli sciagurati pseudo-principi didattico-docimologici cui l’esame è ispirato. Cambiare continuamente (come sta avvenendo da anni) il tetto della scuola richiede infatti, per evitare crolli e dissesti, che si ristrutturino alla bell’e peggio e contro ogni regola dell’arte anche i muri portanti e le fondamenta. Mi si perdoni la metafora architettonica, che è tirata (è il caso di dire) con gli argani, ma penso che renda, meglio di ogni considerazione, il succo amaro di questa deprimente storia.

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La rivista Poliscritture ha appena pubblicato sul suo sito un breve monologo intitolato Vita e morte di un ragno, tratto da Nota di addebito, la mia recente raccolta di racconti edita da Ensemble. Lo propongo all’attenzione dei lettori:

http://www.poliscritture.it/2019/01/12/vita-e-morte-di-un-ragno/

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Omnia insana insanis – Tutto è folle nella testa del folle

Constantia sapiens, obstinatio stulta – La determinazione è intelligente, l’ostinazione idiota

Ubi licentia viget, ibi pro caritate habetur indulgentia – Laddove regna la licenza, si considera amore l’indulgenza

Numquam expectet amor mutuum amorem – Mai l’amore si attenda di essere ricambiato

Tertiam partem nostrum natura destinavit, tertiam tenet fors, tertia una relinquitur arbitrio  – Un terzo di noi lo ha stabilito natura, un terzo lo ha in potere il capriccio della sorte, solo un terzo rimane al nostro libero volere

Absurde poscas a morituro ut vivat tamquam immortalis – Assurdo chiedere a chi ha poco tempo davanti di spenderlo come se avesse davanti l’eternità

Qui fundum poculi attigit, subbibit – Chi è arrivato in fondo al bicchiere beve a piccoli sorsi

Es quod cupis, quod cupis somnias. Ergo quod somnias es: noctis umbra tenuis – Sei ciò che desideri, sogni ciò che desideri. Perciò sei ciò che sogni: impalpabile ombra notturna

Inter mendaces pessimus qui sibi mendax – Il peggiore tra i mentitori è chi mente a se stesso

Ultra nepotes nulla memoria – Oltre i nostri nipoti nessuno si ricorderà di noi

Primum vivere, praecipuum philosophari – La prima cosa è vivere, la più importante riflettere sulla vita

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Rivedevo settimane fa su Rai Storia il vecchio film, molto bello a tratti, di Pupi Avati Una gita scolastica. Come in ogni gita scolastica che si rispetti (ma d’altri tempi, cento anni fa, a piedi da Bologna a Firenze) ci sono momenti conviviali, canti e danze. In uno di questi si intona una canzone con un ritornello:

Vivi l’incanto / di questo istante / e non ti chiedere / per quanto e perché. / Solo un momento / dura l’incanto,/ poi dovrai vivere / la vita com’è. (Fiastri-Ortolani)

Orazio rivisitato, certo, o più probabilmente mediato da secoli di riscritture anche famose, ma riproposto, devo dire, con molto garbo e rispetto, in questi versetti puliti ed eleganti, come la musica che li accompagna, sullo sfondo di una vicenda che parla della prima gioventù rivissuta in extremis, come in un sogno remoto, nella memoria di una ultraottantenne prossima alla fine. Avati del resto, come Orazio, ha un senso acuto, direi inconsolabile, del tempo che passa e questo film, come e più di altri suoi lavori, mentre celebra la giovinezza, è di una malinconia disperata, irrimediabilmente senile, dolcemente funerea. Quasi come Orazio, appunto:

Quid sit futurum cras, fuge quaerere, et
quem fors dierum cumque dabit, lucro
adpone nec dulcis amores
sperne, puer, neque tu choreas,               

donec virenti canities abest
morosa. Nunc et Campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora,

nunc et latentis proditor intumo

gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.

(Carm. I 9, 13ss.)

Non chiederti che cosa

ti riservi il domani:

qualunque giorno la vita ti regali

prendilo per un guadagno.

Non scansare la dolcezza

degli amori e delle danze

finché la vecchiaia e i suoi lamenti

sono ancora lontani. Il Campo Marzio

cercalo adesso, adesso le piazze

e i carezzevoli bisbigli sul far

della sera, l’ora dell’appuntamento;

adesso cerca l’incantevole riso

che risuona improvviso

dall’angolo dove lei si è nascosta

e a te la rivela; e il pegno

che le sfilerai dal braccio

o dal dito che finge

di opporti resistenza. [Trad. mia]

 

Pallida Mors aequo pulsat pede pauperum tabernas
regumque turris. O beate Sesti,
vitae summa brevis spem nos vetat inchoare longam.
Iam te premet nox fabulaeque Manes
et domus exilis Plutonia, quo simul mearis,
nec regna vini sortiere talis
nec tenerum Lycidan mirabere, quo calet iuventus
nunc omnis et mox virgines tepebunt. 

(Carm. I, 4, 13ss) 

 

La Morte, livida in faccia, bussa

con piede equanime alla porta

di miserabili stamberghe

e di fortezze regali. Caro

il mio Sestio, la brevissima

misura della vita

ci ordina di abbandonare

ogni lunga speranza. Fin d’ora

ti incalzano la Notte, e i Mani

leggendari, e la casa

d’ombre di Plutone: quando

ci arriverai, non tirerai a sorte

coi dadi il re del simposio,

né guarderai incantato

la giovinezza di Licida, per cui

arde adesso di desiderio

la gioventù intera e presto

s’accenderà poco a poco

ogni ragazza in fiore. [Trad. mia]

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