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Archive for dicembre 2013

    Bugiolacchi

Atque alios alii inrident Veneremque suadent
ut placent, quoniam foedo adflictentur amore,
nec sua respiciunt miseri mala maxima saepe.
nigra melichrus est, inmunda et fetida acosmos,
caesia Palladium, nervosa et lignea dorcas,
parvula, pumilio, chariton mia, tota merum sal,
magna atque inmanis cataplexis plenaque honoris.
balba loqui non quit, traulizi, muta pudens est;
at flagrans, odiosa, loquacula Lampadium fit.
ischnon eromenion tum fit, cum vivere non quit
prae macie; rhadine verost iam mortua tussi.
at nimia et mammosa Ceres est ipsa ab Iaccho,
simula Silena ac Saturast, labeosa philema.
cetera de genere hoc longum est si dicere coner.

(Lucrezio, De rerum natura, IV 1157-1170)

« Gli innamorati si deridono l’uno con l’altro e si invitano a vicenda a placare Venere perché li liberi dell’amore turpe che li affligge e non si accorgono per lo più, poveracci, delle sventure immani che soffrono. Una negra, infatti, per loro è una con la pelle color miele. Una sporca e puzzolente è una bellezza negligée. Una dagli occhi glauchi è una statuina di Pallade. Una tutta nervi e spigoli è una gazzella. Una nanerottola è una delle Grazie, un puro granello di pepe. Una grande e grossa è uno schianto pieno di maestà. Se balbetta e non spiccica parola allora cinguetta. Se è muta allora è timida. Ma se è rompiscatole, insopportabile e petulante allora diventa una piccola torcia. Diventa un esile amorino quando è mezza morta di tisi. Ma se è tanta e con le tette enormi allora è Cerere che ha partorito Bacco. Se ha il naso schiacciato allora è una Silena e una Satira. Se è una labbrona allora è un nido di baci. Sarebbe lungo davvero provare a continuare questo elenco.»

Leggo da anni in classe questa formidabile galleria di grottesche caricature femminili che Lucrezio si è divertito a smascherare per ridicolizzare la cecità degli innamorati, stigmatizzare la loro illusione di nasconderne i difetti indicibili dietro nomignoli greci eleganti ed esotici. Il passo lucreziano è pura e sferzante e sfavillante satira di costume. Ma l’ossatura non è originalissima. Già Platone e Teocrito avevano, en passant  e molto più di scorcio, utilizzato il topos. Secoli dopo Molière lo riprenderà – visibilmente – da Lucrezio. Ma questa è materia di tutti i manuali scolastici di letteratura latina. Molto più sorprendente e istruttivo è stato per me ritrovare lo stesso schema retorico presso un arguto poeta dialettale delle mie parti, rivolto certamente ad un bersaglio satirico diverso e più generico, ma in una forma comunque ben riconoscibile:

Ma chi pu’ dì de nun avé difetti,

al monnu ce n’è pochi de perfetti.

 

C’è quellu troppu bassu u troppu longu

c’è quellu natu stroppiu oppure mongu

 

Chi c’ià le recchie a sventula u a bandiera

u chi c’ià i denti come ‘na tastiera.

 

Se uno è lardellosu, n’antru è seccu,

la scucchia grossa, el nasu fattu a beccu.

 

Nasu a pattata oppure a peperò,

occhi a busbana u peli a sfilzicò.

 

Ma spessu ‘sti difetti, amici mia,

li nascunnemo dietro ‘na bugia.

 

e cuscì s’unu de capelli è senza

dice d’avecce tanta intelligenza.

El nasu grossu è d’unu che capisce,

la panza grassa di chi nun patisce.

 

E s’unu è picculettu e bassuttellu

dice: picculu scì, ma ‘ncalzatellu!

 

E pruseguennu in base a stu cuncettu

diventa un pregiu pure un difettu!

 

Ma ciò nun vale solu p’un suggettu:

quellu dell’imbecille più perfettu.

 

E pe’ ‘stu tiziu la finziò nun vale:

perché più parla e più se mostra tale!

(Paolo Bugiolacchi, Febbraio 1981 [poesia apparsa su un giornale locale])

Non c’è bisogno di traduzione, credo, per un dialetto marchigiano comprensibile come questo e per di più godibile in sé, nella sua sonora rotondità e nelle sue cadenze ri(t)mate. Altrettanto riconoscibile e vivo è, però, sorprendentemente, il locus classicus di cui parlavo: quello della ‘mascheratura’ verbale, metonomastica dei difetti umani, con l’aggiunta di un beffardo finale a sorpresa. Un segno della cultura classica del poeta vernacolare? Improbabile, perché (che io sappia) Bugiolacchi era un ragioniere che si dilettava (con gradevolissimi risultati) di poesia. Il fatto è che questi topoi (a dispetto delle convinzioni di tanta critica accademica) viaggiano attraverso le strutture intrinseche del pensiero e dell’esperienza umani, prima ancora che per la strada maestra della tradizione letteraria. Di qui, credo, la loro sorprendente  (e metamorfica) vitalità.

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Sono usciti ultimamente alcuni libri di intellettuali presunti progressisti e/o radical chic (Valentini, Polito, Serra) che vertono intorno alle difficoltà del rapporto padri-figli ai giorni nostri: essi sostengono, in soldoni, la tesi secondo cui il problema oggi consisterebbe soprattutto nella incolmabile distanza culturale fra la padri cinquantenni e figli ventenni, tra la generazione del libro e delle ideologie e quella di FB e degli Ipad.

Io credo (d’accordo con il recente bel libro di Massimo Recalcati Il complesso di Telemaco) che la questione stia esattamente al contrario: se una incomunicabilità, un grave difetto di dialogo e di comunicazione oggi c’è (come c’è) tra padri e figli, essi dipendono dalla eccessiva vicinanza ‘culturale’ (nel bene e nel male) tra le generazioni, non dalla loro distanza.

Perché un confronto dialettico fecondo può scaturire soltanto fra diversi.

Un esempio banale: io e mio padre amavamo modelli musicali antitetici; lui Claudio Villa e la canzone melodica italiana, io i Beatles, Battisti, De André, i Pink Floyd…  Su questa divergenza si accendevano spesso discussioni a non finire.

I miei figli amano ancora – dopo 40 anni, esattamente come me – i Beatles, Battisti, De André, i Pink Floyd…

I miei genitori, se sgarravo a scuola e i professori mi davano un brutto voto, se la prendevano con me. Oggi, i più fra i genitori, se i figli sgarrano, se la prendono coi prof…

Quanto alla favola che i grandi oggi leggono libri e i figli stanno su internet, raccontiamocela solo se vogliamo osservarci in uno specchio deformante molto benevolo, da insinceri laudatores temporis nostri

La realtà è che non abbiamo più un’eredità da trasmettere ai giovani che possa arricchirli per la sua autorevolezza e soprattutto per la sua alterità.

Siamo (quasi) tutti rane nello stagno della subcultura edonistica di massa.

Qui sguazziamo più e meno beati e da qui, gracidando ogni tanto – per darci un tono -, pontifichiamo un po’ a vanvera.

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Miser Catulle, quid moraris scribere

carmina, fabulas, historias? Mellitus

carmina Alexander Bondus quoque scribit

fabulas Gualtierus Veltronius nutellicus,

historias audet persaepe Brunus Vespa

naevius. Miser Catulle, quid scribere moraris

historias, fabulas, carmina?

[Catullo liberamente riversificato]

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APOSTASIE E RITORNI

Non c’è nemico più accanito di un’ideologia, di una religione o di una setta di colui che le ha rinnegate. Perché l’apostata detesta in realtà, attraverso di loro e con tutto il suo nuovo essere, soprattutto il suo vecchio se stesso.

Ritornano coloro che a lungo hanno scrutato, prima, il mare da terra, ascoltato le sue sirene. Ma poi, sperimentatene con fragili barche più la ferocia che la bellezza, sono riatterrati tremando e proclamando che le mura, i focolari e gli dèi di Itaca non sono partenza, ma mèta. Riconversione è (comprensibile, umana) nostalgia del nido che si copre di un velo di resipiscenza.

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