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Archive for ottobre 2012

Potrei dire ancora molte cose sugli infami soprusi che la classe politica sta cercando di perpetrare a danno della scuola pubblica e contro gli insegnanti-paria, a nome e a favore  della confindustria, delle banche e delle scuole private…

Potrei dire molto. Ma rischierei di ripetere e ricapitolare proiezioni e previsioni sul governo della scuola che sono andato scrivendo e pubblicando – in mezzo all’indifferenza o allo scetticismo pressoché generale – negli ultimi 10 anni e che si sono poi, purtroppo, puntualmente avverate.

In questo momento tuttavia è meglio tacere e agire concretamente, mentre sono in tanti, troppi a parlare e sparlare sui media.

Dico solo che sono riusciti ormai, con sagace e accanita improntitudine, anno dopo anno,  a farmi detestare un mestiere che amavo.

Complimenti!

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Perdurando una interminabile siccità che aveva prosciugato tutte le sorgenti della savana, una vecchia e macilenta lepre, per abbeverarsi e brucare qualche superstite filo d’erba, si spinse fino allo stagno dei coccodrilli. Ma lì, non appena ebbe allungato il muso verso l’acqua torbida, un coccodrillo guizzò come un fulmine dalla melma e la addentò senza scampo. E mentre quella rantolava nell’agonia tra le sue fauci un compare del rettile, emerso per secondo al magro pasto, la consolava – l’occhio già umido di pianto -: «Non crucciarti, non è per ingordigia che ti mangia, ma perché, in questi tempi così duri, ci sia più erba e più acqua per le lepri più giovani»

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LA MANO SINISTRA DI DIO

È paradossale che in una società dove tutto è monetizzato, dove tutto si paga, dalla partita di serie B in tv, all’acqua che bevi, al metro quadro di spiaggia dove prendi il sole; dove se vuoi una consulenza specializzata qualsiasi devi infilare monete d’oro in bocca al consulente (medico, avvocato, ingegnere) per fargliela aprire; è paradossale, dicevo, che in una società del genere solo gli insegnanti medi statali dovrebbero lavorare molto di più (del molto che già fanno) gratis. È un mistero. Forse l’anticamera della santificazione. L’ascesa al paradiso dei martiri della gratuità e della beneficienza coatta ad espiazione dei peccati di troppi usurai, ghiottoni e simoniaci che vediamo in giro.

Ma ancora più paradossale è che a imporci questa indesiderata vocazione al martirio stakanovistico e pauperistico sia un governo di professori universitari.

Una categoria molto più famosa per il suo spudorato malcostume baronale e per le inchieste giudiziarie che ormai quotidianamente la investono che per il lustro dei suoi meriti scientifici.

Una casta super legem che – a fronte di lauti stipendi – 24 ore di lavoro le svolge se vuole, sì e no, in un paio di mesi, quando addirittura non le delega a qualche fido assistente-portaborse.

Un atroce contrappasso. Una violenta e beffarda grazia della mano sinistra di Dio.

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ADESSO BASTA!

Domani sciopererò per la prima e forse ultima volta da molti anni a questa parte.

C’è un limite alla sopportazione contro il sopruso e la protervia degli schiavisti.

Sì, perché dovevo arrivare quasi al limite della terza età e ai governi di caimani e coccodrilli dell’Italia recente per scoprire che la schiavitù non è finita con l’antica Roma né con la guerra di secessione americana ma sta risorgendo – con l’alibi della crisi- in una forma ancora più sfacciata ed insultante.

L’odoroso ministro dell’istruzione dice che io (insegnante) lavoro poco per meritarmi il mio compenso. Dice quindi che sono un fannullone e mangiapane a tradimento. Che devo aumentare di un terzo il mio orario di lezione settimanale senza pretendere aumenti al mio modesto stipendio.

Dice che in Europa (leggi Germania) i docenti lavorano di più. Ma non dice che si tratta di ore di 45 minuti, né che i colleghi tedeschi guadagnano più del doppio di noi.

Ora non sto a spiegare che un insegnante di scuola superiore in Italia lavora molto di più delle 18 ore di lezione. Perché prepara e corregge (anche di domenica) una marea di compiti e compitini scritti al mese. Perché fa un sacco di riunioni pomeridiane. Perché fa ore di sportello e di recupero. Perché fa attività logistiche aggiuntive di vario genere. E soprattutto perché, se è un vero insegnante, deve leggere, coltivare la sua disciplina e prepararsi le lezioni.

Non sto a rispiegarlo perché molti da sempre si rifiutano di capirlo e non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Dico solo che nessuna categoria di laureati specializzati accetterebbe mai un’ angheria del genere che peraltro, se attuata, chiuderebbe le porte della scuola per anni a migliaia di giovani aspiranti docenti.

Chiedo solo che qualche sindacato abbia il coraggio di dire ai signori coccodrilli che io e moltissimi miei colleghi abbiamo ancora qualche dignità e che questa volta non ci staremo.

Basta trovare le armi giuste per combattere.

Non lo sciopero, purtroppo, che nel nostro settore non serve a nulla se non, simbolicamente, una tantum.

Ma si possono boicottare tutte le gite scolastiche. Bloccare le nuove adozioni di libri di testo, (dimostrando che sappiamo far lezione benissimo anche senza). Rifiutare tutte le mansioni aggiuntive che nella scuola (molti non lo sanno) sono diventate tantissime: si paralizzerebbe così l’elefantiaca e farraginosa macchina promozionale para-scolastica senza (udite udite) perdere lo stipendio né danneggiare minimamente gli studenti.

Sono solo modeste proposte. Ma per favore, egregi sindacati, non lasciateci soli questa volta.

Perché qui è in gioco non solo un giusto orario di lavoro e un adeguato stipendio, ma l’ultima briciola di dignità che ci è ancora rimasta.

E senza la quale gli insegnanti non potranno più insegnare nulla a nessuno.

PS.: Per constatare quanto oggettivamente lavorano gli insegnanti italiani rispetto ai loro colleghi europei (pur guadagnando molto meno) si vedano i dati statistici del bell’articolo di Flavia Amabile su La Stampa del 14.10. Forse il ministro odorante non li conosce o finge di non conoscerli (e con lui buona parte della stampa italiana che fiancheggia l’attuale governo): http://www.lastampa.it/2012/10/13/blogs/diritto-di-cronaca/ma-i-prof-italiani-lavorano-piu-degli-altri-GcXBJMnODZCLF9o0YlhDmM/pagina.html

Leggere per credere e per dedurne facili conclusioni sulle reali intenzioni dei coccodrilli.

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Un ragazzo, dopo aver rubato da scuola la tavoletta del compagno, la portò alla madre. E siccome quella non solo non lo rimproverò, ma anzi lo lodò, una seconda volta rubò un mantello e glielo portò. Dato che quella lo lodò ancora di più, col passare del tempo, quando fu diventato un giovanotto, cercava di rubare ormai oggetti ancora più preziosi. Còlto una volta in flagrante gli vennero legate le mani dietro la schiena e fu portato davanti all’autorità pubblica. Poiché la madre lo seguiva e si batteva il petto, egli dichiarò di volerle dire qualcosa all’orecchio; e, appena lei gli si fu avvicinata, afferratole l’orecchio, glielo morse. Allora quella lo accusava di empietà perché, non soddisfatto delle colpe già commesse, aveva fatto torto anche alla madre. Ma egli in risposta le disse: «Allora, quando la prima volta rubai la tavoletta e te la portai, se tu mi avessi rimproverato, io non sarei arrivato a tal punto da essere condotto persino a morte».

La favola dimostra che ciò che non viene punito all’inizio si aggrava sempre di più.

 

Questa favoletta di Esopo vecchia di oltre due millenni è ancora molto interessante al di là della ovvia morale (‘chi non viene punito subito si aggrava sempre di più’) che un qualche ignoto maestro di scuola dell’antica Grecia ha apposto in calce al testo originario del favolista.

Dell’atteggiamento della madre, ad esempio, colpisce non tanto il fatto che non abbia punito tempestivamente le trasgressioni del figlio, quanto il fatto che le abbia addirittura e reiteratamente lodate. Qui non c’è semplicemente debolezza o infingardaggine del genitore, ma una vera perversione dell’atto educativo. Che avviene quando l’adulto, di fronte al giovane, non sa dare ai comportamenti umani il loro autentico nome. Anzi, li giudica a rovescio assegnando loro un significante contrario al loro significato. È il fenomeno della metonomasia che Tucidide osserva e condanna nella guerra intestina di Corcira, ritenendolo segno del disfacimento della compagine civile.

Nella reazione finale del figlio colpisce invece piuttosto l’inverosimiglianza. Perché in genere chi è vittima di una educazione corruttrice, chi sente ripetutamente lodare anziché condannare il vizio sviluppa una radicata allergia per i custodi (per qualunque custode) dell’ordine legale e morale e ritiene che proprio loro (i custodi) siano il male. Insomma se la favoletta non avesse dovuto seguire i binari, obbligati dal genere, della didassi moralistica e avesse imboccato quelli della verosimiglianza psicologica avremmo visto il giovane, di fronte alla morte, sputare in faccia alle guardie, inveire contro la legge della città e proclamarsi sua vittima innocente. E anche la madre sarebbe melodrammaticamente intervenuta a difesa del figlio.

Proprio quello che, ahinoi, succede ultimamente sui media italiani dove quotidianamente sparlano e spadroneggiano con aria di santi e di eroi canaglie nostrane di varia specie. Talora accompagnati o difesi a spada tratta dalle proprie madri.

È proprio vero che da noi la famiglia è un valore incrollabile.

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