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Archive for dicembre 2018

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Non sono solo la letteratura o l’arte ad offrire una visione straniante (perciò nuova, acuta, profonda, etimologicamente intelligente) delle cose. Anche la scienza lo può. Quella che in particolare si occupa dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. L’astrofisica come la fisica atomistica. Leggo nell’articolo L’ordine del caos di Guido Tonelli (ne La lettura del Corriere del 21.10.18): 

«Se si osserva da molto vicino la più lucida e levigata delle superfici, ci si imbatte subito nella danza caotica dei componenti elementari della materia che fluttuano, oscillano, interagiscono e cambiano natura a un ritmo frenetico. Quark e gluoni che compongono protoni e neutroni cambiano stato continuamente, incessantemente, interagendo fra loro e con miriadi di particelle virtuali che li circondano. La materia sul piano microscopico segue implacabilmente le leggi della meccanica quantistica, dominate dal caso e dal principio di indeterminazione. Nulla sta fermo, tutto ribolle in una fantasmagoria cangiante di stati e possibilità. Ma quando il meccanismo coinvolge grandi numeri, quando le strutture diventano macroscopiche, i meccanismi che ne regolano la dinamica acquistano, quasi magicamente, caratteristiche di regolarità, persistenza, ordine ed equilibrio 

Caos e ordine sono la stessa cosa: la loro antitesi è solo un effetto dello sguardo, vicino o lontano. Lo sguardo lontano dell’esperienza comune, quello acuminato della mente scientifica. A questo doppio punto di osservazione risultano opposte facce della stessa identica realtà.

Si legga adesso Lucrezio, De rerum natura II [passim, nella trad. di Giancotti], prima a proposito del moto impercettibile ma incessante degli atomi sotto la superficie delle cose:

 

Poiché questo è certo, certamente nessuna requie è data

ai corpi primi attraverso il vuoto profondo,

ma piuttosto, travagliati da un movimento continuo e vario,

parte, dopo essersi scontrati, rimbalzano per lunghi intervalli,

parte anche per brevi tratti son travagliati dal colpo.

[…]

Di questo fatto, come lo descrivo, un simulacro e un’immagine

innanzi ai nostri occhi sempre si aggira e incalza.

Osserva infatti, ogni volta che raggi penetrati

infondono la luce del sole nell’ombra delle case:

molti minuti corpi in molti modi, attraverso il vuoto

vedrai mescolarsi nella luce stessa dei raggi,

e come in eterna contesa attaccar battaglie e zuffe,

a torme contendendo, e non far sosta,

da aggregazioni e disgregazioni frequenti travagliati;

sì che da ciò puoi figurarti quale sia l’eterno agitarsi

dei primi principi delle cose nel vuoto immenso;

almeno per quanto una piccola cosa può dare un modello

di cose grandi e vestigi di loro conoscenza.

E per questa ragione più conviene che tu ponga mente

a questi corpi che vediamo agitarsi nei raggi del sole:

perché tali agitazioni rivelano che ci sono movimenti

di materia anche al di sotto, segreti ed invisibili.

Molte particelle infatti ivi vedrai stimolate da urti ciechi

cambiar cammino e indietro respinte ritornare,

or qui or lì, da ogni punto verso qualunque parte.

Certo questo errante movimento ha per tutti origine dagli atomi.

Primi infatti si muovono da sé i primi principi delle cose;

quindi quei corpi che constano d’una piccola aggregazione

e son quasi prossimi alle forze dei primi principi,

spinti dai ciechi colpi di quelli, si mettono in movimento,

ed essi stessi a loro volta stimolano i corpi un poco più grandi.

Così dai primi principi ascende il movimento e a poco a poco

emerge ai nostri sensi, sì che si muovono anche quelle cose

che possiamo discernere alla luce del sole.

(II 95ss. )

 

Poi proprio a proposito del duplice aspetto di una stessa realtà in rapporto alla distanza dello sguardo:

 

Di questo non c’è, a tale proposito, da stupire: che, mentre

tutti i primi principi delle cose sono in movimento,

la loro somma tuttavia sembra starsene in somma quiete,

salvoché qualcosa si muova col proprio corpo.

Infatti la natura dei corpi primi sta tutta molto lontano

dai nostri sensi, al di sotto della loro portata: perciò poiché essi

non si posson discernere, anche i loro movimenti devon sottrarci;

tanto più che le cose che possiamo discernere, tuttavia spesso,

separate da noi per distanza di luoghi, celano i loro movimenti.

E certo spesso su un colle, brucando i pascoli in rigoglio,

lente si muovono le lanute pecore, ognuna dove la chiama

l’invito delle erbe ingemmate di fresca rugiada,

e sazi gli agnelli giocano e gaiamente cozzano;

ma tutto ciò a noi di lontano appare confuso

e come un biancore poggiato sul verde colle.

Inoltre, quando possenti legioni in corsa riempiono

le distese dei campi suscitando simulacri di guerra,

quando un fulgore s’innalza al cielo, e tutta, dintorno,

risplende di bronzo la terra, e di sotto solleva col calpestìo

un rimbombo la forza degli uomini, e i monti percossi

dal clamore rimandano le voci agli astri del cielo,

e dintorno volteggiano i cavalieri e d’improvviso attraversano

il centro dei campi scotendoli con impeto poderoso –

pure c’è un luogo sugli alti monti di dove sembrano

star fermi e sui campi star poggiati come un fulgore.

(II 308ss.)

Colpisce intanto, al di là della modernità (risaputa, ma sempre stupefacente) del poema lucreziano, l’analogia di argomenti, di considerazioni e di immagini che accomuna due testi così lontani nel tempo. E poi lo spontaneo (forse non cercato, ma oggettivo) color poeticus lucreziano delle parole di Tonelli (evidenziate nel testo citato) a fronte della scientifica esattezza (avvalorata da paragoni e da esempi esperienziali) così delle immersioni poetiche di Lucrezio nella realtà impercettibile degli atomi come del suo innalzarsi alla vertigine di visioni cosmiche. I due linguaggi comunque convergono. Sbalordisce questa convergenza, soprattutto se (come credo) non è influenzata da una intenzionale emulazione diretta, da parte di Tonelli, del De rerum natura. Vorrebbe dire che intorno all’infinitesimo e all’infinito della materia il linguaggio della scienza e quello della poesia si toccano naturalmente. Che non si può fare scienza dell’infinitamente piccolo/grande senza fare poesia e viceversa. Si tratta nella fattispecie di un paradosso necessario, che smentisce clamorosamente l’antitesi fasulla tra le due culture e spiega come mai (Galileo ce lo insegna) scienziati che si mettano a divulgare la scienza assurgano spesso, più di tanti letterati, ad una autentica, talora notevole, qualità di scrittura.

 

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Risultati immagini per bussetti e i compiti a casa  Risultati immagini per populismo scolastico

L’amore si fa in due. Il populismo si fa in tre. Un triangolo fatto d’amore e di odio (io, tu e il malamente).

Beninteso: se si vuole conoscere bene la lunga, a tratti nobile, storia della parola populismo bisogna leggersi almeno una autorevole pagina online della Treccani: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/2014/Zanatta_populismo.html).

Ma se si vuole capire in termini spicci che cosa populismo significhi oggigiorno nella sua più degenere e divulgata accezione basta un semplice esempio tratto dalla cronaca scolastica recente. L’attuale ministro dell’istruzione annuncia una circolare secondo la quale i prof dovrebbero astenersi (o limitarsi molto) nell’assegnare agli studenti compiti per le vacanze natalizie.

Ora non entro in questa querelle ridicola (almeno per la scuola liceale) sui compiti a casa: perché sostenere che in un liceo si possa non farli (o farne molti di meno) è come dire che si possono giocare e vincere partite di calcio senza allenarsi, o che si può suonare in un concerto senza averne mai fatto le prove o altre simili amenità… I compiti a casa sono la digestione lenta, sofferta, rimeditata, personale, di ciò che si è masticato ed ingerito in classe. Se li vogliamo togliere, delle due l’una: o quello che si fa di teorico in classe viene espulso senza essere assimilato e si scioglie come neve al sole d’estate, o bisogna prolungare il tempo di permanenza a scuola per una digestione assistita, cioè per svolgere i compiti sotto la guida di un tutor. Questa seconda opzione, se attuabile (e se ben attuata), può funzionare anche meglio dei compiti domestici individuali, ma non azzera il carico di lavoro né, più di tanto, accorcia la durata dell’impegno scolastico complessivo; non credo comunque riesca a sostituirli in toto.

Ma lasciamo stare la questione dei compiti a casa e torniamo al versante populistico della faccenda.

Il gioco a tre funziona semplicemente così: la dirigenza della scuola (prèsidi, provveditori, ministri) ascolta con il cuore in mano tutte le preghiere e le rivendicazioni (le più assurde e strampalate e pretenziose e persino discordanti tra di loro) che provengono dal popolo della scuola (studenti e loro famiglie). Non sto parlando di quel popolo che chiede di studiare di più e meglio, di avere insegnanti più bravi e seri, di fruire di una scuola più attrezzata allo scopo ecc. Un popolo così meriterebbe orecchie molto attente. No, sto parlando di quel popolo che chiede a gran voce che si studi di meno, che si abbiano facilmente voti alti, pezzi di carta a buon mercato, sorridente assistenzialismo a tempo pieno ecc. Fin qui è tutto amore tra i due, tra il popolo e la dirigenza dico: un amore così grande, così puro, un amore così disinteressato… Ma c’è un terzo incomodo: gli insegnanti. Se questi non reggono la candela a quel platonico amoreggiamento, diventano giocoforza l’ostacolo alla felicità, il capro espiatorio di ogni pena amorosa, i Capuleti e i Montecchi tra Giulietta e Romeo, il bersaglio del disprezzo, della diffamazione, dell’odio. Nel triangolo populistico della scuola gli insegnanti stanno oggi alla dirigenza e alla utenza come le odiate élites della finanza e degli intellettuali o le spregiate orde degli immigrati stanno rispetto agli amorosi sensi che legano i capi carismatici di turno ai loro elettori. Ecco il populismo illustrato alle anime semplici. Così si spiega bene sia perché gli insegnanti oggigiorno (al di là delle scarse gratificazioni economiche del loro mestiere) si sentano così demotivati e misconosciuti nella loro vita professionale (anche quelli che l’hanno scelta per vocazione), sia perché siano così scesi in basso nella considerazione sociale. Il ministro che interviene sui media a lamentarsi dei troppi compiti a casa dice molto di più della piccineria che sembra dire in apparenza: dichiara non solo che lui (da amante tenero e premuroso), ha a cuore ed in cima ai pensieri il desiderio delle sue amate famiglie e dei loro vezzeggiatissimi figli di potersi godere in santa pace le vacanze di Natale accanto al focolare domestico (!); ma insinua altresì che quella pace è minacciata e ostacolata dalla cattiveria di un terzo incomodo, da persecutori malefici dei ragazzi, da aguzzini abietti e forse anche un po’ patologicamente ottusi nel loro sadico accanimento contro la gioventù.

Ebbene la scuola italiana degli ultimi decenni ha (dis)funzionato sempre così, come un formidabile laboratorio populistico di cui questa faccenda dei compiti per le vacanze è soltanto un minuscolo emblema. In questo ha anticipato e istradato la politica e la società. Una volta tanto non è rimasta indietro. Ha svolto anzi al meglio il suo decantato ruolo di preparazione alla vita.

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Il poeta deve nascondere il male, non metterlo in mostra, né insegnarlo. Ai bambini fa scuola il maestro, ai giovani la fanno i poeti. Dunque è nostro dovere non dire altro che cose oneste. (Aristofane, Rane, vv. 1053ss.).

Così il comico ateniese Aristofane fa dire ad Eschilo (che era il suo tragediografo preferito) per condannare Euripide e il suo (per i tempi – siamo nel V sec. A.C.) modernissimo realismo scenico. Aristofane scambia cioè la straordinaria capacità euripidea di rappresentare gli esseri umani così come sono per diseducativo incitamento alla trasgressione dei principi etici della tradizione. E la stigmatizza appellandosi a una concezione moralistica dell’arte tragica (che nella Grecia di allora era tradizionale e ancora diffusa) che pretendeva da essa il ruolo quasi scolastico di educatrice del popolo.

Sul piano estetico le posizioni di Aristofane sono da tempo superate. Ma sul piano pedagogico non direi che egli sollevi un problema per noi ormai del tutto inesistente. Anche oggi chi insegna ai giovani attraverso la letteratura può nutrire il dubbio se proporre o meno un grande autore che, come (o  peggio di) Euripide, rappresenti in maniera troppo cruda e diretta vizi, perversioni, meschinità, malvagità degli esseri umani, o esprima egli stesso (l’autore intendo) troppo apertamente nelle sue pagine sentimenti e pensieri poco consoni con l’elevato ideale etico ed antropologico maturato negli ultimi decenni dalla nostra civiltà. Si pone cioè, per dirla in sintesi con un termine alla moda, il dubbio del diritto di cittadinanza, nelle nostre scuole, per autori importanti ma oggi troppo politically uncorrect. Esiodo e molti altri greci antichi, per esempio, sono spudoratamente antifemminili. Tacito, Dante, Céline, Kerouac (per citarne solo alcuni in ordine sparso tra l’antico e il moderno) sono talora xenofobi e/o omofobi. Ovidio è spesso sessista. Machiavelli un immorale dichiarato. Quanto ai misoneisti reazionari e retrogradi, se ne trovano a iosa e a qualsiasi latitudine spazio-temporale.

Ma si tratta per lo più di un falso dilemma. Quando ci accostiamo alla letteratura o all’arte in generale, la presenza nell’opera di vere  o presunte pecche morali non può e non deve costituire motivo alcuno di censura estetica. L’arte vera – piaccia o no (e mi preoccupano molto quelli cui questo assioma non piace, come il vecchio Platone) – è al di sopra della morale, al di là del bene e del male proprio mentre (e perché) ne rappresenta, nella maniera più visibile e cruda e perciò, direi, paradossalmente e autenticamente educativa, lo scontro o l’intreccio.

Anche i più sacrosanti ed avanzati principi dell’etica dominante diventano invalicabili e ottusi pregiudizi – ideologici, bacchettoni o radical chic – quando giungano impropriamente a interferire col giudizio artistico. Perché impediscono l’accesso alla completa e profonda intelligenza delle grandi opere e ne possono favorire manomissioni ermeneutiche o appropriazioni ideologiche indebite o, peggio ancora, inaccettabili censure.

Certo: misura e gradualità in relazione all’età di chi ci sta davanti sono d’obbligo per chi propone pagine letterarie agli adolescenti. Ma bisogna sempre considerare che le verità che la grande letteratura ci squaderna sono sempre più educative di mille mediocri letture edificanti o conformiste, capaci soprattutto di alimentare l’ipocrisia. Che quello che si guadagna in maturità di visione, complessità di pensiero e profondità di sguardo leggendo certi autori è sempre, enormemente di più di quello che si rischia di perdere in (improbabile) purezza ed in (presunta) innocenza. E l’innocenza per parte sua va – prima o poi, con tutta la cautela e la misura che si deve – turbata e confusa, se si vuole aiutare una persona a diventare adulta.

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