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Archive for settembre 2010

DELLA VIRTU' CHE DONA

«L’occhio di chi dona splende come l’oro. Lo splendore dell’oro pacifica tra loro la luna e il sole. Rara e suprema è la virtù, e inutile, e splende di una luce dolce e luminosa: la virtù suprema è una virtù che dona

Parole di un santo, di un asceta, di un mistico cristiano? O di un filosofo antico?

Sì, in un qualche senso. Ma non proprio.

Parole del miscredente, pazzoide Friedrich Nietzsche (Così parlò Zarathustra).

Straordinaria l’intuizione dell’assoluta, luminosa gratuità della virtù, inutile – appunto- per chi, eccezionalmente, la coltiva.

Puro e totale altruismo.

La forma più sana e paradossale  e (secondo Nietzsche) santa di egoismo.

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Metonomasia in greco antico significa alterazione del significato di una parola, la quale non viene, di conseguenza, più intesa nella sua propria e corretta accezione semantica.

Si tratta di un fenomeno comunissimo in momenti della storia nei quali un gruppo o una classe sociale emergente tenta di imporre i propri valori-interessi al resto della società piegando arbitrariamente a quello scopo anche il linguaggio. Lo storico greco Tucidide nel famoso resoconto della sanguinosa guerra civile di Corcira (avvenuta nel 427 a.C. nell’ambito della più ampia guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta) ci presenta un esempio eticamente inquietante di questo fenomeno:

« L'ordinario rapporto tra i nomi e gli atti rispettivamente espressi dal loro significato, cioè l'accezione consueta, fu stravolto e interpretato in chiave assolutamente arbitraria. La temerità irriflessiva acquistò valore d'impeto eroico al sacrificio per la propria parte; la cautela accorta venne chiamata maschera decorosa, per panneggiare uno spirito vile. La prudenza fu ritenuta un ripiego per celare la paura, spregevole in un uomo; l'intelligenza sollecita a scrutare ogni piega di un problema fu spacciata per totale inettitudine all'azione. Si valutò la furia selvaggia e folle qualità veramente degna di un ingegno virile; il ponderare guardinghi gli elementi di un'iniziativa, per dirigerla sicuri, onesto schermo per ripararsi nell'ombra. Il sordo ringhio della critica, del malcontento, ispirava sempre fiducia; ma la voce che si levava a contrastarlo si spegneva ogni volta nel sospetto. Operare un tradimento con mano pronta e felice pareva indizio di svelta mente, e prevenirlo un traguardo di destrezza anche più fine. » (Thuc. III 82)

Con la metonomasia, in buona sostanza, il lessico della virtù viene impiegato per designare – e coprire o giustificare –  il vizio e, viceversa, il lessico del vizio viene impiegato per designare – e quindi screditare o infangare – la virtù.

Il linguaggio diviene così strumento importante di alterazione e corruzione del costume e, di converso, di giustificazione del malcostume.

Non è difficile capire quanto sia attuale questo fenomeno, specialmente nell’Italia degli ultimi anni.

Basti fra tutti il caso emblematico della parola libertà. In passato, e soprattutto dopo i drammatici eventi dell’ultima guerra, libertà significava essenzialmente la condizione di chi non è schiavo né assoggettato a qualsiasi dominio prevaricatore o dispotico. Adesso, nell’Italia degli ultimi vent’anni, lo stesso termine campeggia sui vessilli e nella propaganda di certi partiti politici nell’inequivocabile significato di licenza, arbitrio, diritto a fare ciò che si vuole a discapito ed in barba a qualsiasi valore di legalità e di senso dello stato. 

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ARTE E SCIENZA

L’arte e la scienza si muovono entrambe su una linea di confine: quella tra il noto e l’ignoto. La meta di entrambe è dunque la conoscenza e il loro movimento è incessante,  in ampiezza ed in profondità, fuori e dentro l’uomo, verso l’infinitamente grande e verso l’infinitamente piccolo. L’arte cerca di varcare il confine con le armi dell’intuizione, dell’estro fantastico, dell’emozione. La scienza invece con quelle dell’indagine razionale metodica e paziente. Ma, pur in questa diversità fondamentale di mezzi con i quali esse muovono nella stessa direzione, arte e scienza non possono rinunciare del tutto a ricorrere ciascuna alle armi dell’altra: perché non si dà creazione artistica senza un ordinamento razionale degli impulsi intuitivi e fantastici, come non si dà ricerca scientifica senza il veicolo dell’intuizione e del trasporto emotivo.

La scienza è certo storicamente più giovane dell’arte.
Ma l’arte, se è tale, anche quando è vecchia di millenni conserva intatto il fascino della giovinezza. Giovinezza eterna, sempreverde.
Quando invece è arte posticcia e fasulla, impostura, pseudo-arte, allora bastano pochi anni a farla decrepita.
 

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Dietro al genio poetico vi è anche l'uomo con le sue piccolezze e le sue bassezze. Somma sciocchezza è tuttavia quella di coloro che, non volendo o non sapendo capire nulla del genio, guardano soltanto alle debolezze dell'uomo per farle oggetto di ironia o di disprezzo. Ovvero: cercano di abbattere il gigante per sentirsi meno nani.
(Cfr. in proposito il famosissimo Albatros di Baudelaire; ma questa operazione di demolizione invidiosa del genio è avvenuta in vario modo in tutte le epoche: la nostra, con la sua subcultura di massa, mette in atto spesso più banalmente una 'fagocitazione' del genio: vedi per es. il TG2 della Rai che dedica a Pasolini una serie di servizi ricordandolo solo come turista e frequentatore di ristoranti e taverne in varie parti d'Italia.)

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Contro la letteratura. Poeti e scrittori. Una strage quotidiana nella nostra scuolaÈ appena uscito un pamphlet di Davide Rondoni, Contro la letteratura (Il saggiatore, 2010) che contiene interessanti provocazioni circa il senso del fare e del leggere (e ascoltare) la poesia e la letteratura. Per Rondoni la letteratura autentica è spaesamento: non fornisce risposte ma pone domande, svia il lettore dalle sue false o comode sicurezze per sollevarlo verso interrogativi ulteriori, vertiginosi ed inaspettati. Perciò chi vuole sintonizzarsi con essa deve rendersi disponibile a questa ricerca rischiosa e affascinante: «La poesia è la voce delle anime che si stanno facendo, che non sanno come fare, delle anime con i lavori in corso. Che non se la cavano. Con il sangue che corre e si versa. Le anime che rischiano. Che si illuminano e che a volte si perdono. Le altre, le anime tiepide, a mezzo gas, al cinque per cento, non sanno che farsene della poesia».
Sono molto d'accordo con lui, purché questa sua 'religiosa' concezione della poesia (che ricorda non poco l'antico Anonimo del sublime) non venga (fra)intesa riduttivamente in senso cristiano-cattolico o genericamente confessionale. Che la grande poesia ci conduca sull'orlo del mistero è un fatto, ma quel mistero è spesso un abisso che sgomenta, un buco nero, non un rassicurante paradiso.

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RIECCOMI

Salve a tutti. Dopo due anni di silenzio (per cause di forza maggiore) rieccomi. Leopardi ha ispirato il titolo e il modello del mio ritorno in rete. Lucrezio – il mio amatissimo Lucrezio – il sottotitolo.
Scriverò meno, molto meno, di scuola per non cadere – di questi tempi – in paranoia. Di più invece (anche se con cadenza diradata per i troppi impegni) di vita, di poesia, di letteratura, di cultura e di varia umanità, pubblica e non. Tenersi per sé una riflessione o un rovello, per quanto banali, pensando che – una volta espressi in modo chiaro e netto – chissà, avrebbero potuto essere utili a qualcuno mi sembrava ingeneroso ed egoista. Specie in questa epoca di ronzanti, ottundenti e insensati rumori di fondo. Perciò sono tornato. 
Una postilla: per ragioni di tempo non potrei rispondere ai commenti. Perciò ho deciso di non ammetterli. Chi volesse comunicare con me lo faccia attraverso la mail.  

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