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Archive for the ‘pensieri’ Category

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Omnia insana insanis – Tutto è folle nella testa del folle

Constantia sapiens, obstinatio stulta – La determinazione è intelligente, l’ostinazione idiota

Ubi licentia viget, ibi pro caritate habetur indulgentia – Laddove regna la licenza, si considera amore l’indulgenza

Numquam expectet amor mutuum amorem – Mai l’amore si attenda di essere ricambiato

Tertiam partem nostrum natura destinavit, tertiam tenet fors, tertia una relinquitur arbitrio  – Un terzo di noi lo ha stabilito natura, un terzo lo ha in potere il capriccio della sorte, solo un terzo rimane al nostro libero volere

Absurde poscas a morituro ut vivat tamquam immortalis – Assurdo chiedere a chi ha poco tempo davanti di spenderlo come se avesse davanti l’eternità

Qui fundum poculi attigit, subbibit – Chi è arrivato in fondo al bicchiere beve a piccoli sorsi

Es quod cupis, quod cupis somnias. Ergo quod somnias es: noctis umbra tenuis – Sei ciò che desideri, sogni ciò che desideri. Perciò sei ciò che sogni: impalpabile ombra notturna

Inter mendaces pessimus qui sibi mendax – Il peggiore tra i mentitori è chi mente a se stesso

Ultra nepotes nulla memoria – Oltre i nostri nipoti nessuno si ricorderà di noi

Primum vivere, praecipuum philosophari – La prima cosa è vivere, la più importante riflettere sulla vita

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Risultati immagini per bussetti e i compiti a casa  Risultati immagini per populismo scolastico

L’amore si fa in due. Il populismo si fa in tre. Un triangolo fatto d’amore e di odio (io, tu e il malamente).

Beninteso: se si vuole conoscere bene la lunga, a tratti nobile, storia della parola populismo bisogna leggersi almeno una autorevole pagina online della Treccani: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/2014/Zanatta_populismo.html).

Ma se si vuole capire in termini spicci che cosa populismo significhi oggigiorno nella sua più degenere e divulgata accezione basta un semplice esempio tratto dalla cronaca scolastica recente. L’attuale ministro dell’istruzione annuncia una circolare secondo la quale i prof dovrebbero astenersi (o limitarsi molto) nell’assegnare agli studenti compiti per le vacanze natalizie.

Ora non entro in questa querelle ridicola (almeno per la scuola liceale) sui compiti a casa: perché sostenere che in un liceo si possa non farli (o farne molti di meno) è come dire che si possono giocare e vincere partite di calcio senza allenarsi, o che si può suonare in un concerto senza averne mai fatto le prove o altre simili amenità… I compiti a casa sono la digestione lenta, sofferta, rimeditata, personale, di ciò che si è masticato ed ingerito in classe. Se li vogliamo togliere, delle due l’una: o quello che si fa di teorico in classe viene espulso senza essere assimilato e si scioglie come neve al sole d’estate, o bisogna prolungare il tempo di permanenza a scuola per una digestione assistita, cioè per svolgere i compiti sotto la guida di un tutor. Questa seconda opzione, se attuabile (e se ben attuata), può funzionare anche meglio dei compiti domestici individuali, ma non azzera il carico di lavoro né, più di tanto, accorcia la durata dell’impegno scolastico complessivo; non credo comunque riesca a sostituirli in toto.

Ma lasciamo stare la questione dei compiti a casa e torniamo al versante populistico della faccenda.

Il gioco a tre funziona semplicemente così: la dirigenza della scuola (prèsidi, provveditori, ministri) ascolta con il cuore in mano tutte le preghiere e le rivendicazioni (le più assurde e strampalate e pretenziose e persino discordanti tra di loro) che provengono dal popolo della scuola (studenti e loro famiglie). Non sto parlando di quel popolo che chiede di studiare di più e meglio, di avere insegnanti più bravi e seri, di fruire di una scuola più attrezzata allo scopo ecc. Un popolo così meriterebbe orecchie molto attente. No, sto parlando di quel popolo che chiede a gran voce che si studi di meno, che si abbiano facilmente voti alti, pezzi di carta a buon mercato, sorridente assistenzialismo a tempo pieno ecc. Fin qui è tutto amore tra i due, tra il popolo e la dirigenza dico: un amore così grande, così puro, un amore così disinteressato… Ma c’è un terzo incomodo: gli insegnanti. Se questi non reggono la candela a quel platonico amoreggiamento, diventano giocoforza l’ostacolo alla felicità, il capro espiatorio di ogni pena amorosa, i Capuleti e i Montecchi tra Giulietta e Romeo, il bersaglio del disprezzo, della diffamazione, dell’odio. Nel triangolo populistico della scuola gli insegnanti stanno oggi alla dirigenza e alla utenza come le odiate élites della finanza e degli intellettuali o le spregiate orde degli immigrati stanno rispetto agli amorosi sensi che legano i capi carismatici di turno ai loro elettori. Ecco il populismo illustrato alle anime semplici. Così si spiega bene sia perché gli insegnanti oggigiorno (al di là delle scarse gratificazioni economiche del loro mestiere) si sentano così demotivati e misconosciuti nella loro vita professionale (anche quelli che l’hanno scelta per vocazione), sia perché siano così scesi in basso nella considerazione sociale. Il ministro che interviene sui media a lamentarsi dei troppi compiti a casa dice molto di più della piccineria che sembra dire in apparenza: dichiara non solo che lui (da amante tenero e premuroso), ha a cuore ed in cima ai pensieri il desiderio delle sue amate famiglie e dei loro vezzeggiatissimi figli di potersi godere in santa pace le vacanze di Natale accanto al focolare domestico (!); ma insinua altresì che quella pace è minacciata e ostacolata dalla cattiveria di un terzo incomodo, da persecutori malefici dei ragazzi, da aguzzini abietti e forse anche un po’ patologicamente ottusi nel loro sadico accanimento contro la gioventù.

Ebbene la scuola italiana degli ultimi decenni ha (dis)funzionato sempre così, come un formidabile laboratorio populistico di cui questa faccenda dei compiti per le vacanze è soltanto un minuscolo emblema. In questo ha anticipato e istradato la politica e la società. Una volta tanto non è rimasta indietro. Ha svolto anzi al meglio il suo decantato ruolo di preparazione alla vita.

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Il poeta deve nascondere il male, non metterlo in mostra, né insegnarlo. Ai bambini fa scuola il maestro, ai giovani la fanno i poeti. Dunque è nostro dovere non dire altro che cose oneste. (Aristofane, Rane, vv. 1053ss.).

Così il comico ateniese Aristofane fa dire ad Eschilo (che era il suo tragediografo preferito) per condannare Euripide e il suo (per i tempi – siamo nel V sec. A.C.) modernissimo realismo scenico. Aristofane scambia cioè la straordinaria capacità euripidea di rappresentare gli esseri umani così come sono per diseducativo incitamento alla trasgressione dei principi etici della tradizione. E la stigmatizza appellandosi a una concezione moralistica dell’arte tragica (che nella Grecia di allora era tradizionale e ancora diffusa) che pretendeva da essa il ruolo quasi scolastico di educatrice del popolo.

Sul piano estetico le posizioni di Aristofane sono da tempo superate. Ma sul piano pedagogico non direi che egli sollevi un problema per noi ormai del tutto inesistente. Anche oggi chi insegna ai giovani attraverso la letteratura può nutrire il dubbio se proporre o meno un grande autore che, come (o  peggio di) Euripide, rappresenti in maniera troppo cruda e diretta vizi, perversioni, meschinità, malvagità degli esseri umani, o esprima egli stesso (l’autore intendo) troppo apertamente nelle sue pagine sentimenti e pensieri poco consoni con l’elevato ideale etico ed antropologico maturato negli ultimi decenni dalla nostra civiltà. Si pone cioè, per dirla in sintesi con un termine alla moda, il dubbio del diritto di cittadinanza, nelle nostre scuole, per autori importanti ma oggi troppo politically uncorrect. Esiodo e molti altri greci antichi, per esempio, sono spudoratamente antifemminili. Tacito, Dante, Céline, Kerouac (per citarne solo alcuni in ordine sparso tra l’antico e il moderno) sono talora xenofobi e/o omofobi. Ovidio è spesso sessista. Machiavelli un immorale dichiarato. Quanto ai misoneisti reazionari e retrogradi, se ne trovano a iosa e a qualsiasi latitudine spazio-temporale.

Ma si tratta per lo più di un falso dilemma. Quando ci accostiamo alla letteratura o all’arte in generale, la presenza nell’opera di vere  o presunte pecche morali non può e non deve costituire motivo alcuno di censura estetica. L’arte vera – piaccia o no (e mi preoccupano molto quelli cui questo assioma non piace, come il vecchio Platone) – è al di sopra della morale, al di là del bene e del male proprio mentre (e perché) ne rappresenta, nella maniera più visibile e cruda e perciò, direi, paradossalmente e autenticamente educativa, lo scontro o l’intreccio.

Anche i più sacrosanti ed avanzati principi dell’etica dominante diventano invalicabili e ottusi pregiudizi – ideologici, bacchettoni o radical chic – quando giungano impropriamente a interferire col giudizio artistico. Perché impediscono l’accesso alla completa e profonda intelligenza delle grandi opere e ne possono favorire manomissioni ermeneutiche o appropriazioni ideologiche indebite o, peggio ancora, inaccettabili censure.

Certo: misura e gradualità in relazione all’età di chi ci sta davanti sono d’obbligo per chi propone pagine letterarie agli adolescenti. Ma bisogna sempre considerare che le verità che la grande letteratura ci squaderna sono sempre più educative di mille mediocri letture edificanti o conformiste, capaci soprattutto di alimentare l’ipocrisia. Che quello che si guadagna in maturità di visione, complessità di pensiero e profondità di sguardo leggendo certi autori è sempre, enormemente di più di quello che si rischia di perdere in (improbabile) purezza ed in (presunta) innocenza. E l’innocenza per parte sua va – prima o poi, con tutta la cautela e la misura che si deve – turbata e confusa, se si vuole aiutare una persona a diventare adulta.

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Incuriosito dalla fama mediatica del personaggio e dall’ammirazione fervida, a dir poco, che diversi miei ex alunni di liceo nutrono per lui, mi sorprendo ogni tanto a visitare pagine e video di Diego Fusaro, nuova star della filosofia da salotto televisivo, giovane (prestante, brillante, eloquente) cuciniere dei luoghi comuni del nuovo pensiero alternativo telegenico. Intelligenza, cultura e carisma di questo personaggio non si discutono, anche se mi sembrano messi al servizio molto più della facile acquisizione del consenso che della difficile indagine della verità. A me che non sono più tanto giovane desta particolare irritazione di lui la disinvoltura con la quale mescola, nei suoi attacchi al cosiddetto ‘sistema capitalistico- finanziario transnazionale’ ingredienti di destra e di sinistra in un indigeribile brodetto di pesce. Ma tant’è: ammettiamo pure che oggi questa ibridazione politico-culinaria sia ormai un dato di fatto della ricetta populista e ‘anti-elitaria’. Ricordiamoci però che quando questa ibridazione avviene, quando nazionalismo e istanze socialiste si coniugano insieme, ne può venir fuori, linguisticamente prima che ideologicamente, una salsa nazional-socialista…

Ma non vorrei vedere nel pensiero di Fusaro implicazioni così sinistre. O destre.

Mi basti qui averlo còlto in castagna in una contraddizione molto futile ma clamorosa che è difficile, secondo me, liquidare come una svista o un lapsus. Uno di quegli svarioni veniali per i più ma imperdonabili in chi tradisce, con degnazione e compiacimento, ad ogni frase che pronuncia, un complesso di inarrivabile superiorità intellettuale e culturale.

Fusaro difende a spada tratta in molti suoi interventi sulla stampa e nel web la cultura classica. Elogia la cultura umanistica come antidoto al dominio pervasivo dei valori mercantili e finanziari delle élite. Fin qui potrei trovarmi facilmente d’accordo.

Usa (ostenta) inoltre un italiano ricco, intellettualistico e forbito che infarcisce continuamente di parole e di frasi di lingue straniere, moderne e soprattutto antiche. Qui già si potrebbe obiettare che parlare con un lessico ricco sì, va bene, ma parlare complicato e oscuro può diventare (in certi contesti comunicativi) il troppo che storpia, una versione elegante del latinorum di manzoniana memoria.

E poi chi di latinorum ferisce, di latinorum rischia di perire. Così è accaduto a lui. Ma nessuno – credo- se n’è accorto, lui compreso. Purtroppo per Fusaro, però, il web non dimentica. Si veda il filosofo in questo intervento sull’immigrazione:

http://www.la7.it/laria-che-tira/video/diego-fusaro-essere-di-sinistra-non-significa-essere-a-favore-dellimmigrazione-marx-critic%C3%B2-14-03-2018-236468

Ad un certo punto il Fusaro spara la sua bella frase in latino: Marx et Gramsci docunt! Bellissima perla. Docunt anziché docent…. Errore morfologico sesquipedale. Come dire in italiano: insegnono anziché insegnano. Tutti gli studenti di ginnasio lo sanno (dovrebbero saperlo), ma non lo sa (non lo ricorda più?) il coltissimo filosofo poliglotta e sedicente cultore ed estimatore delle lingue classiche…

Questo episodio me ne ricorda curiosamente un altro analogo, ma di risonanza pubblica infinitamente minore. Tanti anni fa, agli esordi della mia carriera di insegnante, un mio collega filosofo – anche lui per parte sua bravissimo parlatore e incantatore di studenti- durante un collegio in cui si disquisiva di didattica durò un paio d’ore a ripetere lo stesso verbo latino all’infinito, ma con l’accento clamorosamente sbagliato: dòcere anziché docère. Finché una collega di lettere del ginnasio si alzò in piedi, indispettita, a sbugiardarlo…

Latinorum nemesis philosophantium, evidentemente. Ovvero: latinorum philosophantibus fatale. [traducano i filosofi che ne sono capaci…]

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Del desiderio puoi

perdutamente

innamorarti. Della ragione

ciecamente fidarti.

 

Incapacità di intendere e di volere: triste, crepuscolare, penosa.

Capacità di intendere e incapacità di volere: frustrante, dolorosa, tragica.

Incapacità di intendere e capacità di volere: incontenibile, sordocieca, devastante.

 

Più falsa e più pericolosa del falso è una mezza verità, o – peggio-  piccoli e semplici frammenti di una verità staccati dal quadro complesso e completo di essa.

Premesso che si può e si deve, in politica, esprimersi e manifestare per qualsiasi idea od obiettivo, ne consegue però necessariamente che la credibilità della manifestazione dipende molto più dalla credibilità del manifestante che da quella della causa per cui egli manifesta. Banalmente ma efficacemente esemplificando: nulla sarebbe la credibilità di una manifestazione in favore della donazione del sangue che fosse organizzata da vampiri impenitenti; o una manifestazione contro la schiavitù che fosse promossa e finanziata da negrieri in piena attività. Ciò che si è (e si fa) è la garanzia più credibile di ciò che si dice di essere (e di voler fare).

Se a nulla serve lo specchio dell’esperienza di un genitore per distogliere un figlio da una scelta sbagliata, figuriamoci se gli errori passati di un popolo o dell’intera umanità potranno aiutare i posteri a non ripeterla. Dalla storia – ahimè, temo – si impara più che altro la nostra tragica incapacità di imparare da essa.

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Settembre: tempo di accomodarsi

in panchina, desiderare il gioco

dal bordo del rettangolo, acquattato

nell’angolo della tua cabina.

Riassèstati dentro abitudini

scavate nella roccia, rifiata,

asciuga bene, goccia dopo

goccia, il pathos di troppo

giovanili incursioni. Stoppa

ogni estemporanea sortita

di voce, ogni urlo di luce

stringilo nella gola. Distanza

della visione, gratuita adulta

intelligenza della geometria del gioco

siano il fuoco di questa tua

diversa prospettiva di vita.

Siano altri a rischiare

il premio di partita.

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Il conduttore del quiz parla di un Moro di Venezia. Aggiunge poi altri particolari, come la gelosia ossessiva, Desdemona, l’equivoco di un tradimento, Shakespeare ecc.

Loro, le tre giovanissime concorrenti, studentesse universitarie, diplomate in un liceo del milanese (di quelli che secondo le statistiche dovrebbero rappresentare il top dell’istruzione italiana), prontissime e spigliate pluricampionesse del quiz (hanno già vinto molte migliaia di euro), stanno lì impalate, lo sguardo perso; qualcuna farfuglia risposte a caso (Ettore, Amleto…). La squadra rivale, composta di tre aspiranti ingegneri spaziali, non è da meno nel mostrare una totale, imbarazzante ignoranza sulla risposta da dare. Alla fine, dopo lunghi minuti di penosa esitazione, il nome Otello affiora chissà come sulle labbra di una concorrente, pescato senza convinzione da qualche angolo della memoria rimossa…

Non parlerei mai di un fatterello televisivo del genere se non fosse, ahinoi, emblematico della cultura letteraria giovanile italiana di questi ultimi decenni. Ci si chiede, con sgomento, come dei ventenni di formazione liceale, studenti universitari, menti in apparenza brillanti, possano ignorare il teatro di Shakespeare in maniera così (diciamolo) scandalosa. Puntare il dito sulla scuola è il primo, non ingiustificato, istinto: tanti progetti futuristici, tante innovazioni didattiche, sperimentazioni digitali ecc.. e poi si lasciano aperte, nel curricolo degli studenti superiori, voragini nella preparazione culturale di base. Tutto questo, inutile negarlo, può succedere, nella scuola italiana di oggi. Ma io credo che ci sia anche dell’altro: sciatteria, incostanza e superficialità nello studio che favoriscono una veloce, quasi immediata rimozione dei contenuti appresi, senza la minima e doverosa interiorizzazione (fondamentale sempre, ma specialmente per la letteratura); declino inesorabile della grande letteratura come modello e fondamento della formazione dei giovani, portati a sostituirla e a surrogarla oramai con altre forme comunicative più facili e/o rapide (la pop music, le instant news, i dibattiti sul web e sui social ecc.). Da noi ormai solo una sparuta minoranza legge, con lentezza e passione, libri. Ancor meno classici. Le librerie chiudono una dopo l’altra. I pochi frequentatori di biblioteche sono per lo più laureandi in cerca di testi utili alla loro tesi. Nient’altro. Una catastrofe culturale che nessuna aula 2.0 riuscirà ad evitare se non si riprenderanno in mano i testi sacri della grande letteratura. Dovranno (dovrebbero) farlo – pazientemente e amorevolmente – professori e studenti insieme. Dubito molto che accadrà.

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