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Archive for the ‘pensieri’ Category

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Parla di se stesso, anche quando non parla di se stesso.

Non parla di se stesso, nemmeno quando parla di se stesso.

 

Facile e paradossale indovinello letterario.

Il primo paradosso ha un senso scontato, perché non c’è – ripeto – opera di intenzione e di valore artistici (per quanto scritta con la oggettività, il distacco, il senso di alterità che ogni arte, in varia ma necessaria misura, richiede) che non discenda in primis dall’io profondo dell’autore e dal suo più autentico, talora altrimenti inconfessabile o inesprimibile, vissuto. Niente perciò possiamo degnamente rappresentare in letteratura che non sia sperimentato, sofferto e sedimentato nelle regioni più intime – consapevoli, inconsce o semiconsce che siano – del nostro essere.

Il secondo paradosso (in apparente contraddizione col primo) è altrettanto vero ma forse meno ovvio. Per capirlo bisogna essere educati alla poesia quel minimo che serve per non banalizzarla né svilirla da puerili lettori provinciali: quelli che credono (o tendono irresistibilmente a credere) che l’io che scrive e quello che vive siano esattamente la stessa, identica persona; e che scrivendo non si possa far altro che travasare pari pari sulla pagina la propria vita quotidiana, le proprie vicissitudini concrete e via banalizzando. Sono quei lettori che di fronte a un testo come A Silvia di Leopardi non sanno far di meglio che compiangere la sfortuna di un poeta deforme e di una bella ragazza della finestra di fronte, morta anzitempo di tisi, di cui Giacomo si era segretamente invaghito. E non riescono a capire che nel destino di Silvia e di Giacomo è rappresentato, con una bellezza del significante pari alla tragicità del significato, il destino di tutti. Sembra strano, ma l’alto tasso attuale di scolarizzazione e di (presunta) familiarità col testo letterario non impediscono ancora a moltissimi di sentire con piccineria la grande letteratura. Di leggerla, purtroppo, come si legge un giornale (o si assiste a un programma) di cronaca vera o di gossip. Bisognerà che la scuola lavori su questo e che lo faccia = cosa difficile – in dichiarata controtendenza rispetto ai media.

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GALILEO […] Io credo nell’uomo, e questo vuol dire che credo alla sua ragione! Se non avessi questa fede, la mattina non mi sentirei la forza di levarmi dal letto.

SAGREDO Allora stammi a sentire: io non ci credo. In quarant’anni di esistenza tra gli uomini, non ho fatto che constatare come siano refrattari alla ragione. Mostragli il pennacchio fulvo di una cometa, riempili di inspiegabili paure, e li vedrai correre fuori dalle loro case a tale velocità da rompersi le gambe. Ma digli una frase ragionevole, appoggiala con sette argomenti, e ti rideranno sul muso.

GALILEO Non è vero. È una calunnia. Non capisco come tu possa amare la scienza, se sei convinto di questo. Solo i morti non si lasciano smuovere da un argomento valido!

SAGREDO Ma come puoi confondere la loro miserabile furbizia con la ragione!

GALILEO Non parlo della loro furbizia. Lo so: dicono che un asino è un cavallo quando vogliono venderlo, e che un cavallo è un asino quando vogliono comprarlo. E questo per la furbizia! Ma la vecchia donna che, la sera prima del viaggio, pone con la sua mano rozza un fascio di fieno in più davanti al mulo; il navigante che, acquistando le provviste, pensa alle bonacce e alle tempeste; il bambino che si ficca in testa il berretto quando lo hanno convinto che pioverà, tutti costoro sono la mia speranza: perché tutti credono al valore degli argomenti. Si: io credo alla serena supremazia della ragione tra gli uomini. A lungo andare, non le sanno resistere. (B. Brecht, Vita di Galileo)

Difficile condividere oggi la fiducia illuministica del Galileo brechtiano. Difficile credere oggi nel popolo e nella sua educazione razionale, nella sua elevazione culturale, persino più difficile che ai tempi di Galileo. Il rapporto tra il popolo e la cultura alta è sempre stato problematico. Se vogliamo parlarne, bisogna prima intendersi circa il significato di popolo. Il Renzo manzoniano che diffida del latinorum di don Abbondio interpreta un popolo contadino ignorante ma giudizioso, guardingo nei confronti di una classe dirigente che usa farsene gioco anche con l’imbroglio linguistico. La plebe di Recanati nutre disprezzo verso la cultura del contino Leopardi perché, ignorandola, non ne comprende il valore: perciò non può far altro che deriderla, ingiustamente persuasa che quello se ne faccia motivo di vanto e di superbia:

Nè mi diceva il cor che l’età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m’odia e fugge,
Per invidia non già, che non mi tiene
Maggior di se, ma perchè tale estima
Ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno. (Le ricordanze, vv. 28ss.)

In entrambi casi quel popolo univa però al disprezzo e alla diffidenza per la cultura alta la consapevolezza sia della propria ignoranza sia di una subalternità alle élites di allora.

Il ‘popolo’ di cui parliamo oggi mi pare altra cosa.

Pare una massa socialmente ed economicamente eterogenea di individui di bassissima e superficiale e frammentarissima cultura che crede però di avervi facile ed automatico accesso grazie alla profusa disponibilità di mezzi di informazione. Contrariamente al saggio socratico, questa massa, non sapendo sostanzialmente nulla, crede di (poter) sapere tutto, mentre ignora che il sapere vero non è quella accozzaglia di notizie o di nozioni che si pescano a casaccio sul web, ma una lunga e metodica meditazione, una metabolizzazione mentale lenta, una selezione strutturata e verificata di conoscenze e di esperienze. Il popolo-massa, per quanto molto più scolarizzato che in passato, non legge libri, ignora il valore dello studio inteso come passione e fatica esercitati con pazienza nel tempo. Perciò disprezza (come il popolino di Leopardi) coloro che vi si dedicano. Li disprezza perché, nella migliore delle ipotesi, li ritiene perdigiorno passatisti e parassiti. Nella peggiore (come il Renzo manzoniano), sospetta che, sotto sotto, quelli vi si applichino per fini secondi e a suo deliberato svantaggio,

Ma diversamente dal popolino di un tempo, il popolo-massa di oggi – questo è il guaio – disconosce con presunzione il valore della cultura autenticamente intesa pretendendo di opporle l’alternativa – fasulla – di una sottocultura raccogliticcia, mediatica ed internautica.  Questo popolo, forte di questa sua presunzione, in farmacia vuol saperne più del farmacista, in ambulatorio più del medico, in autofficina più del meccanico ecc. A scuola poi (experientia me docuit), vuol saperne più, molto di più dell’insegnante. Non entra cioè in dialettica virtuosa con chi ha scienza e competenza, ma in competizione rovinosa.

Ciò che l’uomo massa internauta colloca in cima alla scala del disprezzo è la cultura formativa, quella non immediatamente o concretamente spendibile, vale a dire quella umanistica.

Eppure proprio la cultura dell’uomo, dei suoi valori individuali e politici – quella che adesso, se fosse coltivata, sarebbe virtualmente a disposizione di tutti – potrebbe più di ogni altra cosa aiutarci a crescere come persone e come cittadini, ad emanciparci dalla povertà sottoculturale e dal pressapochismo, a giudicare meglio la realtà, a vaccinarci da vecchi e nuovi pregiudizi.

Succede invece che una scuola che si attardi e si incaponisca a insegnare ancora le humanities sia continuamente delegittimata, e non solo dal ‘popolo’, ma anche da chi lo manovra politicamente, oltre che dai soliti fautori forti del primato tecnocratico. I ricorrenti attacchi concentrici al liceo classico, all’insegnamento della civiltà antica, della storia o della filosofia, lo testimoniano ad abundantiam. La categoria degli intellettuali e dei professor(in/on)i sperimenta oggigiorno il punto più basso della considerazione sociale, del vilipendio o della dispettosa commiserazione. È la categoria che incarna la versione più sfigata del deprecato elitarismo.

Persino autorevoli scienziati vengono contestati in nome di avventurosi pseudo-saperi ‘scientifici’ alternativi che viaggiano sul web. Figuriamoci quegli ingravidatori di nuvole che sono gli umanisti…

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Nel primo libro dell’Iliade, nella prima grande pagina della letteratura occidentale composta quasi tremila anni fa, si annidano, a saperli scovare, un paio di motivi di intrigante modernità. Per esempio: quando si vuole scoprire la causa della peste e della morte che Apollo sta seminando nel campo acheo, Achille si rivolge a Calcante, l’indovino, la voce della divinità e della verità. E Calcante rivela che la colpa di quella calamità è nientemeno che di Agamennone, del comandante in capo della spedizione: lui si è impadronito empiamente di una schiava (Criseide) cara al dio Apollo perché figlia di un suo sacerdote; questa schiava va dunque quanto prima restituita al padre se si vuole placare l’ira del dio. La verità rivelata si contrappone qui frontalmente, smascherandola, alla prepotenza di chi comanda. Confronto tra profezia e potere, tra chi conosce la verità e può e deve proclamarla per il bene di tutti e chi invece la vuole, finché può, nascondere o negare per l’interesse proprio. Eterno scontro nella storia umana. Che finisce spesso con il martirio immediato del profeta e più di rado (e non sempre) con la tardiva sconfitta del potente. Oggi, laicizzando un po’ il discorso e un po’ forzando l’analogia, si potrebbe pensare a tante vicende di conflitto tra giornalisti o intellettuali coraggiosi da un lato e il potere (politico, economico o malavitoso) dall’altro.

Ma non c’è soltanto questo aspetto di modernità in questo antichissimo testo letterario. Quando Agamennone pretende, in cambio della restituzione di Criseide, di impadronirsi – minacciando di sottrarlo a un qualche altro guerriero, ad Achille in primis – di un altro dono (ghèras) equivalente che mantenga intatto il suo prestigio di fronte all’esercito, Achille ribatte con durezza:

Tu minacci che verrai a togliermi il dono

per il quale ho molto sudato, i figli degli Achei me l’han dato.

però un dono pari a te non ricevo, quando gli Achei

gettano a terra un borgo ben popolato di Teucri:

ma il più della guerra tumultuosa

le mani mie lo governano: se poi si venga alle parti

a te tocca il dono più grosso. Io un dono piccolo e caro

mi porto indietro alle navi, dopo che peno a combattere.

Ma ora andrò a Ftia, perché certo è molto meglio

Tornarsene in patria sopra le concave navi. Io non intendo per te,

restando qui umiliato, raccogliere beni e ricchezze.

(Il. I, 161ss., trad. di R. Calzecchi Onesti, con ritocchi )

Si tratta di argomenti in sé fondati – diremmo oggi – sui principi del merito e della giustizia distributiva. Dire che mentre un guerriero produce col sudore del proprio lavoro (qui: della guerra) beni che poi finiscono per concentrarsi iniquamente nelle mani di chi comanda senza combattere, significa in effetti non soltanto rivendicare criteri meritocratici contro privilegi di casta, ma formulare persino un primordiale abbozzo della teoria marxiana del plus valore.

Ma poi, se guardiamo bene allo sfondo arcaico e aristocratico della vicenda, ci accorgiamo che questi motivi, così apparentemente attuali se estrapolati dal contesto e isolatamente considerati, lo sono sostanzialmente meno se ricondotti nella remota cornice storica di quel mondo.

Calcante, per esempio, rivela sì la verità e adempie così al suo compito di profeta che smaschera l’arroganza del potere. Ma lo fa non certo spontaneamente ed eroicamente, per il bene dei Greci e per amore incondizionato della verità, ma solo alla condizione inderogabile che il braccio di Achille lo protegga dalle conseguenze della sua rivelazione. L’affermazione disarmata della verità non è per lui un valore assoluto cui sacrificarsi comunque. Calcante non è, e non vuole essere, etimologicamente un martire. Né Achille, per parte sua, è un assertore disinteressato di quei principi di giustizia sociale e distributiva di cui parlavo sopra. Achille non è un astratto paladino della meritocrazia né, tanto meno, un agitatore ‘sindacale’. Egli si sente soprattutto ferito nel suo onore (che in quella società equivale al potere) individuale. È un rivale alla pari del capo di cui non sopporta personalmente le angherie. Non nutre nessun senso di solidarietà o di appartenenza ‘di classe’ nei confronti dei suoi commilitoni, anzi li disprezza in quanto succubi, per parte loro, e perciò complici e corresponsabili delle prepotenze di Agamennone:

Certo è molto più facile nel largo campo degli Achei

strappare i doni a chi a faccia a faccia ti parla,

re mangiatore del popolo, perché a buoni a nulla comandi.

(Il. I, 229ss., trad. cit.)

Alla fine, dopo aver rinunciato, dissuaso da Atena, ad uccidere il rivale (come avrebbe legittimamente potuto e dovuto) decide di punirlo ritirandosi dalla guerra con i suoi e soprattutto pregando la divina madre Teti di intercedere presso Zeus affinché il sommo dio danneggi d’ora in poi quanto più possibile i suoi ex alleati nella guerra contro Troia. E Zeus, debitore verso Teti di vari passati favori, non potrà non esaudirla in questa sua richiesta.

Come ben si percepisce, la risposta a situazioni di disordine e di conflitto create dalla prepotenza e dalla ingiustizia è, nel mondo iliadico, sicuramente di carattere pre-politico e pre-giuridico e in cospicua misura, oserei dire, mafioso-clientelare: le contese si risolvono individualmente con la forza e col sangue; oppure con la intimidazione, la rappresaglia ed il boicottaggio; oppure ancora appellandosi alla protezione e al soccorso di personaggi altolocati presso i quali, più e meno direttamente, ma sempre individualmente, si è accumulato un certo credito. Non è (ancora) un mondo, quello dell’Iliade, nel quale vigano principi e metodi propri di una società civile e ‘legalitaria’.

Sul piano ideale e culturale tale società appare dunque (al di là di quelle isolate analogie di cui si diceva all’inizio) complessivamente molto lontana dai nostri valori.

Sul piano fattuale dei nostri comportamenti concreti, invece, quella che ci separa dagli aspetti peggiori e più arcaici del mondo di Achille, vecchio oramai di tremila anni, non mi pare ancora una adeguata distanza di sicurezza… o sbaglio?

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Accostarsi in solitudine a lei, la ‘follia’, il freudiano inconscio, l’essenza pura del nostro essere, significa accingersi ad adorare la bestia selvaggia, gettare le maschere di ogni mediazione (morale, culturale, sociale: quelle che ci permettono di vivere con gli altri e di giovarci di quella convivenza) per sperimentare finalmente la nostra ‘autenticità’. Prezzo spaventoso. Avventura esaltante, ma proibita, distruttiva, desertificante. Non per caso i folli clinici, quelli che, per loro sfortuna, convivono nativamente, al di qua di ogni scienza e coscienza, con quella bestia, regnano – morti viventi – sopra una solitudine di sassi e di sole. Unica soluzione (consolatoria forse, ma saggia e gratificante) al dilemma autenticità/finzione: appigliarsi all’albero maestro dell’arte, ascoltare il canto della sirena ricantato dalla voce dei rapsodi, fissare il volto della Medusa dentro lo specchio/scudo della poesia. Guardarlo, cioè, e non guardarlo. Questo è il servizio che ci rende la grande letteratura.

Provate ad offrire, da attori provetti a spettatori mediocri, perle autentiche di voi stessi e quelli, deridendovi, vi fischieranno senza pietà. Ottiene il successo, oggi, – anche enorme – soprattutto chi conosce l’arte di esibire gioielleria di scena.

Se capitassi in un pullman a lunga percorrenza dove si alternano alla guida un delinquente spericolato, ma autista provetto, e un neopatentato zelante, ma tecnicamente incapace, non nascondo che preferirei, fintantoché sono a bordo, che a guidare sia il primo.

Pretendere che ciascuno degli altri pensi di noi il meglio possibile, mentre noi regolarmente pensiamo di ciascun altro il peggio, è semplicemente ridicolo. Ma ridicolmente normale.

Visto dalla distanza di una maturità ingrigita, arida ed eccessivamente contabile, l’innamoramento appare nient’altro che un investimento a fondo perduto, la puntata unica di tutto quanto si possiede su di un unico numero della roulette. Un azzardo pazzesco.

Accattonaggio più degli altri miserevole, querulo e penoso, è quello d’amore. Ma capace di proporsi in nobili, pretenziosi paludamenti.

Niente più dei funerali è predisposto ad esclusivo servizio dei vivi.

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Non lavoro più nella scuola liceale, ma mi tengo informato. Seguo la sua discesa inarrestabile per la lunga china che la trasformerà completamente, presto o tardi, in un Kindergarten, nella fattispecie in un luogo protetto di accudimento e socializzazione di adolescenti. Sia chiaro, in questa metamorfosi, in sé, non c’è nulla di male. Basta essere onesti ed espliciti nel dichiarare i propri obiettivi. Non barare. Per esempio, bisognerebbe smetterla di ripetere che la scuola viene riformata e cambiata per adeguarla alla vita e alla società attuale. Perché la società attuale è oramai socialmente ed economicamente, come diceva il poeta, una foresta di belve. Chi si immette nel mercato del lavoro, chi esce dalla scuola per entrare nella vita si trova oggi catapultato – con un salto senza rete – in un mondo spietato che non conosce garanzie, protezioni o diritti, e che per giunta non tiene in considerazione alcuna i bisogni e le difficoltà degli individui.

Al contrario la scuola recente ha sempre più sviluppato e moltiplicato, negli ultimi anni, le garanzie e le protezioni per gli studenti, in particolare per quelli in difficoltà. Gli addetti ai lavori conoscono bene il senso di sigle, misteriose per i profani, come PDP, DSA, BES: Piano Didattico Personalizzato, Disturbi Specifici dell’Apprendimento, Bisogni Educativi Speciali. In soldoni: chi una volta aveva, per vari e – più e meno- giustificati motivi, problemi a raggiungere un profitto dignitoso o a essere promosso, oggi ha a sua disposizione, se porta un certificato, tutta una serie di facilitazioni: compiti in classe più brevi, mappe concettuali da consultare nelle interrogazioni, alleggerimento dei programmi ecc. Ebbene i ragazzi che, su domanda delle famiglie, accedono a tutti questi percorsi speciali sono oggi così numerosi da suscitare paradossalmente qualche invidia nei ragazzi ‘normali’ e da legittimare il sospetto che molte famiglie inoltrino richiesta non tanto per effettivi problemi dei loro figli, quanto per assicurare comunque loro un itinerario scolastico agevolato e salvaguardarli meglio dal rischio della bocciatura.

L’introduzione di queste norme di garanzia per i più deboli potrà sembrare un progresso pedagogico e civile – e lo è teoricamente o fintantoché si riescono a contrastare gli abusi. Ma è innegabile, altresì, che così – oggettivamente – si allarghi, non si restringa, la forbice già ampia tra scuola e società. Perché parecchi di quei ragazzi iper-protetti, assuefatti all’egida di un prolungato trattamento materno, saranno presto o tardi gettati nella mischia completamente disarmati.

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Per molti motivi si scrive. Tra gli altri anche e soprattutto perché sovente non c’è – nel momento in cui tu devi dire qualcosa – qualcuno che possa o che voglia ascoltarti, qui e adesso. Allora affidi il carico dell’anima tua a una zattera di parole e lo lasci vagare nell’oceano del tempo e dello spazio, in totale balia delle correnti. Forse (non è certo) a qualcuno quelle parole, prima o poi, arriveranno. Tanto più saranno propensi a raccoglierle quelli che sono da te più lontani nel tempo e nello spazio. Sconosciuti che a loro volta ignoreranno a tal punto chi sei o sei stato (la tua faccia, il tuo corpo, la tua voce, il tuo qui e adesso) da credere che quelle parole siano venute loro incontro fatalmente, per sogno rivelatore o per dono divino. Saranno infinitamente grati a quel  fato, a quel sogno o a quel dio che tu, per loro, sarai nel frattempo diventato. Non a te. Se tu potessi (da familiare, amico o conoscente) pronunciarle con la tua bocca al loro orecchio qui e adesso, forse nemmeno loro, qui e adesso, sarebbero disposti ad ascoltarti.

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Omnia insana insanis – Tutto è folle nella testa del folle

Constantia sapiens, obstinatio stulta – La determinazione è intelligente, l’ostinazione idiota

Ubi licentia viget, ibi pro caritate habetur indulgentia – Laddove regna la licenza, si considera amore l’indulgenza

Numquam expectet amor mutuum amorem – Mai l’amore si attenda di essere ricambiato

Tertiam partem nostrum natura destinavit, tertiam tenet fors, tertia una relinquitur arbitrio  – Un terzo di noi lo ha stabilito natura, un terzo lo ha in potere il capriccio della sorte, solo un terzo rimane al nostro libero volere

Absurde poscas a morituro ut vivat tamquam immortalis – Assurdo chiedere a chi ha poco tempo davanti di spenderlo come se avesse davanti l’eternità

Qui fundum poculi attigit, subbibit – Chi è arrivato in fondo al bicchiere beve a piccoli sorsi

Es quod cupis, quod cupis somnias. Ergo quod somnias es: noctis umbra tenuis – Sei ciò che desideri, sogni ciò che desideri. Perciò sei ciò che sogni: impalpabile ombra notturna

Inter mendaces pessimus qui sibi mendax – Il peggiore tra i mentitori è chi mente a se stesso

Ultra nepotes nulla memoria – Oltre i nostri nipoti nessuno si ricorderà di noi

Primum vivere, praecipuum philosophari – La prima cosa è vivere, la più importante riflettere sulla vita

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