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Archive for the ‘pensieri’ Category

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Baudelaire si lamentava che gli venissero attribuiti tutti i delitti di cui scriveva.

Più comunemente può anche accadere a chi scrive fictio(n) letteraria che gli vengano attribuite intenzioni personalistiche, allusive o malevole, che non lo hanno mai sfiorato.

Succede infatti che lettori vicini alla persona dell’autore cadano spesso vittime di un equivoco, direi, molto provinciale: faticano cioè a scindere la persona dall’opera che la persona ha prodotto; proiettano anzi la persona stessa dell’autore (i suoi pregi e i suoi difetti, la sua biografia, il suo mondo concreto di cui essi partecipano) sull’opera. Credono fermamente che nell’opera l’autore riproduca giocoforza da vicino persone reali a lui note e fatti a lui accaduti. Provocano così un corto circuito rovinoso per la comprensione corretta dell’opera stessa riducendola miseramente ad oggetto di gossip. Perciò si dovrebbe, in linea di principio, sconsigliare la lettura di un autore ad amici, parenti, colleghi e conoscenti e riservarla soltanto ad estranei e sconosciuti. Purtroppo nella pratica, e per ragioni che tutti comprendono, avviene di solito esattamente il contrario.

Chi scrive fictio(n) letteraria, in realtà, mette al mondo creature originali, soltanto sue. Suoi figli immaginari partoriti con grande fatica. Questi figli però (come tutti i figli), una volta consegnati alla pagina, vivono di vita propria ed autonoma. E pur non essendo identici a nessuno, possono e potranno sempre – come aveva già capito il grande Aristotele – somigliare a moltissimi. Non c’è infatti niente di più vero(simile) della finzione artistica.

Chi scrive racconti ficti raccoglie in genere – è vero – frammenti sparsi e plurimi della sua esperienza diretta e indiretta. Questo succede, anche spesso. Ma poi li rimescola e li riplasma (li ‘ri-finge’) a suo infinito piacimento, come materiale di riporto, nella sua propria ideazione letteraria, cioè fantastica. Uno scrittore animato da autentica intenzione artistica, insomma, non attinge mai un personaggio e una storia alla propria realtà autobiografica per rovesciarli  di peso sulla pagina, pena il fallimento quasi certo del suo tentativo.

Non si può pertanto pensare, banalmente, che i personaggi e le vicende di una autentica fictio(n) letteraria siano maschere, pretesti per alludere a persone e a fatti reali. Non è per nulla così: essi non sono un nobile mezzo letterario usato per coprire un basso fine concreto, ma al contrario sono essi stessi il fine, rispetto al quale sparsi tasselli della esperienza vissuta dell’autore possono al massimo contribuire a fornire, ripeto, qualche  grezzo materiale compositivo. Chi capisce un po’ di letteratura sa che così funziona la scrittura cosiddetta creativa. Quantomeno così, nella mia limitata esperienza in questo campo, funziona (ha sempre funzionato) per me. Ma anche per autori enormemente più importanti di me.

La Gertrude di Manzoni o il Galileo di Brecht, per esempio, sono prodotti del vissuto interiore (morale, sentimentale, ideale) dei loro autori, non certo lo specchio fedele e documentario dei personaggi storici cui Manzoni e Brecht si sono ispirati. Anzi, nel loro immenso valore letterario, il loro tasso di infedeltà rispetto alla storia è altissimo. Quanto più alto, tanto artisticamente più fecondo. Perché l’arte non riproduce la realtà esterna (storica o autobiografica che sia), bensì rappresenta l’effetto o la reazione che quella realtà (più o meno direttamente sperimentata o conosciuta) produce nell’interiorità dell’autore. Ma quell’effetto e quella reazione possono essere tali da trasfigurare e metabolizzare completamente – fino a renderla irriconoscibile – la realtà che li ha provocati.

PS. Leggo proprio oggi, mettendo mano a una raccolta di short stories di Lucia Berlin (La donna che scriveva racconti), un sottotitolo che potrebbe fungere benissimo da epigrafe a questo post: racconti veri, ma inventati.

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La consolazione è un’acqua che non disseta. Neanche quando ci troviamo immersi nella sua generosa corrente.

Il favore, la benevolenza e i sorrisi inattesi delle persone che più detesti siano per te un pessimo segnale. Un non trascurabile campanello di allarme.

La simpatia ci gratifica. L’antipatia, però, ci costringe a pensare.

Vivi ogni giorno come fosse l’ultimo. Magari. Ma prova a godere oggi pensando che non ci sarà domani, se ci riesci.

Prima di indignarti che qualcuno ti colpisca o ti pugnali alle spalle, rifletti se per caso tu non gliele abbia sempre voltate.

A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca sempre. [Frase attribuita, più o meno in questa forma, a Pio XI, ma resa celebre da Giulio Andreotti]. Famigerata massima che contiene una buona dose di verità, ma non tutta. Se la credessimo totalmente vera, ci precluderemmo la frequentazione benefica delle poche persone che agiscono in buona fede. Ce ne verrebbe un danno maggiore del vantaggio che ci può venire dal guardarci dalla malafede della maggioranza del nostro prossimo. Faremmo insomma la fine di quel famoso personaggio di Menandro che si rinchiude in una ostinata misantropia perché assolutizza le proprie passate, sempre deludenti esperienze di relazione con i propri simili. Salvo poi doversi con fatica ricredere per essere stato salvato, con eccezionale ma sincera gratuità, dal suo figliastro e dal suo futuro genero, quando aveva rischiato la vita cadendo in un pozzo.

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Seguo da sempre il calcio con un amore che il calcio forse non merita. Ma si sa che al cuore non si comanda. Questa passione che mi insegue sin da bambino mi ha permesso, credo, di giocarmi una carta in più nel mio lavoro di insegnante. Il collega e scrittore Marco Lodoli confessa in un suo libro che il calcio spesso lo ha salvato nel proprio lavoro in classe. Gli ha permesso di instaurare un canale di comunicazione con scolaresche difficili (Lodoli ha insegnato a lungo in scuole di frontiera come le grandi periferie urbane) che altrimenti sarebbe rimasto chiuso. Parlando di schemi tattici, di arbitri, di rigori assegnati o negati, Lodoli è riuscito a ritagliarsi con i suoi studenti uno spazio di intesa e di comunicazione senza il quale sarebbe stato difficile farsi seguire ed accettare nel ruolo di docente e di educatore. Ora io ho insegnato quasi sempre in licei classici di provincia, scuole frequentate per lo più da ragazzi di buona famiglia, in genere ben integrati sul piano sociale. Niente a che vedere con le scuole di frontiera. Inoltre i licei classici sono oggi frequentati in prevalenza da ragazze. E le ragazze si interessano di calcio in percentuale decisamente minore rispetto ai loro coetanei maschi. Tuttavia anche per me il calcio, laddove ho potuto usarlo come leva comunicativa, è stato importante a scuola. Non solo come pretesto di dialogo e di familiarizzazione con gli alunni ‘sportivi’ della classe negli interstizi della lezione ufficiale, ma anche – questo sorprenderà forse di più – come strumento educativo.

Riuscire a far ammettere, ragionando, all’allievo fanatico della squadra x che il rigore concesso a suo sfavore era giusto; o a far riconoscere, argomentando, che la squadra x ha perso meritatamente, non per sfortuna o per ostilità arbitrale, ma perché meno in forma, meno attrezzata tatticamente degli avversari ecc.; insomma: porre un ragazzo – che altrimenti giudicherebbe un fatto sportivo solo secondo i dettami di una cieca e irrazionale parzialità – di fronte al dovere e alla fatica di esercitare quanto più oggettivamente possibile il suo giudizio critico è un potentissimo propulsore di crescita, una leva formidabile di emancipazione della ragione dall’istinto, del logos dal mythos. Altro che divagazione ricreativa negli intervalli della lezione!

Nel mio caso di insegnante di greco, per altro, parlare di sport ha significato spesso riferirsi ad uno degli aspetti fondanti della civiltà classica: la civiltà che di fatto ha inventato lo sport agonistico nel senso moderno del termine, come specchio e surrogato ludico, pacifico e incruento di una competizione violenta, feroce, sanguinaria che devastava continuamente con il polemos e la stasis – la guerra esterna e quella interna – la società delle poleis.

I Greci antichi erano d’altra parte così assetati di competizione e di vittoria (nella vita come nello sport) da dover giocoforza sviluppare sin dagli inizi una pensosa, tormentata riflessione sulla sconfitta. Perché vittoria e sconfitta sono la stessa cosa, come la salita e la discesa di Eraclito: dipende solo da che parte la si guarda. Se si cerca ardentemente la prima, si deve frequentemente scontare la seconda. Ragionare sulla sconfitta, partendo da una partita di calcio per arrivare agli antichi greci, è stato per me un’altra intrigante e frequente occasione educativa: l’occasione di disinnescare lo spirito fazioso e tribale che si annida dietro il fenomeno del tifo sportivo per promuovere al suo posto una riflessione più sana e civile intorno alla competizione: che è gioco delle parti, coscienza dei propri limiti e della instabilità del successo, rispetto delle regole e degli avversari.

Ultimamente poi l’introduzione nei campi da gioco di quello strumento di giudizio che viene chiamato VAR (la moviola in campo), mi ha offerto più di una volta lo spunto per riflettere in classe su di un altro problema capitale della conoscenza umana. Sì, perché il VAR è un marchingegno tecnologico introdotto per eliminare gli errori arbitrali, passare al setaccio di una analisi visiva meticolosissima vari episodi di difficile valutazione oggettiva per un arbitro (rigori, espulsioni, fuorigioco). Ebbene il paradosso è che quegli errori sono stati sì in gran parte ridotti dal Var, ma non eliminati. Si sbaglia ancora a interpretare un fatto, nonostante lo si guardi con l’occhio – apparentemente infallibile – della tecnologia. Per quanto questa tecnologia possa spostare in alto l’asticella della nostra capacità di valutare oggettivamente la realtà, la realtà ci sfuggirà sempre. Ci avvicineremo senza mai raggiungerla. Come Achille alla tartaruga.

Il problema della ‘oggettività impossibile’ lo si affronta spesso in classe, anche insegnando le mie materie, in vari modi e con vari esempi. Uno su tutti la narrazione dei fatti storici nelle pagine degli storiografi antichi. Ma Cesare e Senofonte, devo ammetterlo, non mi sono stati così utili – per far passare immediatamente il concetto – come il VAR.

 

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Follia nana genera figli (e nipoti) giganti.

Follia è diamante: perfetto in sé, nella sua geometrica, tagliente e inattaccabile durezza. Tutto essa può incidere, da nulla può essere scalfita.

La follia è invidiabilmente autarchica, autosufficiente. Si alimenta delle sue ossessioni all’infinito; poggia il suo edificio farneticante sopra quelle fondamenta incrollabili. Non è mai sfiorata dal dubbio. O dal bisogno di qualcosa di diverso da ciò che, senza mai saziarla, la nutre. Corre sicura dentro la realtà (e fuori da essa) come un treno in un tunnel senza uscita.

Tra follia e ragionevolezza non c’è possibilità di dialogo, transfert o benefica frequentazione. La follia è sintonizzata su di una frequenza inaccessibile alla ragionevolezza. Chi tenterà di intercettarla e di correggerla non solo fallirà nel suo scopo ma metterà a serio repentaglio – con una infinita frustrazione – il proprio equilibrio mentale.

Il metodo e la travolgente ostinazione con cui il folle persegue i propri folli scopi gli permettono a suo modo e non di rado – purtroppo, e con qualsiasi mezzo – di raggiungerli; più facilmente di quanto non accada per gli scopi ragionevoli perseguiti da persone ragionevoli: da persone cioè che riconoscano gli ostacoli del principio di realtà e si fermino saggiamente davanti ad essi.

La follia ha i suoi indubbi vantaggi: primo fra tutti, quello di credersi con cieca e autoritaria presunzione – senza la titubanza minima del dubbio né il timore della smentita – suprema e incontestabile saggezza. Ma anche un tragico svantaggio: che non trova di norma nessuno pronto a condividere questa – di per sé – così gratificante autoconvinzione. La follia è quindi, di norma, etimologicamente ‘autistica’, solitaria, autodistruttiva. Sottolineo, tuttavia, di norma: perché purtroppo si sono avute nella storia, rispetto a questa norma, tragiche e spaventose deviazioni: esempi di una follia divenuta infettiva o diabolicamente indotta, ogniqualvolta il sistema immunitario della razionalità collettiva sia gravemente debilitato ed esposto ad un contagio altrimenti impossibile.

La follia solitaria non immagina (né tollera) ostacoli o limitazioni o mediazioni di sorta. Gode perciò, rispetto alla ragionevolezza, dell’illusione e della pretesa di una libertà sconfinata. Quella del fuoco che danza, guizza e imperversa in una foresta. O quella di una nottola che svolazza nel buio, all’impazzata, cozzando sulle pareti di una caverna.

La psichiatria moderna (con valide ragioni, che io sappia) ha molto sfumato i confini tra follia e normalità: col risultato che ogni nostra più comune stranezza, bassezza, debolezza, stronzaggine ecc. rischia di ottenere oggi una patente di sindrome psicopatologica x,y,z,k…. Così rischiamo di essere sempre giustificati nei nostri peggiori difetti e vizi, ed esentati da qualsiasi sforzo per correggerli. Per ogni peccato abbiamo, oramai, pronto un certificato.

Di converso l’incertezza del confine può portare (direi piuttosto astrattamente e ideologicamente) a considerare anche la follia più delirante come una diversa e originale forma di normalità o di razionalità. Con la conseguente dismissione (o demonizzazione) di qualsiasi pratica psichiatrica minimamente coercitiva. E il risultato che anche le più pericolose forme di follia si aggirano a piede libero in mezzo a noi o si accaniscono, devastandola, sulla incolpevole e sventurata umanità loro prossima.

Se nella storia pensatori e artisti hanno paradossalmente elogiato e pericolosamente corteggiato la follia è stato soltanto perché – si badi bene – essi sovente l’hanno metaforicamente (antifrasticamente) intesa e contrario quale fuga coraggiosa, atto di libertà contro la suprema e disumana e autentica follia ordinaria ed ‘ordinata’ in un sistema.

Chi ragiona intorno alla follia, chi pretende di osservarla da vicino per capirla o addirittura dom(in)arla è un esploratore sull’orlo del vulcano, un danzatore sul ciglio di un baratro, un Penteo che si lascia issare sulla cima di un albero per osservare il delirio delle Baccanti: il suo destino è quello di esserne avvistato, abbrancato e sbranato prima ancora di averle potute studiare e comprendere a fondo. (Forse sarà perciò che certi psichiatri o psicanalisti particolarmente assidui nei media producono, in chi li ascolta e li guarda, l’effetto di persone un po’ inquietanti).

Possibile che queste modeste, sparse e profane riflessioni abbiano addirittura alimentato, anziché dissiparlo, il dubbio su che cosa sia veramente follia e che cosa invece ragionevolezza. Sulla incerta demarcazione di un confine tra l’una e l’altra. Sulla loro facile confusione o sovrapposizione. È un dubbio legittimo e persino agghiacciante. Ma finché dubitiamo abbiamo almeno la confortante certezza di non essere (ancora) completamente folli. Il dubbio – come sempre – è la nostra unica, fragile àncora di salvezza.

[PS: leggendo questo post ci si potrà chiedere che cosa mi abbia spinto (tempo fa, a dire il vero) a scriverlo e (adesso) a pubblicarlo: molte ragioni, non tutte confessabili. Più di tutte la considerazione che la follia, quella almeno (‘ordinaria’ e diffusa, non diagnosticata e/o subclinica) di cui parlo qui, è – che ce ne accorgiamo o no – compagna di strada più e meno assidua di noi tutti, non maledizione di pochi.]

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Parla di se stesso, anche quando non parla di se stesso.

Non parla di se stesso, nemmeno quando parla di se stesso.

 

Facile e paradossale indovinello letterario.

Il primo paradosso ha un senso scontato, perché non c’è – ripeto – opera di intenzione e di valore artistici (per quanto scritta con la oggettività, il distacco, il senso di alterità che ogni arte, in varia ma necessaria misura, richiede) che non discenda in primis dall’io profondo dell’autore e dal suo più autentico, talora altrimenti inconfessabile o inesprimibile, vissuto. Niente perciò possiamo degnamente rappresentare in letteratura che non sia sperimentato, sofferto e sedimentato nelle regioni più intime – consapevoli, inconsce o semiconsce che siano – del nostro essere.

Il secondo paradosso (in apparente contraddizione col primo) è altrettanto vero ma forse meno ovvio. Per capirlo bisogna essere educati alla poesia quel minimo che serve per non banalizzarla né svilirla da puerili lettori provinciali: quelli che credono (o tendono irresistibilmente a credere) che l’io che scrive e quello che vive siano esattamente la stessa, identica persona; e che scrivendo non si possa far altro che travasare pari pari sulla pagina la propria vita quotidiana, le proprie vicissitudini concrete e via banalizzando. Sono quei lettori che di fronte a un testo come A Silvia di Leopardi non sanno far di meglio che compiangere la sfortuna di un poeta deforme e di una bella ragazza della finestra di fronte, morta anzitempo di tisi, di cui Giacomo si era segretamente invaghito. E non riescono a capire che nel destino di Silvia e di Giacomo è rappresentato, con una bellezza del significante pari alla tragicità del significato, il destino di tutti. Sembra strano, ma l’alto tasso attuale di scolarizzazione e di (presunta) familiarità col testo letterario non impediscono ancora a moltissimi di sentire con piccineria la grande letteratura. Di leggerla, purtroppo, come si legge un giornale (o si assiste a un programma) di cronaca vera o di gossip. Bisognerà che la scuola lavori su questo e che lo faccia = cosa difficile – in dichiarata controtendenza rispetto ai media.

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GALILEO […] Io credo nell’uomo, e questo vuol dire che credo alla sua ragione! Se non avessi questa fede, la mattina non mi sentirei la forza di levarmi dal letto.

SAGREDO Allora stammi a sentire: io non ci credo. In quarant’anni di esistenza tra gli uomini, non ho fatto che constatare come siano refrattari alla ragione. Mostragli il pennacchio fulvo di una cometa, riempili di inspiegabili paure, e li vedrai correre fuori dalle loro case a tale velocità da rompersi le gambe. Ma digli una frase ragionevole, appoggiala con sette argomenti, e ti rideranno sul muso.

GALILEO Non è vero. È una calunnia. Non capisco come tu possa amare la scienza, se sei convinto di questo. Solo i morti non si lasciano smuovere da un argomento valido!

SAGREDO Ma come puoi confondere la loro miserabile furbizia con la ragione!

GALILEO Non parlo della loro furbizia. Lo so: dicono che un asino è un cavallo quando vogliono venderlo, e che un cavallo è un asino quando vogliono comprarlo. E questo per la furbizia! Ma la vecchia donna che, la sera prima del viaggio, pone con la sua mano rozza un fascio di fieno in più davanti al mulo; il navigante che, acquistando le provviste, pensa alle bonacce e alle tempeste; il bambino che si ficca in testa il berretto quando lo hanno convinto che pioverà, tutti costoro sono la mia speranza: perché tutti credono al valore degli argomenti. Si: io credo alla serena supremazia della ragione tra gli uomini. A lungo andare, non le sanno resistere. (B. Brecht, Vita di Galileo)

Difficile condividere oggi la fiducia illuministica del Galileo brechtiano. Difficile credere oggi nel popolo e nella sua educazione razionale, nella sua elevazione culturale, persino più difficile che ai tempi di Galileo. Il rapporto tra il popolo e la cultura alta è sempre stato problematico. Se vogliamo parlarne, bisogna prima intendersi circa il significato di popolo. Il Renzo manzoniano che diffida del latinorum di don Abbondio interpreta un popolo contadino ignorante ma giudizioso, guardingo nei confronti di una classe dirigente che usa farsene gioco anche con l’imbroglio linguistico. La plebe di Recanati nutre disprezzo verso la cultura del contino Leopardi perché, ignorandola, non ne comprende il valore: perciò non può far altro che deriderla, ingiustamente persuasa che quello se ne faccia motivo di vanto e di superbia:

Nè mi diceva il cor che l’età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m’odia e fugge,
Per invidia non già, che non mi tiene
Maggior di se, ma perchè tale estima
Ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno. (Le ricordanze, vv. 28ss.)

In entrambi casi quel popolo univa però al disprezzo e alla diffidenza per la cultura alta la consapevolezza sia della propria ignoranza sia di una subalternità alle élites di allora.

Il ‘popolo’ di cui parliamo oggi mi pare altra cosa.

Pare una massa socialmente ed economicamente eterogenea di individui di bassissima e superficiale e frammentarissima cultura che crede però di avervi facile ed automatico accesso grazie alla profusa disponibilità di mezzi di informazione. Contrariamente al saggio socratico, questa massa, non sapendo sostanzialmente nulla, crede di (poter) sapere tutto, mentre ignora che il sapere vero non è quella accozzaglia di notizie o di nozioni che si pescano a casaccio sul web, ma una lunga e metodica meditazione, una metabolizzazione mentale lenta, una selezione strutturata e verificata di conoscenze e di esperienze. Il popolo-massa, per quanto molto più scolarizzato che in passato, non legge libri, ignora il valore dello studio inteso come passione e fatica esercitati con pazienza nel tempo. Perciò disprezza (come il popolino di Leopardi) coloro che vi si dedicano. Li disprezza perché, nella migliore delle ipotesi, li ritiene perdigiorno passatisti e parassiti. Nella peggiore (come il Renzo manzoniano), sospetta che, sotto sotto, quelli vi si applichino per fini secondi e a suo deliberato svantaggio,

Ma diversamente dal popolino di un tempo, il popolo-massa di oggi – questo è il guaio – disconosce con presunzione il valore della cultura autenticamente intesa pretendendo di opporle l’alternativa – fasulla – di una sottocultura raccogliticcia, mediatica ed internautica.  Questo popolo, forte di questa sua presunzione, in farmacia vuol saperne più del farmacista, in ambulatorio più del medico, in autofficina più del meccanico ecc. A scuola poi (experientia me docuit), vuol saperne più, molto di più dell’insegnante. Non entra cioè in dialettica virtuosa con chi ha scienza e competenza, ma in competizione rovinosa.

Ciò che l’uomo massa internauta colloca in cima alla scala del disprezzo è la cultura formativa, quella non immediatamente o concretamente spendibile, vale a dire quella umanistica.

Eppure proprio la cultura dell’uomo, dei suoi valori individuali e politici – quella che adesso, se fosse coltivata, sarebbe virtualmente a disposizione di tutti – potrebbe più di ogni altra cosa aiutarci a crescere come persone e come cittadini, ad emanciparci dalla povertà sottoculturale e dal pressapochismo, a giudicare meglio la realtà, a vaccinarci da vecchi e nuovi pregiudizi.

Succede invece che una scuola che si attardi e si incaponisca a insegnare ancora le humanities sia continuamente delegittimata, e non solo dal ‘popolo’, ma anche da chi lo manovra politicamente, oltre che dai soliti fautori forti del primato tecnocratico. I ricorrenti attacchi concentrici al liceo classico, all’insegnamento della civiltà antica, della storia o della filosofia, lo testimoniano ad abundantiam. La categoria degli intellettuali e dei professor(in/on)i sperimenta oggigiorno il punto più basso della considerazione sociale, del vilipendio o della dispettosa commiserazione. È la categoria che incarna la versione più sfigata del deprecato elitarismo.

Persino autorevoli scienziati vengono contestati in nome di avventurosi pseudo-saperi ‘scientifici’ alternativi che viaggiano sul web. Figuriamoci quegli ingravidatori di nuvole che sono gli umanisti…

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Nel primo libro dell’Iliade, nella prima grande pagina della letteratura occidentale composta quasi tremila anni fa, si annidano, a saperli scovare, un paio di motivi di intrigante modernità. Per esempio: quando si vuole scoprire la causa della peste e della morte che Apollo sta seminando nel campo acheo, Achille si rivolge a Calcante, l’indovino, la voce della divinità e della verità. E Calcante rivela che la colpa di quella calamità è nientemeno che di Agamennone, del comandante in capo della spedizione: lui si è impadronito empiamente di una schiava (Criseide) cara al dio Apollo perché figlia di un suo sacerdote; questa schiava va dunque quanto prima restituita al padre se si vuole placare l’ira del dio. La verità rivelata si contrappone qui frontalmente, smascherandola, alla prepotenza di chi comanda. Confronto tra profezia e potere, tra chi conosce la verità e può e deve proclamarla per il bene di tutti e chi invece la vuole, finché può, nascondere o negare per l’interesse proprio. Eterno scontro nella storia umana. Che finisce spesso con il martirio immediato del profeta e più di rado (e non sempre) con la tardiva sconfitta del potente. Oggi, laicizzando un po’ il discorso e un po’ forzando l’analogia, si potrebbe pensare a tante vicende di conflitto tra giornalisti o intellettuali coraggiosi da un lato e il potere (politico, economico o malavitoso) dall’altro.

Ma non c’è soltanto questo aspetto di modernità in questo antichissimo testo letterario. Quando Agamennone pretende, in cambio della restituzione di Criseide, di impadronirsi – minacciando di sottrarlo a un qualche altro guerriero, ad Achille in primis – di un altro dono (ghèras) equivalente che mantenga intatto il suo prestigio di fronte all’esercito, Achille ribatte con durezza:

Tu minacci che verrai a togliermi il dono

per il quale ho molto sudato, i figli degli Achei me l’han dato.

però un dono pari a te non ricevo, quando gli Achei

gettano a terra un borgo ben popolato di Teucri:

ma il più della guerra tumultuosa

le mani mie lo governano: se poi si venga alle parti

a te tocca il dono più grosso. Io un dono piccolo e caro

mi porto indietro alle navi, dopo che peno a combattere.

Ma ora andrò a Ftia, perché certo è molto meglio

Tornarsene in patria sopra le concave navi. Io non intendo per te,

restando qui umiliato, raccogliere beni e ricchezze.

(Il. I, 161ss., trad. di R. Calzecchi Onesti, con ritocchi )

Si tratta di argomenti in sé fondati – diremmo oggi – sui principi del merito e della giustizia distributiva. Dire che mentre un guerriero produce col sudore del proprio lavoro (qui: della guerra) beni che poi finiscono per concentrarsi iniquamente nelle mani di chi comanda senza combattere, significa in effetti non soltanto rivendicare criteri meritocratici contro privilegi di casta, ma formulare persino un primordiale abbozzo della teoria marxiana del plus valore.

Ma poi, se guardiamo bene allo sfondo arcaico e aristocratico della vicenda, ci accorgiamo che questi motivi, così apparentemente attuali se estrapolati dal contesto e isolatamente considerati, lo sono sostanzialmente meno se ricondotti nella remota cornice storica di quel mondo.

Calcante, per esempio, rivela sì la verità e adempie così al suo compito di profeta che smaschera l’arroganza del potere. Ma lo fa non certo spontaneamente ed eroicamente, per il bene dei Greci e per amore incondizionato della verità, ma solo alla condizione inderogabile che il braccio di Achille lo protegga dalle conseguenze della sua rivelazione. L’affermazione disarmata della verità non è per lui un valore assoluto cui sacrificarsi comunque. Calcante non è, e non vuole essere, etimologicamente un martire. Né Achille, per parte sua, è un assertore disinteressato di quei principi di giustizia sociale e distributiva di cui parlavo sopra. Achille non è un astratto paladino della meritocrazia né, tanto meno, un agitatore ‘sindacale’. Egli si sente soprattutto ferito nel suo onore (che in quella società equivale al potere) individuale. È un rivale alla pari del capo di cui non sopporta personalmente le angherie. Non nutre nessun senso di solidarietà o di appartenenza ‘di classe’ nei confronti dei suoi commilitoni, anzi li disprezza in quanto succubi, per parte loro, e perciò complici e corresponsabili delle prepotenze di Agamennone:

Certo è molto più facile nel largo campo degli Achei

strappare i doni a chi a faccia a faccia ti parla,

re mangiatore del popolo, perché a buoni a nulla comandi.

(Il. I, 229ss., trad. cit.)

Alla fine, dopo aver rinunciato, dissuaso da Atena, ad uccidere il rivale (come avrebbe legittimamente potuto e dovuto) decide di punirlo ritirandosi dalla guerra con i suoi e soprattutto pregando la divina madre Teti di intercedere presso Zeus affinché il sommo dio danneggi d’ora in poi quanto più possibile i suoi ex alleati nella guerra contro Troia. E Zeus, debitore verso Teti di vari passati favori, non potrà non esaudirla in questa sua richiesta.

Come ben si percepisce, la risposta a situazioni di disordine e di conflitto create dalla prepotenza e dalla ingiustizia è, nel mondo iliadico, sicuramente di carattere pre-politico e pre-giuridico e in cospicua misura, oserei dire, mafioso-clientelare: le contese si risolvono individualmente con la forza e col sangue; oppure con la intimidazione, la rappresaglia ed il boicottaggio; oppure ancora appellandosi alla protezione e al soccorso di personaggi altolocati presso i quali, più e meno direttamente, ma sempre individualmente, si è accumulato un certo credito. Non è (ancora) un mondo, quello dell’Iliade, nel quale vigano principi e metodi propri di una società civile e ‘legalitaria’.

Sul piano ideale e culturale tale società appare dunque (al di là di quelle isolate analogie di cui si diceva all’inizio) complessivamente molto lontana dai nostri valori.

Sul piano fattuale dei nostri comportamenti concreti, invece, quella che ci separa dagli aspetti peggiori e più arcaici del mondo di Achille, vecchio oramai di tremila anni, non mi pare ancora una adeguata distanza di sicurezza… o sbaglio?

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