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Archive for aprile 2015

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Pietra patisco il peso della mia

longevità, quasi perenne intesa

d’atomi coesi in una stretta potente

più di qualsiasi centrifuga contesa. Si posa

la farfalla su di me ignara che il suo giorno sta

per sfogliarsi in un applauso d’ali, crollare

in un battito sospeso; ma mi fu lieve

e festivo quel caro suo soggiorno

fuggitivo più che questa mia

pésa ed ottusa quasi eternità.

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In una sequenza del film Palombella rossa di Nanni Moretti un fervido bigotto attaccabottoni prima chiede ansiosamente al protagonista se crede o no in Dio, e poi – sentendosi rispondere perentoriamente che no, assolutamente no – per niente scoraggiato dalla risposta lo incalza esclamando che proprio quel suo ateismo dichiarato è la prova più nobile della sua ricerca di Dio: «Anche tu – replica più o meno (cito a memoria) – sei dei nostri, sei uno dei nostri, anche se non lo sai ancora!»

Quando studiavo all’università sul famoso e benemerito testo di filosofia antica di Giovanni Reale rimanevo alla fine di ogni capitolo sconcertato da una sorta di coazione a ripetere: l’autore – cattolico e grande studioso di recente scomparso – dopo avermi deliziato con trattazioni di rara chiarezza su Aristotele, Platone, Epicuro ecc., non riusciva a esimersi dal sottolineare che ciascuno di questi grandi pensatori pagani aveva, sì, regalato all’umanità tesori di conoscenza, ma che gli mancava comunque qualcos(in)a, un quid, un ulteriore tratto di strada da percorrere per perfezionare il suo pensiero. E ogni volta finiva per dire che quei gradini mancanti sarebbero stati poi impeccabilmente saliti, fino al sommo della scala, solo dal cristianesimo.

In una sala d’attesa di un medico, due giorni fa, mi incuriosisce la copertina di una rivista di un noto e potentissimo movimento clericopapista dove campeggia un espressivo primo piano di un adolescente accompagnato dalla frase: e tu che cosa cerchi? Mi incuriosisce e m’insospettisce, perché intuisco che chi ha scritto quella domanda non è qualcuno che attende davvero una risposta, ma presume (e insinua) che chi legge, in realtà, non la possieda. E che perciò se l’aspetti bell’e pronta proprio da colui che gliel’ha posta: quello che tu cerchi, tu non lo sai, ma lo so/sappiamo bene io/noi. Leggici, aggregati, seguici sulla vera strada, nella giusta direzione, verso il traguardo della verità e della salvezza…. Sfoglio qualche pagina della rivista e, guarda caso, ci trovo un articolo circa il recente e discusso film di Martone su Leopardi Il giovane favoloso: l’autore del pezzo – appoggiandosi ad un vecchio saggio leopardiano di un famoso prelato fondatore del suddetto movimento  – critica Martone per non aver còlto nella figura di Leopardi una intima, profonda, nascosta domanda religiosa di assoluto. Così nascosta e profonda che io stesso (modesto ma appassionato leopardista) non mi ero mai accorto che ci fosse. Anzi credevo che già a poco più di 20 anni Giacomo, per quello che scrive nello Zibaldone e altrove, avesse definitivamente liquidato qualsiasi interesse per il cristianesimo e per le religioni rivelate. Certo, di domande irrisolte e fondamentali nella poesia di Leopardi ce ne sono e come. Ma il poeta se/ce le pone ben convinto (purtroppo) che non hanno una risposta; e che l’aspettativa di una risposta (consolante o salvifica) è solo una nostra pia e commovente illusione. Questo è il suo (e il nostro) dramma. Un dramma decisamente tragico, secondo me. Ma non secondo quell’articolista che evidentemente considera Leopardi (come Reale considerava i filosofi pagani) non un pensatore laico, negativo e antinomico, ma soltanto un cristiano inconsapevole e/o incompiuto. Magari perché non ha fatto in tempo a conoscere il movimento, né a leggere i saggi leopardiani del suo guru…

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Tra le innovazioni in cantiere della cosiddetta buona scuola c’è, come molti sapranno, il riconoscimento ai dirigenti scolastici di poteri ‘manageriali’ quasi assoluti, tra cui quello di reclutare a loro piacimento, con conseguenze prevedibilmente letali per il principio della libertà di insegnamento sancito dalla Costituzione, gli insegnanti del proprio istituto. Contro questa svolta palesemente autoritaria, privatistica e anticostituzionale nell’assetto della scuola pubblica è stata promossa una petizione al Capo dello Stato cui personalmente ho aderito e cui invito ad aderire firmando on line al sito:

https://www.change.org/p/presidente-della-repubblica-mattarella-appello-al-presidente-mattarella-sull-incostituzionalit%C3%A0-della-chiamata-diretta-dei-docenti-della-vera-scuola-pubblica?tk=ohKrxORj36EQed0EJGnSEEbMvIFP0EwsQMIXXrzyPXw&utm_source=petition_update&utm_medium=email

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Incuriosito dalla grande risonanza che la cosa ha avuto nei network, ho letto anch’io le lettere aperte che la collega canadese Lizanne Foster ha idealmente indirizzato agli studenti di scuola superiore (queste lettere si possono reperire in trad. italiana, tra le altre fonti on line, in: http://www.internazionale.it/opinione/lizanne-foster/2015/03/11/scuola-studenti-scuse).

Ebbene non nascondo che ne sono rimasto abbastanza deluso.

Le lettere della Foster infatti dicono fondamentalmente due cose:

1) la scuola pubblica attuale (quella canadese e, a maggior ragione direi, quella italiana) è, in quanto pubblica, insostituibile ma antiquata e inadeguata nei metodi e nelle strutture (e negli strumenti) alle esigenze della formazione dei ragazzi di oggi.

2) ma siccome la struttura (e gli strumenti) dipendono solo dai governi e non si possono cambiare dal basso, gli insegnanti hanno il potere e il dovere quantomeno di intervenire sui metodi e di farlo con coraggio e con spirito di innovazione. Devono assolvere con le proprie forze al compito di cambiare subito il sistema dall’interno [le parole in corsivo saranno, d’ora in poi, quelle citate direttamente dal testo della lettera]

La prima affermazione sfonda una porta spalancata da mille denunce inascoltate: che la scuola pubblica sia oggi più che mai l’unico e insostituibile luogo (non per nulla assediato e minacciato da ogni lato) di un paritario e libero confronto inter-classista e inter-culturale è la scoperta dell’acqua calda; che un po’ovunque inoltre (e clamorosamente in Italia) le scuole pubbliche dispongano di strutture insufficienti e di un’organizzazione inadeguata ai loro compiti è da decenni un dato chiaro come il sole. Da noi in particolare questa evidenza dipende non dal fato né dalla crisi, ma da una sistematica, crescente e proterva opera di demolizione e di disimpegno dei vari governi, a dispetto di dichiarazioni propagandistiche di facciata che vorrebbero ogni volta spacciare questa scientifica demolizione per ‘riforma’ e ‘ammodernamento’.

La seconda affermazione è – per me – pretenziosa, fuorviante e un po’ offensiva. E – aggiungerei – persino pericolosamente utopica.

Pretenziosa perché ripromettersi, da bravo inquilino, di innovare ed arricchire confortevolmente una casa mentre un pessimo, torvo proprietario ci aumenta l’affitto, si disimpegna da ogni dovere di manutenzione, ci taglia o ci raziona il gas, l’acqua, la luce ecc. è una pia illusione.

Fuorviante e offensiva perché tende a far credere che finora gli insegnanti della scuola pubblica si siano attardati (sul piano metodologico – didattico, relazionale e contenutistico) in un granitico immobilismo a tutela e conservazione di chissà quale privilegiato status quo. Per smentire questo assurdo pregiudizio basterebbe far entrare per qualche giorno nelle nostre aule non dico i nostri anziani che hanno frequentato la scuola cinquanta anni fa, ma semplicemente i nostri ex alunni di 15/20 anni fa: essi sarebbero in grado benissimo di testimoniare i notevoli cambiamenti (e non sempre, ahimè, in meglio…) che sono nel frattempo intervenuti su questo fronte. In realtà molte delle presunte innovazioni che la Foster ci invita ad abbracciare (lavoriamo su noi stessi per trovare il coraggio di abbandonare il nostro ruolo di fornitori di contenuti e accettare l’idea di dover cambiare ruolo continuamente nelle nostre classi: a volte dobbiamo essere facilitatori, altre volte mentori, altre ancora padroni di casa che creano uno spazio sicuro per l’apprendimento. Spostare continuamente il focus del lavoro in classe in questo modo non è un’impresa facile, e non finisce mai.) sono ormai pratica comune consolidata (pur tra mille difficoltà ambientali) in gran parte della nostra categoria. Per dirne una su tutte: è assolutamente falsa o capziosa l’accusa che ci viene mossa da ogni parte secondo cui gli insegnanti di oggi si ostinerebbero ancora nell’imporre agli alunni soltanto lezioni ‘frontali’; al contrario, chiunque di noi abbia un po’ di buon senso ha già da tempo abbandonato questa pratica nella sua forma più cattedratica e dogmatica, sostituendola quantomeno con lezioni dialogate e problematizzate.

Pericolosamente utopica per diversi motivi.

Anzitutto perché tende a presentare come benefiche o risolutive alcune iniziative e metodiche didattiche che hanno già in parte dimostrato intrinseci limiti e possibili effetti controproducenti (per esempio: l’eliminazione della lezione frontale tout court a favore dei cosiddetti ‘lavori di gruppo’ può produrre confusione, disorientamento, pressappochismo o avventuroso auto- didatticismo); oppure si sono scontrate con la povertà e la rigidità di strutture e di mezzi che il sistema così come è voluto – per ragioni meramente contabili e amministrative – dai governi ci impone (per esempio: l’esperimento di lezioni per classi ‘aperte’ o ‘parallele’, in sé potenzialmente utile in determinati casi, cozza di fatto con la rigidità inflessibile degli orari-cattedra).

In secondo luogo perché la Foster ripropone incredibilmente il peggiore dei luoghi comuni, sostenendo che la scuola, per ammodernarsi, deve rincorrere i mutamenti della realtà. Una trappola nella quale un insegnante non dovrebbe cadere. Non solo perché la realtà è e sarà comunque e sempre un passo più avanti anche della più aggiornata delle scuole. Ma perché rincorrere la realtà intesa come attualità e modernità significherebbe giocoforza rinunciare a porsi di fronte ad essa con il necessario, pacato distacco critico che – paradossalmente – solo una benefica e apparente ‘arretratezza’ e ‘immobilità’ possono consentirci; significherebbe cioè inevitabilmente disprezzare lo studio del passato: la filosofia, la letteratura, la storia; significherebbe spazzare via la cultura umanistica in favore di un cieco addestramento tecnicistico e tecnocratico.

Ma l’utopia più attraente e nociva che si annida nel discorso della Foster credo sia il sogno di una scuola costruita su perfetta misura dei bisogni fisio-psicologici degli studenti (Decido che cosa fare in base ai risultati delle ricerche su come funziona il cervello degli adolescenti. La mattina presto e alla fine della giornata non sono al massimo delle loro capacità, quindi in quelle ore evito le lezioni frontali). Non perché questa strada sia in sé sbagliata; anzi sarebbe forse, e teoricamente, la più giusta e sensata da percorrere. Se non fosse che trascura un dettaglio: la sua compatibilità col mondo esterno. Perché se si dice che la scuola deve soprattutto preparare alla vita e alla realtà odierna, non si capisce come una organizzazione del lavoro scolastico così puntigliosamente attenta ai bisogni psico-fisici degli alunni, così premurosamente iperprotettiva, possa veramente temprarli a dovere perché affrontino la realtà di oggi, specialmente quella del lavoro.

Laddove ormai – lo sappiamo bene, purtroppo – tutti i bisogni legittimi e i diritti elementari delle persone sono sportivamente calpestati sotto il calcagno di una brutale e regressiva legge del profitto.

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L’educazione sentimentale (l’abituarsi cioè a ragionare intorno ai nostri istinti, sentimenti, emozioni, passioni: vale a dire intorno al nostro irrazionale) è componente fondamentale nella formazione degli individui. Per quanto la razionalità sia infatti la parte distintiva della specie umana, tuttavia questa parte (dopo millenni di civiltà) non è ancora – né mai lo sarà – quella che i Greci chiamavano l’egemonico. Essa è al contrario pericolosamente esposta, oggi più che in passato, alla sopraffazione e al dominio dell’irrazionale, specie quando quest’ultimo sia scientificamente e spudoratamente solleticato dall’ esterno da abili manipolatori della libido. E questo compito dell’educazione sentimentale – piaccia o no ai trionfanti profeti della istruzione tecnocratica – rimane principalmente affidato alla lettura e alla meditazione della grande letteratura, di tutti i tempi e di tutti i paesi.

Capita talora a quanti educano gli adolescenti di sentirsi malamente sconfitti. Di assistere, per esempio, impotenti a quella che chiamerei la sfioritura dell’innocenza: di osservare cioè la spontaneità, la sincerità, la ingenuità, la fiducia infantile e preadolescenziale volgersi e deformarsi, da un mese all’altro e da un anno all’altro, in malizia, doppiezza, malevolenza, calcolo interessato. In questa malinconica metamorfosi, in questo tralignare del fiore sano in un frutto bacato purtroppo si riduce e si esaurisce, per alcuni ragazzi almeno, il naturale e necessario passaggio dalla pubertà all’età adulta. Non in tutti e non in molti, per fortuna.

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