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Archive for settembre 2014

   

La nostra epoca è quella nella quale – più che in ogni altra – si è quasi passivamente informati di tutto e – meno che in ogni altra – si sente la voglia e il dovere di capire e approfondire attivamente alcunché.

Il cosiddetto tag cloud, la nuvoletta fitta di termini eterogenei sparsi che compare in varie pagine web, è l’icona più emblematica del frullato universale cui oggi è ridotto il sapere. Quanto di più irrelato, asistematico, superficiale, aeriforme si possa immaginare. Granelli di sabbia senza alcun cemento. Vapore di nuvola. Un nuovo idolo. Una nuova divinità. Che mi ricorda non poco e in maniera inquietante quella, altrettanto imprendibile e informe e proteiforme, dell’omonima commedia del vecchio Aristofane.

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Dannato, asimmetrico strabismo della vista umana: un occhio miope che non vede le travi dei benefici che riceve; l’altro tanto aguzzo da captare ovunque pagliuzze di torti inesistenti.

La gratitudine (che secondo gli antichi Persiani – testimone Senofonte – era considerata un dovere sacrosanto, specie per i giovani) è in realtà una virtù difficilmente praticabile. Per il semplice fatto che istintivamente ognuno attribuisce al dare e al ricevere un peso specifico diversissimo. Al dare quello del piombo, al ricevere quello del sughero. Così la nostra bilancia – in speculare, irriducibile opposizione a quelle altrui – pende sempre dalla parte del dare.

L’educazione onesta è l’attività più disinteressata e ingrata che esista, perché poco riceve in cambio del tutto che offre, sovente nemmeno la gratitudine. Quest’ultima infatti – perché si possa eventualmente esprimere da parte dell’educato – ha bisogno del tempo della maturità. E questo tempo (se mai arriva) arriva dopo, molto dopo rispetto a quello dell’educazione.

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Zero termico è stato appena recensito dalla Rivista letteraria online Unaspecie:

http://www.rivistaunaspecie.com/2014/09/12/recensione-zero-termico-paolo-mazzocchini/

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SOTTOVENTO

Nei giorni di libeccio in via

Lumumba passeggio, spettatore

intatto dal vento, rasente al muro

a secco che sorregge un vallo

compatto di case rosa e giallo

impallidito, finestrelle occhiute

e sghembe, intonaco graffito

di muffe e di varici esplose

a fior di vernice. Percorro un terrapieno

d’aria lucida e calma, balcone

sul pianoro che sfuma nella rada.

L’ombra mia mi segue in piatta

quiete, sagoma netta che avanzando

appena si frastaglia in cima, fra ciuffi

d’erba e il guardrail al ciglio della strada.

In alto il vento è un fiume in piena,

sfarina nuvole, involve nel suo lagno

felino lame nere di rondini, cartoni

e foglie, tortura fronde sulle nuche

degli alberi come trecce d’alghe

l’ira della corrente. Dalle grondaie

tracima scivolando oltre la nicchia

di cristallo qui, che mi consacra, saldo

sul piedistallo di un portone. Vaso

colmo dell’hybris d’una effimera

grazia osservo nel vortice disfatto

le ceneri indignate di un mondo

da me altro stridule lontanare

precipitando

nell’ombelico del mare.

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Parlavo in un altro post delle frustranti esperienze di diversi miei bravi ex alunni che hanno tentato la strada della ricerca universitaria nel settore umanistico. Anche ultimamente qualcuno di loro ha inutilmente provato con il dottorato di ricerca, il primo passo che dovrebbe immettere in quella strada.

I dottorati con borsa di studio erano, ai miei tempi, regolarmente truccati. Vale a dire che i vincitori erano già prescelti dai docenti che li appoggiavano. Tuttavia bisognava espletare formalmente un concorso con tanto di scritti e orali. E a questo concorso-farsa talora partecipava qualche concorrente in più rispetto ai predestinati. Qualche ingenuo e cocciuto giovanotto di belle speranze e di scarsi appoggi che si illudeva di potersi cimentare in una gara regolare fidando sulle sue sole forze. Una dannata complicazione per i cattedratici. Un fastidiosissimo surplus di fatica e di messinscena.

Ebbene – relata refero, sed vera – sono venuto a sapere che adesso anche questo ingombrante meccanismo è stato tolto di mezzo e sostituito con un sistema molto più snello e à la page, davvero molto ‘americano’.

Gli aspiranti dottorandi, per poter essere ammessi – si badi bene – all’esame, devono presentare prima un progetto. Parola magica, oggigiorno, in tanti campi dello studio e del lavoro. Questo progetto di ricerca (una paginetta o poco più) viene vagliato da una commissione di cattedratici sulla base di alcuni generici (cioè manipolabilissimi) parametri. Quindi la commissione seleziona i candidati da ammettere all’esame di dottorato sulla base – innegabilmente oggettiva – del loro… nome e cognome !!

E poi sottopone i prescelti – solo loro, o quasi – all’esame truccato.

Infallibile e aziendalistica trovata light.

Geniale, troppo geniale…

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Mi fa piacere comunicare che la poesia Imago transiens (contenuta in Zero termico) è stata scelta e proposta dal sito letterario Larecherche.it come poesia di questa settimana:

http://www.larecherche.it/testo_poesia_settimanale.asp?Id=263&Tabella=Poesia_settimanale

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Chi non tollera neppure i minimi difetti del suo prossimo non potrà beneficiare dei suoi pregi.

 

Il cammino della maturità giunge prima o poi al tragicomico bivio tra saggezza e infrollimento.

 

Chi dorme sogna – tutt’al più – di pigliare pesci.

 

Figli o allievi non raggiungono la maturità finché non si siano completamente liberati di genitori e maestri; finché non li abbiano cioè vampirizzati prima e poi (metaforicamente ed etimologicamente) eliminati; estromessi cioè completamente dal proprio mondo: come l’assediante fa con la scala che gli è servita per scavalcare le mura nemiche; il predatore con la carcassa della preda svuotata di carne e di sangue; il bambino con la buccia ed i semi di un frutto polposo. Il genitore e il maestro hanno svolto ottimamente la loro funzione quando siano ridotti allo stato di inutili involucri. Di mummie prosciugate e abbandonate in una anonima fossa comune.

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