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Il collega Gigi Monello ha appena recensito il mio libro The dark side of the school.

Il pezzo, brillante come al solito nello stile e molto ispirato e partecipe nei toni, è uscito nel blog Lakinoseumandrake:

http://iscolla.blogspot.com/

Ho già avuto modo di parlare di Gigi Monello a proposito del suo graffiante libello La Fuffoscuola. La nostra fratellanza spirituale e professionale è tanto più significativa in quanto casuale, nel senso che entrambi abbiamo vissuto esperienze professionali simili e maturato giudizi sulla scuola italiana perfettamente sovrapponibili, ma in totale autonomia, ignorando fino a pochi mesi fa ciascuno l’esistenza dell’altro. Poi, casualmente appunto, abbiamo scoperto di aver percorso, all’interno della nostra realtà di lavoro, la stessa identica strada, di aver sofferto il medesimo descensus ad inferos…

Scoprire questa inaspettata brotherhood è stato, umanamente parlando, un conforto reciproco. La scoperta di questa affinità elettiva mi fa altresì sperare (ingenuamente?) che anche altri insegnanti (non solo fra i nostri coetanei ormai fuori pista) condividano i nostri punti di vista e possano in qualche modo, sollecitati dalle nostre testimonianze, adoperarsi per frenare la deriva infinita della nostra istruzione superiore.

È finalmente uscita sulla rivista culturale online Senecio la mia recensione al libro di Franco Buffoni Silvia è un anagramma (Marcos y Marcos 2020):

Fai clic per accedere a Mazzocchini_rec%20Buffoni.pdf

Invito tutti caldamente a leggerla, perché ritengo di aver assolto, scrivendola, a un mio dovere irrinunciabile di studioso e di  appassionato di Leopardi: non il dovere, beninteso, di difendere l’eterosessualità di Leopardi – che è questione in sé del tutto irrilevante – ma di contribuire alla intelligenza della complessa verità storica e biografica del poeta. Una verità stravolta, nel fortunato saggio di Buffoni, da una tendenziosità ideologica antiscientifica, banalizzante e, per i miei gusti, intollerabile (di questo per altro ho già abbondantemente scritto anche nel mio precedente post: Aspasia è un ectoplasma?). Continuo a credere insomma – contro l’andazzo dei tempi – che il metodo storico-filologico non sia un ferro vecchio bensì un valido antidoto alla mistificazione intellettuale e alla dilagante impostura delle fake news.

È appena uscita presso l’editore Nulladie la mia autobiografia professionale THE DARK SIDE OF THE SCHOOL – Autobiografia (a)tipica di un prof.

Si può già acquistare (anche in versione digitale) presso il sito dell’editore (http://nulladie.com/it/catalogo/554-paolo-mazzocchini-the-dark-side-of-the-school-9788869154645.html ) ma presto sarà disponibile anche altrove.

The dark side of the school è per tre quarti una autobiografia nella quale, da ex insegnante di liceo, narro momenti ed episodi salienti della mia carriera intellettuale e professionale, a partire dagli anni ’70 (quelli in cui sono stato studente liceale e universitario) fino al 2018 (l’anno del mio addio alla cattedra). Questa prima e più corposa parte dell’opera alterna passaggi narrativi con altri più descrittivi, intesi ad illustrare al lettore non addetto ai lavori la realtà multiforme e spesso caotica del nostro sistema scolastico attuale. Nell’ultimo quarto dell’opera sono invece formulate una serie di (anti)tesi (o, se si vuole, di provocazioni) intorno ad alcune problematiche-chiave della scuola liceale e dell’insegnamento superiore di oggi.

L’opera tende a ibridare la forma del racconto autobiografico con quella del saggio e ad avvicendare i toni oggettivi e didascalici con quelli più soggettivi, ironici e dolceamari, ma nell’insieme assume la fisionomia di un pamphlet di precisa analisi e di netta denuncia dei mali e delle contraddizioni che affliggono la scuola italiana.

Il titolo, che – insieme alla copertina – riecheggia il celebre album dei Pink Floyd, allude alla scarsa visibilità e alla difficile comprensione di quei mali per chi non conosca dall’interno e per esperienza diretta il nostro sistema scolastico. Tradotto o parafrasato in italiano suonerebbe: Le realtà invisibili della nostra scuola.

Come recita il sottotitolo, si tratta di una autobiografia tipica ed atipica al tempo stesso. Tipica in quanto la vicenda raccontata è largamente rappresentativa di una intera generazione di insegnanti ormai a fine carriera, protagonisti e testimoni (ma anche vittime) dei cambiamenti epocali (ma spesso anche assurdi, velleitari e scriteriati) che hanno investito la scuola negli ultimi decenni. Atipica, perché ritengo di aver vissuto, come studente e ricercatore prima e come insegnante liceale poi, una parabola professionale piuttosto anomala che mi ha posto nelle condizioni di soffrire più di altri colleghi – e quindi, forse, di comprendere più a fondo e più tempestivamente – la portata spesso deleteria, in primis per i ragazzi, di quei cambiamenti.

Credo utile, per fornire un’idea più concreta del libro, riportarne il sommario:

THE DARK SIDE OF THE SCHOOL – Autobiografia (a)tipica di un prof

Sommario:

– Premessa (ed avvertenza)

– Introduzione: Odi et amo

– Autobiografia (a)tipica di un prof :

1. Le lezioni dei maestri: una impronta indelebile

2. Dagli anni ’80 agli anni ‘90: la continuità spezzata

3. 1995: un cavallo di Troia per espugnare la scuola

4. 1996 e dintorni: il mio quarto d’ora di notorietà

5. A cavallo del nuovo millennio: l’autonomia e la valanga delle ‘riforme’

6. Anni 2000: competenziometri e topodidattiche

7. Anno Domini 2002: fuga per la sconfitta

8. I miei ultimi anni in cattedra: un giapponese nella giungla del nuovo millennio

9. San Prof Martire e il drago dell’Antiscuola

10. La scuola difensiva e la compagnia della griglia

11. Prèsidi di ieri e dirigenti di oggi

12. Rito e sacrificio: “questa gita s’ha (assolutamente) da fare”

13. “Adesso c’è Internet”: vita, agonia e morte di una biblioteca scolastica

14. Una commedi(ol)a tutta italiana: commissario esterno alla maturità

15. All’alba della scuola ‘allievocentrica’

16. La fatica di insegnare e il mito del prof trascinatore

17. Il sugo della mia storia: il mio ultimo giorno di scuola

 Appendice: Trentatré (anti)tesi sulla scuola

È appena uscito nella rivista culturale online Limina un mio articolo leopardiano che prende tuttavia le mosse da un passo di Charlotte Brontë. I due autori, a breve distanza di tempo l’uno dall’altra, arrivano autonomamente alla medesima intuizione: la bellezza (intesa in senso prettamente materialistico/estetico) può salvare chi la possiede perché, per l’illusione che quel fascino esteriore corrisponda a grandi qualità interiori, essa ispira istintivamente in chi la osserva favore e benevolenza. Nonostante questo indubbio punto di tangenza tra i due autori, la riflessione di Leopardi sul tema appare, rispetto a quella della Brontë, più ampia e articolata, oltre che (per vari aspetti) di notevole attualità: http://www.liminarivista.it/comma-22/la-bellezza-che-si-salva-bronte-e-leopardi-tra-illusione-e-realta/

L’asino è sempre quello

del tempo di Esopo. Non quello

che raglia. Ma quello che insiste a ragliare

anche quando dovrebbe tacere. Pure il leone

è sempre lo stesso animale: mangia il debole

minaccia l’incerto, ma risparmia sempre il suo eguale.

La iena invece, rispetto al passato, figlia molto di più.

Veste giacca e cravatta. Si dà molto

contegno. Per non farsi notare

ride

ma con qualche ritegno.

Al bambino

manco il molto basta.

Al vecchio

pure il poco avanza.

“Un giorno potrei anche diventare

stupido. Ma mai mi piegherò

a far finta di esserlo”

Guai a colui che grida

ciò che tutti gli altri tacciono

L’eroe sopravvissuto

all’impresa di un giorno

dovrà fare l’eroe

fino all’ultimo giorno.

A sentire in tv tanti soloni

spararsi addosso missili di opinioni

fatichi a credere alla salvezza del mondo.

Un mare irrequieto di ciarle carezza

e sbatacchia il pensiero, scechera

con destrezza il falso col vero:

diamanti di dubbio

mischiati a monnezza

di troppe fregnacce

grattate dal fondo.

Ricevo e volentieri segnalo a mia volta una lettera aperta (diffusa attraverso vari canali di informazione) di miei colleghi lombardi sulla guerra in Ucraina:

https://ilmanifesto.it/lettere/lettera-aperta-degli-insegnanti-sulla-guerra-e-sulla-pace

Condivido pienamente, almeno in linea teorica.

Aggiungo solo, per non restare attaccato alla atroce contingenza di questo e di altri drammatici eventi di attualità, che mi è personalmente difficile pensarli senza il filtro di certi paradigmi culturali (tragici ma illuminanti) della cultura antica. Paradigmi, ahimè, che la cultura contemporanea sembra aver completamente dimenticato.

Personalmente guardo con sgomento e orrore istintivo alla prospettiva apocalittica della fine violenta della storia umana che questa lettera realisticamente paventa. All’inconcepibile che rischia di diventare possibile.

Ma al tempo stesso non posso non essere razionalmente pessimista circa la nostra capacità di scongiurare la catastrofe. Anzitutto perché essa, purtroppo, presenta tutti i caratteri di una Nemesi storica.

Una Nemesi è la conseguenza necessaria, la pena inevitabile, di una Hybris. E la Hybris è la cecità e la tracotanza che travolgono la persona vincente e fortunata quando si lascia inebriare dalla propria vittoria e dalla propria fortuna.

Alcuni decenni fa l’Occidente, il nostro Occidente, si è ubriacato di questa Hybris. Ha creduto di poter impunemente trionfare da vincitore (come i guerrieri dell’Iliade) sul cadavere del proprio nemico morto di morte naturale, di danzare allegramente sulle macerie del suo impero spontaneamente crollato, imploso su se stesso. Ma nell’Iliade questa esultanza smodata avveniva sul cadavere di un nemico sconfitto con valore e lealtà in duello. Ed era comunque, nonostante questo, foriera di sventura. Preludeva alla morte dello stesso vincitore, per la legge alterna ed implacabile della guerra. Così succede regolarmente a Ettore prima (quando esulta sul corpo di Patroclo) e ad Achille poi (quando infierisce sul cadavere di Ettore).

La cronaca di questi giorni, se la si guarda dall’osservatorio sopraelevato della storia, ha tutte le sembianze di una Nemesi che si abbatte sulla cecità dell’Occidente. Di una resa dei conti, insomma.

Non sono affatto, sia ben chiaro, un fustigatore dell’Occidente. Sono anzi convinto che il nostro sia, tra i mondi possibili finora realizzatisi sulla terra, il meno peggiore. Credo altresì che la nostra civiltà abbia maturato ed espresso valori che sono attualmente patrimonio (come si dice adesso) dell’intera umanità. Certo: le bandiere di questi valori sventolano issate sopra enormi montagne di crimini e di sopraffazioni perpetrate nei secoli. Nonostante tutto ciò credo che l’Occidente, il nostro Occidente, soprattutto quello europeo, abbia alla fin fine generosamente dato al genere umano qualcosa di più del moltissimo che pure, con avidità, gli ha sottratto. Non sono molte le civiltà umane che possono vantare questo merito.

E tuttavia una trentina di anni fa l’Occidente si è macchiato, ripeto, di una fatale Hybris. Ha creduto di poter stravincere senza nemmeno aver combattuto. Ha umiliato e strapazzato il cadavere, da tempo mummificato e poi spontaneamente stramazzato al suolo, dell’Oriente europeo.

Ma non si è reso conto di umiliare e di strapazzare così anche i suoi superstiti eredi, confusi e smarriti in quei momenti, quindi apparentemente succubi e remissivi di fronte al vincitore. Ma quegli eredi erano tutt’altro che inermi. Anzi erano ancora armati fino ai denti di armi potentissime, catastrofiche, pari alle nostre. Strana vittoria questa su un nemico cui non si è chiesta (né si poteva farlo) la resa delle armi. Strana pretesa del presunto vincitore di togliere all’avversario potere, influenza e centralità solo perché quello era morto di morte naturale e i suoi eredi non sapevano al momento come gestirne l’eredità. Strana cecità e pericolosissima illusione nutrite, entrambe, dalla vittoria. Pura Hybris, appunto.

Nella tragedia greca sono frequenti le vicende di personaggi che, come il nostro Occidente, si ubriacano del successo presente e non sanno leggerne le disastrose conseguenze future. Poi quando la catastrofe sopraggiunge, improvvisa, inattesa – aprono gli occhi, finalmente: ma con grande fatica e a proprio danno. E, soprattutto, quando è troppo tardi. Perché la saggezza tragica, si sa, è sempre tardiva. Perciò inutile a chi finalmente la consegue. Utile solo, forse, ad ammonire gli spettatori, finché si tratta di uno spettacolo teatrale.

Ma qui, di fronte alla catastrofe che si annuncia all’orizzonte, noi non siamo semplici, ammaestrabili spettatori di una tragedia. Ne siamo corresponsabili, partecipi e potenziali vittime. Come Edipo, come Serse, come Eteocle. Eteocle più di tutti è quello che ci assomiglia di più. Ma non completamente.

L’Occidente, negli ultimi decenni avrebbe dovuto (più che potuto) fare molte cose: una politica estera di equilibrata collaborazione economica e di integrazione politica nei confronti del vecchio nemico; una seria e profonda strategia di disarmo atomico bilaterale; una Östpolitik illuminata, inclusiva, lungimirante, di ampio respiro. Ubriaco della caduta del muro, l’Occidente non fatto nulla di tutto questo. Ha lasciato che i semi dormienti della rivalsa e della frustrazione covassero sotto le macerie dell’Oriente sconfitto e impoverito, convinto che non avrebbero mai più fruttificato. L’occidente non ha capito che il terreno desolato che abbandonava ad est dei suoi dilatati confini poteva essere il più adatto a nutrire, alla lunga, un dispotismo barbarico e revanscista.

L’Europa ha mancato un’occasione storica per dare fondamenta stabili a una pace vera e duratura. Adesso temo che sia troppo tardi. Il nuovo duello che si profila potrebbe essere l’ultimo e fatale, vale a dire – nella logica vecchia ed assurda ma ineluttabile della guerra – inevitabile. Quello dell’apocalisse. Quello tra Eteocle e Polinice. Quello attraverso cui Nemesi trionfa sopra i cadaveri dei due fratelli-nemici che si sono uccisi l’uno per mano dell’altro. E il prezzo della vittoria di Nemesi potrebbe essere l’annientamento stesso della nostra stirpe, o di una buona parte di essa.

Non esiste un al di là di una terza guerra mondiale, di una guerra nucleare generalizzata”: hanno ragione da vendere i miei colleghi firmatari della lettera che ho linkato sopra. Ascoltare giornalisti che in un salotto televisivo discettano su di una imminente guerra nucleare come se si trattasse di una opzione militare tra le altre fa rabbrividire. È il segno che quella Hybris continua a chiuderci gli occhi (e ad aizzare la Nemesi) persino in faccia alla rovina.

E allora, che fare? Ecco la domanda tragica per eccellenza. Quella che tormenta Eteocle quando sta per scendere alla settima porta di Tebe, la città di cui ha usurpato il potere esclusivo a spese del fratello, ma che adesso egli deve e vuole difendere eroicamente dall’aggressione di quello, che lo attende fuori da quella porta per ucciderlo ed esserne ucciso. Ma Eteocle non rinuncia a scendere, nonostante le donne di Tebe – consapevoli come lui di quello che sta per accadere – lo implorino di non farlo. Eteocle è prigioniero della logica distruttiva della Nemesi tragica. Che è la stessa medesima logica della guerra. Ma il suo gesto fratricida, insieme al suo onore militare, salva la sua città. Giova almeno alla sua comunità.

La guerra totale che ci minaccia adesso, dopo l’avvento delle armi atomiche, non rispecchia se non in parte quella del mito. Assomiglia e non assomiglia alle nostre guerre precedenti. La Nemesi che incombe su di noi rischia infatti – pur rimanendo incatenata alla legge del taglione e dell’onore militare – di distruggere la nostra specie e la nostra civiltà, non certo di salvarle, né di ristabilire un qualsiasi, fruibile ordine materiale e morale. Una Nemesi atomica sarebbe enormemente sproporzionata alla Hybris commessa. Sarebbe un’ecatombe definitiva, mostruosa – e inconcepibile nella sua mostruosità. La fine della nostra storia. Nient’altro.

Con la minaccia atomica l’inconcepibile rischia di diventare possibile.

Perciò anche l’impossibile (spezzare per tempo la logica arcaica, perversa e incatenante della guerra) diventa obbligatorio.

Hanno ragione quindi – una ragione pratica, solidamente realistica – i firmatari della lettera. Diventa moralmente obbligatorio arrestare al più presto e in ogni modo questa guerra, prima che diventi impossibile fermare il passo che ci trascinerà nel baratro.

Bisogna avere il coraggio rivoluzionario di rinunciare a scendere (come mai Eteocle avrebbe rinunciato a fare) alla settima porta. Già: ma come affrontare Polinice che ha aggredito Tebe con un imponente esercito? Come inchiodare anche lui, che non ha esitato a scatenare un conflitto fratricida contro la sua città, a questo obbligo morale? Mi auguro – voglio credere – che si trovi presto una risposta concreta a queste angosciose domande.

Credere in qualcosa può anche giovarci. Purché non sia seguito dall’obbedire e dal combattere

Credere in qualcosa non cambia forse la nostra vita ma spesso ci permette di risparmiare soldi per lo psicoterapeuta.

Credere va bene, ma capire è assai meglio.

La discesa che ci aspetta quando si sia raggiunta la vetta della civiltà può essere un dolce declivio, ma anche un precipizio.

Per l’essere umano regredire verso la bestia è enormemente più rapido e semplice che progredire verso la propria umanità.

Di tutte le bestialità quella rifornita di tutti gli strumenti tecnologici è la più temibile.

Più pure e rigide del diamante sono le convinzioni di certa follia. Nessuna dialettica le scalfisce. Nessun incontro a metà strada con lei è possibile. Certa follia puoi solo o assecondarla o combatterla.

Considerando che la recente psichiatria afferma che una follia del tipo appena menzionato è elettivamente attratta dal (e adatta al) potere (da ogni forma e grado di potere), traetene tutte le consolanti conclusioni possibili.

Non si può far muovere a ritroso l’orologio della storia, ma purtroppo lo si può fermare, distruggendolo a colpi di spranga e di martello.

Cari studenti, perdonatemi, ma ancora una volta non mi convincete del tutto. Avete ricominciato a muovervi sulle piazze ancora una volta col piede (almeno uno dei due) francamente sbagliato… E dire che stavolta mi ero illuso, vedendovi prendere di petto, nelle vostre proteste, uno dei guasti più seri (tra diversi altri) che il ministero ha inflitto alla scuola superiore negli ultimi anni: la famigerata ASL, l’Alternanza Scuola Lavoro.

Per quello che mi riguarda, in questo blog ho già criticato più volte e aspramente la ASL.

Ritengo infatti che la ASL, imposta a tutte le scuole superiori per legge (la 107, detta anche “Buona Scuola”), sia stato un duro colpo inferto all’autonomia e alla continuità didattiche della scuola liceale. La presunta (e in astratto nobile) esigenza di interconnettere il mondo scolastico con quello lavorativo e imprenditoriale ha, nella realtà molto meno virtuosa dei fatti, introdotto a forza nell’organismo già sofferente della scuola (al solo scopo di compiacere Confindustria & c.) un ingombrante corpo estraneo che produce grave intralcio e ulteriore paralisi nella attività didattica corrente. Questa ‘Alternanza’ si realizza infatti, fondamentalmente, in un paio di fasi. Prima si ricava nell’orario di insegnamento (a scapito quindi, ancora una volta, della lezione ordinaria) uno spazio di molte ore per svolgere un approfondimento sulla storia del lavoro o dell’impresa o del commercio, o sulla attività produttive del proprio territorio ecc. Insomma, si tratta ancora una volta di progetti monografici (ultimamente ribattezzati PCTO = Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) estranei ai programmi di ciascun corso di studi e calati tra capo e collo di studenti e insegnanti. Poi, in un secondo momento, gli studenti vengono smistati per un consistente numero di ore (in buona parte rubate alle lezioni o quantomeno allo studio domestico ordinario) presso un qualche ente pubblico o una qualche azienda privata per svolgere uno stage lavorativo. Ora, se parliamo di scuole tecniche e professionali, questi stage sarebbero, almeno in teoria, ben giustificati: nelle esperienze di stage i ragazzi dei tecnici sperimentano infatti concretamente (dovrebbero almeno sperimentare…) il mestiere per il quale sono stati teoricamente preparati a scuola. Ma per gli alunni dei vari licei le cose stanno in ben altro modo: la preparazione teorica e culturale fornita da questo tipo di scuole si scontra con gran parte delle esperienze lavorative concretamente possibili nella alternanza scuola-lavoro. Studenti di matematica, fisica, storia, latino, filosofia si trovano alle prese per lo più con attività di stage che non hanno nulla a che fare con le materie che studiano, catapultati quindi in un contesto loro estraneo e in una esperienza prematura, visto che sarà per loro solo l’università ad indirizzarli ad una scelta professionale.

Spessissimo, quindi, succede nei licei che la ASL significhi per gli studenti soltanto una insulsa perdita di tempo speso a oziare o a lavoricchiare in uno studio di un notaio, di un dentista, di un estetista…

In casi ancora peggiori, e che riguardano purtroppo anche e soprattutto le scuole tecniche, la ASL si traduce in una indecorosa o addirittura pericolosa esperienza di sfruttamento di bassa manovalanza giovanile a costo zero.

Il fatto è che scuola e mercato del lavoro sono oggi due mondi tra loro opposti, distanti anni luce per quanto concerne la condizione giovanile e il rapporto dei giovani col mondo adulto.

Con tutti i suoi limiti, la scuola è – molto più che in passato – un ambiente iperprotettivo, un luogo di cura e di accudimento per voi giovani addirittura più attento della famiglia. Un rifugio che vi preserva, finché vi muovete dentro le sue mura, dal trauma della conoscenza e della esperienza dirette di ciò che sta fuori.

Il mondo (e il mercato) del lavoro invece, l’ho già sottolineato altre volte, è letteralmente oggi (per dirla col Foscolo dell’Ortis) una foresta di belve.

In mezzo, con la teorica buona intenzione di creare un trait d’union fra i due pianeti e di evitarne la violenta collisione, i nostri politici si sono inventati la Asl.

Ma, l’assenza di un saggio pragmatismo e soprattutto la colpevole ignoranza della realtà effettuale della nostra scuola (oltre che della nostra impresa) hanno prodotto un aborto tecnico e pedagogico.

Perciò, cari ragazzi, avete fatto bene, benissimo, ripeto, a protestare.

E tuttavia… Perdonatemi, ma io sono troppo vecchio e malizioso (forse un po’ prevenuto, per avervi conosciuto troppo bene e per troppi anni) per prendervi così, toto corde, sul serio quando protestate. Sapete, io ho insegnato a lungo in un liceo classico e pure lì, negli ultimi anni della mia carriera, i miei studenti di quarta e di quinta facevano regolarmente gli stage della ASL, anche se non si capiva bene che cosa potessero imparare, fuori della scuola, di coerente col greco, col latino o con la filosofia… Ma lasciamo stare. Quello che non mi quadra è che questi miei alunni, quando arrivava maggio e le lezioni si interrompevano venti giorni prima della fine dell’anno scolastico per lasciare posto alle loro amene ‘esperienze’ presso avvocati, notai, dentisti, commercialisti ecc… ebbene, io questi miei alunni non li vedevo in quei frangenti per nulla affatto scontenti. Tutt’altro: molti erano piuttosto euforici; nessuno quantomeno protestava, nessuno si rammaricava di perdere ben tre settimane di lezione e di amputare in modo così pesante i programmi, vale a dire di impoverire drasticamente (in cambio del nulla o quasi) il loro bagaglio di apprendimenti. Vedete, io capisco tutto: l’età, la voglia di evadere e di divertirsi ecc. Ma non capivo allora (e non capisco adesso) come mai voi, a diciotto anni suonati, che si pretende siano l’età della ragione, non capivate che perdere tanti giorni di studio significava darvi la zappa sui piedi. Perciò faccio fatica a capire (scusatemi il bisticcio di parole col verbo capire, che rispecchia però le vostre oggettive contraddizioni) come mai soltanto adesso sareste giunti davvero a capirlo. A capire cioè che la ASL così concepita è una iattura, di principio e di fatto, ad esclusivo danno di voi stessi. Mi viene insomma da pensare (male) che senza la tragica e assurda morte sul lavoro (prestato gratuitamente) di due giovanissimi studenti in stage, forse voi non vi sareste mai mossi per protestare contro la ASL. Mi sopravviene di conseguenza il sospetto – ancora più malevolo – che voi stiate usando quei drammatici fatti più per pretesto che per convinzione. Per favore, ditemi che sto sbagliando! Persuadetemi che hanno ragione i tanti giornalisti e intellettuali che appoggiano senza remore la vostra protesta! Ma io vedete, ho il difetto di conoscervi troppo bene, perciò diffido sempre un po’ di voi quando scendete in piazza. E non solo perché non lo fate mai di pomeriggio o di domenica; ma anche perché, pure stavolta, avete messo insieme capra e cavoli: appiccicato cioè alla protesta sacrosanta contro la ASL altre motivazioni molto, molto meno nobili e convincenti. Su tutte: la richiesta (con la scusa della pandemia) di esami di maturità più facili. “Vogliamo un elaborato scritto da presentare oralmente, preparato coi docenti, interdisciplinare e che vada oltre i programmi“, leggo sul web. Cioè volete fare una bella chiacchierata su un generico argomento precotto, già semi-confezionato per voi dai vostri prof. Volete un esame-farsa… Ecco dove cade l’asino! Voi temete (o pretendete di farmi credere) che comporre da soli un tema in italiano e affrontare una versioncina o un problema (per di più preparati dai vostri stessi prof) sia diventato per voi un ostacolo insormontabile solo perché avete fatto qualche settimana di DAD! Sapete che vi dico? Alla fin fine, vi capisco persino un po’… A forza di sentir dire in giro che avete sofferto tanto per la pandemia pure io, al vostro posto, sarei tentato di approfittarne… E poi, state tranquilli, questo esamino ridicolo che voi reclamate, in una forma o nell’altra, quelli del ministero ve lo concederanno, da qui a giugno, senza problemi, dopo aver finto per un po’ di resistervi…

Mi auguro soltanto siate abbastanza maturi da realizzare che una scuola facile – ripeto – va solamente a vostro svantaggio. Ma che ai nostri politici non è difficile accordarvela, perché ai nostri politici della vostra istruzione e della vostra educazione non interessa un beneamato fico. Di voi interessa loro (molto di più) il consenso immediato: ecco perché quando reclamate una scuola facile essi, come nonni un po’ infrolliti, non restano mai insensibili ai vostri strazianti gridi di dolore.

Ma le rare volte in cui chiedete qualcosa di serio, qualcosa che li tocchi nei loro interessi e in quelli dei loro amici, beh, allora la musica cambia. E la ASL (leggi tra le righe: apprendistato professionale a carico delle scuole e manodopera giovanile gratuita a disposizione delle imprese) è una roba che fa gola parecchio ai loro amici. Roba per difendere la quale si può anche mobilitare la polizia.

Perciò state attenti: se sul piatto delle vostre richieste metterete insieme capra e cavoli, se chiederete cioè di abolire la Asl e nello stesso tempo di riavere la maturità-farsa dei due anni appena trascorsi, c’è il rischio che vi concedano la seconda cosa in cambio della prima. Che vi neghino cioè (magari con qualche trucco) quella molto più seria. Quella che muterebbe davvero in meglio la situazione dentro la scuola superiore italiana. C’è il rischio cioè che giochino sull’ingenua eterogeneità delle vostre rivendicazioni usando quella più banale e per loro meno costosa come merce di scambio. Vi chiederanno così di svendere la Asl per il piatto di lenticchie del vostro tanto desiderato esamino-burla: se così accadrà, come temo, toccherà a voi, a quel punto, dimostrare che cosa volete davvero.

RICORDO DI B.B.

culto di iustitia - temi

B.B. non c’è più. Beppe Broccia, il prof Giuseppe Broccia, è scomparso qualche giorno fa. Forse lui, che non amava le parole di circostanza, non avrebbe gradito che un suo ex allievo ne avesse scritto post mortem un ricordo. Ma io ne sento comunque il dovere.  B.B. (così lui si firmava) è stato per me un maestro di primissimo ordine, benché l’università in cui l’ho incontrato fosse un piccolo ateneo di provincia. Piccoli luoghi per grandi incontri. Certo si è trattato di un colpo di fortuna, ma che questo sia capitato in una piccola università non stupisce. Perché in un ambiente accademico ristretto, negli anni Settanta, era ancora possibile sia trovare docenti di rango, sia stringere con loro rapporti didattici e umani oggi impensabili. Del mestiere di filologo classico B.B. mi ha insegnato tutto: la pazienza, l’accuratezza, la concretezza, la diffidenza verso le mode culturali. Egli è stato soprattutto un maestro impareggiabile del metodo. Il metodo è una parola greca che significa la via, la strada che si percorre per inseguire e raggiungere qualcosa o qualcuno, La virtù più grande (ma non certo l’unica) di B.B. è stata proprio quella di educare alla metodologia rigorosa della ricerca menti già iniziate da altri all’amore dello studio e della cultura. B.B. non era un comune insegnante universitario: era, a suo particolare modo, uno scienziato o un detective, anche se si occupava di lingua e di letteratura del mondo classico. Un bravo insegnante che abbia anche la stoffa del grande ricercatore trasmette ai suoi studenti un dono prezioso che trascende di gran lunga la materia specifica che insegna. Mentre tiene uno splendido corso su Ovidio egli insegna nel contempo, senza volerlo, a leggere e a comprendere – con lo stesso acume, la stessa profondità e la stessa onestà intellettuale – anche Shakespeare o Foscolo o, semplicemente, un articolo di giornale o, ancora di più, il mondo stesso. Fu così che B.B., durante i miei anni universitari, integrò e completò al meglio quanto avevo assimilato nei miei studi liceali. Fu grazie a lui che divenni intellettualmente una persona adulta.

E tuttavia B.B. non mi ha insegnato soltanto questo. A tutte le sue qualità professionali, infatti, egli affiancava anche un lodevole ‘difetto’ caratteriale, poco compatibile con il mondo universitario in cui lavorava: una rara dirittura morale. Era uno straordinario uomo di scienza, latinista e grecista originale, apprezzato più all’estero che in Italia (il che è molto significativo), eppure non volle mai partecipare, in nessuna misura, del potere feudale della nostra accademia.  Anzi: la sua indole fierissima di battitore libero e indipendente lo poneva spesso e volentieri in guerra aperta e senza quartiere coi signori del castello. Se solo una parte dei docenti universitari di casa nostra avesse mai seguito il suo esempio professionale, i suoi principii etici, il suo stile, la nostra università sarebbe da tempo guarita dai molti mali che da sempre la affliggono. B.B. invece ha voluto e dovuto contrastare da eroe solitario le tante storture del sistema baronale nostrano. Non so se e quanto sia riuscito a vincere la sua guerra personale, ma certo l’ha combattuta, fino all’ultimo giorno in cui è stato in cattedra, con un coraggio ed una coerenza ammirevoli. Ci ha in questo modo insegnato che la libertà, la dignità e il rispetto della giustizia (la Dike esiodea) – anche in un contesto del tutto ostile – non hanno prezzo: è questa, credo, l’eredità più grande e impegnativa che, sul piano umano e morale, lascia a me come a tutti i suoi ex allievi che insegnano oggi dispersi in vari licei delle Marche e non solo. Una lezione indimenticabile. Unica.

Tibi sit terra levis, magister.

Il libro di Ricolfi e Mastrocola, un danno per il lettore e per la verità

Più di un quarto di secolo fa – era il 1996 e io ero (ancora) un prof abbastanza giovane e speranzoso – davanti a una scuola della mia zona stavo raccogliendo firme contro la legge, da poco varata dal primo governo Berlusconi, che aboliva gli esami di riparazione. Quel provvedimento mi pareva scandaloso perché cancellava di colpo nella valutazione dei ragazzi le differenze tra promossi e rimandati, tra sufficienze e insufficienze, tra merito e demerito: legalizzava pertanto dei falsi in atto pubblico. Ero preso in quei giorni dal fuoco sacro della protesta e andavo cercando a destra e a manca proseliti per la mia nobile causa, quando… quando un collega più anziano che conoscevo appena mi si avvicinò, lesse le motivazioni della raccolta di firme, firmò, poi aggiunse laconico, con un’espressione facciale indefinibile, tra l’ironico e il compassionevole, ma con un soffio di rabbia triste e malamente trattenuta tra le labbra: «Caro collega, mi disse, bisogna rassegnarsi: siamo un parcheggio!» Stop. Non aggiunse altro e se ne andò.

Leggendo il recente saggio di Paola Mastrocola (scritto col marito Luca Ricolfi), Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza (La Nave di Teseo, 2021), mi è balzata in mente più volte questa scena. Non perché io non condivida molto (come sempre) di questa ennesima, lucida e accorata denuncia della collega e scrittrice intorno ai mali vecchi e nuovi della nostra povera scuola. Anzi, nutro verso l’autrice (e in questo caso la estendo anche al consorte-coautore) particolare gratitudine. Perché senza la sua testimonianza nessuno si accorgerebbe di noi. Di noi, intendo, i pochissimi irriducibili rimasti a reclamare, o meglio a ‘desiderare’(etimologicamente) una scuola superiore ancora seria e culturalmente qualificata. La Mastrocola ha saputo sfruttare a dovere la sua fama letteraria per farla sentire a molti, la nostra voce. Non solo la sua. Purtroppo però, come succede a certi eroi della tragedia greca (penso ad Antigone in particolare), quando si testimonia al mondo il più sacrosanto dei valori capita di essere vilipesi, infangati e calpestati, specie se ci si scontra con un potere che gode di un consenso molto esteso. Nel nostro caso capita immancabilmente di essere screditati da quel potere come protervi, ottusi e frustrati reazionari. Come fossimo briganti sanfedisti che tentano di disturbare i manovratori della gioiosa macchina da guerra dell’istruzione moderna per sabotarne le magnifiche realizzazioni. Non si concede alle nostre prese di posizione neanche il beneficio della dignità morale, né della autenticità testimoniale. Insomma, siamo messi persino peggio di quei soldati o quegli ufficiali valorosi di cui narrano Cesare o Sallustio o Livio: quelli che di fronte alla sconfitta ormai compiuta del proprio esercito si gettano eroicamente in medios hostes, nel folto dello schieramento avversario, cercandovi una morte certa ma gloriosa. Perché almeno a quei combattenti antichi si riconosceva unanimemente il rispetto dei loro ideali o l’onore delle armi…

I nostri avversari sono un esercito imponente. Un esercito che monta la guardia da un trentennio ormai attorno al cantiere di demolizione (sempre aperto) della scuola italiana. Un esercito armato fino ai denti, che se la ride delle azioni di disturbo di una pattuglia striminzita e mal equipaggiata come la nostra. L’invincibile armata nemica schiera infatti una formidabile artiglieria ideologica e una variegata ma compatta compagine di forze alleate: pedagoghi di stato e funzionari del ministero, dirigenti scolastici, partiti politici (tutti, praticamente…), poteri economici e mediatici forti, gran parte delle famiglie degli studenti e infine, ahinoi, persino una bella fetta dei nostri colleghi insegnanti… Contro la Grande Coalizione Pedagogica aziendal/ progressista non c’è per noi, sic stantibus rebus, speranza di vittoria.

Retorica militare e metafore bellicose a parte: questa volta nel raccontare le sue esperienze e nell’esternare le sue considerazioni controcorrente Paola Mastrocola si è fatta aiutare, come dicevo, dal marito Luca Ricolfi, che è sociologo e docente universitario e che porta a conforto delle affermazioni di lei statistiche e inchieste fitte di dati e di tabelle. È stata una buona idea: così i nostri avversari (ho pensato subito, e lo stesso avranno pensato i due autori nel progettare il libro) la smetteranno una buona volta di dire che i nostalgici della scuola di qualità si aggrappano solo a ideali astratti e superati, a esperienze individuali e a valutazioni soggettive, senza il riscontro positivo delle moderne scienze umane e sociali.

In realtà i nostri avversari non si fermano di fronte a nulla. Non si fermano perché la loro guerra è (o vuole apparire) soprattutto una guerra di religione. E infatti eccoli sparare subito a zero, dalle postazioni di varie riviste online “progressiste”, non solo contro la Mastrocola ma anche – ovviamente – contro il suo consorte. Riporto solo un paio di link tra molti altri che stroncano a colpi di anatema il libro, accusandolo di lesa maestà ideologica, senza mai confrontarsi concretamente con i dati di fatto che esso riporta: https://www.minimaetmoralia.it/wp/altro/come-non-conoscere-o-non-capire-nulla-della-scuola-democratica-ovvero-il-danno-che-provocano-le-confuse-opinioni-di-luca-ricolfi-e-paola-mastrocola/ https://www.ilbenecomune.it/2021/11/29/la-teoria-del-danno-scolastico-ecco-perche-non-regge-la-tesi-di-ricolfi-e-mastrocola/

Taccio del tutto sui pochissimi recensori che invece lo elogiano, perché si tratta quasi sempre di finti simpatizzanti della nostra causa, cioè di astuti pennivendoli interessati soltanto a strumentalizzarla politicamente: spudorata strumentalizzazione, perché la parte politica che costoro rappresentano è di fatto, e nemmeno tanto segretamente, alleata da anni della Grande Coalizione… D’altra parte solo se si è ingenui o in malafede si può credere che lo sfascio della scuola dell’ultimo trentennio sia da addebitare esclusivamente alla “sinistra progressista” (uso a ragion veduta le virgolette…). La quale “sinistra” porta certamente una buona metà, forse anche di più, delle responsabilità del degrado della nostra istruzione perché ha coperto e giustificato ideologicamente (spalmandola con una vernice di efficientismo e intridendola di una melassa catto-socialista) la sua metamorfosi pseudo-aziendalistica e mercantilistica. Ma questa metamorfosi è, nella sua essenza, intimamente di destra, quantomeno di quella destra neo-liberale e ultraliberista che negli ultimi venticinque anni ha (s)governato anch’essa molto a lungo e soprattutto ha egemonizzato i media e l’opinione pubblica, contaminando e seducendo ampi settori della sinistra.

Per parte mia assolverò presto il mio debito di riconoscenza verso questa ennesima testimonianza di Paola Mastrocola dedicandole in altra sede una recensione più seria, oggettiva e articolata. Meno ondivaga, sentimentale e agrodolce, insomma, di questo post.

Il fatto è che parlare di scuola, difendere le mie (le nostre) convinzioni sulla scuola, mi appassiona ancora, sì, ma da un po’ mi immalinconisce anche abbastanza. Perché vedo che le nostre file, già esigue, si assottigliano ahimè sempre di più. I pochissimi resistenti invecchiano (sia la Mastrocola che il sottoscritto e diversi altri sono ormai in pensione). E i non molti nostri simpatizzanti ancora in attività per lo più tacciono di fronte ai megafoni della Grande Coalizione: un po’ per convenienza, forse, e un po’ forsanche perché sopraffatti precocemente dal mio stesso malinconico scetticismo. Così faceva, del resto, di fronte ai proclami e ai gesti eroici della sorella Antigone anche Ismene: consentiva ma taceva. Così fece anche quel mio collega di cui parlo all’inizio: firmò la petizione, poi, triste e silenzioso, salutò e girò i tacchi. Non senza aver sibilato prima tra i denti la sua tremenda sentenza: siamo un parcheggio!

PS del 02.02.2022: l’articolo-recensione che annunciavo sopra è uscito oggi nella rivista online Limina: https://www.liminarivista.it/comma-22/chi-ha-prodotto-il-danno-scolastico-riflessioni-sulla-crisi-della-nostra-scuola/