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Lenin non si sarebbe aspettato così fedeli e singolari epigoni. Tutti gli anni, immancabilmente, con qualsiasi governo, con qualsiasi tempo meteorologico (ma di preferenza quando le previsioni sono favorevoli) gli studenti delle superiori scendono in piazza annunciando la loro (periodica) rivoluzione d’Ottobre. Sì, perché proteste, manifestazioni, autogestioni studentesche sono da 50 anni come una malattia di stagione: l’autunno, il primo autunno è il picco del contagio piazzaiolo. Poi tutto si tace. D’inverno, intendo, quando fa freddo e ci sono le vacanze natalizie e le feste carnevalesche. Ma anche in primavera, quando ci sono le gite scolastiche e si ha bisogno di studiare di più in vista dello scrutinio finale. Ma Ottobre è diverso: Ottobre è un mese lungo, ancora mite, per giunta senza feste né ponti. Il momento più adatto per protestare. Contro che cosa? Contro i tagli e le cattive riforme. Contro i tagli, se ci sono buone riforme. Contro le cattive riforme, se non ci sono i tagli. E se pure ci fossero buone riforme senza tagli si protesterebbe lo stesso. Un motivo lo si trova, sempre. Per qualche giorno di vacanza in più.

Quest’anno per esempio, di fronte a un governo che ha (ridicolmente) semplificato le difficoltà dell’esame di maturità ma che sta (giustamente) ridimensionando l’infame alternanza scuola-lavoro, gli studenti dovrebbero avere in teoria di che essere soddisfatti. Invece no: il governo –dicono- non sta investendo abbastanza sulla scuola. Verissimo. Sai che novità! Ebbene, volete protestare in maniera efficace e credibile per questa ormai decennale manchevolezza? Vi butto là una proposta: organizzate in tutte le città d’Italia, un sabato sera, una notte bianca per la scuola, con manifestazioni, stand, dibattiti in cui coinvolgere anche gli adulti, i genitori, i professori, i politici… Che ne dite? Perché storcete il muso? Non sarà perché è di sabato sera e ne va di mezzo la discoteca, la passeggiata e la cena con gli amici? Però riflettete, ragazzi: se volete essere credibili ed efficaci dovete rimetterci qualcosa, pagare un prezzo. Se no che rivoluzionari e che protestatari siete? Se volete crescere e cambiare davvero le cose, dovete studiare (sudando) di più e meglio (la storia, soprattutto, ma poi anche la filosofia, le lettere…). Solo così potrete capire a fondo quanto oggi voi, come studenti e come giovani, siete soprattutto un formidabile target elettorale e pubblicitario. Che il sistema edonistico-consumistico ha un famelico bisogno di voi come consumatori ed elettori, mentre si disinteressa beatamente di voi come persone, come cittadini e come lavoratori. Prendere profonda coscienza di questa vostra condizione vi permetterebbe magari di sfruttarla politicamente al meglio a vostro legittimo vantaggio. Ma questa coscienza solo lo studio, la lettura, la buona informazione e i buoni insegnanti ve la possono dare. Meno smartphone e più libri, insomma. Molti, molti più libri. Molto più studio. E manifestare quando bisogna nel modo più credibile possibile. Altrimenti le rivoluzioni d’ottobre faranno il gioco di quelli che dite di voler combattere. Del ministro giovanilista di turno. Quello che al primo vociare della vostra piazza ottobrina vi dice: «Io sono con voi, sono uno di voi, anche se mi avete sbertucciato nei vostri striscioni e mi avete persino bruciato in piazza in effigie. Fino a ieri anch’io protestavo in piazza: figuratevi se non vi capisco…». E poi, sorridendovi con dentatura smagliante, promette di ricevere presto una vostra delegazione per darvi tutto l’ascolto e la soddisfazione che desiderate. Esattamente come ha fatto l’anno prima il suo predecessore. O come hanno fatto tre, dieci, venti anni prima i predecessori del suo predecessore…

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Incuriosito dalla fama mediatica del personaggio e dall’ammirazione fervida, a dir poco, che diversi miei ex alunni di liceo nutrono per lui, mi sorprendo ogni tanto a visitare pagine e video di Diego Fusaro, nuova star della filosofia da salotto televisivo, giovane (prestante, brillante, eloquente) cuciniere dei luoghi comuni del nuovo pensiero alternativo telegenico. Intelligenza, cultura e carisma di questo personaggio non si discutono, anche se mi sembrano messi al servizio molto più della facile acquisizione del consenso che della difficile indagine della verità. A me che non sono più tanto giovane desta particolare irritazione di lui la disinvoltura con la quale mescola, nei suoi attacchi al cosiddetto ‘sistema capitalistico- finanziario transnazionale’ ingredienti di destra e di sinistra in un indigeribile brodetto di pesce. Ma tant’è: ammettiamo pure che oggi questa ibridazione politico-culinaria sia ormai un dato di fatto della ricetta populista e ‘anti-elitaria’. Ricordiamoci però che quando questa ibridazione avviene, quando nazionalismo e istanze socialiste si coniugano insieme, ne può venir fuori, linguisticamente prima che ideologicamente, una salsa nazional-socialista…

Ma non vorrei vedere nel pensiero di Fusaro implicazioni così sinistre. O destre.

Mi basti qui averlo còlto in castagna in una contraddizione molto futile ma clamorosa che è difficile, secondo me, liquidare come una svista o un lapsus. Uno di quegli svarioni veniali per i più ma imperdonabili in chi tradisce, con degnazione e compiacimento, ad ogni frase che pronuncia, un complesso di inarrivabile superiorità intellettuale e culturale.

Fusaro difende a spada tratta in molti suoi interventi sulla stampa e nel web la cultura classica. Elogia la cultura umanistica come antidoto al dominio pervasivo dei valori mercantili e finanziari delle élite. Fin qui potrei trovarmi facilmente d’accordo.

Usa (ostenta) inoltre un italiano ricco, intellettualistico e forbito che infarcisce continuamente di parole e di frasi di lingue straniere, moderne e soprattutto antiche. Qui già si potrebbe obiettare che parlare con un lessico ricco sì, va bene, ma parlare complicato e oscuro può diventare (in certi contesti comunicativi) il troppo che storpia, una versione elegante del latinorum di manzoniana memoria.

E poi chi di latinorum ferisce, di latinorum rischia di perire. Così è accaduto a lui. Ma nessuno – credo- se n’è accorto, lui compreso. Purtroppo per Fusaro, però, il web non dimentica. Si veda il filosofo in questo intervento sull’immigrazione:

http://www.la7.it/laria-che-tira/video/diego-fusaro-essere-di-sinistra-non-significa-essere-a-favore-dellimmigrazione-marx-critic%C3%B2-14-03-2018-236468

Ad un certo punto il Fusaro spara la sua bella frase in latino: Marx et Gramsci docunt! Bellissima perla. Docunt anziché docent…. Errore morfologico sesquipedale. Come dire in italiano: insegnono anziché insegnano. Tutti gli studenti di ginnasio lo sanno (dovrebbero saperlo), ma non lo sa (non lo ricorda più?) il coltissimo filosofo poliglotta e sedicente cultore ed estimatore delle lingue classiche…

Questo episodio me ne ricorda curiosamente un altro analogo, ma di risonanza pubblica infinitamente minore. Tanti anni fa, agli esordi della mia carriera di insegnante, un mio collega filosofo – anche lui per parte sua bravissimo parlatore e incantatore di studenti- durante un collegio in cui si disquisiva di didattica durò un paio d’ore a ripetere lo stesso verbo latino all’infinito, ma con l’accento clamorosamente sbagliato: dòcere anziché docère. Finché una collega di lettere del ginnasio si alzò in piedi, indispettita, a sbugiardarlo…

Latinorum nemesis philosophantium, evidentemente. Ovvero: latinorum philosophantibus fatale. [traducano i filosofi che ne sono capaci…]

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Del desiderio puoi

perdutamente

innamorarti. Della ragione

ciecamente fidarti.

 

Incapacità di intendere e di volere: triste, crepuscolare, penosa.

Capacità di intendere e incapacità di volere: frustrante, dolorosa, tragica.

Incapacità di intendere e capacità di volere: incontenibile, sordocieca, devastante.

 

Più falsa e più pericolosa del falso è una mezza verità, o – peggio-  piccoli e semplici frammenti di una verità staccati dal quadro complesso e completo di essa.

Premesso che si può e si deve, in politica, esprimersi e manifestare per qualsiasi idea od obiettivo, ne consegue però necessariamente che la credibilità della manifestazione dipende molto più dalla credibilità del manifestante che da quella della causa per cui egli manifesta. Banalmente ma efficacemente esemplificando: nulla sarebbe la credibilità di una manifestazione in favore della donazione del sangue che fosse organizzata da vampiri impenitenti; o una manifestazione contro la schiavitù che fosse promossa e finanziata da negrieri in piena attività. Ciò che si è (e si fa) è la garanzia più credibile di ciò che si dice di essere (e di voler fare).

Se a nulla serve lo specchio dell’esperienza di un genitore per distogliere un figlio da una scelta sbagliata, figuriamoci se gli errori passati di un popolo o dell’intera umanità potranno aiutare i posteri a non ripeterla. Dalla storia – ahimè, temo – si impara più che altro la nostra tragica incapacità di imparare da essa.

TIME OUT

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Settembre: tempo di accomodarsi

in panchina, desiderare il gioco

dal bordo del rettangolo, acquattato

nell’angolo della tua cabina.

Riassèstati dentro abitudini

scavate nella roccia, rifiata,

asciuga bene, goccia dopo

goccia, il pathos di troppo

giovanili incursioni. Stoppa

ogni estemporanea sortita

di voce, ogni urlo di luce

stringilo nella gola. Distanza

della visione, gratuita adulta

intelligenza della geometria del gioco

siano il fuoco di questa tua

diversa prospettiva di vita.

Siano altri a rischiare

il premio di partita.

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Il conduttore del quiz parla di un Moro di Venezia. Aggiunge poi altri particolari, come la gelosia ossessiva, Desdemona, l’equivoco di un tradimento, Shakespeare ecc.

Loro, le tre giovanissime concorrenti, studentesse universitarie, diplomate in un liceo del milanese (di quelli che secondo le statistiche dovrebbero rappresentare il top dell’istruzione italiana), prontissime e spigliate pluricampionesse del quiz (hanno già vinto molte migliaia di euro), stanno lì impalate, lo sguardo perso; qualcuna farfuglia risposte a caso (Ettore, Amleto…). La squadra rivale, composta di tre aspiranti ingegneri spaziali, non è da meno nel mostrare una totale, imbarazzante ignoranza sulla risposta da dare. Alla fine, dopo lunghi minuti di penosa esitazione, il nome Otello affiora chissà come sulle labbra di una concorrente, pescato senza convinzione da qualche angolo della memoria rimossa…

Non parlerei mai di un fatterello televisivo del genere se non fosse, ahinoi, emblematico della cultura letteraria giovanile italiana di questi ultimi decenni. Ci si chiede, con sgomento, come dei ventenni di formazione liceale, studenti universitari, menti in apparenza brillanti, possano ignorare il teatro di Shakespeare in maniera così (diciamolo) scandalosa. Puntare il dito sulla scuola è il primo, non ingiustificato, istinto: tanti progetti futuristici, tante innovazioni didattiche, sperimentazioni digitali ecc.. e poi si lasciano aperte, nel curricolo degli studenti superiori, voragini nella preparazione culturale di base. Tutto questo, inutile negarlo, può succedere, nella scuola italiana di oggi. Ma io credo che ci sia anche dell’altro: sciatteria, incostanza e superficialità nello studio che favoriscono una veloce, quasi immediata rimozione dei contenuti appresi, senza la minima e doverosa interiorizzazione (fondamentale sempre, ma specialmente per la letteratura); declino inesorabile della grande letteratura come modello e fondamento della formazione dei giovani, portati a sostituirla e a surrogarla oramai con altre forme comunicative più facili e/o rapide (la pop music, le instant news, i dibattiti sul web e sui social ecc.). Da noi ormai solo una sparuta minoranza legge, con lentezza e passione, libri. Ancor meno classici. Le librerie chiudono una dopo l’altra. I pochi frequentatori di biblioteche sono per lo più laureandi in cerca di testi utili alla loro tesi. Nient’altro. Una catastrofe culturale che nessuna aula 2.0 riuscirà ad evitare se non si riprenderanno in mano i testi sacri della grande letteratura. Dovranno (dovrebbero) farlo – pazientemente e amorevolmente – professori e studenti insieme. Dubito molto che accadrà.

PROS CHARIN

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È pratica oggigiorno onnipervasiva e lecita e illimitata (nel senso che non conosce limiti di legge o di censura sociale tranne quelli che un soggetto culturalmente forte e psicologicamente maturo può con fatica porre a se stesso) quella che in civiltà antiche veniva ritenuta una gravissima colpa e come tale perseguita: la corruzione morale, specialmente se rivolta ai più giovani. Per corruzione morale intendo l´esatto opposto dell´educazione morale. Dove quest´ultima cerca di incanalare e contenere gli istinti e le pulsioni secondo una misura e in una direzione che giovi all´individuo, ne promuova la personalità in sé ed in relazione alla società in cui quello vive o si prepara a vivere, la corruzione persegue invece l´obiettivo contrario: quello di assecondare e stimolare all´infinito quegli istinti e quelle pulsioni individuali primitive in maniera da indurre, pervertire o ingigantire comportamenti e desideri che giovino esclusivamente agli interessi dei corruttori. Il punto di differenza tra la nostra epoca e le più antiche è che in quelle i singoli colpevoli di corruzione (spesso presunti, come Socrate) avevano un volto e un nome ben identificabile, mentre oggi non più. Chi è infatti, adesso, che inonda tutti i giorni, ogni momento del giorno, sul display del mio cellulare, notizie ed annesse pubblicità sul calcio, la scuola, la pensione, il meteo ecc. solo perché statisticamente risulta al portale che il sottoscritto cerca un po’ di più su Google notizie di quel tipo? Ho provato a digitare più di una volta altre parole ed altri contenuti culturalmente più nobili, evidentemente meno appetiti ed appetibili dalla massa dei fruitori di quel portale, ma non ne è sortito nulla di nuovo: ancora calcio, meteo, scuola, pensione… fino alla nausea. Questa è corruzione bella e buona, sistematica, infallibile, figlia di algoritmi e di altre diavolerie del marketing on line. La distopia realizzata su scala planetaria, mutatis mutandis e con la nostra complicità, del Grande Fratello orwelliano. Un sedicenne che digiti (come ne vedo fare tantissimi), che so io, cartoni, videogiochi o divi da cronaca rosa sarà scientificamente inondato h24 da notizie, spesso desunte da fonti di scadente levatura giornalistica, unicamente di quel tipo. Non gli sarà aperta (ciò che invece fa la vera educazione) nessuna porta nuova, né indicata una strada diversa. Lo si farà girare in cerchio fino alla compulsione, facile ma patologica, attorno all´ombelico dei suoi desideri (indotti o spontanei che siano) senza mai indurlo a faticare per tentare nuovi percorsi o avvistare nuovi orizzonti. Così succede (come mi è capitato di vedere davanti al palazzo dei consoli a Gubbio) che giovanissimi turisti di fronte a un bellissimo monumento di una nostra città d’arte stiano fissi a testa bassa ognuno sul proprio telefonino a navigare e a chattare, sordi alle spiegazioni della guida. È facile capire come contro questi meccanismi corruttivi la battaglia dell’educazione (familiare e scolastica) sia perduta in partenza, perché educazione è etimologicamente elevarsi con fatica e con un irrinunciabile dose di sacrificio e di rinuncia sopra di sé, sopra le proprie abitudini e i propri impulsi primari, non ripiegarsi in questa coazione a ripetere – autistica e direi quasi autoerotica – su di essi. Vige in questa compulsione indotta dal mezzo elettronico un principio adulterato del piacere che, replicandosi all’infinito, divora o smarrisce se stesso. Il vecchio Epicuro parlerebbe di piacere innaturale e non necessario e perciò controproducente. Un piacere primario stimolato  all’infinito e perciò snaturato. L’esatto contrario del sereno e maturo e pieno godimento della vita.

Non so perché queste riflessioni mi fanno venire in mente una scena, per me raccapricciante, cui ho assistito di recente in un parco giochi di una capitale del Nord Europa. I visitatori gettavano in continuazione ai pesci di uno stagno artificiale piccole esche di cibo che si potevano acquistare a pochi centesimi da macchinette erogatrici a gettone. Ebbene ho ancora davanti agli occhi le mille bocche mostruosamente spalancate di quei pesci. Erano pesci piccoli e grandi, scuri e colorati, ma io vedevo soltanto le loro bocche frementi, enormi e insaziabili a pelo dell’acqua. Nient’altro. Una calca ribollente di bocche stipate e schierate nell’attesa spasmodica di intercettare la pastura che veniva loro continuamente gettata. Questa è, per immagine, la corruzione di cui parlavo sopra.

Curioso ma non sorprendente che gli antichi Greci (sprovvisti di tecnologie mediatiche paragonabili alle nostre, ma ben abituati alla demagogia politica) avessero già dei termini molto pregnanti e adatti a definirla: charìzesthai / pròs chàrin. Ovvero: agire o parlare per compiacere interessatamente agli altri e indurli così a fare ciò che è nell’interesse del persuasore, non certo nel loro.

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“Il narcisismo dei poeti, di cui spesso si parla, si distingue in amore per il sé visibile e pubblico (e da quello vengono moralismo e vanità) e in amore per un sé sfuggente e nascosto, che è invece la fonte della poesia.” (Franco Fortini, I poeti del novecento, Donzelli, Roma 2017, p.20)

Affermazione basilare, quasi un postulato sui cui rifondare la vecchia distinzione crociana tra non poesia e poesia. Affermazione forse influenzata dalla psicoanalisi, ma comunque difficile da confutare nella sua universale validità estetica.

Proprio partendo da queste parole si può capire perché un poeta non può, qualsiasi cosa abbia da dire, se quel qualcosa egli lo attinge dal proprio essere più profondo e nascosto, esentarsi dal dirla. La parola poetica più di ogni altra ubbidisce, manifestandosi, non alla volontà ma soltanto alla necessità. Una necessità profetica. In nome di niente e di nessuno si ha il diritto di soffocarla. E se per caso, per un qualche fine autocensorio, il poeta stesso arrivasse a tacitare la sua propria voce di poeta, allora commetterebbe un delitto, non contro se stesso ma contro la verità e contro l´umanità.