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SIMPLEX MYRTUS

ruminazioni: tre poesie di orazio

Orazio, Odi, I 38

Non fa per me lo sfarzo dei Persiani

e non sopporto le corone di tiglio:

ragazzo mio, smettila di cercare

posti dove si attardino

rose autunnali.

Non sprecare fatica a procurarti

più che il semplice mirto: il mirto

sta bene a te che mi riempi il bicchiere

e a me che bevo rannicchiato

sotto una pergola ombrosa.

Il sigillo, minuto e prezioso, del primo libro delle Odi di Orazio. Un piccolo scrigno che custodisce intero il tesoro della sua visione della vita: lontano dai lussi, dallo scialo e dalle raffinatezze delle classi elevate della sua epoca, Orazio ambisce a una felicità fatta di semplicità e di misura. L’unica felicità possibile, perché basta a se stessa. Non soffre il bisogno insaziabile di più né di altro. È la ricetta dell’aurea mediocritas, e i suoi pochi e classici ingredienti sono tutti qui chiamati a raccolta: il vino, un sobrio ambiente simposiale in un angolo ombroso ed ameno, una gradita compagnia. Ma anche l’amore: di una qualche etèra o dello stesso puer? Non viene esplicitato, ma chiaramente alluso dalla prediletta presenza del mirto, la pianta di Venere. Si conclude qui, con la fine del primo libro, una prima fase del mio lavoro di traduzione antologica dalle Odi.

SCUOLA BIFRONTE

Risultato immagini per scuola di sinistra o destra

A – La scuola pubblica italiana di oggi è di sinistra. Non fa altro, infatti, che sbandierare nobilmente (in teoria) e applicare malamente (in pratica) principi di uguaglianza, di inclusione, di attenzione ai più deboli, di cura dei ragazzi svantaggiati. Combatte inoltre ogni discriminazione e lotta accanitamente contro la dispersione ecc. E poi, forse non per caso, l’offerta formativa degli istituti è, anch’essa, sinistramente scandita per legge da ‘piani triennali’…

B – La scuola pubblica italiana di oggi è di destra. Non fa altro infatti che autodefinirsi un’azienda, professare principi imprenditoriali, trattare gli studenti alla stregua di clienti (o utenti) che hanno sempre ragione. Proclama inoltre il credo assoluto nella meritocrazia e conforma tutto il suo linguaggio e le sue innumerevoli sigle sul modello della più vieta vulgata liberista.  Non per caso essa tende, con l’autonomia, ad assumere sempre più una fisionomia privatistica, e le sue stelle polari sono diventate (più che i programmi e la didattica) i progetti e l’alternanza scuola-lavoro…

A – Per la scuola pubblica italiana la destra al governo significa: demolizioni, riduzioni, tagli, semplificazioni selvagge.  Lo scopo immediato è dequalificarla e risparmiare soldi da destinare alla scuola privata. Lo scopo ultimo è liquidarla o quantomeno declassarla ad appendice del sistema di istruzione privato, vale a dire a scadente parcheggio per le classi meno abbienti, o luogo di addestramento di forza-lavoro usa e getta, come avviene da sempre in certi paesi anglosassoni.

B – Per la scuola pubblica italiana la sinistra al governo significa: riduzioni e tagli in misura (non molto) minore della destra, ma con un enorme sovraccarico (sulle spalle dei prof) di cervellotica ingegneria scolastica, burocratica e didattica. La sinistra ama da sempre introdurre nella scuola le più astruse, inutili e bizantine innovazioni: intende così compensare la minore riduzione delle spese con una maschera di pretenzioso efficientismo. Al cruento massacro perpetrato dalla destra la sinistra preferisce, per la nostra scuola, lo stillicidio o la lenta intossicazione.

[Queste due antitesi sono una anteprima di un mio nuovo libello sulla scuola di cui sto concludendo la stesura. Si intitolerà The dark side of the school: si tratta di una autobiografia professionale molto atipica, conclusa da una raccolta di antitesi simili a queste. Mi auguro di trovare un editore…]

UOMINI E/O NO

Risultato immagini per vittorini

«Non l’hai fatto fuori?» «Era troppo triste». Finisce così Uomini e no di Elio Vittorini, con uno scambio di battute tra due gappisti reduci da una azione armata contro una pattuglia tedesca. Finisce, per me, con una sorta di dejà lu letterario. Con tutta probabilità Vittorini aveva letto Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, e conosceva la scena in cui due soldati italiani, arrivati senza farsi accorgere a tu per tu con un nemico ignaro e isolato, rinunciano a sparare a colpo sicuro:

«Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo, così, è assassinare un uomo. Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s’erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all’altra. Dicevo a me stesso: «Eh! non sarai tu che ucciderai un uomo, così!»   Io stesso che ho vissuto quegli istanti, non sarei ora in grado di rifare l’esame di quel processo psicologico. V’è un salto che io, oggi, non vedo più chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensassi di far eseguire da un altro quello che io stesso non mi sentivo la coscienza di compiere. Avevo il fucile poggiato, per terra, infilato nel cespuglio. Il caporale si stringeva al mio fianco. Gli porsi il calcio del fucile e gli dissi, a fior di labbra: – Sai… così… un uomo solo… io non sparo. Tu, vuoi? Il caporale prese il calcio del fucile e mi rispose: – Neppure io.».

L’episodio narrato da Lussu mi sembra in effetti il sottotesto ideale della laconica risposta del gappista di Vittorini: illumina cioè il tormentato sommovimento psicologico che vieta – eccezionalmente – a un soldato di uccidere, rivela la parte nascosta dell’iceberg di cui lo scambio secco di battute dei personaggi di Vittorini è la punta emersa. Homo sum, nihil humani a me alienum puto: per Vittorini sarebbe dunque la persistenza di questa fiammella di humanitas, non spenta dalla macchinale crudeltà della guerra, a tracciare la linea di demarcazione tra uomini e no. Come a dire: in guerra rimane uomo soltanto chi non dimentica di esserlo e sa ancora riconoscere nel nemico un proprio simile. Sarebbe: ho usato il condizionale, perché poi in realtà, in altri passaggi di Uomini e no, questo umanesimo di marca antica applicato alla nostra resistenza – questo modello antropologico per certi versi rassicurante perché facilmente condivisibile come oppositum della bestialità – è messo in discussione da Vittorini, o meglio superato da una riflessione più complessa e tragica. Dopo aver descritto la ferocia di Clemm, il capo delle SS che lascia sbranare dai suoi cani un partigiano prigioniero che ha obbligato a denudarsi, lo scrittore infatti commenta:

Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo. E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo. Che cosa può essere d’altro? Davvero il lupo? Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell’uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell’uomo di poterlo fare? Vorrei vedere Hitler e i tedeschi suoi se quello che fanno non fosse nell’uomo di poterlo fare. Vorrei vederli a cercar di farlo. Togliere loro l’umana possibilità di farlo e poi dire loro: Avanti, fate. Che cosa farebbero? Un corno, dice mia nonna. Può darsi che Hitler scriverebbe lo stesso quello che ha scritto, e Rosenberg lui pure: o che scriverebbero cretinerie dieci volte peggio. Ma io vorrei vedere, se gli uomini non avessero la possibilità di fare quello che fa Clemm, prendere e spogliare un uomo, darlo in pasto ai cani, io vorrei vedere che cosa accadrebbe nel mondo con le cretinerie di loro.»

No, purtroppo uomo non è soltanto quello che sempre, prima o poi, si ricorda di esserlo: l’Uomo di Menandro e di Terenzio, il gappista che rinuncia a sparare a un nemico che gli somiglia troppo. Quella è purtroppo una edificante eccezione. Una mèta, un imperativo morale, se non un miraggio. L’uomo nella realtà è soprattutto quello di Tucidide: l’ateniese che allo stesso tempo costruisce la più ricca e tollerante e civile comunità del mondo antico e che – per preservarla e accrescerla – stermina con consapevolezza e con automatica ferocia tutti gli isolani della piccola Melos solo perché la sua neutralità ne potrebbe disturbare l’egemonia. L’uomo può essere tutto e il suo contrario, ‘volgersi al bene come al male’, come già un grande contemporaneo di Tucidide, un poeta (non per caso) tragico come Sofocle, aveva proclamato nel primo coro dell’Antigone.

Uomini e no, riletto alla luce della complessità dell’opera, mi pare insomma un titolo fintamente assertivo e potenzialmente equivoco. Parrebbe dividere con nettezza tra ‘uomini/buoni’ e ‘belve/cattivi’, tra partigiani e nazifascisti. In realtà le pagine del romanzo confondono non poco l’apparente (e confortante) certezza di quel dualismo: approfondiscono cioè via via un lacerante dubbio di fondo, scoprono che quel titolo dissimulava piuttosto un interrogativo basilare circa la bontà della natura umana. E che a quella domanda l’autore ha dato alla fine, con una onestà etica e intellettuale che gli fa onore, una sofferta risposta negativa.

MOTTI (NEO)LATINI

Classi III Scuola Secondaria di Primo Grado “San Giuseppe”

È appena uscita presso l’editore FuocoFuochino una mia nuova, breve raccolta di aforismi in latino (con traduzione). Si intitola Motti (neo)latini e contiene una ventina di sententiae che ho voluto provare a scrivere nella nostra antica lingua madre ritenendola la più adatta (anche se, o forse proprio perché, ‘morta’) ad esprimere nella maniera più pregnante e incisiva massime di significato generale. Un esempio soltanto: vita una magistra vitae [sola maestra di vita è la vita], dove ho riscritto, rovesciandolo in un paradosso, il famoso adagio sulla storia maestra di vita.

Introduce la raccolta un famoso giudizio di Giovannino Guareschi sul latino, lingua, secondo lui (e anche secondo me), fattuale e antiretorica per eccellenza: «Il latino è una lingua precisa, essenziale […] Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato dalla tribuna. […] Potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile col latino» [Candido, 1956, n. 18]. Parole sante e ahimè – mi pare – di una attualità rabbrividente…

Tra pochi mesi il mio testo (per ora in tiratura separata e limitata) verrà come sempre ristampato dall’editore Afro Somenzari in una corposa miscellanea periodica di autori vari.

FATALE MONSTRUM

Cleopatra - Fran-Editor

[Orazio, Odi, I 37]

Beviamo, è ora finalmente! Ora

di scatenare i piedi sul terreno

nel tripudio della danza, amici miei,

e di imbandire la mensa degli dèi

con le cibarie prelibate dei Sali!

Prima ci era vietato tirar fuori

il Cecubo dalle cantine avite:

una regina forsennata, prima,

progettava morte e rovina al nostro

impero con la sua mandria infetta

di ominicchi marchiati dal vizio,

e inseguiva deliri di grandezza

ebbra com’era del bacio della sorte.

Ma poi si spense il fuoco del furore

su quella nave che sfuggì all’incendio

sola fra tante, e riportò a un terrore

vero la mente sua pregna di vino

egizio: Cesare dall’Italia a volo

sulle ali dei remi la incalzò come

sparviero incalza tenere colombe

o un cacciatore rapido una lepre

sulle distese innevate dell’Emonia

per ridurla in catene, lei, il fatale

prodigio. Ma quella scelse per sé

una fine gloriosa: non temette

come le altre femmine la spada

e non cercò un rifugio con la nave

negli anfratti di approdi sconosciuti.

Senza tremare sollevò lo sguardo

sulle rovine e i fantasmi della reggia,

strinse nei pugni l’orrore dei serpenti

fino a sorbirne tutto il nero veleno.

Morì con fierezza, come lei stessa volle:

ai crudeli liburni negò il vanto

superbo di condurla – lei, donna

regale fatta semplice schiava –

dietro al carro trionfale.

Orazio e la battaglia di Azio. Il poeta e il regime. Orazio è, con tutti i distinguo e la dignità del caso, anche un poeta di regime. Di fronte al trionfo decisivo di Ottaviano su Antonio e Cleopatra, quello che consegna al futuro Augusto il dominio assoluto sull’impero, Orazio non può (o non vuole?) tacere. Non può esimersi, come artista protetto e vezzeggiato da Ottaviano e dai suoi, dal levare una voce di plauso. E allora si inventa questo epinicio atipico, questa ode per altro ispiratissima e (con)geniale, dove il plauso per Ottaviano è in apparenza centrale (perché ne occupa il centro compositivo) ma in realtà marginale: il centro della scena, infatti, dall’inizio alla fine, nella grandezza del male e del bene, è occupato da lei, da Cleopatra, la regina sconfitta. Una donna che non solo oscura il ruolo, qui completamente rimosso, di Antonio, il suo compagno e complice maschio, ma relega in secondo piano persino il vincitore. Lei, Cleopatra, è stata certo un fatale monstrum, un prodigio di esotica e barbarica malvagità che ha minacciato mortalmente l’impero. Ma poi – sconfitta dal salvatore della patria – si trasforma in una splendida figura tragica, cui Orazio non lesina una profusione sincera di elogi: nobiltà (generosius), animo virile (nec muliebriter), coraggio (ausa) e fermezza (vultu sereno) in faccia alla morte, voluta con fierezza indomabile (deliberata morte ferocior), e non subita, per il morso dei serpenti. Così Cleopatra si è sottratta all’umiliazione di essere esibita, schiava e in catene, nel trionfo, dietro al carro del vincitore. È stata, nella sconfitta, una regina degna di questo nome. Man mano che procediamo nella lettura Orazio, come in un abile e rapido gioco di prestigio, cambia completamente di segno e di prospettiva la fisionomia morale della protagonista. Alla fine, di Cesare Ottaviano non ci ricordiamo quasi più. E nemmeno più ci rammentiamo granché del fatale monstrum. Ci rimane negli occhi solo la magnanimità dell’eroina. Tradurre quest’ode è (stato) ancora più difficile del solito. La pregnanza del dettato oraziano e la rapidità (pindarica) dei passaggi logici e temporali, richiedono più che mai – per essere resi in un italiano moderno accettabile – duttilità e una certa dose di azzardo nello sbrogliare concetti e nel ricomporre sintagmi e giunture. Chiedo venia ai miei colleghi filologi se la fedeltà è stata spesso sacrificata alla libertà e al gusto (notoriamente soggettivo) della scrittura poetica.

DRAMMA, FARSA O TRAGEDIA? | Blog di giuli44
15 novembre 1960 : la prima storica trasmissione del maestro Alberto Manzi  “Non è mai troppo tardi” – San Paolino's Voice

Parlando in tv della situazione attuale Corrado Augias l’ha definita più di una volta una tragedia. E ha spiegato in perfetta sintesi, da intellettuale saggio, cólto e navigato quale è, anche il perché: è una tragedia perché continuamente si deve operare una scelta: tra la salute e l’economia, tra esigenze sanitarie ed esigenze sociali ecc. E questa scelta obbligata comporta comunque – qualunque strada si scelga -, insieme ad un possibile giovamento, anche una sicura perdita, un drammatico prezzo da pagare. Bravo il vecchio (e non per caso) Augias. Sì, perché modernamente la parola tragedia si è tanto inflazionata da smarrire il proprio significato autentico e più antico che invece Augias ben conosce. Tragedia non è infatti, genericamente, un qualsiasi evento luttuoso. Il cuore di una vicenda tragica è la fatale drammaticità della scelta. «Che fare?» si domandano spesso, di fronte a un bivio ineludibile, i personaggi del dramma greco antico: decidere, in una tragedia, è un obbligo e una condanna. Una sanguinosa necessità. Perché non si deve decidere tra il bene e il male, ma tra due alternative ugualmente/diversamente ‘buone’ e ‘cattive’, utili e nocive insieme. Se siamo invece ubriacati e rimbambiniti dall’ottimismo retorico pervasivo della pubblicità, dei media e delle fiction cine-televisive pop (dove contano solo il lieto fine e la distinzione netta e fittizia tra bene e male, o tra buoni e cattivi) allora non siamo più in grado di avvertire l’incombenza della tragedia, né di affrontarla fattivamente da adulti. Perché il ‘racconto pop’ di noi stessi che ci somministra ogni giorno il sistema edo-consumistico di massa è una droga che ottunde il senso del tragico e ci immerge in una sognante melassa moralistico-sentimentale: il brodo di cultura più adatto per l’individuo eterno adolescente di oggi. Anziché aiutarci ad affrontare con coraggio e responsabilità la scelta, questa ‘racconto’ ne rimuove la necessità: ci consola illudendoci che ne usciremo semplicemente ‘resistendo’. Continuando cioè, a nostro e altrui danno, a non scegliere.

Proteste, sit-in, accorati appelli per la scuola in presenza, invettive contro la Dad, requisitorie contro l’effetto spersonalizzante del computer, lo smarrimento dei contatti umani nella solitudine vissuta davanti a uno schermo… Protestano intellettuali, insegnanti, studenti. Penso lì per lì: critiche giuste, sacrosante. Non si possono tenere un anno i ragazzi tutti a casa solo perché nel frattempo non si sa o non si vuole migliorare il trasporto scolastico, organizzare una scuola più sicura con una frequenza parziale, che sia al 50 o 70%… Poi però leggo sui giornali che l’80% dei ragazzi delle superiori non vorrebbe tornare fisicamente a scuola perché lo ritiene ancora pericoloso. E poi apprendo da un serissimo programma di inchiesta televisiva che molti nostri adolescenti passano qualche ora del giorno davanti a uno schermo per seguire indiavolati influencer o streamer, loro coetanei o poco più grandi, che li rimbambiniscono con intrattenimenti futili, demenziali e/o compulsivo-ossessivi. E poi, ancora, penso a mio padre e ai suoi coetanei, giovanissimi durante l’ultima guerra, che hanno perso anni di scuola sotto i bombardamenti o al fronte o nei campi di prigionia, e si sono diplomati solo nel dopoguerra. E poi penso al maestro Manzi che nei primi anni sessanta ha istruito dal piccolo schermo migliaia di analfabeti ed appassionato anche me, bambino, che lo seguivo tutti i giorni in tv. E mi faccio delle domande: quanto sono giustificati (e non ideologici) gli appelli degli intellettuali contro la telescuola? Quanto sono sincere ( e rappresentative) le proteste degli studenti se poi in realtà a scuola non vogliono tornarci? O se soffrono tanto davanti a un computer quando si collegano col loro prof, ma non altrettanto quando si collegano con uno youtuber di successo? Mio padre (che era un operaio specializzato con licenza elementare) e quelli della sua generazione (che ha annoverato fior di intellettuali) hanno imparato dai tragici orrori della guerra di più o di meno di quanto avrebbero imparato frequentando regolarmente la scuola e l’università? Insomma mi viene qualche dubbio, non certo sulla indiscutibile limitatezza e imperfezione della Dad, ma sulla giustezza, la credibilità e la proporzione (dato il momento) delle recriminazioni e delle lamentazioni che si levano contro di essa.

A proposito di lamentazioni. Le più alte e sicuramente le più giustificate provengono, oltre che dal mondo della scuola, da quello delle arti, del teatro, del cinema. Sacrosante anche queste, se fossimo in una situazione normale. Comprensibilissime, visto che si tratta di professionisti che vivono di questo loro nobile mestiere. Non ho personalmente dubbi (e questo blog credo lo testimoni abbastanza) che la produzione e la fruizione della cultura umanisticamente intesa sia (o debba essere) lo scopo principale per cui stiamo al mondo. Che possiamo dirci esseri umani soprattutto per questo. Sono convinto insomma che la cultura sia la cosa più importante, del mondo e nel mondo degli uomini. Ma, ahinoi, non viene per prima. È l’ultimo gradino, il perfezionamento ultimo della nostra humanitas. Quando per necessità contingenti l’umanità regredisce a bisogni primari la cultura, purtroppo, non può che farsi (o essere messa) da parte. E deve attrezzarsi, come può, a sopravvivere, per continuare a far sentire la sua flebile ma importantissima voce. Not least but last.

Epicuro
Giove-Zeus

[Odi, I 34]

Ero un devoto tiepido e saltuario,

seguivo allora filosofie bugiarde:

mi tocca adesso di invertire il corso,

ripercorrere la rotta abbandonata.

Il padre Giove infatti – lui che fende

con la fiamma del fulmine le nubi –

negli azzurri del cielo ha scatenato

i suoi tonanti cavalli e il carro alato.

Con quello squassa la terra addormentata

e i fiumi che serpeggiano e lo Stige

e la dimora orribile dei morti

e Atlante, al termine del mondo.

È suo potere esaltare chi giace,

umiliare chi è in vista, e chi è oscuro

sollevarlo alla luce. Gode a strappare

la corona ad uno per offrirla altrui –

fra stridori strazianti – l’artiglio della Sorte

Una abiura del proprio credo epicureo? – Orazio in effetti lo definisce qui addirittura una filosofia insaniens, folle e insensata (io ho preferito, forzando un po’, il dantesco bugiarda) – Una ritrattazione dei cardini della propria concezione di vita? Orazio confessa in effetti qui di essersi riconvertito alla fede negli dèi tradizionali. Sarebbe stato un tremendo temporale a spaventarlo, a rammentargli la precarietà della condizione umana soggetta al potere arbitrario e violento degli dèi, e del caso (Fortuna). Il caso, già. Ecco, qui c’è a mio parere la nota – l’unica – sincera della confessione oraziana: il dubbio, cioè, che irrompe nella coscienza del poeta quando nel sereno arazzo epicureo di un universo regolato da leggi naturali il Caso, ovvero la Sorte imprevedibile (la greca Tyche), affonda improvviso e lacerante il suo artiglio (così ho voluto tradurre, concretizzando l’astrazione, Fortuna rapax). È una angoscia che emerge repentina dal profondo dell’animo di Orazio e che squassa le sue certezze, la sua illusione di dominare, con la sapienza, il mondo. Orazio – non mi stanco di ripeterlo – è un poeta molto meno tranquillo ed olimpico di quanto si creda. Non è neanche (e qui lo ammette) un epicureo di stretta osservanza. Ma non è (non potrebbe costituzionalmente esserlo, mai) un San Paolo sulla via di Damasco. È e rimane (tutta la sua opera sta lì a testimoniarlo) uno spirito scettico, profondamente laico. La apostasia filosofica di cui parla qui non è altro, in realtà, che il rovesciamento ironico di un topos epicureo consacrato dalla poesia di Lucrezio. Nell’incipit celebre del De rerum natura (vv. 62ss.) si legge infatti del maestro Epicuro che non si lascia abbattere da tuoni e fulmini di un tremendo temporale, come fa invece la gente comune pensando che siano mandati da Giove. Anzi Epicuro sconfigge quel terrore interpretando razionalmente (scientificamente) quei fenomeni in chiave puramente fisica. Insomma, le certezze epicuree di Orazio barcollano, sì, per un istante almeno, sotto i colpi della Fortuna, ma la sua dichiarata, oscurantistica riconversione alla religio dei padri è solo una deliziosa messa in scena. Puro e ammiccante (doppio)gioco letterario. I suoi coltissimi amici, Mecenate e gli altri (spiriti scettici e laici da par loro), erano in grado di afferrare benissimo questo esprit de finesse. Augusto avrà forse fatto finta di non coglierlo. Qualche lettore moderno troppo devoto, invece, potrebbe magari cascarci ed esclamare (come il bigotto di Nanni Moretti che ho citato in un altro post): «Vedete, anche Orazio, pure lui, era uno dei nostri!!».

‘ABITARE’

Come allevare maiali in giardino - Idee Green

C’è chi abita il tempo, altri

la vita o la stanza infinita del mondo

altri il futuro, il passato, oltre che

il più ovvio presente, altri ancora

la ragnatela virtuale del niente. Con eleganza

tutti abitano tutto: il lavoro, la vecchiaia, la coppia,

la crisi, il desiderio, il sogno, la speranza…

Ennesimi oggetti del poetismo più jolly che ci sia:

perìto abilitato a rilasciare con facilità

a chiunque e a checchessia certificati

di abitabilità. Io invece

che sono squallido

e sporco, abito solo

lo stanziolo del porco.

L’uso metaforico e spregiudicato di abitare è diventato una delle (detestabili) mode più esibite dal linguaggio attuale dei media. Sostituto ormai fisso dei più comuni vivere, trovarsi, aggirarsi, stare ecc. il verbo abitare è sentito (un po’ come declinare, di cui parlo in un altro mio post) come un traslato chic, un tocco di eleganza espressiva, uno scarto creativo rispetto alla banalità di quei suoi vari, vecchi e più sciatti sinonimi. Si tratta invece di un vezzo urtante per chi abbia autentico gusto linguistico: sia perché è un poetismo fasullo (suona bene senza creare significato né arricchirlo) sia perché è invecchiato (e si è squalificato) prestissimo a forza di essere legato – forzosamente e a vanvera – con una infinità eterogenea di oggetti. Insomma: un altro gingillo di bigiotteria lessicale di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Ma l’epigramma che ho improvvisato sopra esprime forse meglio di ogni commento quanto io apprezzi questi gioielli falsi, questi sottoprodotti da laboratorio pubblicitario diffusi rapidamente nella lingua per facile contagio mediatico. Tanto rapidamente da non essere ancora registrati nei più recenti dizionari italiani.

SAEVUS IOCUS

L'elegia d'amore di Tibullo e Properzio | Studenti.it

Orazio, Odi I 33

Albio, basta soffrire così tanto

pensando a quella stronza di Glicera!

Basta elegie che grondano di pianto,

basta chiedersi perché (dopo averti

giurato fedeltà) lei ti ha mollato

per un tizio più giovane di te!

Licoris dalla fronte graziosina

smania d’amore per Ciro, e lui, Ciro,

che fa? Lui corre dietro alla ritrosa

Foloe: ma molto prima che Foloe

la conceda ad un ganzo così losco

s’accoppieranno i lupi con le capre.

Venere vuole così: si diverte,

lei, a legare ad un giogo di bronzo

– giocando come il gatto con il topo –

tipi diversi per animo e aspetto.

Pure me, d’altra parte, che miravo

parecchio più in alto, m’incatena

il fascino di Mirtale liberta:

una che mi tormenta più che il mare

Adriatico i golfi del Salento.

L’eterna giostra dell’amore: chi insegue a sua volta fugge, in una catena di desideri inappagati o beffati, di felicità frustrate o tormentate. Evocare questo motivo, topico sotto ogni latitudine letteraria (tra i tanti e più di tutti mi sovvien l’Ariosto), serve ad Orazio per offrire all’ amico Albio (Tibullo?), appena e malamente scaricato dalla sua amichetta, un conforto: «Così succede a tutti, che vuoi farci, è legge di Venere e io stesso – lo vedi – ci son dentro e mi tocca sottostare…». Ma il poeta osserva questa giostra, come sempre, da un gradino più in alto rispetto alla comune umanità: per quanto non sia indenne da quei tormenti, c’è in Orazio una metabolizzazione del vissuto che lo immunizza, una consapevolezza ironica che consente il distacco e disinnesca il dramma. Trattandosi di linguaggio sentimentale mi sono permesso, nella traduzione, qualche licenza sintattica e lessicale modernizzante (non era facile tradurre inmitis Glycerae con un termine più incisivo di quello che ho scelto…). Il gioco crudele (saevus iocus) di Venere l’ho reso (e non solo per motivi metrici) con una perifrasi tratta dal nostro frasario quotidiano (giocando come il gatto con il topo) che trovo abbastanza calzante.

Strategia Bridge, Processo Commerciale per aziende B2B | Vehnta

“A chi più ha più sarà dato”:

proprio i sacri testi additano

nel sistema bancario

l’incarnazione più autentica

del messaggio evangelico…

La bellezza è di una

inutilità irrinunciabile.

Chi soffre la sindrome del servo

cova una voglia matta

di farti da padrone.

Se realizzi quanto è facile

comprare e quanto difficile

vendere, allora sei proprio

adulto. Forse addirittura

un po’ vecchio.

I soldi non interessano solo

a pochissimi tra quanti

già ne posseggono

tanti.

L’abisso tra

i nostri padri e

i nostri figli. Noi

sull’abisso

il ponte…