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FATALE MONSTRUM

Cleopatra - Fran-Editor

[Orazio, Odi, I 37]

Beviamo, è ora finalmente! Ora

di scatenare i piedi sul terreno

nel tripudio della danza, amici miei,

e di imbandire la mensa degli dèi

con le cibarie prelibate dei Sali!

Prima ci era vietato tirar fuori

il Cecubo dalle cantine avite:

una regina forsennata, prima,

progettava morte e rovina al nostro

impero con la sua mandria infetta

di ominicchi marchiati dal vizio,

e inseguiva deliri di grandezza

ebbra com’era del bacio della sorte.

Ma poi si spense il fuoco del furore

su quella nave che sfuggì all’incendio

sola fra tante, e riportò a un terrore

vero la mente sua pregna di vino

egizio: Cesare dall’Italia a volo

sulle ali dei remi la incalzò come

sparviero incalza tenere colombe

o un cacciatore rapido una lepre

sulle distese innevate dell’Emonia

per ridurla in catene, lei, il fatale

prodigio. Ma quella scelse per sé

una fine gloriosa: non temette

come le altre femmine la spada

e non cercò un rifugio con la nave

negli anfratti di approdi sconosciuti.

Senza tremare sollevò lo sguardo

sulle rovine e i fantasmi della reggia,

strinse nei pugni l’orrore dei serpenti

fino a sorbirne tutto il nero veleno.

Morì con fierezza, come lei stessa volle:

ai crudeli liburni negò il vanto

superbo di condurla – lei, donna

regale fatta semplice schiava –

dietro al carro trionfale.

Orazio e la battaglia di Azio. Il poeta e il regime. Orazio è, con tutti i distinguo e la dignità del caso, anche un poeta di regime. Di fronte al trionfo decisivo di Ottaviano su Antonio e Cleopatra, quello che consegna al futuro Augusto il dominio assoluto sull’impero, Orazio non può (o non vuole?) tacere. Non può esimersi, come artista protetto e vezzeggiato da Ottaviano e dai suoi, dal levare una voce di plauso. E allora si inventa questo epinicio atipico, questa ode per altro ispiratissima e (con)geniale, dove il plauso per Ottaviano è in apparenza centrale (perché ne occupa il centro compositivo) ma in realtà marginale: il centro della scena, infatti, dall’inizio alla fine, nella grandezza del male e del bene, è occupato da lei, da Cleopatra, la regina sconfitta. Una donna che non solo oscura il ruolo, qui completamente rimosso, di Antonio, il suo compagno e complice maschio, ma relega in secondo piano persino il vincitore. Lei, Cleopatra, è stata certo un fatale monstrum, un prodigio di esotica e barbarica malvagità che ha minacciato mortalmente l’impero. Ma poi – sconfitta dal salvatore della patria – si trasforma in una splendida figura tragica, cui Orazio non lesina una profusione sincera di elogi: nobiltà (generosius), animo virile (nec muliebriter), coraggio (ausa) e fermezza (vultu sereno) in faccia alla morte, voluta con fierezza indomabile (deliberata morte ferocior), e non subita, per il morso dei serpenti. Così Cleopatra si è sottratta all’umiliazione di essere esibita, schiava e in catene, nel trionfo, dietro al carro del vincitore. È stata, nella sconfitta, una regina degna di questo nome. Man mano che procediamo nella lettura Orazio, come in un abile e rapido gioco di prestigio, cambia completamente di segno e di prospettiva la fisionomia morale della protagonista. Alla fine, di Cesare Ottaviano non ci ricordiamo quasi più. E nemmeno più ci rammentiamo granché del fatale monstrum. Ci rimane negli occhi solo la magnanimità dell’eroina. Tradurre quest’ode è (stato) ancora più difficile del solito. La pregnanza del dettato oraziano e la rapidità (pindarica) dei passaggi logici e temporali, richiedono più che mai – per essere resi in un italiano moderno accettabile – duttilità e una certa dose di azzardo nello sbrogliare concetti e nel ricomporre sintagmi e giunture. Chiedo venia ai miei colleghi filologi se la fedeltà è stata spesso sacrificata alla libertà e al gusto (notoriamente soggettivo) della scrittura poetica.

DRAMMA, FARSA O TRAGEDIA? | Blog di giuli44
15 novembre 1960 : la prima storica trasmissione del maestro Alberto Manzi  “Non è mai troppo tardi” – San Paolino's Voice

Parlando in tv della situazione attuale Corrado Augias l’ha definita più di una volta una tragedia. E ha spiegato in perfetta sintesi, da intellettuale saggio, cólto e navigato quale è, anche il perché: è una tragedia perché continuamente si deve operare una scelta: tra la salute e l’economia, tra esigenze sanitarie ed esigenze sociali ecc. E questa scelta obbligata comporta comunque – qualunque strada si scelga -, insieme ad un possibile giovamento, anche una sicura perdita, un drammatico prezzo da pagare. Bravo il vecchio (e non per caso) Augias. Sì, perché modernamente la parola tragedia si è tanto inflazionata da smarrire il proprio significato autentico e più antico che invece Augias ben conosce. Tragedia non è infatti, genericamente, un qualsiasi evento luttuoso. Il cuore di una vicenda tragica è la fatale drammaticità della scelta. «Che fare?» si domandano spesso, di fronte a un bivio ineludibile, i personaggi del dramma greco antico: decidere, in una tragedia, è un obbligo e una condanna. Una sanguinosa necessità. Perché non si deve decidere tra il bene e il male, ma tra due alternative ugualmente/diversamente ‘buone’ e ‘cattive’, utili e nocive insieme. Se siamo invece ubriacati e rimbambiniti dall’ottimismo retorico pervasivo della pubblicità, dei media e delle fiction cine-televisive pop (dove contano solo il lieto fine e la distinzione netta e fittizia tra bene e male, o tra buoni e cattivi) allora non siamo più in grado di avvertire l’incombenza della tragedia, né di affrontarla fattivamente da adulti. Perché il ‘racconto pop’ di noi stessi che ci somministra ogni giorno il sistema edo-consumistico di massa è una droga che ottunde il senso del tragico e ci immerge in una sognante melassa moralistico-sentimentale: il brodo di cultura più adatto per l’individuo eterno adolescente di oggi. Anziché aiutarci ad affrontare con coraggio e responsabilità la scelta, questa ‘racconto’ ne rimuove la necessità: ci consola illudendoci che ne usciremo semplicemente ‘resistendo’. Continuando cioè, a nostro e altrui danno, a non scegliere.

Proteste, sit-in, accorati appelli per la scuola in presenza, invettive contro la Dad, requisitorie contro l’effetto spersonalizzante del computer, lo smarrimento dei contatti umani nella solitudine vissuta davanti a uno schermo… Protestano intellettuali, insegnanti, studenti. Penso lì per lì: critiche giuste, sacrosante. Non si possono tenere un anno i ragazzi tutti a casa solo perché nel frattempo non si sa o non si vuole migliorare il trasporto scolastico, organizzare una scuola più sicura con una frequenza parziale, che sia al 50 o 70%… Poi però leggo sui giornali che l’80% dei ragazzi delle superiori non vorrebbe tornare fisicamente a scuola perché lo ritiene ancora pericoloso. E poi apprendo da un serissimo programma di inchiesta televisiva che molti nostri adolescenti passano qualche ora del giorno davanti a uno schermo per seguire indiavolati influencer o streamer, loro coetanei o poco più grandi, che li rimbambiniscono con intrattenimenti futili, demenziali e/o compulsivo-ossessivi. E poi, ancora, penso a mio padre e ai suoi coetanei, giovanissimi durante l’ultima guerra, che hanno perso anni di scuola sotto i bombardamenti o al fronte o nei campi di prigionia, e si sono diplomati solo nel dopoguerra. E poi penso al maestro Manzi che nei primi anni sessanta ha istruito dal piccolo schermo migliaia di analfabeti ed appassionato anche me, bambino, che lo seguivo tutti i giorni in tv. E mi faccio delle domande: quanto sono giustificati (e non ideologici) gli appelli degli intellettuali contro la telescuola? Quanto sono sincere ( e rappresentative) le proteste degli studenti se poi in realtà a scuola non vogliono tornarci? O se soffrono tanto davanti a un computer quando si collegano col loro prof, ma non altrettanto quando si collegano con uno youtuber di successo? Mio padre (che era un operaio specializzato con licenza elementare) e quelli della sua generazione (che ha annoverato fior di intellettuali) hanno imparato dai tragici orrori della guerra di più o di meno di quanto avrebbero imparato frequentando regolarmente la scuola e l’università? Insomma mi viene qualche dubbio, non certo sulla indiscutibile limitatezza e imperfezione della Dad, ma sulla giustezza, la credibilità e la proporzione (dato il momento) delle recriminazioni e delle lamentazioni che si levano contro di essa.

A proposito di lamentazioni. Le più alte e sicuramente le più giustificate provengono, oltre che dal mondo della scuola, da quello delle arti, del teatro, del cinema. Sacrosante anche queste, se fossimo in una situazione normale. Comprensibilissime, visto che si tratta di professionisti che vivono di questo loro nobile mestiere. Non ho personalmente dubbi (e questo blog credo lo testimoni abbastanza) che la produzione e la fruizione della cultura umanisticamente intesa sia (o debba essere) lo scopo principale per cui stiamo al mondo. Che possiamo dirci esseri umani soprattutto per questo. Sono convinto insomma che la cultura sia la cosa più importante, del mondo e nel mondo degli uomini. Ma, ahinoi, non viene per prima. È l’ultimo gradino, il perfezionamento ultimo della nostra humanitas. Quando per necessità contingenti l’umanità regredisce a bisogni primari la cultura, purtroppo, non può che farsi (o essere messa) da parte. E deve attrezzarsi, come può, a sopravvivere, per continuare a far sentire la sua flebile ma importantissima voce. Not least but last.

Epicuro
Giove-Zeus

[Odi, I 34]

Ero un devoto tiepido e saltuario,

seguivo allora filosofie bugiarde:

mi tocca adesso di invertire il corso,

ripercorrere la rotta abbandonata.

Il padre Giove infatti – lui che fende

con la fiamma del fulmine le nubi –

negli azzurri del cielo ha scatenato

i suoi tonanti cavalli e il carro alato.

Con quello squassa la terra addormentata

e i fiumi che serpeggiano e lo Stige

e la dimora orribile dei morti

e Atlante, al termine del mondo.

È suo potere esaltare chi giace,

umiliare chi è in vista, e chi è oscuro

sollevarlo alla luce. Gode a strappare

la corona ad uno per offrirla altrui –

fra stridori strazianti – l’artiglio della Sorte

Una abiura del proprio credo epicureo? – Orazio in effetti lo definisce qui addirittura una filosofia insaniens, folle e insensata (io ho preferito, forzando un po’, il dantesco bugiarda) – Una ritrattazione dei cardini della propria concezione di vita? Orazio confessa in effetti qui di essersi riconvertito alla fede negli dèi tradizionali. Sarebbe stato un tremendo temporale a spaventarlo, a rammentargli la precarietà della condizione umana soggetta al potere arbitrario e violento degli dèi, e del caso (Fortuna). Il caso, già. Ecco, qui c’è a mio parere la nota – l’unica – sincera della confessione oraziana: il dubbio, cioè, che irrompe nella coscienza del poeta quando nel sereno arazzo epicureo di un universo regolato da leggi naturali il Caso, ovvero la Sorte imprevedibile (la greca Tyche), affonda improvviso e lacerante il suo artiglio (così ho voluto tradurre, concretizzando l’astrazione, Fortuna rapax). È una angoscia che emerge repentina dal profondo dell’animo di Orazio e che squassa le sue certezze, la sua illusione di dominare, con la sapienza, il mondo. Orazio – non mi stanco di ripeterlo – è un poeta molto meno tranquillo ed olimpico di quanto si creda. Non è neanche (e qui lo ammette) un epicureo di stretta osservanza. Ma non è (non potrebbe costituzionalmente esserlo, mai) un San Paolo sulla via di Damasco. È e rimane (tutta la sua opera sta lì a testimoniarlo) uno spirito scettico, profondamente laico. La apostasia filosofica di cui parla qui non è altro, in realtà, che il rovesciamento ironico di un topos epicureo consacrato dalla poesia di Lucrezio. Nell’incipit celebre del De rerum natura (vv. 62ss.) si legge infatti del maestro Epicuro che non si lascia abbattere da tuoni e fulmini di un tremendo temporale, come fa invece la gente comune pensando che siano mandati da Giove. Anzi Epicuro sconfigge quel terrore interpretando razionalmente (scientificamente) quei fenomeni in chiave puramente fisica. Insomma, le certezze epicuree di Orazio barcollano, sì, per un istante almeno, sotto i colpi della Fortuna, ma la sua dichiarata, oscurantistica riconversione alla religio dei padri è solo una deliziosa messa in scena. Puro e ammiccante (doppio)gioco letterario. I suoi coltissimi amici, Mecenate e gli altri (spiriti scettici e laici da par loro), erano in grado di afferrare benissimo questo esprit de finesse. Augusto avrà forse fatto finta di non coglierlo. Qualche lettore moderno troppo devoto, invece, potrebbe magari cascarci ed esclamare (come il bigotto di Nanni Moretti che ho citato in un altro post): «Vedete, anche Orazio, pure lui, era uno dei nostri!!».

‘ABITARE’

Come allevare maiali in giardino - Idee Green

C’è chi abita il tempo, altri

la vita o la stanza infinita del mondo

altri il futuro, il passato, oltre che

il più ovvio presente, altri ancora

la ragnatela virtuale del niente. Con eleganza

tutti abitano tutto: il lavoro, la vecchiaia, la coppia,

la crisi, il desiderio, il sogno, la speranza…

Ennesimi oggetti del poetismo più jolly che ci sia:

perìto abilitato a rilasciare con facilità

a chiunque e a checchessia certificati

di abitabilità. Io invece

che sono squallido

e sporco, abito solo

lo stanziolo del porco.

L’uso metaforico e spregiudicato di abitare è diventato una delle (detestabili) mode più esibite dal linguaggio attuale dei media. Sostituto ormai fisso dei più comuni vivere, trovarsi, aggirarsi, stare ecc. il verbo abitare è sentito (un po’ come declinare, di cui parlo in un altro mio post) come un traslato chic, un tocco di eleganza espressiva, uno scarto creativo rispetto alla banalità di quei suoi vari, vecchi e più sciatti sinonimi. Si tratta invece di un vezzo urtante per chi abbia autentico gusto linguistico: sia perché è un poetismo fasullo (suona bene senza creare significato né arricchirlo) sia perché è invecchiato (e si è squalificato) prestissimo a forza di essere legato – forzosamente e a vanvera – con una infinità eterogenea di oggetti. Insomma: un altro gingillo di bigiotteria lessicale di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Ma l’epigramma che ho improvvisato sopra esprime forse meglio di ogni commento quanto io apprezzi questi gioielli falsi, questi sottoprodotti da laboratorio pubblicitario diffusi rapidamente nella lingua per facile contagio mediatico. Tanto rapidamente da non essere ancora registrati nei più recenti dizionari italiani.

SAEVUS IOCUS

L'elegia d'amore di Tibullo e Properzio | Studenti.it

Orazio, Odi I 33

Albio, basta soffrire così tanto

pensando a quella stronza di Glicera!

Basta elegie che grondano di pianto,

basta chiedersi perché (dopo averti

giurato fedeltà) lei ti ha mollato

per un tizio più giovane di te!

Licoris dalla fronte graziosina

smania d’amore per Ciro, e lui, Ciro,

che fa? Lui corre dietro alla ritrosa

Foloe: ma molto prima che Foloe

la conceda ad un ganzo così losco

s’accoppieranno i lupi con le capre.

Venere vuole così: si diverte,

lei, a legare ad un giogo di bronzo

– giocando come il gatto con il topo –

tipi diversi per animo e aspetto.

Pure me, d’altra parte, che miravo

parecchio più in alto, m’incatena

il fascino di Mirtale liberta:

una che mi tormenta più che il mare

Adriatico i golfi del Salento.

L’eterna giostra dell’amore: chi insegue a sua volta fugge, in una catena di desideri inappagati o beffati, di felicità frustrate o tormentate. Evocare questo motivo, topico sotto ogni latitudine letteraria (tra i tanti e più di tutti mi sovvien l’Ariosto), serve ad Orazio per offrire all’ amico Albio (Tibullo?), appena e malamente scaricato dalla sua amichetta, un conforto: «Così succede a tutti, che vuoi farci, è legge di Venere e io stesso – lo vedi – ci son dentro e mi tocca sottostare…». Ma il poeta osserva questa giostra, come sempre, da un gradino più in alto rispetto alla comune umanità: per quanto non sia indenne da quei tormenti, c’è in Orazio una metabolizzazione del vissuto che lo immunizza, una consapevolezza ironica che consente il distacco e disinnesca il dramma. Trattandosi di linguaggio sentimentale mi sono permesso, nella traduzione, qualche licenza sintattica e lessicale modernizzante (non era facile tradurre inmitis Glycerae con un termine più incisivo di quello che ho scelto…). Il gioco crudele (saevus iocus) di Venere l’ho reso (e non solo per motivi metrici) con una perifrasi tratta dal nostro frasario quotidiano (giocando come il gatto con il topo) che trovo abbastanza calzante.

Strategia Bridge, Processo Commerciale per aziende B2B | Vehnta

“A chi più ha più sarà dato”:

proprio i sacri testi additano

nel sistema bancario

l’incarnazione più autentica

del messaggio evangelico…

La bellezza è di una

inutilità irrinunciabile.

Chi soffre la sindrome del servo

cova una voglia matta

di farti da padrone.

Se realizzi quanto è facile

comprare e quanto difficile

vendere, allora sei proprio

adulto. Forse addirittura

un po’ vecchio.

I soldi non interessano solo

a pochissimi tra quanti

già ne posseggono

tanti.

L’abisso tra

i nostri padri e

i nostri figli. Noi

sull’abisso

il ponte…

Tuttinclasse! con Vecchioni per una lezione sulla scuola | DavideMaggio.it
5 parole della Lingua Italiana che hai sempre utilizzato senza conoscerne l' etimologia - Il Superuovo

Il noto cantautore Roberto Vecchioni da qualche settimana cura una rubrica linguistica in uno zuccheroso salotto televisivo del sabato sera. È risaputo d’altronde che lui insegnava un tempo latino e greco in un liceo classico. Anche per questa sua professione di allora viene sempre intervistato (a diversi decenni dal suo ultimo ingresso in un’ aula scolastica) a proposito della scuola di adesso. Un collega del genere famoso, insomma. Autorizzato dal suo diploma di laurea e da questo passato da prof, Vecchioni si atteggia a esperto che sputa etimologie, propone indovinelli, snocciola palindromi per intrattenere pedagogicamente il target radical chic della trasmissione. Giocare con le etimologie delle parole, d’altronde, è un vecchio e accattivante espediente didattico per stupire l’uditorio. Solo che, a svolgerlo bene, è un mestiere più difficile e insidioso di quanto non sembri. Per spiegare la vera storia delle parole bisogna essere del mestiere, non si può improvvisare. Bisogna documentarsi bene, meticolosamente, perché spesso l’apparenza inganna e certe parole, per giunta, hanno origini molto incerte. Se si cercano scorciatoie, se si tira a indovinare affidandosi all’intuito e alla memoria si rischiano scivoloni clamorosi sopra un terreno di per sé piuttosto sdrucciolevole. Così il prof Vecchioni, oltre ad inciampare qua e là in qualche etimologia un po’ approssimativa o tirata con gli argani, ha infilato una perla di quelle per cui una volta, all’università, ti cacciavano seduta stante dall’esame di greco. Ha detto che cratere (vuoi quello del vulcano, vuoi il famoso vaso cui gli antichi greci attingevano il vino) deriva da kràtos, che in greco vuol dire forza. Ha aggiunto poi, con una acrobazia semantica spettacolare, che il comune etimo che lega il vulcano alla brocca è dovuto al fatto che gli antichi greci, oltre a riconoscere e a temere – ovviamente – la forza dell’eruzione lavica, riconoscevano e temevano anche quella del vino… Bello eh? Sì, ma tutto falso purtroppo, tutto completamente sbagliato. Perché in realtà cratere (kratèr in greco antico) si chiama così semplicemente perché dentro il recipiente si mescolava il vino (troppo alcolico a quei tempi e da quelle parti) con l’acqua. Kratèr infatti viene da kerànnumi, che in greco antico significa mescolare, e non ha nulla a che fare con kràtos, la forza.  Quella che il prof Vecchioni ha sparato è una paretimologia, cioè una etimologia in apparenza convincente, seducente perfino, ma falsa. Una etimologia da bar (in questo caso da salotto…)

E siccome una parola tira l’altra, aggiungo per parte mia che un parente vero di kràtos, per via di lontani progenitori indoeuropei, è il tedesco Kraft, che a molti ricorderà il nome di una famosa marca di formaggini. E anche qui, divagando per mostrarvi le insidie nascoste nelle storie delle parole, se io volessi azzardare, senza informarmi bene, un’ipotesi attraente sul perché questi formaggini si chiamano così, mi verrebbe lì per lì di supporre che chi li produce è una ditta di area germanofona che ha scelto questo nome per alludere all’energia racchiusa nei suoi prodotti caseari. Ipotesi razionale e attraente anche questa, ma non vera. Altra paretimologia, perché la Kraft, in realtà, è una ditta nata negli Stati Uniti più di cento anni fa e prende il nome dal suo fondatore James Lewis Kraft, un venditore ambulante canadese di probabile origine tedesca. Tutta un’altra (e meno intrigante) storia…

PS del 01/12/2020:

Qualche significativa morale di questo insignificante post :

Così non è anche se ci piacerebbeIl successo non è una abilitazione professionale – Di scuola puoi parlare in Tv solo se sei famoso (e anche se non ne sai nulla) – Il greco antico non è roba per cantautori…

MALVA E CICORIA

Carmi Simposiaci

Orazio, Odi, I 31

Nel nuovo tempio appena consacrato

che cosa chiede ad Apollo il poeta?

Che cosa implora mentre dalla coppa

offre vino novello? Non i grassi

raccolti della Sardegna ubertosa,

non le greggi pregiate della ardente

Calabria, nemmeno l’oro o l’avorio

dell’India, nemmeno i campi che il Liri

tacito morde con le sue acque chete.

Pótino pure con falci di Cales

quelli che ottennero in sorte le viti,

e così il ricco mercante tracanni

in calici d’oro i vini che ha avuto

scambiandoli con mercanzie di Siria:

lui ben caro agli dèi, visto che solca

incolume tre o quattro volte l’anno

l’Atlantico. Per quel che mi riguarda

io mi nutro di olive e di cicoria

e della malva – ‘na robbetta leggera –.

Tu, Apollo, fa’ ch’io di poco gioisca,

del poco che possiedo. E ti scongiuro:

sano di corpo e limpido di mente,

mi stia alla larga una vecchiaia trista

sempre vicina invece la mia cetra.

Olive, cicoria e malva. Una dieta consona ad un tenore di vita volutamente sobrio. A uno stile adeguato ai precetti epicurei, o a quella che oggi chiameremmo la decrescita felice. E poi una vecchiaia sana, lucida e attiva, allietata dalla compagnia inseparabile della poesia. Questo, solo questo chiede il poeta al dio. Tutte le ricchezze del mondo non lo interessano, anche perché – come si usa dire e come Orazio credeva fermamente – non fanno la felicità, anzi la minacciano. Chi legga per esteso l’opera di Orazio troverà questo motivo, della semplicità e della parsimonia, ripetuto fino alla noia: ma non è una fissa mentale. È piuttosto una mèta sfuggente che il poeta ripropone continuamente a se stesso (e al lettore) perché in realtà, per lui come per tutti, è la più ardua da conquistare e da mantenere. Non per caso, anche qui, quel modello di vita è oggetto di preghiera. Appare più un desiderio e un obiettivo che una realtà compiuta. La traduzione è ancora una volta in endecasillabi, con un registro formale appena più sostenuto finché si parla delle ambiziose incombenze dei ricchi, più dimesso invece (fino ad arrivare ad un inciso in dialetto romanesco – un mio ghiribizzo estemporaneo che mi è parso però intonato al contesto) nella parte finale.

CONTRA IDEOLOGIAM

I Social Network sono una nuova caverna? | by Jeshua Stenta | eMemory

Puoi distorcere la realtà (e negare la verità) per ideologia o per interesse.

Ma la distorsione prodotta dall’ideologia è molto più grave e molto più pericolosa di quella prodotta dall’interesse.

Perché chi è mosso dall’interesse smetterà di distorcere e di negare quando la realtà comincerà a incalzarlo e la verità ad accecarlo.

Chi è preda invece di una ideologia – il più grande e il più sistematico e il più opaco e pretenzioso dei pregiudizi – è in buona fede, purtroppo.

Non si lascerà né minacciare né accecare. Perché, ahilui, è già ceco. O ipovedente.

L’ideologia è una benda sugli occhi o un pessimo paio di occhiali che affoga i colori del mondo in una nebbia monocroma, o in un vortice fantasmagorico di illusioni.  

L’ideologia ti inchioda ad una geometrica, morta controfigura della realtà. Ma la realtà è viva e informe, e scappa via, velocissima, tanto veloce che i più bravi tra noi riescono al massimo ad avvicinarla, mai ad agguantarla…

L’ideologia ti impedisce di capire e di godere della varietà e della pluralità del mondo.

Ti proibisce di abbandonarti al flusso libero e imprevedibile della vita.

Ti impedisce di godere del rapimento dell’arte. Della bellezza vivificante del dubbio. Dell’estasi della ricerca.

Ti offre risposte pericolosamente facili a domande terribilmente complicate.

Rinchiude l’incertezza sconfinata della libertà nella falsa sicurezza di una gabbia angusta.

Scambia l’indagine della verità con l’idolatria delle proprie proiezioni mentali, come succedeva ai prigionieri nella caverna di Platone.

L’ideologia è gemella della stupidità, sorella della malattia mentale, parente di certe forme di religiosità. Quelle, per capirci, che ti offrono, in cambio della tua devozione, una salvezza precotta e una comoda verità preconfezionata.

L’ideologia invade i gangli del tuo cervello. È un Alzheimer precoce. Pensa al tuo posto senza che tu te ne avveda. Perché tu ti sei arreso a lei come ci si arrende, in cambio di un conforto avvelenato, alle seduzioni di un paradiso artificiale.

Uno dei sintomi più rivelatrici e allarmanti della malattia ideologica è la negazione ostinata di essa.

Non c’è peggior malato di ideologia di quello che nega di esserlo.

Non a caso il nostro tempo, che si professa convintamente antiideologico, è – per molti versi – più ideologico ancora dei tempi che l’hanno preceduto.

Ai primi sintomi di malattia ideologica guardati bene allo specchio. Meglio: fatti vedere da uno bravo. Presto. Prestissimo. Prima che non ti accorga più di essere malato. Prima che tu creda di essere più sano, più giusto, più onesto e più intelligente di tutti gli altri. Perché quello è l’ultimo stadio della malattia. Il più (auto)distruttivo.

AMAT IANUA LIMEN

Orazio e Lydia (studio), 1886 di Albert Edelfelt (1854-1905, Finland) |  Riproduzioni D'arte Del Museo Albert Edelfelt | WahooArt.com

[Orazio, Odi I 25]

Sempre di meno ragazzi impertinenti

tempestano di sassi i tuoi battenti

chiusi. Non ti disturbano più il sonno

e la tua porta ormai non si separa

per un solo istante dalla soglia.

E dire che sui cardini una volta

era tutto un apri e chiudi senza sosta.

Sempre meno ti cantano da sotto:

“Muoio d’amore per te nelle lunghe

mie notti, e tu che fai, Lidia? Dormi!”

Tra poco sarai tu – vecchia oramai

e ignorata da tutti – ad implorare

spavaldi bellimbusti in un vicolo

deserto, in quelle notti senza luna

spazzate in lungo e in largo dalla bora.

La voglia senza freno che fa andare

via di testa le cavalle in calore

a morsi ti strazierà le viscere

e ti farà piangere, e urlare.

Sì, perché allegra la gioventù gode

dei colori dell’edera e del mirto

ma le fronde rinsecchite le regala

all’Ebro, compagno dell’inverno.

La legge del tempo che rovescia un destino. Crudele e beffarda. Una legge che Orazio avverte e soffre con una sensibilità speciale, quasi unica. Vale per tutto e per tutti, ma specialmente per la bellezza, e in amore. Lidia è stata un’etèra (una escort) affascinante, desiderata e inseguita da molti. Si è potuta permettere di tenere sulla corda i suoi spasimanti, di umiliarli, di prendersene gioco. Ma adesso lei invecchia. E allora il gioco presto muterà in un atroce contrappasso. Sarai lei tra non molto a soffrire e a spasimare, come una lupa insaziata o una cavalla in amore, per giovanotti che a loro volta la umilieranno con il loro disprezzo e con la loro irriverente allegria. Forse l’acrimonia di Orazio cela un risentimento: ha amato molto anche lui, come tanti altri, questa donna ed è stato probabilmente anche lui vittima dei suoi capricci e della sua superbia. Ma, come sempre in poesia, la vicenda personale e il senso di rivalsa individuale sono trascesi in una rappresentazione – cruda e tragica – di valore universale. Nella traduzione ho voluto/dovuto sciogliere e ‘modernizzare’ talune espressioni oraziane che non avrebbero conservato in italiano, se rese alla lettera, una efficacia pari a quella dell’originale: così, per esempio, amat ianua limen (‘la tua porta ama la soglia’) è diventato la tua porta ormai non si separa/ per un solo istante dalla soglia; e non sine questu (‘non senza lamenti’) è diventato (con una endiadi adatta – credo – alla temperie drammatica del contesto) ti farà piangere e urlare.