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ALLONS ENFANTS

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Ho appreso da fonte diretta e assolutamente fededegna che di recente qualcuno ha vinto un concorso di dottorato umanistico con borsa senza essere raccomandato. Cioè soltanto sulla base del solo e suo proprio merito.

Questa notizia – forse indifferente ai più – è suonata lì per lì ai miei orecchi semplicemente incredibile. Fantastica. Rivoluzionaria.

Perché – come sanno tutti quelli che sanno – l’università italiana (almeno nel settore umanistico) ha finora escluso sistematicamente il merito dal novero dei suoi criteri di reclutamento, ad ogni livello. O quantomeno lo ha sempre subordinato al possesso di ben altri e ben noti requisiti…

Però (perciò?) adesso, ripensandoci, comincio a nutrire dubbi e retropensieri negativi. Non sul fatto che la cosa sia accaduta, ovviamente, ma su come e perché possa essere accaduta.

Potrebbe essersi trattato di una eccezione irripetibile e motivata.

Magari dal caso: qualche raccomandato, per un qualche imprevisto magari non si è presentato.

Magari da una necessità politica e propagandistica: si è voluto lasciare qualche posto di dottorato fuori dalla cooptazione baronale per far credere che quest’ultima non esista più ed attirare più concorrenti ai concorsi per tenerli in vita (si sa che molti concorsi di dottorato di lettere e filosofia andavano ultimamente deserti perché si sapeva già prima quali sarebbero stati i vincitori).

O forse da un improvviso incremento di fondi (magari di provenienza europea) per finanziare i dottorati umanistici.

Chi lo sa?

Voglio comunque augurarmi (anche se ci credo poco) che davvero, per amore o per forza, la rivoluzione del merito stia cominciando. Forza ragazzi di belle speranze e di scarsi appoggi, aspiranti filologi o filosofi o storici: iscrivetevi sempre più numerosi ai concorsi di dottorato! Mettete i baroni in difficoltà! Mandateli in confusione! Impedite loro di gestire le prove con la sfacciata sicurezza che hanno sempre ostentato a favore dei loro figli e figliocci. Battete il ferro fin che è caldo. Allons enfants de l’académie… E in bocca al lupo, a tutti.

 

 

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Dài una bandiera a un folle e la userà come un’arma. Anche contro di te.

La più sconcertante stupidità e abiezione di quanti vivono nel pregiudizio consiste in una infrangibile presunzione di intelligenza. Che sussiste e si rafforza solo condividendo il pregiudizio con altri individui, altrettanto stupidi e abietti. Perciò il pregiudizio, se non è diffuso, deve almeno – per sopravvivere – essere settario: non riuscirebbe mai, come la verità, a camminare sulle gambe di un eroe solitario.

Bisogna riconoscere al pensiero politically correct almeno un pregio: quello di predicare tra una massa di bruti un vangelo di bugie o di mezze verità utili, talvolta, ad alleviare qualche nostra inutile pena.

Amore è parola grande e preziosa e nobile che ne contiene molte altre, molto più piccine, vili, ignobili, persino indicibili.

A una persona dalle belle parole preferisco le parole di una bella persona.

A teatro, sere fa. I miei studenti recitavano l’Andromaca di Euripide. Stare a teatro (quando si fa buon teatro) è l’esperienza di un confine magico: quello tra la realtà e la verità. Noi, spettatori, – al di qua di quel confine – sprofondati (stretti nelle nostre poltroncine, soffocati dai nostri vestiti) nella penombra della realtà. Loro, gli studenti-attori, trasfigurati nella luce della verità, liberi di muoversi fuori dal tempo e dallo spazio in cui noi eravamo imprigionati. Ragazzi e ragazze che vedevo tutti i giorni ridere, strillare, scartocciare merendine, sfogliare libri, spettegolare, litigare… lì erano diventati carne e sangue, volto e voce di archetipi delle passioni e della sofferenza umana: Andromaca, Ecuba, Ermione, Menelao, Peleo. Altri da sé. Così, come straniati ciascuno, ma con tutto se stesso, nell’estasi del mito.

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«Dopo questi argomenti si potrebbe continuare trattando dell’amicizia. Essa è in certo modo una virtù o qualcosa che si accompagna alla virtù; inoltre è qualcosa di assolutamente necessario per l’esistenza umana. Infatti senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, pur possedendo tutti gli altri beni. Non per altro si crede che soprattutto sentano il bisogno di amici quelli che sono ricchi e che hanno acquisito cariche o poteri; in effetti quale utilità ci sarebbe di una tale prosperità una volta che sia tolta la possibilità di elargire benefici, i quali toccano soprattutto gli amici e sono particolarmente lodevoli < se attuati> verso gli amici? E come potrebbe essere questa prosperità custodita e salvaguardata senza amici? Infatti quanto più essa è grande tanto più è instabile. Nella povertà e nelle restanti disgrazie <gli uomini> credono che gli amici siano l’unico rifugio: e ai giovani per evitare gli errori; e ai vecchi per la cura e per gli aiuti <che si devono loro prestare> in relazione alla loro inabilità pratica dovuta alla debolezza fisica; e a quelli nel pieno dell’età per compiere belle azioni. “Due che camminano insieme” [cit. dall’Iliade] sono infatti più capaci di pensare e di agire. <L’amicizia> pare essere naturalmente insita in colui che è stato procreato verso colui che lo ha generato e in colui che genera verso chi è stato generato, non solo tra gli uomini ma anche tra gli uccelli e presso la gran parte degli animali e vicendevolmente tra coloro che appartengono alla stessa specie e soprattutto tra gli uomini, ragione per la quale noi lodiamo i ‘filantropi’. Si potrebbe osservare anche durante i viaggi come ogni uomo sia un essere familiare e <perciò> amico per un altro uomo. L’amicizia pare tenere insieme anche le città e i legislatori paiono preoccuparsi più di quella che della giustizia: infatti la concordia sembra essere in qualche modo simile all’amicizia, ed essi aspirano soprattutto a questa e cercano di scongiurare soprattutto la discordia civile che le è nemica.» (Aristotele, Etica Nicomachea 1155a)

 

Si ostinano a somministrare Aristotele alla maturità classica: due volte negli ultimi sei anni. Eppure il sommo filosofo è il meno adatto, stilisticamente parlando, a testare la preparazione media del maturando di liceo classico: perché scrive spesso (a dispetto della profondità e della lucidità del suo pensiero) in maniera raffazzonata, sintatticamente inaccurata, con frequenti ellissi di nomi e di verbi e cambiamenti di soggetto. Scrive(va) così perché in realtà i testi che abbiamo conservato di lui sono dispense, appunti, scartafacci ad uso interno della sua scuola non rielaborati sul piano retorico e formale così come dovevano essere invece le opere essoteriche, destinate cioè alla pubblicazione, che non possediamo più. Eppure i misteriosi selezionatori del ministero continuano a proporlo. Qualche mio collega sospetta addirittura che essi lo farebbero per mandare allo sbaraglio gli studenti e accelerare così obliquamente l’eliminazione del greco antico dai licei. Io non ci vedrei secondi fini politici tanto maliziosi: una insinuazione dietrologica del genere, per altro, attribuirebbe a questi misteriosi figuri la dote di una studiata accortezza. Difficile che questa possa appartenere a persone che si lasciano sfuggire, nei brani che propongono (è accaduto spesso), persino errori testuali senza verificare prima attentamente su di una edizione critica. A meno che questa trascuratezza non faccia parte, anch’essa, del complotto… No. La realtà è forse meno ingegnosa. Non di malizia a mio avviso si tratta, ma di imperizia. Con la scelta dei temi di versione questi oscuri personaggi ci offrono la sintesi e la quintessenza perfette del più sciatto pedagogismo ministeriale degli ultimi anni applicato all’antichistica.  Il loro intento sincero e pervicace è infatti dimostrare a tutti i costi che l’antico è attuale; che autori di duemilacinquecento anni fa parlano già modernamente di ecologia, di solidarismo, di animalismo, di democrazia, di legalità ecc. Il loro criterio di scelta è quindi puramente promozionale e propagandistico. Ma il target primario di questo marketing non sono gli studenti – si badi bene (se no non propinerebbero loro testi così ardui) – ma il grande pubblico: per pubblicizzare questa presunta attualità dei classici, in effetti, quale occasione più ghiotta potrebbero avere  della seconda prova di maturità, quella che finisce semel in anno sulle pagine di tutti i quotidiani, con tanto di commenti di intellettuali e di veri o presunti grecisti? Presunti come quella brillante e sedicente collega che (con il fine non dichiarato ma trasparente di promuovere un suo fortunato pamphlet sul greco antico dalle colonne di un grande giornale) dedicava ieri uno sportivo quanto entusiastico spot al pensiero di Aristotele, filosofo secondo lei geniale e moderno così come la lingua in cui si esprimeva. Tanto geniali e moderni entrambi – lui e la sua lingua – da potersi, sempre secondo lei, comprendere e tradurre oggi senza il bagaglio molesto delle conoscenze grammaticali ma così, semplicemente, per empatia… Potere evidentemente magico, questo dell’empatia, e sottovalutato dagli antichisti meno geniali. Quello che ci permetterebbe magari di accostarci ai classici originali del pensiero confuciano senza nemmeno conoscere gli ideogrammi cinesi.

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Cominciammo a insegnare

nel giurassico della guerra fredda

quando si ergeva alto come un destino

il muro di Berlino e funzionavano

persino le cabine telefoniche, in attesa

dell’avvento del Dio Telefonino.

 

Considerate quanto siamo antichi.

 

Negli uffici di segreteria

sopravvivevano ancora i ciclostili

ticchettavano ancora le Olivetti

e le prove di maturità correvano

con le volanti della polizia.

 

Considerate quanto siamo vecchi.

 

Non esistevano allora: Smartphone, Ipod

Notebook, Tablet e diavoleria bella:

tutta la chincaglieria elettronica

che avrebbe acceso fantasie tra i banchi,

reso la scuola giovane, luccicante e snella.

 

Considerate quanto siamo stanchi.

 

Con l’Autonomia entrarono da noi

in gran frotta il PEI il POF il PTOF

gli IDEI il CIC i PON la ASL

i BES, l’UDA, il PDP, il RAV: tutto

l’esercito scoppiettante delle sigle

che alla moderna paideìa

tante vittorie fruttò, tanti trofei.

 

Considerate quanto colmi ne sien gli ….

 

E provocandovi a scoprir la rima a effetto

(acherontei? atenei? epicurei?)

vi salutiamo tutti con affetto.

ABDICAZIONE

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Non chiedetemi la strada

il senso di marcia, le mète,

le gratificazioni venture. No

ragazzi, vi prego: non sono (più?)

nelle condizioni di azzardare

previsioni, vaticinare

giudizi, garantire

ambizioni. Il futuro

ha smesso di esistere

così come il valore assoluto

delle vostre prestazioni.

A qualcuno/a piacerete come amanti,

ad altri come amici compiacenti, ad altri

come ossequiosi parenti, ad altri quali

zelanti zerbini della customer

satisfaction, ad altri ancora in vece

di portaborse astuti e corrivi. E

per gli stessi motivi per i quali

ad alcuni piacerete, dispiacerete

ad altri. Sic res se habet. Che volete

farci: il vecchio prof può ancora

dare i numeri – sbagliando -: un otto

o un dieci. Non pronuncia sentenze

circa il vostro cammino. Non rilascia

marchi di qualità. Non è proprio

sulle sue ginocchia artritiche

che riposa il vostro luminoso

destino. Non chiedetemi

il biglietto per Ancona

o per Tebe.

DOPPIO SOGNO

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In questi giorni è di moda rievocare il Sessantotto. Non ho né la competenza storica per trattarne da specialista, né un’età così veneranda per parlarne da testimone diretto. Ma ho vissuto la mia adolescenza e la mia prima giovinezza negli anni settanta: non posso perciò non ricordare gli effetti che quel rivolgimento produsse da noi, specie nel mondo giovanile, negli anni immediatamente successivi. Sul piano dei rapporti sociali – un po’ in tutti i campi, ma nella scuola in primis – si trattò di una rivoluzione culturale, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Un’eruzione vulcanica, o uno tsunami. Un intero sistema autoritario – impositivo, coercitivo, gerarchico, dogmatico – venne spazzato via in poco tempo per lasciare spazio (per parlare del meglio) a relazioni fondate sul confronto paritario, la critica, la contestazione, la rivendicazione etc.; oppure (per parlare del peggio) al lassismo anarcoide, all’intimidazione, al fanatismo ideologico, al vilipendio delle istituzioni. Fino a forme di violenza politica che sfociarono negli anni bui del terrorismo e delle stragi. Cose da tutti risapute.

Non si riflette abbastanza invece, alla distanza – storicamente istruttiva – di mezzo secolo, sull’onda lunga prodotta da quel maremoto. Perché è dagli effetti tardivi di un evento che spesso si comprendono meglio la sua natura profonda e le cause che l’hanno prodotto. Ubriacatura ideologica, estremismo politico, terrorismo – infatti – mi sembrano oggi solo gli effetti immediati, più superficiali, meno significativi (per quanto deleteri e addirittura drammatici) di quel sommovimento tettonico. Solo i lapilli e la cenere e la nube piroclastica del vulcano esploso. Ma il fronte poderoso della lava doveva ancora scendere e produrre a maggiore distanza la sua azione più vera, ampia e duratura.

Sì, perché il Sessantotto di piazza con i suoi dintorni “rivoluzionari” sono stati, secondo me, soltanto un epifenomeno. In greco questa parola significa una manifestazione di superficie, che non rivela la profondità delle cause – ripeto – ma può addirittura dissimularla.

L’onda del sessantotto si è gonfiata ed è tracimata per l’unico ed essenziale motivo che la nascente società della produzione e del consumo di massa non poteva più essere contenuta negli argini del vecchio ordine ‘borghese’: Dio, patria, famiglia, scuola, partito…

Tutto questo è stato bene e tempestivamente intuito in diverse, lucidissime e formidabili pagine giornalistiche di Pierpaolo Pasolini (poi raccolte negli Scritti corsari). Non per caso Pasolini fu uno degli intellettuali più discussi e contestati dai sessantottini e dai loro fiancheggiatori e simpatizzanti: perché aveva capito prima (molto prima) degli altri che cosa veramente bollisse in pentola. Aveva focalizzato la vera natura e la vera direzione dell’onda anomala prodotta dallo tsunami.

E aveva compreso che tutti i vari movimenti(ni) e le ideologie e gli intellettuali e i partiti che la cavalcavano ne sarebbero stati alla lunga disarcionati e travolti dopo essersi scioccamente illusi di indirizzarne e sfruttarne la direzione da provetti surfisti…

Che cosa è rimasto in effetti della miriade di discussioni intellettuali sui massimi sistemi; dell’operaismo; del comunismo gruppettaro e barricadero; degli slogan e dei fogli iperideologici e pseudorivoluzionari; degli scontri di piazza? Nulla, direi. Per fortuna. Soprattutto se si pensa alla deriva terroristica che ne è immediatamente seguita.

Che cosa, invece, dei diritti civili e femminili, della rivoluzione generalizzata del costume nei rapporti privati, familiari e sociali; dell’individualismo edonistico e libertario? Molto. Direi quasi tutto.

Dicotomia di effetti e di filiazione. I primi erano figli bastardi o putativi, prematuramente invecchiati per intossicazione vetero- ideologica, scaricati e calpestati dal carro della storia e abbandonati per strada. I secondi, invece, erano i figli autentici, cresciuti all’ombra dei fratellastri e maturati poi negli anni ottanta e novanta. Gli anni del consumismo sfrenato e del liberismo economico. Gli anni dei mercati e dei supermercati. Delle discoteche. Delle tv private e commerciali. Delle vacanze programmate. L’era della metastasi pubblicitaria onnipervasiva.

Ricordo un articolo di Giorgio Bocca in un numero de L’Espresso di circa 40 anni fa. Era il 1979. Da noi si era ancora in pieno clima di guerra civile con gli scontri di piazza e il terrorismo in piena attività. Ebbene Bocca, in quell’articolo, rivolgeva l’attenzione ad un fenomeno di fresca importazione americana: la famosa febbre del sabato sera diffusa negli USA dai fortunati musical di John Travolta.  Bocca diceva che quella moda era la prima avvisaglia della nuova era che si annunciava all’orizzonte. Che la saturday night fever avrebbe sconfitto il terrorismo nostrano e seppellito gli anni di piombo prima e più facilmente di mille battaglioni di polizia. Così fu. Perché Travolta era l’icona vivente del sessantotto ormai giunto alla sua maturità storica e pronto a reclamare la propria eredità borghese, a riaffermare la propria autentica identità (edonistica, consumistica, individualistica, anti-ideologica) dopo un equivoco sesquipedale durato più di un decennio.

D’altro canto, che le mode ideologiche massimaliste di quel decennio fossero solo le mosche cocchiere, ovvero una fragile (e anacronistica) maschera, di un sommovimento epocale di tutt’altra natura lo dimostra l’assurdità delle utopie che i ‘rivoluzionari’ nostrani dell’epoca inseguivano: sognavano in fin dei conti una società simile a quella realizzata nei paesi comunisti dell’Europa orientale, proprio mentre quei regimi erano già di fatto in avanzata decomposizione; nel frattempo i giovani d’oltrecortina, molto più realisticamente, sognavano l’esatto contrario: la libertà borghese e il benessere dell’occidente. Doppio e simmetrico e opposto sogno. Il primo purtroppo tragicamente fasullo, completamente fuori dalla storia. Sorretto da un furore solipsistico e delirante che succhiava linfe residuali da ideologie oramai mummificate (vedi – o rivedi – in proposito il bellissimo film di Bellocchio Buongiorno notte, del 2002, ma di recente riproposto in televisione).