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Ho maltrattato altrove Diego Fusaro giurando che lo avrei da quel momento ignorato, ma questa volta mi tocca riparlarne riconoscendogli, in tutta onestà, un merito: quello di aver tentato a suo modo, e tra pochissimi altri, di smascherare il mito e lo slogan, ormai onnipervasivi, della resilienza. Fusaro lo fa in un suo saggio, brillante ma insidioso (e piuttosto ridondante, come tutti i suoi) dal titolo inequivocabile, diretto come un treno: Odio la resilienza. Contro la mistica della sopportazione (Rizzoli, Milano 2022). Si sa: i nemici dei nostri nemici sono o diventano, per legge di natura, contro la nostra volontà e contro ogni nostra aspettativa, nostri amici, quantomeno occasionali. Il comune nemico mio e di Fusaro è, in questo caso, l’ottimismo obbligatorio di ‘regime’. Il regime è quello, tanto ampio da diventare impersonale e inafferrabile, aziendal-finanziario- mercantilistico che domina l’occidente globalizzato da decenni. L’ottimismo è quello, fasullo, che questo regime vuole imporre per persuadere masse sterminate di consumatori che essi continuano a vivere nel migliore dei mondi possibili e di conseguenza devono continuare, questo mondo, a sostenerlo in tutti i modi e senza riserve così come è, nonostante tutto e all’infinito. L’ottimismo obbligatorio della società consumistica, lo vado ripetendo da sempre, è merce del diavolo. Ben impacchettata, suadente, seducente, ma profondamente corruttiva e rivolta al bene e all’interesse primario di chi lo propaganda. E fin qui concordo col Fusaro. E tuttavia la strategia propagandistica dell’ottimismo obbligatorio è irresistibile perché fa leva su un aspetto incoercibile della natura umana. Tutti noi abbiamo bisogno di speranze e di illusioni per vivere. Tutti noi desideriamo e sogniamo naturalmente – e indefinitamente -, in primis, il benessere e il piacere. E l’ottimismo della propaganda di regime alimenta ogni giorno, ogni istante, fino all’overdose, attraverso i mille canali promozionali che possiede, proprio il desiderio e l’illusione di raggiungerli. Chi coltiva ciecamente desideri e illusioni di benessere e di piacere, infatti, alimenta a sua volta il sistema che le produce e che le vende: non lo mette in discussione e non percepisce i rischi mortali della sua espansione infinita e indiscussa.

La resilienza è l’ultima trovata della neolingua di questo sistema – ha ragione qui il Fusaro. Drammi e problemi gravissimi, figli diretti o indiretti (ma inequivocabili) della mondializzazione capitalistica (dalla pandemia, alle guerre, al disastro ecologico e allo sfruttamento indiscriminato e squilibrato delle risorse) mettono in pericolo imminente la sopravvivenza del genere umano, quindi il “sistema” stesso. E il “sistema” per parte sua quale soluzione propone? La resilienza. Sob! Sarebbe a dire che non dobbiamo attrezzarci, ribellarci, mobilitarci collettivamente in social catena per contrastare e combattere le cause di questi pericoli, bensì adeguarci, sopportarne, accettarne gli effetti, resistere individualmente con forza d’animo, pazienza e speranza infinite… Già, la speranza. Ovvio, dice giustamente il Fusaro, ribellarci e combattere in molti significherebbe muovere contro il sistema. Adattarsi e sopportare e sperare da soli invece non mette in discussione un bel nulla se non noi stessi. Molte volte in effetti su questo blog ho richiamato gli antichi greci per sbugiardare la falsa virtù della speranza. Che significa spesso, come ben sapevano loro, una proiezione illusoria del desiderio, ovvero una infondata autosuggestione: chiudere insomma gli occhi della ragione di fronte alla realtà. Oggi la speranza si chiama meglio “pensare comunque positivo”, cioè fiducia incondizionata nel futuro a prescindere da qualsiasi dato realistico o condizione oggettiva. Una virtù coltivata ingenuamente dagli individui per sopravvivere, ma utile soprattutto al sistema per imbonire le masse e perpetuare se stesso. La speranza così intesa è diventata insomma, nel vocabolario creativo del sistema “turbo-capitalistico”, sinonimo stretto o almeno alleato della resilienza.

Il Fusaro sostiene proprio questo, in buona sostanza. Dice di odiare la resilienza in quanto truffa lessicale, propaganda di un sistema che cerca con tutti i suoi potentissimi mezzi di spacciare per leggi di natura le leggi proprie, quelle cioè che garantiscono i propri interessi di dominio (finanziario, economico, ideologico ecc) ormai planetario. Dice di odiare la resilienza in quanto finto valore utile soprattutto a rovesciare sull’individuo/atomo la colpa di non sapere o volere accettare i crescenti ‘inconvenienti’ del sistema; se non ce la fai ad affrontarli è perché sei un disadattato o un debole o un immaturo; se soccombi è solo perché non sei abbastanza resiliente.

Ora fin qui, ripeto, io concorderei abbastanza col Fusaro. Ma intanto il potentissimo nemico che egli addita è reale, certamente, ma estremamente impersonale, vago, ubiquo, inafferrabile. Chi sono i signori del sistema da combattere: Amazon, le multinazionali, le banche, i mercati, i cinesi? O tutti questi e molti altri insieme? Quali volti concreti ha questo sistema mondiale “turbo-capitalista”? Contri chi e che cosa dovremmo o potremmo rivoltarci? Come e con quali mezzi potremmo farlo? E, soprattutto, coalizzandoci e organizzandoci tra chi? Chi fra noi, in questo momento, dovrebbe o potrebbe farsi promotore e attore di questa rivolta o rivoluzione globale? Appellandosi a quale nuovo manifesto condiviso da un neo-proletariato mondiale? Non trovo al momento, da perfetto profano di sociologia, economia, politologia ecc., una risposta possibile (concreta) a questa domanda. Anche perché questo neo-proletariato politicamente non esiste. I nuovi poveri vittime della macchina turbo-capitalistica mondiale sono certamente milioni, miliardi. Ma quale istanza comune, trasversale, internazionale potrebbe unirli e mobilitarli in una social catena contro il moloch che li minaccia? La realtà è che essi sono tragicamente ed infinitamente divisi, addirittura ostili in primis gli uni verso gli altri. E lasciamo stare l’impotenza sociale delle turbe immense di schiavi sfruttati nei vari terzi e quarti mondi. Ma anche nelle società meno povere come la nostra la polverizzazione categoriale del disagio e/o della vecchia e nuova povertà è evidente: partite iva contro statali, precari contro non precari, categorie protette contro categorie emergenti, italiani contro immigrati, giovani contro anziani ecc. È un bellum omnium (pauperum) erga omnes. Un facile trionfo per il turbocapitalismo internazionale. Un paradosso, direi: all’internazionale socialista del Novecento è subentrata l’internazionale capitalista del nuovo millennio e la vecchia, difficile lotta dei proletari uniti contro i singoli capitalisti si è rovesciata in facile vittoria del grande capitale mondiale unito contro sfruttati divisi, litigiosi, atomizzati, pressoché imbelli.

Fusaro sottace abbastanza questa realtà. Non solo: con tutta la profusione di cultura filosofica con cui maschera la voragine di fondo della sua argomentazione, quando dovrebbe arrivare al nodo della questione, cioè a proporre marxianamente soluzioni “pratiche” (di prassi politica, cioè), non sa appellarsi ad altro che al ridicolo rifiuto della scienza, della fantomatica dittatura sanitaria, quella delle mascherine e dei green pass durante la pandemia, per intenderci: quello sarebbe secondo lui un esempio importante di rivolta contro il sistema! Parturiunt montes, nascitur ridiculus mus

Ma no, dottor Fusaro, abbia pazienza: credo che lei sia abbastanza intelligente per capire che correndo dietro a queste infeltrite bandierine dell’antiscienza, del sovranismo, della patria e della famiglia ecc. non si arriva proprio da nessuna parte…

Io la vedo molto diversa e parecchio più tragica (apocalittica), purtroppo. Vedo che il moloch contro cui si dovrebbe combattere è in realtà una immane macchina sfrenata, lanciata a tutta forza verso un imminente schianto, un blackout fatale che tutti rimuoviamo e che temo sia ormai impossibile evitare. È solo questione di tempo.

E noi? Noi siamo in tragico ritardo.

Perché noi, tutti quanti siamo – diceva il grande scrittore russo Gogol – dormiamo, e sogniamo

Continuiamo pervicacemente a sognare. Che cosa sogniamo? Semplice, ripeto: piacere e benessere. Semplice e naturale. Il sogno che il capitalismo occidentale ci ha educato da decenni a sognare. Il sogno più istintivo e dolce (ma virtualmente pericoloso, come ben sapeva il vecchio Epicuro) che potremmo accarezzare: il sogno edonistico. Perché hedùs in greco significa dolce, appunto, ed hedonè è la dolcezza del piacere. Se il capitalismo occidentale ha costruito nella storia un sistema più efficiente e vincente di tutti gli altri non è per caso: è perché ha prodotto nella società umana, (più male che bene, solo per alcuni e non per tutti, ma di sicuro più diffusamente che altri sistemi) piacere e benessere, certo, ma anche – con il suo formidabile apparato pubblicitario – il cieco e mai sazio desiderio di entrambi. Il turbocapitalismo consumistico ci ha intimamente corrotti, antropologicamente trasformati, snaturati, è vero: ma lo ha fatto a partire dalla sollecitazione sistematica dei nostri più basilari e naturali desideri. Chi poteva resistere a una sollecitazione del genere? Diciamocelo: nessuno può né vuole combattere davvero contro ciò che naturalmente desidera. Tantomeno ci riesce contro chi, in maniera artificiale ma scientifica, sa alimentare quei desideri all’infinito. Non riesco a vedere nel mondo attuale popoli, o gruppi o movimenti che non siano profondamente conquistati dal modello di vita occidentale: anche quelli che sembrano combatterlo con furia, o addirittura minacciano di distruggerlo, nel profondo desiderano eguagliarlo o sostituirlo. Il loro odio dichiarato è in realtà, ne sono convinto, inconfessabile o inconsapevole invidia.

Solo il sistema in realtà potrebbe salvarci da sé stesso. Ma non lo farà. Perché l’interesse immediato di quanti lo guidano è più forte e ingovernabile delle virtù che occorrerebbero loro per frenare la corsa e salvare il convoglio dallo schianto: lungimiranza, misura, sacrificio condiviso e giustizia distributiva sarebbero forse oggi le vere, uniche, ardue strategie di sopravvivenza.  Ma gli insaziabili happy few alla guida della locomotiva si limitano tutt’al più a elogiare a parole queste virtù. In realtà non vogliono e nemmeno possono rallentare la corsa del treno. Preferiscono perciò mantenere tutti gli altri passeggeri, fino all’ultimo poveraccio imbucato nella terza classe del treno, immersi nel sonno e nel sogno…

La vulgata pubblicitaria del turbocapitalismo ha infatti rimosso (ne ho già scritto altrove) negli ultimi sessant’anni dalla cultura dell’uomo medio occidentale la concezione stessa della tragedia: il senso del limite, l’incombenza inevitabile della morte, della sconfitta e del nulla, il dovere drammatico della rinuncia e della scelta. Tutte queste componenti, oggettive e irremovibili della condizione umana, sono state lavate pericolosamente via dalla nostra coscienza collettiva. E ciò è accaduto perché esse sono irriducibili nemiche di un sistema che, per perpetuarsi ed espandersi, ha bisogno di nasconderle e di iniettare sempre e comunque negli individui-consumatori dosi di fideistica e bambinesca speranza nel futuro.

Ma quel sistema, caro prof Fusaro, noi non riusciamo purtroppo più di tanto a combatterlo, né tantomeno a odiarlo del vecchio e proverbiale – e a lei ancora caro – odio di classe: perché esso promette a tutti noi, che lo ammettiamo o no – lo ribadisco -, il paradiso verso cui si protendono i nostri profondi e immediati desideri. E noi occidentali, per altro, di quel sistema abbiamo goduto per alcuni decenni vantaggi concreti in abbondanza, più (e a scapito) di ogni altra popolazione al mondo. Perciò, temo, dovremo essere noi a pagarne (e stiamo già iniziando a pagarlo) il prezzo più amaro, senza sconti.

Proprio la rimozione del tragico d’altronde (la poesia e il teatro greco ce lo insegnano) è la condizione più favorevole all’accendersi e al consumarsi, implacabile, della tragedia. Il presupposto della nemesi. Della catastrofe. Di quel doomsday di cui gli uomini di scienza più avveduti stanno aggiornando, ahinoi, proprio in questi giorni la data.

Non so perché ma scrivendo queste cose mi vengono in mente – per inquietante analogia – il Serse di Eschilo, l’Edipo di Sofocle, l’Eracle folle di Euripide e tanti altri grandi archetipi dimenticati (riposti/rimossi: remoti) negli scantinati del mito. Vicende tragiche segnate, tutte, dal sogno ostinato della potenza, dalla hybris del successo, dal naufragio sanguinoso dell’illusione. E dal tardivo riconoscimento della realtà.

Spero che stavolta i miei classici mi tradiscano.

PS: un breve ma penetrante e (molto) condivisibile articolo contro la resilienza (firmato da Maurizio Puppo) si legge altresì in: https://altritaliani.net/contro-la-resilienza-ora-e-sempre-resistenza/

AD ALTIORA…

Volentieri ricevo e volentieri diffondo. Fulminante, matematica foto della parabola della nostra scuola superiore negli ultimi cinquanta anni. Senza neanche troppa esagerazione. E senza bisogno di ulteriori commenti…

Si sa che parole singolari astratte assumono in certi casi, al plurale, un significato diverso: fortuna/fortune; bene/beni; amore/amori, tanto per fare qualche esempio. Il plurale è sempre più concreto e pragmatico, talvolta meno nobile ed elevato del singolare. La stessa cosa accade per educazione/educazioni. Quando è declinato al plurale questo termine sottintende sempre aggettivi che lo specificano e lo circoscrivono subordinandolo a scopi meno generali e meno alti, direi, del singolare senza aggettivi. C’è dunque l’educazione e ci sono varie educazioni, ciascuna mirata a istruire o a catechizzare gli educandi a certe idee, comportamenti o abilità in uno specifico ambito.

Sentivo stamane in radio un economista che reclamava l’urgente introduzione di una educazione finanziaria nella nostra scuola. Non passa giorno che qualcuno non esiga a gran voce diritto di cittadinanza nella nostra istruzione per una qualche educazione con aggettivo al seguito: musicale, cinematografica, teatrale, stradale, sanitaria, ambientale, alimentare, sessuale, digitale, e molte altre ancora.

Intanto il ministero ha già recepito e imposto (ma temo sia solo l’inizio…) almeno due di queste educazioni: quella civica, che esisteva già prima, ma era una semplice e (ingiustamente) trascurata appendice dell’insegnamento disciplinare della storia, e quella aziendalistica, camuffata dietro le sigle dell’Alternanza Scuola-Lavoro (ASL) e dei Percorsi Trasversali per le Competenze e l’Orientamento (PTCO).

Trasversale è nel nostro caso la parola magica. La chiave di volta della rivoluzione didattica che si vuole attuare imponendo da un anno all’altro queste educazioni. Sia la nuova Educazione civica che l’Alternanza, infatti, sono concepiti dal ministero non come discipline da aggiungere alle tradizionali, ma come percorsi (altra parola magica) che intersecano (attraversano> infilzano > trafiggono) tutte le varie discipline. Tutte le discipline devono insomma concorrere, subordinandovisi, alla educazione civica e a quella aziendalistica, ciascuna pagando il pegno di un bel gruzzolo di ore sottratte alla normale attività programmata e inventandosi attinenze fantasiose e improbabili con le finalità superiori di ciascuna educazione. Il sottofondo ideologico comune rimane, con tutta evidenza, la interdisciplinarietà. Un totem che circola nella pedagogia ministeriale da oltre sessant’anni ma che continua ad essere spacciato nella scuola reale come il non plus ultra della modernità, benché venga attuato nelle nostre aule in forme spesso degradate, fuorvianti e caricaturali.

Una interdisciplinarità così intesa si sposa in effetti a meraviglia con la proliferante pluralità delle educazioni. Ne diventa il lievito potente, fecondante. Capace di pompare potenzialmente l’importanza e la misura oraria delle nuove educazioni fino a coprire tutto il campo dell’attività didattica, o quasi.

In soldoni: se la scuola accoglierà una ad una nel suo grembo (ma come potrà non farlo se vuole adeguarsi alle esigenze di una istruzione utile, pratica ed attuale?) tutte le educazioni che reclamano di essere adottate, il tempo per insegnare le discipline tradizionali, prima o poi, non esisterà più.

Inutile negarlo: se questo accadrà, si avvererà una vera rivoluzione. La scuola che uscirà da questo totale rivolgimento sarà completamente altra rispetto a quella che noi conosciamo e che molti di noi anzianotti hanno frequentato: in questa nuova scuola le conoscenze disciplinari saranno disfatte, diluite, smembrate, sfrittellate, sfarinate e infine travasate dentro i contenitori delle educazioni. Saranno al servizio di un sistema di insegnamento tutto rivolto all’utilità immediata. Sarà una scuola delle istruzioni per l’uso, per capirci. Perché le educazioni hanno più o meno tutte nel mirino lo sviluppo delle famigerate e mai ben identificate competenze.

Beninteso: se davvero tutti oggi vogliono (politici, famiglie, società) una scuola così, se si ritiene che la scuola delle discipline non serva più a nessuno, se si pensa che Leopardi e Hegel e Machiavelli e le matematiche e la fisica classiche ecc. debbano finire nella spazzatura o porsi al massimo (e non si sa bene come) al servizio delle varie educazioni (stradale o alimentare ecc.) ebbene si metta allora mano al bulldozer e si proceda a demolire dalle fondamenta la vecchia scuola liceale. Si faccia con coraggio e subito piazza pulita delle materie tradizionali.

Sia chiaro: personalmente ritengo questo progetto di ‘scuola del prêt à porter’ un vero delitto di cui ci si dovrà presto pentire.

E tuttavia preferirei vederlo consumato, questo delitto, senza esitazioni e fino in fondo, con una riforma drastica e cruenta, piuttosto che assistere alla prolungata agonia della scuola delle discipline.

Per effetto di queste riforme striscianti i licei in particolare (e non per caso) sono infatti da anni impantanati in un drammatico guado. Non sono più carne e non sono ancora pesce. Si trascinano in questa lenta e travagliata metamorfosi, costretti a reggere il peso doppio del loro impianto tradizionale e delle insopportabili sovrastrutture ‘moderne’ imposte da un anno all’altro dalle riforme ministeriali o inventate dalla fantasiosa inventiva degli istituti autonomi.

Nei licei infatti si insegnano ancora, ormai più male che bene, le vecchie discipline. Ma a loro danno reclamano ormai un sempre maggiore spazio, in nome dell’attualità e della ‘progettualità’ e sotto molteplici e variopinte etichette, proprio le varie educazioni. Una presenza sempre più invadente, soffocante. Una vera e propria metastasi.

Il risultato, al momento, è un ircocervo, un organismo ibrido ed elefantiaco. Qualcosa, ripeto, che non è più e non è ancora. Un essere sofferente che non riesce, per la sua stessa mole mostruosa e iper-obesa, a muoversi e ad operare.

La conseguenza didattica è, etimologicamente, tremenda: incalzati nell’immediato dalle verifiche tradizionali e preoccupati a lungo termine dall’esame di stato, gli studenti liceali di oggi (anche i più seri e volenterosi) non riescono più ad assimilare decentemente i contenuti delle vecchie discipline, costretti come sono a occuparsene in tempi sempre più stretti e in modo vieppiù frettoloso e superficiale. Il tempo della lezione e del lavoro domestico infatti è sempre più dominato dalle esigenze e dalle incombenze della progettualità e delle nuove educazioni. Se a questo aggiungiamo il tantissimo tempo che i ragazzi di oggi dedicano, fuori dalle aule, a molteplici attività organizzate (sportive, ricreative ecc) e soprattutto quello che sperperano sugli smartphone e sui social, allora la frittata strapazzata (dell’apprendimento disciplinare) è fatta.

Signori della Minerva, abbiate pietà! Aiutate il vecchio liceo a morire, al più presto, con tutte le sue decrepite e fragili discipline. Non fatelo soffrire oltre. Spazio, subito, alle giovani educazioni…

(Però uno dubbio mi rimane: quando la matematica e la storia saranno decedute, come si farà a spiegare matematicamente, nelle ore di educazione civica, i sistemi elettorali? E come si spiegherà storicamente la storia della rivoluzione industriale nelle ore dell’alternanza scuola-lavoro? Giro queste stupide domande ai lettori…)

Sabato 19 Novembre alle 10,30 su Universal Web Radio andrà in onda una mia intervista a proposito del mio saggio autobiografico THE DARK SIDE OF THE SCHOOL: https://www.universalwebradio.it/

L’intervista si può ora ascoltare in podcast: http://79.62.207.131/podcast/UNIVERSAL%20WEB%20RADIO/NULLADIE/INTERVISTA%20PAOLO%20MAZZOCCHINI.mp3

«[Sulla questione di come fa il mondo ad andare avanti] viene chiamato a parlare un conferenziere che va in giro a far conferenze su tutto, sempre facendo riferimento alla sua infanzia e ai suoi ricordi. Costui in meno di un’ora risolve il problema, risponde alle obiezioni del tipografo, della bambina e dell’inventore, e conclude la conferenza. Il pubblico applaude contentissimo di sentire che là fuori c’è un mondo così facile da spiegare che uno se la può cavare in mezz’ora. Poi tutti, appena escono dalla sala e si ritrovano in strada, dimenticano immediatamente quello che hanno sentito, il conferenziere dimentica quello che ha detto, e l’indomani nessuno ricorda neanche più il titolo della conferenza. Nel piccolo paese tutto continua ad andare avanti come prima, a parte il fatto che ci sono sempre più parole sui muri, sempre più insegne, sempre più scritte pubblicitarie dovunque il tipografo giri gli occhi.» [Gianni Celati, Come fa il mondo ad andare avanti, in: Narratori delle pianure, Milano, Feltrinelli 1985, p. 53]

È roba scritta quasi quaranta anni fa, ma fotografa l’oggi: l’odierna macchina della comunicazione verbale, ovvero macina della parola. Parola dispersa, sperperata, prostituita. Elargita a piene mani, in tutte le direzioni, panìco agli uccellini o pastura per i pesci. Parola che illude e poi abbandona, suscita e poi atterra, consola e poi affanna. Vaporosa effervescenza del nulla.  Fata morgana della nostra sfiancata civiltà. Vento che urla prima e poi ammutolisce. Tempesta autorigenerante. Alluvionati, noi, dalle parole, naufraghi nella loro piena. Parole che leniscono, stordiscono, nascondono, consolano, corteggiano, lusingano, seducono. Suonano ma non creano, e soprattutto non rivelano. Tessono e infittiscono la trama del velo di Maya anziché sollevarlo, o strapparlo.

 “Niente sarà più come prima!”. Ricordo bene queste parole agli inizi della pandemia. Sentenza sibillina, slogan trombonesco, fuffa autoconsolatoria. Mantra gonfio del fiato nauseabondo della pietosa e sussiegosa Impostura. Umanesimo (o catastrofismo?) chiacchierologico. Schiumosa profezia di una imminente lavacro (con annessa palingenesi) della nostra razza. Balle di segatura. Tutto, infatti, è (rimasto) esattamente come prima. Anzi: forse peggio di prima. Ma la macina delle parole non ha memoria, e non ha requie. Sventaglia come sempre nel vuoto stupefacenti aromi di aria fritta. In questa atmosfera satura di vaniloquio l’unica parola che salva, quella della scienza e della poesia (e della profezia), è uno stormire di fronda nel fragore della bufera. Riesce a malapena a percepirla colui che la pronuncia.

Ogni governo partorisce e battezza ministeri a suo capriccio. Ovvero a propria immagine e somiglianza. Però non mi è del tutto chiaro perché Istruzione sia adesso gemellata con Merito. Merito di chi e per che cosa? Degli studenti per il proprio talento e/o la propria applicazione allo studio? Pleonastica sottolineatura, nel caso: per quanto a manica slabbrata e con inflazione numerica galoppante, infatti, bene o male la distinzione tra geni, bravi e mediocri la nostra scuola la registra ancora. Merito dei prof per aver superato il concorso a pieni voti? O per essersi aggiornati alle ultime astruserie buro-pedagogiche? O per essersi accollati con fervore tutte le corvée logistico-promozionali della scuola autonoma? Mistero, al momento fitto, tenebroso. Si vedrà. Mi è chiaro invece che Merito sarebbe andato perfettamente a braccetto con un altro ministero: quello dell’Università. Messo lì accanto sarebbe stato un bel proposito e un bell’impegno per il nascente governo: un bel merito davvero, se promessa ed impegno fossero stati poi mantenuti… Ecco perché l’operazione non mi convince. Non solo perché è stato ratificato a parole un matrimonio che era già una, per quanto logora e sgangherata, unione di fatto, ma soprattutto perché non è stato nemmeno annunciato quell’altro matrimonio che da troppo tempo s’avrebbe da fare (meglio: da consumare): quello tra la nostra accademia e il merito, da sempre sposi promessi e mancati. Temo bisognerà aspettare ancora, per chissà quanti governi, fino alla ricostituzione completa dei ghiacci dell’artico e della foresta amazzonica…

Due giorni fa alla tv si parla di scuola in un salotto librario radical chic. Ospiti due insegnanti, entrambi – rigorosamente! – della stessa identica parrocchia pedagogica ed entrambi del genere “abbastanza famoso”. Perché se non è anche giornalista o scrittore o cantautore di una certa fama il comune prof non ha diritto di parola nei media di casa nostra. Entrambi (ma uno dei due soprattutto) le sparano grosse, forti della mancanza di contraddittorio, a parte un paio di timide obiezioni che l’intervistatore muove per dovere di ruolo. Sento dire dai due che la scuola di adesso va cambiata perché è troppo selettiva (?), perché è classista (!), perché è nozionistica (?!), perché è cattedratica e frontale (sob!), perché non esce dalle aule (wow…), perché i prof non seguono i dettami della pedagogia più aggiornata ma si incaponiscono a insegnare le proprie materie (sig!)…. E penso: in quale scuola insegnano mai questi due? E contro quale scuola mai si stanno scagliando?  Forse vivono ancora negli anni cinquanta e sono atterrati in tv con la macchina del tempo! Forse sono ologrammi o animazioni della propaganda ministeriale. Forse sono figure della realtà aumentata e rovesciata, e io mi trovo già nel futuro metaverso di raistoria…

Venerdì 14 Ottobre 2022, alle 21,15, presso il Chiostro di S. Agostino a Castelfidardo verrà presentato il mio libro The dark side of the schoolautobiografia (a)tipica di un prof.

MODELLO CALIGOLA

Riporto qui di seguito qualche passo della Vita di Caligola di Svetonio:

Escogitò anche un genere di spettacolo assolutamente nuovo e senza precedenti. Fece costruire tra Baia e la diga di Pozzuoli, che separava uno spazio di circa tremila e seicento passi, un ponte formato da navi da carico, riunite da tutte le parti e collocate all’ancora su due file; poi le si ricoprì di terra dando a tutto l’insieme l’aspetto della via Appia. Per due giorni di seguito non la smise di andare e venire su questo ponte: il primo giorno si fece vedere su un cavallo riccamente bardato, con una corona di quercia, una cetra, una spada e una veste broccata d’oro, il giorno dopo, vestito come un cocchiere di quadriga, guidava un carro tirato da due cavalli celebri […]. So che Gaio Caligola aveva ideato un ponte di tal genere, secondo alcuni, per rivaleggiare con Serse che, non senza stupore, ne gettò uno sull’Ellesponto […] Ma durante la mia infanzia, ho sentito raccontare da mio nonno che, secondo le confidenze di persone addentro ai segreti del suo cuore, la ragione di questa impresa si trova nella dichiarazione dell’astrologo Trasilo a Tiberio che si tormentava a proposito del suo successore e si orientava verso il proprio nipote: «Gaio ha tante possibilità di diventare imperatore quante ne ha di attraversare a cavallo il golfo di Baia.» [Svetonio, Vita di Caligola, 19]

La ferocia della sua natura si manifestò soprattutto da questi fatti. […] Molte persone di rango onorevole furono prima marchiate con il ferro e poi condannate alle miniere, ai lavori stradali o ad essere divorati dalle belve, oppure costrette a tenersi a quattro zampe in una gabbia, come animali, oppure furono tagliate a metà con una sega; e questo avveniva non per gravi motivi, ma semplicemente per aver criticato uno dei suoi spettacoli o perché qualcuno non aveva giurato per il suo genio. Costringeva i parenti ad assistere all’esecuzione dei loro figli: quando uno di loro si scusò perché era ammalato, gli mandò la sua lettiga. Invitò alla sua tavola un altro che ritornava proprio dall’esecuzione e impiegò tutto il suo buon umore per farlo ridere e scherzare. Per più giorni consecutivi un intendente dei giochi e delle cacce fu flagellato con catene in sua presenza e lo fece uccidere solo quando si sentì infastidito dall’odore del cervello in putrefazione. Un autore di atellana, solo per un verso che conteneva una battuta a doppio senso, fu bruciato nell’anfiteatro, in mezzo all’arena. Quando un cavaliere romano, condannato ad essere divorato dalle belve, proclamò la propria innocenza, diede ordine di portarlo indietro, di tagliargli la lingua e di riportarlo al supplizio. [ibidem, 29]

[…] Divorato dal desiderio di contatto con il danaro, spesso passeggiava a piedi nudi su enormi mucchi di monete d’oro o vi si voltolava dentro con tutto il corpo per lungo tempo. [ibidem,  42]

A proposito del suo cavallo Incitato, il giorno che precedeva i giochi del circo, aveva preso l’abitudine di far sonare il silenzio dai soldati nelle vicinanze in modo che il suo riposo non fosse turbato; e non solo gli assegnò una stalla di marmo, una greppia d’avorio, coperte di porpora e finimenti tempestati di pietre preziose, ma gli regalò anche un palazzo, alcuni schiavi e un arredamento per ricevere più splendidamente le persone invitate a suo nome; si dice anche che progettò di nominarlo console. [ibidem, 55]

Ammettiamo pure che Svetonio esageri, che presti orecchio (per aggiungere sale e pepe al gossip piuttosto spinto delle sue biografie) alle peggiori e più assurde dicerie che circolavano tra i ranghi della élite senatoria, irriducibile avversaria (e spesso vittima) in quel tempo del potere autocratico e populista del principe: resta che al fondo di queste manifestazioni sadiche e psicopatologiche di Caligola (una fama di mostro per eccellenza, tra gli imperatori della dinastia Giulio-Claudia, sopravvissuta fin nel teatro esistenzialista di Albert Camus) si avverte una sinistra, realistica assonanza con tiranni grandi e piccoli della modernità e, ahimè, anche della nostra tribolata attualità: figure che riversano tragicamente nella sfera pubblica insuperabili sensi di rivincita per risentimenti o frustrazioni personali; figure che sfogano con sbrigliata fantasia, oltre che con spietata sistematicità, la loro crudeltà contro ogni rivale e ogni oppositore; figure che mostrano disprezzo totale per qualsiasi forma di istituzione e di dialettica politica; figure che straziano il patrimonio pubblico per il proprio infinito arricchimento personale (mi colpisce e incuriosisce molto, nella fattispecie, il Caligola – “zio Paperone” del cap. 42 della biografia suetoniana).

Caso squisitamente clinico, si dirà, quello di Caligola e dei suoi epigoni moderni. Ma la follia non è stupidità e non si coniuga affatto per caso col potere assoluto e arbitrario: sono anzi due elementi che si attraggono, si combinano e si alimentano reciprocamente per legge di natura. Soprattutto quando la follia (vera o recitata) del tiranno contagia le masse perché appare loro l’unica possibile interprete delle loro aspettative frustrate, del loro rancore inascoltato o della loro rabbiosa disperazione.

Sostiene Andrea Gavosto (ne La scuola bloccata, Bari, Laterza 2022), tra molto altro, quanto segue:

  • La valutazione della qualità degli insegnanti e il loro reclutamento vanno effettuati in relazione ai bisogni organizzativi e didattici delle scuole’ A me pare piuttosto che le scuole (ovvero la loro dirigenza), se avessero mano libera in questo senso, non assumerebbero gli insegnanti migliori ma quelli più adatti alla gestione dell’antiscuola, cioè di tutte le attività e le iniziative progettuali e promozionali, para- ed extra- che oggi ingombrano e paralizzano l’attività didattica ostacolandola e snaturandola sempre più… Mi pare insomma che Gavosto parta da principi astratti e ideologici (leggi: aziendalisti e neoliberisti) senza conoscere nulla del terreno concreto su cui vorrebbe applicarli.
  • ‘Nella formazione degli insegnanti lo studio della didattica disciplinare è molto importante, più importante di quello della disciplina stessa’. E dire che io, quando ero un giovane aspirante prof, ho dovuto sprecar tempo a sorbettarmi vari sproloquianti saggi e manuali di didattica dell’italiano e delle lingue classiche: il massimo che sono riuscito a ricavarne, purtroppo, è stata una terminologia altisonante (una sorta di didacticorum) da spalmare sopra metodi e contenuti che già conoscevo per conto mio… sono stato davvero un pessimo insegnante! Addirittura sacrilego, quando, pochi anni dopo, ho consegnato quei pretenziosi volumi che ingombravano la mia biblioteca alla raccolta differenziata! (annales didacticologorum, c… charta!)
  • ‘La carriera dei docenti – sostiene ancora G. – andrebbe incentivata con premialità crescenti in relazione all’assunzione di sempre maggiori incombenze organizzative e direttive’. E dire che i docenti più appassionati del loro mestiere detestano per lo più incarichi di questo genere!!! Gavosto evidentemente lo ignora.
  • ‘I genitori – sostiene sempre G.- sono una forza in grado di orientare al meglio la riforma della scuola’ Qui siamo al patetico e al ridicolo (ihihihih…ahahahah!). Gavosto ignora che alla maggioranza dei genitori (non a tutti) interessa molto più una scuola facile e divertente che una scuola impegnativa e di qualità! (Anzi no, non lo ignora affatto, ma finge di ignorarlo, visto quello che dice poi e che richiamerò nella voce successiva…, mah!).
  • Professa G. una fiducia estrema nelle prove standardizzate e nei monitoraggi esterni tipo Invalsi’, come se questi in Italia non risultassero di validità scientifica molto dubbia e non fossero in mano di inutili baracconi autoconservativi del sottobosco burocratico ministeriale – ma poi G. riconosce che oggettivamente, se anche le prove Invalsi fossero credibili e venissero rese pubbliche per orientare le scelte delle famiglie, molti genitori non iscriverebbero i figli alle scuole con punteggio più alto per paura che siano bocciati: e allora? Di che cosa andiam parlando??  [aggiunge poi G. che i curricola dei prof dovrebbero essere accessibili a tutti sul web, e su questo una tantum siamo finalmente in sintonia…]
  • Sostiene G. che ‘bisogna assegnare alle scuole il nuovo fine della più alta qualità degli apprendimenti’. Già, ma che cosa si intende concretamente con ciò? Parliamo della scuola dei soft skills o di una scuola nella quale di leggono ancora Dante e Leopardi? Qui casca l’asino. E come si fa ad accrescere questa qualità in una scuola ormai aggredita e sopraffatta dall’antiscuola??
  • Sostiene G. ‘l’esigenza ormai improcrastinabile di una scuola meno nazionale, ma di indirizzo europeo comune’. Bella idea in sé, ma da chiarire concretamente, perché detta così nasconde delle implicazioni ambigue. Non vorrei ritrovarmi in una scuola dove la lingua italiana sia marginalizzata a favore dell’inglese e con lei venga sportivamente liquidata anche la gran parte delle materie storico-umanistiche…

[PS: Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, propone nel suo libro analisi e riforme della scuola pubblica da una posizione legittima, certo, ma tutt’altro che neutra e disinteressata. Inoltre, per quanto cerchi di dare al suo saggio una immagine di scientificità fondata su decine e decine di studi sociologici, statistici e pedagogici sciorinati in nota, mostra – ahimè – ad ogni piè sospinto di ignorare del tutto la realtà effettuale e quotidiana della nostra istruzione. Ma anche di avere in mente, molto chiara e ideologicamente orientata, l’idea di scuola che vorrebbe realizzare. In questo senso il suo libro è l’esatto opposto delle testimonianze concrete, ormai discretamente numerose, che vari insegnanti (tra cui il sottoscritto) hanno pubblicato sul mondo della scuola. Ora io non nego che le testimonianze individuali possano cadere in un serio peccato di presunzione: cioè nella pretesa di interpretare la generalità di un fenomeno a partire da una esperienza particolare. Ma è vero altresì che l’esperienza sul campo non è sostituibile, in alcun modo, per la conoscenza esauriente di una realtà, da un approccio soltanto accademico e libresco, tantomeno da dati meramente statistici. L’ideale sarebbe che i due metodi si integrassero, come è vero che la diagnosi e la terapia più corrette possono essere formulate da un medico sulla base di esami oggettivi, certo, ma anche e soprattutto dell’osservazione clinica diretta e del costante ascolto del paziente. Leggendo questo libro, invece, ho provato una strana sensazione di freddezza: continuando la metafora medica, mi è parso di assistere, più che ad una valutazione clinica fatta sul corpo vivo della scuola, ad una sua distaccata diagnosi a distanza… Distaccata, ma non asettica – ripeto – e solo ingannevolmente obiettiva. Perché dietro quel linguaggio da notomista G. nasconde un modello e un progetto di scuola ben riconoscibile: la scuola del fare, la scuola delle competenze, la scuola dei risultati misurabili. La scuola azienda, per capirci. O, meglio, la scuola che sforna individui già formati alla mentalità aziendalistica lato sensu e ai suoi idoli: flessibilità, intraprendenza, economicità, spirito di innovazione e di impresa (gabellato per ‘spirito critico’) ecc. ecc. Tutto come da copione confindustriale. Spesso basta il titolo a farci intuire la tesi di un libro. Questa volta è sufficiente forse già il nome dell’autore.]

Ho fatto una fatica immane ad avvicinarmi alla conclusione di Auto da fé (“Die Blendung”: [‘accecamento, abbaglio, illusione’], Adelphi, Milano 2013) di Elias Canetti, ma l’ho finalmente terminato. Antiromanzo tremendo. Mattone indigeribile. Favola disturbante e claustrofobica. Tortura della mente e dello stomaco. Ingrata fantasia espressionista (e i suoi personaggi – mostri umanoidi, più che esseri umani – assomigliano molto alle torve caricature, ai deformi fantasmi di certa pittura espressionistica del primo novecento). Ma ho finito di leggerlo – dopo più di un anno. Ho voluto farlo, perché ne valeva comunque la pena. Metteva conto attraversare fino in fondo questo incubo ad occhi aperti perché ogni tanto esso mi ha gratificato con rapinose visioni – folgorazioni di profondità abissale. Mette conto immergersi nella melma repellente di questo lentissimo fiume soltanto per potervi ogni tanto setacciare enormi pepite, andarvi a caccia di grandi e lucide perle disperse dentro la vischiosa opacità del flusso narrativo.

Non voglio dilungarmi qui a recensire il libro di Canetti. Mi limito, come spesso faccio in questo blog quando parlo di classici, a citarne a margine un paio di passaggi che, nell’ultima parte, mi hanno parecchio colpito. Capirete presto perché.

Il protagonista, lo studioso Peter Kien, sinologo e bibliofilo monomaniacale che vive solo dei suoi libri e per i suoi libri – si abbandona nel finale a uno sfogo surreale ma durissimo contro il genere femminile:

«Sta per essere emanato un decreto concernente l’abolizione del sesso femminile. La pubblica affissione è prevista per domani. Lo renderà noto il portiere. La sua voce verrà udita da tutta la città, da tutto il paese, da tutti i paesi del mondo, fin dove giunge l’atmosfera terrestre, gli altri pianeti si arrangino, noi siamo oberati, oberati di donne, ogni tentativo di abrogazione viene punito con la pena di morte, l’ignoranza della legge non giustifica. Tutti i nomi di battesimo avranno desinenze maschili, la storia verrà riveduta per la gioventù. La commissione storica non dovrà faticare, suo presidente è il professor Kien. Che hanno fatto le donne nella storia? Figli ed intrighi!» (p. 437-438)

E poco dopo, spiando dal buco della chiave i movimenti mattutini dei coinquilini del suo palazzo, Kien definisce le donne che osserva passare e intrattenersi con uomini sul pianerottolo di casa «tante piccole Cleopatre pronte a qualunque menzogna, insinuanti, scodinzolanti, implorando un briciolo d’attenzione, promettendo amore e fedeltà, graffiando spietatamente la bella giornata piena che gli uomini s’accingevano ad affrontare, forti e preparati a suddividerla onestamente nelle sue parti. Perché simili uomini sono degenerati, vivono alla scuola delle loro mogli; essi, naturalmente, odiano le loro mogli, ma anziché generalizzare il loro odio corrono dietro alla prima donna che capita. Una sorride e loro subito si fermano. E’tutto un umiliarsi, un rimandare progetti, un allargare le gambe, un perder tempo, un mercanteggiare minuscole gioie!» (p. 442)

E aggiunge: «Le donne sono insopportabili e sciocche analfabete, un’eterna fonte di fastidi. Come sarebbe ricco il mondo senza di loro, un immenso laboratorio, una biblioteca zeppa di libri, un paradiso di lavoro intenso e ininterrotto!» (p. 442)

A chi conosca un po’ il teatro greco queste invettive misogine ricordano abbastanza, quantomeno per i toni iperbolici, quella di Ippolito nell’omonima tragedia di Euripide:

« Oh Zeus, perché dunque hai messo fra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole? Se proprio volevi seminare la stirpe dei mortali, non dalle donne dovevi produrla: ma che gli uomini comprassero il seme dei figli, depositando in cambio nei tuoi templi oro o ferro o peso di bronzo, ciascuno secondo il valore del prezzo, e viver senza donne in libere case. Ora invece, per portarci in casa questo malanno, distruggiamo le ricchezze della casa. E da questo è chiaro che la donna è un grosso guaio, se il padre, che l’ha generata e allevata, aggiunge una dote e la colloca in altra casa, per liberarsi da un guaio! Chi si è preso questa terribile genia in casa, gode – sciagurato! – a ricoprire questo idolo maligno con ornamenti e vestiti, consumando le ricchezze della casa! Ed egli si trova in questa necessità, che, se si è imparentato con parenti di alto rango, deve tenersi e godersi una moglie odiosa; e se ha sposato una brava donna, deve tenersi inutili parenti e, col bene, sopportare un malanno. La cosa migliore è l’aver in casa una donna da nulla, ma almeno inutile nella sua stupidità. La donna saputa, la odio! Non me ne capiti in casa una, che pensi cose più grandi che a donna conviene. È proprio in queste donne intelligenti che Cipride ingenera la scelleratezza: mentre la donna semplice si sottrae alla follia per il suo poco senno. Bisognerebbe inoltre che alla donna non si avvicinassero ancelle, ma le stessero accanto solo muti mostri di fiere, perché non possa rivolgere parola ad alcuno e nemmeno, a sua volta, ascoltare i discorsi delle altre. Ora invece, in casa, le scellerate meditano disegni scellerati e le ancelle li portano fuori. (Ippolito, vv. 616ss.).

In entrambi gli autori l’estremismo delle tirate misogine arriva in effetti ad immaginare e a desiderare l’annientamento stesso del genere femminile, a fantasticare un mondo senza donne. Credo, per altro, che accostare artisti così lontani nel tempo abbia nella fattispecie un concreto fondamento storico-filologico: nel lungo delirio misogino finale di Peter Kien davanti a suo fratello Georg, il protagonista avvalora infatti le sue tesi citando a lungo Omero e accanendosi contro le molteplici figure femminili del mito classico quali emblemi del ‘male assoluto’: Elena, Clitennestra, Afrodite, Circe, perfino la povera, innocente Nausicaa e la fedele Penelope… Canetti conosceva bene, insomma, la letteratura classica e aveva ben presente il misoginismo greco mentre scriveva Autodafé.

Ebbene: se questi passi di Euripide e di Canetti cadessero sotto gli occhi miopi dei sacerdoti iconoclasti della cancel culture questi due capolavori della letteratura mondiale verrebbero senza esitazioni messi all’indice della loro chiesa fondamentalista…

Eppure Euripide e Canetti non sono autori ‘ideologicamente’, semplicisticamente misogini. Non direi proprio. Euripide in particolare è stato il tragediografo greco più attento alla psicologia femminile, alla sua inesplorata profondità, alla sua contraddittoria ma autentica ricchezza. Povertà di spirito e meschinità appartengono nel suo teatro solo ai personaggi maschili. Perciò l’Atene del tempo, largamente e profondamente ‘maschilista’, lo osteggiò sempre fino a costringerlo alla fine a lasciare la sua città. Perciò rovesciò addirittura su di lui, fraintendendolo completamente, la taccia di misoginia. Anche rinfacciandogli passi come l’invettiva di Ippolito. Ma quell’invettiva non è condivisa da Euripide. In quelle parole l’autore e il personaggio non coincidono affatto. Anzi, sono molto distanti.  

Ippolito, il personaggio, è un giovane immaturo, spaventato dal sesso. Indotto da questo spavento a rifugiarsi nel surrogato della passione sportiva e venatoria.  Quando scopre che la propria matrigna si è follemente invaghita di lui, Ippolito si straccia le vesti inorridito. Maschera la sua immaturità e la sua sessuofobia con un intransigente moralismo, con una presunzione di purezza agamica che è, in realtà, rinuncia alla propria integrità umana. Scappa via da Eros che lo insegue. Inveisce, in apparenza, contro il genere femminile: in realtà, contro la parte di se stesso che ostinatamente rimuove.

Euripide, l’autore, ha creato personaggi femminili indimenticabili, modernissimi, a partire proprio da Fedra, che non è la matrigna matura e libidinosa che concupisce il giovane e ingenuo figliastro, ma una giovanissima donna anche lei. Costretta contro natura a sposare un aristocratico attempato si innamora secondo natura del figliastro suo coetaneo. Da persona morigerata e educata al rispetto delle regole sociali quale è, combatte la propria passione e la reprime ferocemente, senza cedimenti. Ma nel frattempo una serva impicciona e cinica ha pensato bene di rivelare i sentimenti della ragazza a Ippolito. Fedra si uccide per la vergogna. Ippolito esplode nella invettiva che ho riportato sopra. I due non si incontrano mai sulla scena. Sono ciascuno la causa incolpevole della rovina dell’altro. La colpa vera, oggettiva sta altrove. Non tanto nella forza di Eros, ma nella violenza delle norme sociali della Grecia di allora. Di questa violenza Euripide era ben consapevole, a differenza dei suoi concittadini. E questo, con coraggio e spregiudicatezza, esibiva sulla scena teatrale, sotto il sottile e diafano velo del mito. Perciò era tanto vilipeso ed attaccato.

Il misoginismo di Canetti in Auto da fé sembra invece più aspro, viscerale, incondizionato. Tanto che è difficile capire, fino a un certo punto, se intercorra davvero una distanza (e quanta) tra autore e personaggio.

Peter Kien, il protagonista del romanzo, autorecluso nella sua passione esclusiva e solipsistica per gli studi eruditi e per i libri, sposa la sua governante – una persona orribile nella sua meschinità, avidità, cattiveria – soltanto perché ingenuamente persuaso che ella possa nutrire rispetto e premura per il patrimonio librario di lui. Lei invece è solo interessata a impadronirsi dei suoi beni, lo caccia addirittura di casa, costringendolo a una vita di miserevoli espedienti, in balia di volta in volta di loschi ed equivoci personaggi. È sulla base di questa catastrofica esperienza matrimoniale e della propria costituzionale incapacità di relazionarsi con il mondo e specialmente con l’altro sesso, che Peter Kien matura ed esprime a più riprese nel romanzo – e soprattutto nel monologo che ho riportato sopra – la sua insuperabile misoginia.

Neppure Peter Kien, tuttavia, è la perfetta controfigura del suo autore. Il quale autore, infatti – nello stupendo finale della storia -, si sdoppia visibilmente tra il protagonista e il fratello di lui, Georg: uno psichiatra che dedica la propria esistenza ai suoi malati offrendosi completamente a loro con empatia, umanità e benevolenza totali; un uomo che per altro ama riamato le donne, moltissime donne. E Georg arriva a casa del fratello Peter con l’intento (inutile) di riscattarlo dal suo disastro familiare e di curarlo dalla sua pazzia. La misoginia di Peter Kien, dunque, è condivisa da Canetti solo per metà: quantomeno è sottoposta ad uno sguardo molto critico, esterno, e risalta più che altro – nella sua radicalità – come componente della sua misantropia e come sintomo clamoroso della sua follia.

Dunque l’antifemminismo di questi personaggi (dell’Ippolito euripideo come del Peter Kien canettiano) è soprattutto la proiezione delle proprie autonome tare psichiatriche, della loro spaventosa in-completezza/in-compiutezza umana. Esso ha poco o nulla a che vedere con le idee (tantomeno con la realtà biografica) dei loro autori.

Ma forse tutto questo mio confrontare, ragionare e distinguere tra autore e personaggio parrebbe ai moderni (?), intransigenti guardiani del politically correct un tentativo sottile, pretestuoso, persino avvocatesco, di difendere l’indifendibile. Temo che essi condannerebbero comunque questi autori al ‘rogo’ insieme alle loro opere. Proprio come avveniva agli eretici e ai loro libri in tempi più oscuri del nostro con gli autodafé dell’inquisizione. E come effettivamente accade, coincidenza ironica del caso, proprio a Peter Kien – e alla sua immensa biblioteca – nel tragico finale del romanzo di Canetti…