Feeds:
Articoli
Commenti
Leggere per non dimenticare: presentazione del libro "Odiare l'odio" di  Walter Veltroni
Il neopuritanesimo non è la strada della sinistra | About…

Non leggo mai libri in classifica, meno che mai quelli scritti da nostri politici. E tuttavia il titolo di un recente libro di Walter Veltroni Odiare l’odio, mi sconcerta e mi fa riflettere. Sconcerta perché il gioco di parole contiene una contraddizione in termini: se si odia il sentimento stesso dell’odio, infatti, quel sentimento, paradossalmente (per quanto indirizzato all’odio stesso) si afferma (e si ammette) di provarlo comunque: si dichiara insomma di non esserne esenti. Questo è il punto critico imbarazzante. Inoltre se l’odio è, come sono convinto che sia, parte integrante della natura umana e non lo si può estirpare senza mutilarla, ne consegue che l’odio verso l’odio non può essere altro che una forma di avversione (distorta, e potenzialmente addirittura patologica) nei confronti della natura umana nella sua integrità. Chi odia l’odio odia la natura umana.

Parlo di mutilazione e mi viene non per caso in mente Il visconte dimezzato di Italo Calvino. In quell’ apologo bizzarro e paradossale (per l’appunto) l’interezza dell’essere umano, il suo impasto irriducibile di bene e di male, viene scissa da un colpo di cannone e le due metà continuano a vivere separate: ma non sono più veri uomini, bensì un mostro di malvagità (ferina e immotivata) il primo e una caricatura di bontà (stucchevole e controproducente) il secondo. Sono insomma una dimostrazione per assurdo della insensatezza di ogni facile dualismo etico e, soprattutto, del rischio che comporta ogni tentativo, anche nobile, di sradicare il male dall’uomo riducendolo alla sua sola componente ‘buona’.

In altre parole chi odia l’odio è uno che vorrebbe riplasmare l’uomo ex novo. Retropensiero allettante ma pericoloso. Affermazione utopica, ovvero ultraideologica e potenzialmente totalitaria (non sto parlando a questo punto del pensiero di Veltroni, ma sto semplicemente deducendo conseguenze logiche generali dall’assunto espresso nel titolo del suo libro). L’uomo nuovo emendato dall’odio era l’obiettivo rivoluzionario del cristianesimo delle origini e sappiamo che in duemila anni di storia umana questo nobile progetto di rinnovamento spirituale e antropologico (almeno qui sulla terra…) ha dato scarsissimi frutti e ha prodotto anzi, in certe epoche, crociate e tribunali dell’inquisizione, oltre che un mare di ipocrisia. L’uomo nuovo – la palingenesi della natura umana – è stato altresì l’obiettivo principe dei totalitarismi e dei terrorismi vari del novecento. Sappiamo com’è finita.

Anche perciò chi – coram populo – dichiara guerra all’odio ed esalta l’amore va sempre guardato con legittimo sospetto.

Chi dichiara guerra all’odio e assolutizza il suo contrario potrebbe perseguire il secondo fine del dominio delle coscienze, cioè il più diabolico dei poteri (non per caso il Grande Fratello orwelliano aveva istituito il Ministero dell’Amore)

Chi dichiara guerra all’odio, inoltre, è uno che non vede (o non vuole vedere) le ingiustizie, le storture e le colpe che dell’odio costituiscono le radici profonde: di quelle radici l’odio è soltanto la chioma visibile. Se la si taglia lasciando intatte le radici l’albero ricrescerà.

Sì perché l’odio – semplificando senza voler rubare il mestiere a psicoanalisti e filosofi morali – è figlio di due genitori: l’uno è il disagio psichico soggettivo della persona (la frustrazione, l’insoddisfazione di sé, il difetto di autostima ecc) che si proietta all’esterno, l’altra è la ingiustizia oggettiva (nelle sue varie forme di oppressione, di conflitto, di sopruso e di violenza) nei rapporti umani, sociali ed economici.

Chi vuole sopprimere l’odio rinuncia, per ottusità o tornaconto, a capire e a curare il primo (il disagio psichico) e a sanare la seconda (l’ingiustizia). Si limita a condannarne o (peggio ancora) a perseguitarne e reprimerne l’effetto. A combattere la febbre anziché curare la malattia.

L’odio dell’odio insomma può nascondere la malafede di un disegno di potere (quando quel potere teme l’odio come reazione legittima alla sua ingiustizia), oppure un buonismo miope ed ottuso che può degenerare in un neo-puritanesimo aggressivo (ed essere pericolosamente strumentalizzato in chiave politica). 

E qui vengo al punto che mi preme personalmente di più.

Le nuove crociate contro l’odio potrebbero prendere di mira la grande letteratura. Sta già accadendo (è già accaduto) da varie parti qualcosa, ahimè, di molto simile e di profondamente inquietante.

Si stanno già condannando all’indice giganti della letteratura mondiale solo perché contengono personaggi, pensieri o situazioni non conformi ai nuovi totem (e tabù) del politically correct come il femminismo o l’ambientalismo o l’antirazzismo o l’anticolonialismo. Valori o ideali morali e civili – questi ultimi – nobili ed indiscutibili in sé, beninteso, ma che niente hanno a che vedere con la qualità o con l’essenza di un’opera d’arte.

Se questa assurda campagna moralistica di discriminazione letteraria si allargasse all’odio ecco che dall’epurazione non si salverebbe, tra i classici della letteratura, quasi nessuno: né l’Iliade dove gli Achei odiano i Troiani, né l’Odissea dove Ulisse odia (e stermina) i Proci, né Tacito che odia gli stranieri, né Dante che odia certi papi, né Leopardi o Verga che odiano il progresso ecc. ecc. (ma l’elenco potrebbe essere infinito). L’Orestea di Eschilo o l’Amleto di Shakespeare verrebbero radiati da scuole, librerie e biblioteche.

Sì perché l’autentica letteratura è lo specchio fedele (non certo il giudice morale) della natura umana. Perciò non esiste grande letteratura senza odio (e senza amore, certo: ma perché è il suo pendant complementare e naturale, l’altra faccia dell’odio stesso).

Prepariamoci dunque al peggio perpetrato, in nome del “bene” e dell’”amore”, ai danni della grande letteratura. A nuovi roghi dei capolavori del genio umano sull’altare dell’idiozia benpensante.

Presso la rivista online Letture.org è appena uscita una mia intervista intorno al mio volume miscellaneo di contributi di filologia e letteratura classica e leopardiana Noctes vigilare serenas, pubblicato alcuni anni fa presso l’editore Aracne:

L’intervista offre una riflessione sintetica, divulgativa e aggiornata su autori e tematiche affrontate nel libro. Vi si parla nella fattispecie di aspetti importanti della personalità e dell’opera di Esiodo, di Archiloco, di Tucidide, di Lucrezio e di Orazio, oltre che di Giacomo Leopardi. Credo perciò che possa risultare una lettura utile in sé (riguardando grandi scrittori del mondo antico e moderno) oltre che propedeutica, per chi volesse approfondire i singoli argomenti, alla conoscenza diretta del libro.

Nel sito del premio Racconti nella rete è possibile leggere, almeno fino al 31 maggio prossimo, un mio racconto inedito in forma di monologo intitolato Luna:

http://www.raccontinellarete.it/?p=45589

Il protagonista narrante è un avvocato in pensione che recupera casualmente su Facebook, dopo moltissimi anni, il contatto con una sua carissima compagna di classe del ginnasio. Da quel momento si ripropone di riallacciare con lei i rapporti con il pretesto di un vecchio quaderno di trascrizioni pavesiane che lei, Luna, gli aveva regalato allora. Il finale non è edificante ma credo induca abbastanza a riflettere sulla condizione umana.

Invito ovviamente a leggerlo e, volendo, a commentarlo.

Un Manifesto per la nuova Scuola | Itali@ Magazine

Di manifesti per la scuola pubblica ne sono usciti parecchi negli ultimi tempi, a cadenza quasi annuale. Tutti regolarmente sottoscritti da nomi di illustri cattedratici, intellettuali, giornalisti ecc.

Ma questo:

https://nostrascuola186054220.wordpress.com/2021/03/20/manifesto-per-la-nuova-scuola/

mi coinvolge più degli altri. Non solo perché condivido tutto al 100%. Non solo perché i problemi che solleva e le proposte che avanza sono le mie stesse da quando (ormai da un paio di decenni) scrivo regolarmente e inutilmente sulla scuola italiana. Ma anche e soprattutto perché, al cuore di questo manifesto, c’è un problema – enorme – che sfugge all’opinione pubblica ma che affligge segretamente la nostra scuola, specialmente quella liceale: l’antiscuola. Un monstrum horrendum et ingens. Un tumore inoculato nell’organismo scolastico proprio da chi, a vari livelli dirigenziali, dice di averne a cuore la salute e il buon funzionamento. O se si vuole una grave patologia autoimmune che si è lasciata degenerare in misura preoccupante, anche perché scambiata pericolosamente da molti (compresi certi insegnanti) per un una medicina. Che cosa sia l’antiscuola è presto detto: trattasi dell’insieme di tutte quelle numerosissime iniziative o attività collaterali proliferate ultimamente nella scuola autonoma fino a paralizzarne il funzionamento fisiologico. Fino cioè a impedire ai prof di insegnare e ai ragazzi di apprendere. Mi spiego concretamente. In un anno scolastico ci sono circa 200 giorni di lezione. Si va (si dovrebbe andare) a scuola per partecipare alle lezioni. Invece no. Non proprio e non sempre. Perché di questi 200 giorni almeno una dozzina se ne va per gite e uscite varie. Altri sette per la settimana bianca. Altri sette per le assemblee studentesche di istituto. Altri 10 o 15 (in alcune classi) per la cosiddetta alternanza scuola lavoro. Un’altra settimana per l’accoglienza delle classi iniziali. Un’altra decina almeno per presenziare a vari incontri promozionali (con le università, con i carabinieri, con l’esercito, col vescovo ecc.) o informativi (di carattere sanitario, civico ecc.). Altri tre o quattro giorni se ne vanno per le attività alternative à la page della cosiddetta ‘settimana culturale’ autogestita da alcuni studenti, durante la quale si tengono lezioni sul ricamo al tombolo o sugli ufo… Senza contare le numerosissime e intermittenti assenze di singoli alunni per attività ‘esterne’ autorizzate (gare sportive, olimpiadi della matematica o della filosofia, certificazioni esterne di lingua o di informatica, eventi promozionali ecc.). Un semplice conto della serva arriva già a una settantina almeno di giorni rubati alla lezione ordinaria e/o persi da classi intere o da gruppi o da singoli ragazzi. Più di un terzo dei giorni annuali complessivi di lezione. Ma è solo un computo per difetto. Perché non tiene conto dei pretenziosi ma spesso strampalati progetti che intralciano regolarmente lo svolgimento della lezione ordinaria. E poi perché di attività le più varie (conferenze, dibattiti, celebrazioni, feste, spettacoli, happening, e chi più ne immagina più ne metta) ne spuntano fuori ogni settimana – spesso improvvisate e imposte dallo staff dirigenziale – come gramigna sulla superficie di un prato. Ora tutti capiscono facilmente che se un programma didattico organico viene continuamente bombardato, sforacchiato e frantumato da queste interruzioni incongrue ed estranee non può, alla fine, semplicemente, avere la minima efficacia. Diventa un programma-gruviera. Un miserevole frullato misto delle frattaglie e degli scarti della lezione ordinaria. Quel poco che si riesce a insegnare, per altro, passa in secondo piano rispetto ai fuochi d’artificio di queste gratificanti iniziative che interrompono quotidianamente l’insegnamento. Quello che dovrebbe essere centrale (la trattazione organica, sistematica e pianificata delle materie fondamentali) diventa marginale, mentre tutto quello che dovrebbe essere marginale, di contorno o di completamento, invade il centro della scena. Il perché di questo patologico rovesciamento è facile da spiegare, purtroppo. Senza questo pullulare di attività dell’antiscuola verrebbero meno – dicono i dirigenti e i loro collaboratori – la presenza nel territorio e la visibilità esterna di un istituto scolastico. Dunque il tumore dell’antiscuola è soprattutto figlio, anch’esso, della inevitabile deriva pubblicitaria della scuola ‘autonoma’ e della sua crescente dipendenza dall’esterno. Il male si estirperebbe se la scuola venisse esentata dalla necessità di autopromuoversi, di ostentare continuamente le sue vere o presunte attrattive. La scuola di oggi purtroppo ha un bisogno vitale di mostrarsi agghindata e seducente, di vivere e di lavorare costantemente esposta sulla strada… So di aver alluso a un paragone forte, ma questa purtroppo è la realtà attuale della scuola autonoma italiana. Questa la radice vera dell’antiscuola.

Amazon.it: Nota di addebito - Mazzocchini, Paolo - Libri

È appena uscito nel magazine letterario online Gli scrittori della porta accanto una mia intervista relativa alla mia ultima raccolta di monologhi Nota di addebito (Ensemble editore, 2018). Invito i lettori a leggerla:

https://www.gliscrittoridellaportaaccanto.com/2021/04/scrittori-intervista-paolo-mazzocchini.html

Non solo vi illustro alcuni aspetti salienti del mio libro e i principali motivi che mi hanno spinto a scriverlo, ma spiego anche perché da un po’ di tempo ho cominciato a coltivare con passione la scrittura creativa, e quale valore e persino quale utilità essa abbia o possa avere per chi la pratica così come per chi ne fruisce.

È uscito di recente, a firma di John Foot, un articolo sulla rivista inglese London Review of Books (https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n05/john-foot/on-the-barone) che prende di mira il baronato accademico italiano. Può darsi che questo articolo (ampiamente rimbalzato nei media di casa nostra) sia viziato dalla stereotipia fastidiosa che spesso accompagna i reportages giornalistici stranieri sulle realtà meno esaltanti di casa nostra. Può darsi anche che il barone e il baronato evocati da Foot siano un po’ demodées e rispecchino una fase del malcostume accademico non proprio aggiornata. Fatto sta che a questi difetti veri o presunti dell’articolo si sono subito attaccati tre cattedratici di casa nostra per controbattere (ovviamente ‘amareggiati e indignati’ contro il presunto qualunquismo di Foot e della stampa italiana) che la nostra università, negli ultimi anni, sarebbe cambiata parecchio (?) e in meglio (!), adeguandosi a standard di valutazione e a sistemi di reclutamento più oggettivi e trasparenti e migliorando la qualità e la quantità della ricerca. Ora, ammesso che alcune obiezioni di Favole, Ramella e Sciarrone (i tre coautori dell’articolo di replica a Foot apparso sulla rivista Il Mulino: https://www.rivistailmulino.it/a/in-difesa-dell-universit-italiana) siano fondate, esse ahimè guardano al dito molto più che alla luna. Gli ammodernamenti e gli adattamenti necessari del mondo accademico italiano non hanno infatti intaccato la struttura chiusa, feudale, sostanzialmente fuori e al di sopra della legge con cui la nostra università continua ad autogovernarsi. Non so se esistano ancora i grandi baroni del passato, quelli che con il loro solo potere individuale determinavano la vita di un istituto o di una facoltà. Ma di sicuro il sistema baronale, con tutti gli aggiornamenti inevitabili del caso, non è stato minimamente ancora scalfito. La parola chiave nella fattispecie è, appunto, sistema.

E l’esperienza che ho avuto, diretta e indiretta, dell’università italiana (nel mio caso delle sue facoltà umanistiche) mi ha confermato sempre e immancabilmente che l’ostacolo a un suo profondo risanamento, al superamento di nepotismi, clientelismi, localismi, cordate ecc., non è costituito da singoli individui o da isolate mele marce, ma dal sistema. Il male dell’università è, per dirla con una geniale espressione leopardiana, un male nell’ordine. Vale a dire che tutto il sistema universitario è guasto, infetto, malavitoso. Volente o nolente, chiunque lavori stabilmente all’università, dal cattedratico più influente fino all’ultimo ricercatore, partecipa colpevolmente – seppure in misura diversa – di quell’ordine.  Da giovane ho provato, più per sfida che per convinzione, vari concorsi universitari a vari livelli e presso varie università del centro e del nord Italia. La percezione è stata sempre ed ovunque la stessa: non solo i vincitori erano già stabiliti in partenza dai docenti del posto e le commissioni erano tutte totalmente conniventi con la farsa cui si prestavano, ma poco ci mancava che i miei esaminatori non giocassero spudoratamente a carte scoperte nei miei confronti. Uno in effetti, una volta (un pezzo tuttora grosso e noto dell’antichistica nostrana), ebbe la faccia di dirmi papale a quattr’occhi che ero stato proprio un fesso a provarci sapendo come funzionava – dappertutto – la cosa. Del resto in questo blog la rubrica contra academicos conferma ad abundantiam, con dovizia di storie e di esperienze inequivocabili, quanto questo meccanismo di cooptazione ad excludendum sia oleato, infallibile, impermeabile, implacabile. Da meno giovane, cioè in anni recentissimi, ho avuto testimonianze di vari miei brillanti colleghi di liceo o ex alunni che hanno immancabilmente sperimentato (vivendo umilianti disavventure analoghe alla mia) quanto purtroppo – almeno nei dipartimenti umanistici – la realtà universitaria italiana sia rimasta nella sostanza immutabile. Insomma: affermare come fanno quei tre che le cose sono molto cambiate e che la baronia nella nostra accademia sopravvive solo come un fenomeno marginale o addirittura residuale, mi sembra davvero azzardato e fuorviante. Ma anche offensivo. Offensivo appunto verso tutti quei giovani di talento (ma senza appoggio baronale) che sistematicamente o scappano tuttora all’estero (se hanno studiato fisica o scienze) o debbono ripiegare sull’insegnamento medio (se hanno studiato lettere o filosofia). Offensivo pure verso quei meno giovani che hanno fatto carriera all’estero e non riescono in nessun modo, e a tutt’oggi, a rientrare (anche quando sono diventate autorità a livello internazionale) solo perché si sono messi fuori dal nostro sistema.

Per altro l’articolo di Foot inizia con il famigerato episodio dell’esame truccato di abilitazione linguistica di un noto calciatore, che non è certo notizia di trent’anni fa, ma dell’estate scorsa. E che, lungi dall’essere un aneddoto poco edificante, rispecchia (meglio: scoperchia) l’attitudine inveterata alla corruzione e al traffico illecito che è da sempre nel DNA del nostro ambiente accademico: quella che nessuna legge ha saputo (o voluto?) contrastare. Sia ben chiaro una volta per tutte: trattasi dei cromosomi del nostro ordine accademico. Non di singole persone che sbagliano. E se un male è nell’ordine, il rimedio passa solo attraverso il suo scardinamento. Il suo scompaginamento. La sua completa rifondazione ab imis. Chi tra i politici (che sono spessissimo universitari) avrà mai la forza di mettere mano a questa rivoluzione?

Curioso: se in tv si deve parlare, che ne so, di diabete, si invita un medico esperto di diabetologia (magari autore di pubblicazioni scientifiche al riguardo) e la gente, da casa, da profana che vuol capirne di più, gli pone delle domande.

Se si deve parlare di università e di ricerca, si invita sempre un rettore o un barone o comunque un accademico. E quelli magari ne approfittano per fare un po’ di propaganda ai loro atenei con la scusa di informare il pubblico sullo stato dell’arte, ma tant’è: nessuno dubita, a partire dai giornalisti che li hanno invitati, che siano loro i più titolati a parlare sull’argomento.

Ma quando si parla di scuola la musica cambia. Se si parla di scuola allora si invita (mi è capitato di vederlo pochi giorni fa) una attempata scrittrice del genere famoso. Si invita lei, che non mette piede in un’aula più o meno dall’ultimo dopoguerra, solo perché ha raccolto vari articoli suoi in un volume dal titolo accattivante (La scuola ci salverà). E si intrattiene con lei un dibattito salottiero, generico e pieno di luoghi comuni sui mali e le prospettive della scuola. Poi arrivano le domande da casa degli ascoltatori. Pardon, degli ‘addetti ai lavori’: sì, perché da casa intervengono quasi soltanto insegnanti, avidi di ottenere da quella signora dritte e pareri illuminanti circa un mestiere che essi, in realtà, dovrebbero conoscere molto meglio di lei,.. 

No comment. Solo un pensiero di sincera ammirazione per questi miei colleghi che hanno avuto il coraggio e l’umiltà di palesare al mondo l’alta considerazione che hanno di se stessi. E che possono quindi con ragione pretendere dagli altri…

Nell'attico di un palazzo - Selezione Arredamenti attico verona legno pietra

Una minima iniziale

deviazione dalla linea retta

protratta all’infinito

conduce a una distanza

siderale.

***

Di istinto si vive

ma soprattutto

si muore.

***

Ascoltare tutti

ammirare pochi

amare pochissimi

venerare nessuno.

***

I maestri, come le scale

d’assedio, sono destinati

ad essere buttati:

gli eterni padri spirituali

servono, più che ad altri,

ai minorati mentali.

***

Il siero della verità

scatena in quasi tutti

reazioni allergiche gravi.

***

I danni dapprima impalpabili

della corruzione degli animi

assumono, quando ti accingi

– costretto – a rieducare,

il peso dei macigni.

***

Nell’era anteriore al covid

dicevano bene gli attivi – non

proprio occulti – persuasori

dell’ottimismo obbligatorio:

“essenziale è essere sempre

positivi…”

***

“Coscienza mia politicamente (cor)retta

envole-toi bien loin de ces miasmes morbides:

rinomina ogni bruttura, rendila bene detta,

sali i gradini dei tuoi imbiancati pensieri,

lustra l’occhiale dei tuoi pii desideri. Lassù

tutto vedrai puro, perbene, come lo immaginavi.

Menti pure a te stessa: abiterai – chiavi

in mano – l’attico della felicità perfetta.”

Notte nazionale del Liceo Classico, recitazioni, concerti e degustazioni a  tema Eventi a Ravenna
Il Palmieri partecipa alla "Notte Nazionale del Liceo Classico" | Telerama  News

Nell’incipit dell’Iliade, dove si racconta che Apollo, offeso dall’empietà di Agamennone, scende dall’Olimpo con la pessima intenzione di sterminare gli Achei, la nera collera del dio è paragonata all’oscurità della notte:

[Apollo] scese giù dalle cime d’Olimpo, il petto gonfio di rabbia,

arco in spalla e faretra chiusa d’ambo i lati. L’ira lo ardeva:

dietro le spalle, ad ogni passo, le frecce tintinnavano.

E lui scendeva, nero come la notte.

[Il. I 44ss.]

In un celebre passaggio della Teogonia di Esiodo, dove si parla di tenebrose entità figlie del Chaos primigenio, spicca la progenie numerosa e davvero poco raccomandabile di Notte:

Notte partorì l’odioso Fato e la nera Kere

e Morte, e diede alla luce Sonno e generò la stirpe dei Sogni.

[…]

Notte funesta generò anche Nemesi, rovina

per gli uomini mortali; dopo di lei partorì Inganno

e Amore, Vecchiaia rovinosa e Contesa dal cuore violento.

(Es. Theog. 211ss.)

È curioso che proprio studenti e insegnanti del liceo classico, quelli che hanno (avrebbero) ancora il compito e il privilegio di conoscere e meditare direttamente questi antichissimi testi, rilancino oggi un archetipo così famoso e tradizionalmente spaventevole (e duraturo, con questo significato negativo, nel nostro immaginario e nella nostra cultura) in un senso diametralmente opposto rispetto a quello di Omero e di Esiodo. Notte in effetti è un termine che evoca piuttosto da qualche anno a questa parte, per quanti insegnano e studiano nel liceo classico, l’evento più luccicante e mondano di questo tipo di scuola, la punta di diamante delle sue iniziative autopromozionali : La notte nazionale del liceo classico. Tutti i licei classici ormai celebrano la loro Notte. Ma per una sorta di enantiosemia la minacciosa oscurità, reale e metaforica, della notte omerica ed esiodea diventa, per questa occasione, la luce (artificiale), sfavillante e psichedelica, di un happening pubblicitario. Notte festosa e luminosa. E soprattutto illuminante. Sì, perché in questa notte speciale studenti e insegnanti, spesso agghindati in costumi d’epoca e tra colonne doriche di polistirolo, cercano di illustrare al mondo la appetibile vitalità del loro corso di studi offrendone al pubblico un catering di assaggini rapidi e sfiziosi: brevi performances teatrali e musicali di drammaturghi e di poeti classici, minirecital di Orazio e di Seneca – ma rigorosamente alternati, si badi bene, con pezzi di Beckett, De André, Shakespeare, Bulgakov e Jovanotti ecc… non accada che la gente pensi che il classico insegni ancora solo robe ammuffite e che proprio per questo stia meritatamente schiattando di decrepita vecchiezza… No, anzi, guardatelo bene! È ancora arzillo, persino ringiovanito, come i vegliardi delle Baccanti euripidee o il Demos di Aristofane! Vale la pena, insomma, frequentarlo perché – udite udite! – il classico di adesso è di tutto e di più: una scuola vecchia e nuova, antica e moderna, per almeno un paio di buoni motivi: primo perché l’antico è sempre attuale, visto che si può studiare anche sul computer; secondo perché, insieme al latino e al greco, al classico si insegna adesso anche tanto inglese e persino molta matematica, fisica e informatica…

Dai, per favore, basta! Raccontiamocela giusta, cari ragazzi ed ex colleghi della Notte: le cose non stanno propriamente così.

Da decenni il classico – si mormora malevolmente in giro – è un moribondo in prognosi riservata. In realtà, da un bel po’, io temo che il classico sia piuttosto un morto che cammina. Continuerà a camminare fino a quando qualcuno dall’alto non avrà la forza (e la spudoratezza) politica di seppellirlo. I pochi che si iscrivono ancora al classico sono, per provenienza sociale, sempre gli stessi, con lo stesso retroterra familiare e le stesse motivazioni: figli di gente che ha fatto a suo tempo il classico; figli di una certa borghesia media o alta (molto più impiegatizia che imprenditoriale: insegnanti, medici, funzionari pubblici); qualche sparuto figlio di nessuno o di papà che avverte una vocazione speciale e precoce per le lettere e le arti e una concomitante allergia per la matematica; qualche ragazzino troppo timido e introverso che teme la giungla di una scuola tecnica o professionale… Questo è il piccolo bacino di reclutamento del classico – si badi bene: una pozzanghera residuale che si va prosciugando. Quasi nessuno sceglie(rà) questa scuola – non illudiamoci – perché folgorato dalle luci della sua Notte. Il classico, ahilui, è già defunto e non lo sa. Il latino e il greco si continuano a studiare, da anni ormai, più che altro per finta: tirando giù da internet tutte le traduzioni già bell’è pronte, da quelle dei testi classici a quelle delle versioni, fino alle singole frasette. Così quasi più nessuno (con poche e lodevoli eccezioni) suda e si allena sulle lingue antiche, questa palestra formidabile di metodo trasversale che gioverebbe ancora molto, se venisse davvero praticata a dovere, a tutte le altre discipline. Ma tant’è: nel classico-zombie-frankenstein di oggi il tempo per studiare il greco e il latino è sempre di meno e il peso – ineludibile – delle materie o degli argomenti più ‘moderni’ aggiunti, dei progetti à la page, delle varie attività extra è schiacciante. Il copia e incolla delle traduzioni rimane per molti l’unica scorciatoia, con tanti saluti all’aoristo e ai paradigmi verbali! Il classico, quello vero, è morto. Pace all’anima sua. Morte (astruse, specialistiche, lontanissime dalla forma mentis di un ragazzo medio di oggi) sono le lingue che il classico si ostina ancora ad insegnare. Come si può realisticamente pretendere, lo dico sapendo di inimicarmi forse un po’ di gente, che in tempi come questi lo stato continui a finanziare una scuola del genere? In Europa e nel resto del mondo in effetti non esiste niente di simile. Il classico è morto, rassegniamoci. Nessuna magica notte lo risusciterà. Quello che resta doveroso fare, secondo me, non è tenerne ancora in piedi la salma imbalsamata, ma salvarne l’anima, raccoglierne al meglio la preziosa eredità. E l’eredità del classico può essere raccolta solo da una scuola liceale riformata, riorganizzata, non saprei con esattezza dire come, ma di certo diversamente da adesso. Una scuola liceale magari unificata ma con percorsi diversificati, nella quale lo studio della lingua greca e latina rimanga opzionale. Ma nella quale la grande eredità della civiltà classica (poesia, teatro, storiografia, archeologia) diventi comunque (un po’come è accaduto per la filosofia greca e la storia dell’arte antica) parte integrante dello studio di tutti quelli che la frequentano.

[PS: Sei anni fa, nel post Perché salvare il liceo classico, mi esprimevo in modo più ottimista circa lo stato di salute di questo corso di studi. Adesso sono diventato parecchio più scettico. Ma, a guardar bene, le prospettive che, con dispiacere ma con molto realismo, indico ora per questo tipo di scuola (che ho molto a cuore perché ci ho insegnato per una vita) non sono nella sostanza diverse da quelle che indicavo allora: bisogna passare attraverso una sensata e complessiva riforma della scuola liceale]

[PS bis: non ho voluto affatto pronunciare in questo post un giudizio di valore sul liceo classico in sé, ma constatare un dato di fatto, una sorta di necessità storica: il classico così com’è (diventato) è ormai largamente superato dai tempi, purtroppo. Questo non toglie ovviamente che vi siano tuttora nel liceo classico studenti e insegnanti di valore. Ma non è questo il punto. Il punto è che questo genere di scuola a mio avviso può sopravvivere solo trasformandosi (meglio forse: annullandosi) intelligentemente in qualcosa di diverso non solo dal suo passato storico, ma anche e soprattutto dall’ibrido attuale.]

a Filippo Argenti!

[da Inferno, VIII (girone degli iracondi, immersi in uno stagno melmoso)]

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”.33

E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”.
Rispuose: “Vedi che son un che piango”.36

E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
dai nevi ti conosco, ancor sie lordo tutto”.39

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”.42

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse!45

R…  fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.48

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”.51

E io: “Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago”.54

Ed elli a me: “Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda”.57

Dopo ciò poco vid’io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.60

Tutti gridavano: “A  M…  R….. !”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti [gli incisivi, n.d.r.].63

Quivi il lasciammo, che più non ne narro.

Un paio di impercettibili ritocchi e una chioserella al testo ed ecco che un noto passo dell’Inferno dantesco, come per magia, parla della nostra attualità. Al posto di Filippo Argenti ecco un suo epigono e concittadino, meritatamente immerso nello stesso fetido liquame, altrettanto orgoglioso (= ‘sfrontato e prepotente’ per dirla educatamente), con un nome e un cognome (M… R…), metricamente compatibili e vagamente assonanti con l’originale. Ogni riferimento a un nostro personaggio politico è tutt’altro che casuale.