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Ancora sugli slittamenti semantici in peggio:

1) solare. Aggettivo. Originariamente e prevalentemente usato in ambito tecnico scientifico (macchia s., orologio s., sistema s. ecc.), ultimamente è molto impiegato metaforicamente per qualificare un carattere ottimista e positivo e nel contempo limpido, schietto, incapace di menzogna e di doppiezza. Proprio questa diffusa accezione traslata mi pare stia favorendo nell’uso comune un ulteriore, subdolo slittamento in senso deteriore. Ho sentito diverse persone servirsene come di un eufemismo malizioso per etichettare qualcuno di eccessiva ingenuità o addirittura di stupidità. È un po’ la sorte di molti di questi significanti che denotano la bontà e la schiettezza dell’animo umano (si pensi a buono: ‘un buon uomo’): quella di veicolare ironicamente e velatamente un significato irridente e offensivo. Un meccanismo che (p.e.) già Tucidide, prima, e Leopardi, poi, avevano ben rilevato. Una spia linguistica di quale reale considerazione godano, al di là degli omaggi ipocriti che ricevono, schiettezza e bontà d’animo.

 

2) declinare/ declinazione. Verbo e suo astratto deverbativo. Fino a qualche anno fa, oltre che apparire in qualche frase fatta piuttosto formale (declinare un invito, declinare dai propri principi), questi termini erano familiari soprattutto agli studenti dei licei alle prese con il latino. Declinare, p.e., ros-a, ros-ae ecc. significa infatti – notoriamente – snocciolare il paradigma delle terminazioni variabili di una parola latina (e di tutte quelle del suo gruppo o, appunto, declinazione) in relazione alle varie funzioni logiche (soggetto, complemento di specificazione, termine) che ciascuna terminazione esprime. Un’accezione piuttosto tecnica e settoriale e davvero poco poetica. Adesso invece, da pochissimi anni a questa parte, questi due termini hanno conosciuto – nei media- una enorme diffusione come sinonimi di usare/interpretare/rielaborare qualcosa in un modo particolare/ personale/originale. Esempi: una declinazione umanistica del marxismo (per dire: una interpretazione); Quell’artista declina (cioè interpreta/ripropone) l’astrattismo in una chiave figurativa. Come a dire anche: ‘propone un paradigma dell’astrattismo diverso da quello tradizionale’ (cioè altera a suo modo il modello di riferimento; come se – verrebbe da dire per razionalizzare lo slittamento – uno declinasse rosa rosae in un modo diverso dal solito, inventandosi una sua peculiare grammatica). Ma la mutazione è così recente ed arbitraria che nessun nostro autorevole dizionario la registra ancora. Fatico a capire l’origine di questa improvvisa e fortunata forzatura semantica, non trattandosi nella fattispecie (per quello che mi risulta) di un anglicismo tra i moltissimi che ci stanno colonizzando. Più facile e banale, forse, capire il perché del successo. Declinare, rispetto a interpretare/riproporre è sentito evidentemente, da chi lo usa, più chic, più intellettuale, più moderno, più à la page rispetto agli altri tradizionali sinonimi, benché non aggiunga nulla a quelli né per ricchezza né per precisione o chiarezza espressiva. Anche nella lingua la moda ha il suo peso, specie quando si tratti di un registro intellettuale o intellettualoide. C’è chi pensa, evidentemente, che il nuovo che piace e che suona bene sia perciò stesso più bello e più corretto e (soprattutto) più seducente e abbagliante del vecchio. [Leggo per altro in Plutarco (L’arte di ascoltare, 7c): «Un modo di esprimersi brillante e fastoso acceca l’ascoltatore e gli impedisce di cogliere i concetti». Nihil novi.]

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In questa stiva ombrosa, allagata

di sola luce artificiale il comandante

raccatta le sparse esche di una esoterica

mensa; sale sul ponte, carezza con prudenza

la barra del timone della nave che attracca

piano al molo del tempo usato. In quello lento

e astratto della navigazione si è faticato

intanto a trattenere il fiato, ad osservare terre

dal largo, noi stessi da lontano, a dirimere

il monte dal piano, dal cielo il mare, le luci

delle case dagli occhi delle stelle. Poco e

non poco. Adesso però un selvatico tramestio

di piedi, oltre gli oblò, precipita esultando

per la magica scaletta sul pontile. La scuola

è finita. Sull’arenile spensierato evade

finalmente la vita, il presente, l’ubriaca

giovinezza dell’estate.

[Questa mia poesia inedita era stata già postata da me un paio di anni fa. La ripropongo qui per dedicarla particolarmente ai miei (ormai ex) alunni di quinta di quest’anno, appena diplomati. A loro auguro buone vacanze e soprattutto buona fortuna per il loro futuro immediato e lontano.]

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Non giudicare: il precetto più contrario alla natura umana che sia stato mai formulato. Tutti, inevitabilmente, giudicano tutti e tutto. Impossibile non giudicare. Possibile invece, anzi doveroso – e segno di intelligenza sorella di umiltà – rivedere il proprio giudizio giudicandolo errato.

Qualche volta, scrivendo o parlando, le parole schizzano imprendibili, come un fiotto d’acqua, in mille direzioni. Altre volte invece sono l’essenza chiusa e meditata, densa e vischiosa che si spreme a fatica da un frutto quasi secco.

Alcune persone nascondono così bene la propria pericolosa follia che il frequentarle equivale a calpestare, ignari, un campo minato oppure a cimentarsi in una roulette russa a pulsanti: tocchi un tasto, poi un altro e un altro ancora e vengono fuori accattivanti accordi musicali. Ne tocchi un altro apparentemente uguale ai precedenti ed inneschi un ordigno esplosivo.

Tanto tetragono un pregiudizio, quanto vitale l’interesse o il vizio che si presume (o ci si illude) esso possa difendere.

L’ambizione – quando si accompagna a vanità ed invidia- è una passione così cieca di fronte a se stessa da sfidare impettita e indifesa gli assalti del ridicolo.

Agire secondo scienza e coscienza è un modo tra i più infallibili per procurarsi grane. Ma è un prezzo che si deve pagare. Perché la scienza è l’unica certezza che abbiamo, e vivere in pace con la propria coscienza è un bene ineguagliabile.

DONMILANI(SMI)

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Ho sempre diffidato delle idee pedagogiche di Don Milani, della loro facile popolarità. Anche in tempi non sospetti. Nei primi anni settanta. Quando ero liceale, per intenderci, e lui era morto da poco, mentre i suoi libri erano sulla cresta dell’onda. Io, per parte mia, ero ben lontano ancora dall’idea di fare l’insegnante. Mi venne spontaneo contraddire quello che leggevo allora nella sua tanto osannata Lettera a una professoressa, per una semplice ed oggettiva evidenza: diceva lui che i bravi a scuola sono (possono esserlo) solo i figli dei ricchi con il loro bel retaggio culturale borghese succhiato insieme al latte materno. Eppure io e diversi altri miei compagni di liceo eravamo figli di operai e di casalinghe, ma andavamo bene o benissimo a scuola, mentre qualche rampollo della buona borghesia locale arrancava molto malamente… Già questo non mi quadrava, puzzava di semplificazione ideologica.

Adesso ho voluto riprendere in mano, dopo più di quarant’anni, quel famoso libello, per vederci più chiaro: e a distanza di tanto tempo quel testo mi appare oggi, nonostante qualche punto di forza, enormemente datato, superato dai tempi. Dalla rivoluzione edonistica e consumistica di massa esplosa negli anni ottanta, soprattutto, oltre che da quella digitale dell’ ultimo periodo. Tanto che, con minima e ironica forzatura, quel testo potrebbe più che altro essere letto in chiave di inconsapevole profezia di cambiamenti che lo stesso Don Milani, se potesse osservarli oggi, forse (chissà?) detesterebbe. Per esempio: Don Milani diceva che la scuola tradizionale è fuori dalla realtà, che bisogna eliminare la letteratura alta, il latino e la storia antica e imparare (evitando la grammatica) la lingua e le lingue straniere che servono alle classi subalterne per orientarsi nei rapporti con il mondo del lavoro, della burocrazia, della politica e per comprendere bene il linguaggio dei media. Ebbene la scuola italiana negli ultimi trent’anni ha proprio realizzato o cercato di realizzare, a suo peggiorativo e malinteso modo, tutto questo, demonizzando il ‘nozionismo’ e riducendo o banalizzando o marginalizzando la cultura alta di impronta storico-umanistica. E il risultato è sotto gli occhi di tutti, purtroppo: regresso verso l’analfabetismo, riduzione preoccupante del tesoro lessicale e delle competenze espressive, ignoranza totale del passato lontano e recente con ricadute – pesanti – sulla maturità intellettuale e ‘politica’ in senso lato delle giovani generazioni. La scuola schiacciata sul presente, affannata nella rincorsa dell’attualità e dell’utilità da spendere subito – lo ripeto – è destinata a fallire sul piano dell’istruzione e della formazione. Può tutt’al più fornire (quando va bene) un po’ di addestramento preliminare alle arti e ai mestieri. Non proprio – mi pare – quello che voleva Don Milani, ma esattamente quello che vogliono invece oggi Confindustria, Confcommercio ecc. dalla scuola di stato. Non per caso né per volere degli dèi si è inflitta ai licei la piaga nefasta della Alternanza Scuola Lavoro… L’avrebbe gradita Don Milani? Credo di no, ma chi ce l’ha imposta lo ha fatto anche distorcendo a suo vantaggio quella sua stessa e primaria istanza di utilità ‘pratica’ della formazione scolastica. Non per caso giornali vicini alla Confindustria hanno ultimamente dato così grande spazio alla celebrazione del cinquantenario della morte del parroco di Barbiana…

Ma non c’è solo questo, ahimè. Chi ha scelto di fare l’insegnante e rilegge oggi il libello di Don Milani ci trova, contro gli insegnanti, delle sorprendenti chicche avvelenate. Lorenzo Milani, uomo intelligente e còlto da par suo ma non poco accecato dall’odio antiborghese, riconoscendo negli insegnanti di allora i rappresentanti e i custodi ufficiali della cultura e degli interessi di quella classe, li attacca accusandoli (udite udite!) di lavorare poco e guadagnare troppo, di fare un lavoro part-time pagato per un lavoro a tempo pieno; di pretendere di bocciare alunni con cui si impegnano solo poche ore la settimana, di arrotondare i loro già immeritati stipendi con ore di ripetizione impartite ai rampolli dell’odiata e ricca borghesia, ecc. ecc.

Il becero qualunquismo di queste accuse è lo stesso che circola da decenni nell’opinione pubblica più disinformata circa il reale impegno dei docenti di oggi; è lo stesso discredito che molti recenti governi hanno alimentato ed usato per infliggere ad una categoria ridotta (per dignità sociale e per stipendi) quasi allo stato di Lumpenproletariat – altro che guardiani della borghesia! – sempre maggiori carichi di lavoro a costo zero.

Curioso e beffardo (e avvilente) scoprire oggi che di questo qualunquismo Don Lorenzo Milani è stato l’esimio antesignano. Ma ancora più sconcertante è osservare come, nonostante questo, tanti insegnanti continuino oggi ad essere ferventi “donmilaniani”.

PS del 14.08.17:

Del precoce invecchiamento delle idee donmilaniane rispetto all’evoluzione rapida della società dei consumi parla con la solita lucidissima (e profetica) acutezza già nel 1973 Pierpaolo Pasolini, che pure era un grande estimatore dell’ opera pedagogica di don Lorenzo Milani:

« Barbiana era un caso estremo. Era l’ultimo caso di vita preistorica rispetto alla seconda rivoluzione industriale e alla conseguente lotta di classe (in cui poteva inserirsi un prete moderno). Ora, probabilmente, ci sono ancora dei luoghi come Barbiana, ma essi hanno totalmente perduto il loro senso: e valgono solo in quanto relitti. Sono bastati pochi anni. Se Don Milani non fosse morto… avrebbe visto, oggi, la sua meravigliosa opera organizzativa come un conato inutile, divenuto anacronistico…. la sua disperata opera organizzativa di tipo laico e progressista risulta di colpo impoverita e invecchiata, a causa della caduta dei problemi che la presupponevano: la fine cioè di un sottoproletariato contadino a uno stadio storico preindustriale…» (Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975, p. 90)

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“Non è che Schopenhauer si cospargesse il capo di cenere e lapilli” [frase attribuita ad un’insegnante di filosofia e affissa dagli alunni in una bacheca goliardica]

Una frase che mi piace, molto. Arguta e profonda.

Mi piace per il suo (preterintenzionale?) colore poetico, anzitutto. Perché si parte dal detto per costruire qualcosa di non detto prima. Dalla frase fatta alla frase inedita. Un’aggiunta originale che è anche un fulmen in clausola: i lapilli. Al simbolo (pagano, ebraico e cristiano) secolare e scontato della penitenza e della contrizione (la cenere) si aggiunge l’immagine irreale, il nonsense – dettato da un evidente lapsus analogico – di detriti vulcanici raccolti (chissà come e dove) per cospargersene dolentemente i capelli….

Ma la frase mi piace anche e soprattutto per la semplice profondità del concetto che quella arguzia leggera e un po’ bislacca afferma: il pensiero negativo non si fonda e non ricade necessariamente sulla esistenza concreta di chi lo esprime. Così ci viene spontaneo (e ci fanno interessatamente) credere,  ma non è per forza così.

Viviamo in tempi di ottimismo obbligatorio. Da sempre la durezza della convivenza umana e la lotta per la sopravvivenza esigono naturalmente quel tonificante a buon mercato che una volta era detta ‘speranza’ e oggi si chiama ‘pensiero positivo’. Oggi più che mai, però, questa esigenza biologica di guardare il mondo con lenti rosate è diventato un imperativo categorico e ideologico. Un asfissiante martellamento mediatico. Un refrain del linguaggio politico, pubblicitario, aziendalistico, canzonettistico (“io penso positivo, perché son vivo…”)… Persino nei funerali di cui si parla in tv non si sente dire altro che il defunto era una persona solare, allegra, sempre positiva (perciò molto più degno di rimpianto e di cordoglio, chissà, magari di un fastidioso menagramo?). Oggi più che mai i potentissimi persuasori che ci sorvegliano provano in tutti i modi a inocularci l’idea che la felicità è solo nelle nostre mani, il nostro avvenire dipende essenzialmente dalla nostra ‘positività di fronte al mondo’, il nostro futuro impiego dalla bravura con cui scriviamo un curricolo ecc. Così, per costoro, le catastrofi diventano opportunità, gli enigmi problemi da risolvere.

Il pensiero negativo, il ‘pessimismo’, viene di conseguenza liquidato e rimosso dal mainstream come frutto automatico di una condizione esistenziale sfortunata, marginale, anomala. Pensi negativo perché sei (e vivi da) frustrato e da sfigato. Oppure: vivi da sfigato perché, per una qualche tua patologica deformità mentale, pensi negativo. Leopardi e Schopenhauer, appunto. Per dubitare dell’equazione “sfiga = pensiero negativo” basterebbe considerare la lista nutrita di scrittori, artisti e pensatori di primo livello, antichi (Simonide, Sofocle, Erodoto) e moderni (Nietzsche, Hardy, Verga, Joyce…) che farei davvero molta fatica ad etichettare semplicisticamente come persone sfortunate. Un romanzo come Addio alle armi di Hemingway, storia di agghiacciante pessimismo “duale” (storico, cioè, e naturalistico insieme) e perciò totale, è stato scritto da un autore che visse una vita piena, attiva, ardimentosa, tutt’altro che segnata dal malinconico marchio della marginalità. Non sto dicendo con questo che tra vita ed arte (o pensiero) non sussista il minimo rapporto. Dico soltanto che, oggi ancora di più che ai tempi di Leopardi, si tende a enfatizzare questo presunto rapporto con la vita per screditare qualsiasi pensiero negativo, senza cioè valutarlo e considerarlo in sé, col rischio di riconoscerne il valore talora altamente critico e conoscitivo. Un rischio che predicatori e imbonitori e (interessati) consolatori di ogni risma non intendono correre. Meglio sottolineare che Leopardi era gobbo e pensare che Schopenhauer si cospargesse ogni giorno il capo di cenere (e lapilli). Meglio ignorare che la civiltà occidentale è nata sulle fondamenta del pessimismo radicale (ma attivo ed energico) degli antichi Greci. Altrimenti si rischia di turbare la serenità della gente, incrementare il dubbio, diminuire gli omologati, gli adepti, gli iscritti, gli obbedienti, gli elettori, i consumatori. Meglio diffondere musica a pieno volume e luci psichedeliche tra le merci scadenti dei supermercati.

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L’11 Aprile del 1987, trent’anni fa  – insegnavo in un ginnasio di provincia – poco prima della ricreazione raccoglievo delle schede preparate dai ragazzi per un recital scolastico sull’imminente 25 aprile: erano testi poetici e memorialistici sull’ultima guerra mondiale e per ciascuno di essi gli studenti avevano predisposto una breve nota biografica degli autori. Sfogliandoli mi cadde l’occhio su quella dedicata a Primo Levi, a presentazione della sua famosa poesia in esergo a Se questo è un uomo: una mia alunna aveva scritto pressappoco “l’autore era un chimico ebreo torinese che venne internato in un lager subito dopo la laurea”; feci notare alla mia allieva che Levi era uno scrittore ancora vivente e che pertanto quei verbi al passato andavano corretti. Non era in realtà così, purtroppo, da poche ore. Dopo la ricreazione infatti, finito il mio orario di lezione, mentre in auto scendevo di fronte al mare le curve della strada che mi riportava a casa (lo ricordo con grande lucidità) il notiziario radio annunciò che Primo Levi era morto, proprio quella mattina, suicida, gettandosi nella tromba delle scale di casa. Il ricordo della fine di questo immenso scrittore è legato per me a questa banale, quasi incredibile e beffarda coincidenza del destino.

Pochi anni prima, durante un paio di giorni di pioggia di mezza estate, avevo letto Se questo è un uomo. L’avevo letto con una partecipazione angosciata e febbrile. Più che di una normale lettura si trattò in quel caso per me di uno spossessamento, di una estasi dolorosa, di una discesa di tutto me stesso nell’inferno del Lager per identificazione empatica – totale – con l’autore-testimone. Vissi, non semplicemente lessi, l’esperienza raccontata in Se questo è un uomo. Così (mi) succede in genere con la grande letteratura. In particolare con quella che sa trasformare il muto enigma della sofferenza individuale in un dono perenne per l’umanità.

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Mentre statistiche impietose rivelano che l’italiano – non quello di Dante, si badi bene, ma quello che conosciamo e usiamo ancora noi sessantenni ex studenti del liceo di quasi cinquant’anni fa – è una lingua moribonda, sconosciuta ormai, nella sua tradizionale ricchezza lessicale e varietà sintattica, ai più, leggo che una rampante preside di un liceo milanese sta attrezzando la sua scuola per far sì che tutte le materie (meno -bontà sua -l’italiano) siano insegnate in inglese (sic!).

Ora, io ho sempre pensato e scritto che l’autonomia è un bel nome che nasconde innumerevoli operazioni di politica scolastica molto sospette e discutibili, ma questa mi pare davvero la pensata tra tutte la più idiota e provinciale. Fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Sì, perché chi conosce la scuola sa che gran parte degli insegnanti, anche bravissimi, che vi lavorano sono ultraquarantenni con una preparazione in lingue straniere mediamente scarsa. Non credo che i colleghi di quel liceo abbiano potuto ovviare con qualche corso di inglese o con qualche soggiorno estivo in qualche stato anglofono a queste note e diffuse lacune. Non so immaginarmi, per esempio, un insegnante nostrano di educazione fisica che dia comandi in inglese se non figurandomi scenette linguisticamente assai maccheroniche. Peggio ancora potrebbe avvenire a un insegnante di filosofia, con il linguaggio complesso e astratto che si ritrova a maneggiare….

Ma anche ammesso – senza realisticamente poterlo concedere – che questi miei colleghi parlino inglese come docenti di Oxford, l’errore è nel principio: l’italiano è, oltre che la nostra lingua madre, una lingua che appartiene a una cultura antica, prestigiosa e, a tratti nella storia, egemonica sulle altre. Ci pensano già i media di vario tipo a deprimerlo, ad impoverirlo e a snaturarlo: davvero non si sentiva il bisogno che anche qualche ingegnosa preside in cerca di pubblicità ne programmasse la sistematica liquidazione addirittura in sede scolastica. Mi pare -scandalosamente – il colmo.

Se vogliamo davvero studiare l’inglese, facciamolo nelle ore d’inglese: potenziamo i laboratori linguistici, la didattica della lingua straniera corrente, gli scambi estivi con l’estero.

Ma non costringiamo, per carità del cielo, il mio collega cinquantenne di storia a spiegare la rivoluzione francese in uno stentato inglesorum.

Perché così – se anche riuscissimo ad adescare qualche iscritto in più – ammazzeremmo due piccioni con un colpo solo (di clil): l’italiano e l’inglese.