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Non giudicare: il precetto più contrario alla natura umana che sia stato mai formulato. Tutti, inevitabilmente, giudicano tutti e tutto. Impossibile non giudicare. Possibile invece, anzi doveroso – e segno di intelligenza sorella di umiltà – rivedere il proprio giudizio giudicandolo errato.

Qualche volta, scrivendo o parlando, le parole schizzano imprendibili, come un fiotto d’acqua, in mille direzioni. Altre volte invece sono l’essenza chiusa e concentrata, densa e vischiosa che si spreme a fatica da un frutto quasi secco.

Alcune persone nascondono così bene la propria pericolosa follia che il frequentarle equivale a calpestare, ignari, un campo minato oppure a cimentarsi in una roulette russa a pulsanti: tocchi un tasto, poi un altro e un altro ancora e vengono fuori accattivanti accordi musicali. Ne tocchi un altro apparentemente uguale ai precedenti ed inneschi un ordigno esplosivo.

Tanto tetragono un pregiudizio, quanto vitale l’interesse o il vizio che si presume (o ci si illude) esso possa difendere.

Agire secondo scienza e coscienza è un modo tra i più infallibili per procurarsi grane.

DONMILANI(SMI)

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Ho sempre diffidato delle idee pedagogiche di Don Milani, della loro facile popolarità. Anche in tempi non sospetti. Nei primi anni settanta. Quando ero liceale, per intenderci, e lui era morto da poco, mentre i suoi libri erano sulla cresta dell’onda. Io, per parte mia, ero ben lontano ancora dall’idea di fare l’insegnante. Mi venne spontaneo contraddire quello che leggevo allora nella sua tanto osannata Lettera a una professoressa, per una semplice ed oggettiva evidenza: diceva lui che i bravi a scuola sono (possono esserlo) solo i figli dei ricchi con il loro bel retaggio culturale borghese succhiato insieme al latte materno. Eppure io e diversi altri miei compagni di liceo eravamo figli di operai e di casalinghe, ma andavamo bene o benissimo a scuola, mentre qualche rampollo della buona borghesia locale arrancava molto malamente… Già questo non mi quadrava, puzzava di semplificazione ideologica.

Adesso ho voluto riprendere in mano, dopo più di quarant’anni, quel famoso libello, per vederci più chiaro: e a distanza di tanto tempo quel testo mi appare oggi, nonostante qualche punto di forza, enormemente datato, superato dai tempi. Dalla rivoluzione edonistica e consumistica di massa esplosa negli anni ottanta, soprattutto, oltre che da quella digitale dell’ ultimo periodo. Tanto che, con minima e ironica forzatura, quel testo potrebbe più che altro essere letto in chiave di inconsapevole profezia di cambiamenti che lo stesso Don Milani, se potesse osservarli oggi, forse (chissà?) detesterebbe. Per esempio: Don Milani diceva che la scuola tradizionale è fuori dalla realtà, che bisogna eliminare la letteratura alta, il latino e la storia antica e imparare (evitando la grammatica) la lingua e le lingue straniere che servono alle classi subalterne per orientarsi nei rapporti con il mondo del lavoro, della burocrazia, della politica e per comprendere bene il linguaggio dei media. Ebbene la scuola italiana negli ultimi trent’anni ha proprio realizzato o cercato di realizzare, a suo peggiorativo e malinteso modo, tutto questo, demonizzando il ‘nozionismo’ e riducendo o banalizzando o marginalizzando la cultura alta di impronta storico-umanistica. E il risultato è sotto gli occhi di tutti, purtroppo: regresso verso l’analfabetismo, riduzione preoccupante del tesoro lessicale e delle competenze espressive, ignoranza totale del passato lontano e recente con ricadute – pesanti – sulla maturità intellettuale e ‘politica’ in senso lato delle giovani generazioni. La scuola schiacciata sul presente, affannata nella rincorsa dell’attualità e dell’utilità da spendere subito – lo ripeto – è destinata a fallire sul piano dell’istruzione e della formazione. Può tutt’al più fornire (quando va bene) un po’ di addestramento preliminare alle arti e ai mestieri. Non proprio – mi pare – quello che voleva Don Milani, ma esattamente quello che vogliono invece oggi Confindustria, Confcommercio ecc. dalla scuola di stato. Non per caso né per volere degli dèi si è inflitta ai licei la piaga nefasta della Alternanza Scuola Lavoro… L’avrebbe gradita Don Milani? Credo di no, ma chi ce l’ha imposta lo ha fatto anche distorcendo a suo vantaggio quella sua stessa e primaria istanza di utilità ‘pratica’ della formazione scolastica. Non per caso giornali vicini alla Confindustria hanno ultimamente dato così grande spazio alla celebrazione del cinquantenario della morte del parroco di Barbiana…

Ma non c’è solo questo, ahimè. Chi ha scelto di fare l’insegnante e rilegge oggi il libello di Don Milani ci trova, contro gli insegnanti, delle sorprendenti chicche avvelenate. Lorenzo Milani, uomo intelligente e còlto da par suo ma non poco accecato dall’odio antiborghese, riconoscendo negli insegnanti di allora i rappresentanti e i custodi ufficiali della cultura e degli interessi di quella classe, li attacca accusandoli (udite udite!) di lavorare poco e guadagnare troppo, di fare un lavoro part-time pagato per un lavoro a tempo pieno; di pretendere di bocciare alunni con cui si impegnano solo poche ore la settimana, di arrotondare i loro già immeritati stipendi con ore di ripetizione impartite ai rampolli dell’odiata e ricca borghesia, ecc. ecc.

Il becero qualunquismo di queste accuse è lo stesso che circola da decenni nell’opinione pubblica più disinformata circa il reale impegno dei docenti di oggi; è lo stesso discredito che molti recenti governi hanno alimentato ed usato per infliggere ad una categoria ridotta (per dignità sociale e per stipendi) quasi allo stato di Lumpenproletariat – altro che guardiani della borghesia! – sempre maggiori carichi di lavoro a costo zero.

Curioso e beffardo (e avvilente) scoprire oggi che di questo qualunquismo Don Lorenzo Milani è stato l’esimio antesignano. Ma ancora più sconcertante è osservare come, nonostante questo, tanti insegnanti continuino oggi ad essere ferventi “donmilaniani”.

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“Non è che Schopenhauer si cospargesse il capo di cenere e lapilli” [frase attribuita ad un’insegnante di filosofia e affissa dagli alunni in una bacheca goliardica]

Una frase che mi piace, molto. Arguta e profonda.

Mi piace per il suo (preterintenzionale?) colore poetico, anzitutto. Perché si parte dal detto per costruire qualcosa di non detto prima. Dalla frase fatta alla frase inedita. Un’aggiunta originale che è anche un fulmen in clausola: i lapilli. Al simbolo (pagano, ebraico e cristiano) secolare e scontato della penitenza e della contrizione (la cenere) si aggiunge l’immagine irreale, il nonsense – dettato da un evidente lapsus analogico – di detriti vulcanici raccolti (chissà come e dove) per cospargersene dolentemente i capelli….

Ma la frase mi piace anche e soprattutto per la semplice profondità del concetto che quella arguzia leggera e un po’ bislacca afferma: il pensiero negativo non si fonda e non ricade necessariamente sulla esistenza concreta di chi lo esprime. Così ci viene spontaneo (e ci fanno interessatamente) credere,  ma non è per forza così.

Viviamo in tempi di ottimismo obbligatorio. Da sempre la durezza della convivenza umana e la lotta per la sopravvivenza esigono naturalmente quel tonificante a buon mercato che una volta era detta ‘speranza’ e oggi si chiama ‘pensiero positivo’. Oggi più che mai, però, questa esigenza biologica di guardare il mondo con lenti rosate è diventato un imperativo categorico e ideologico. Un asfissiante martellamento mediatico. Un refrain del linguaggio politico, pubblicitario, aziendalistico, canzonettistico (“io penso positivo, perché son vivo…”)… Persino nei funerali di cui si parla in tv non si sente dire altro che il defunto era una persona solare, allegra, sempre positiva (perciò molto più degno di rimpianto e di cordoglio, chissà, magari di un fastidioso menagramo?). Oggi più che mai i potentissimi persuasori che ci sorvegliano provano in tutti i modi a inocularci l’idea che la felicità è solo nelle nostre mani, il nostro avvenire dipende essenzialmente dalla nostra ‘positività di fronte al mondo’, il nostro futuro impiego dalla bravura con cui scriviamo un curricolo ecc. Così, per costoro, le catastrofi diventano opportunità, gli enigmi problemi da risolvere.

Il pensiero negativo, il ‘pessimismo’, viene di conseguenza liquidato e rimosso dal mainstream come frutto automatico di una condizione esistenziale sfortunata, marginale, anomala. Pensi negativo perché sei (e vivi da) frustrato e da sfigato. Oppure: vivi da sfigato perché, per una qualche tua patologica deformità mentale, pensi negativo. Leopardi e Schopenhauer, appunto. Per dubitare dell’equazione “sfiga = pensiero negativo” basterebbe considerare la lista nutrita di scrittori, artisti e pensatori di primo livello, antichi (Simonide, Sofocle, Erodoto) e moderni (Nietzsche, Hardy, Verga, Joyce…) che farei davvero molta fatica ad etichettare semplicisticamente come persone sfortunate. Un romanzo come Addio alle armi di Hemingway, storia di agghiacciante pessimismo “duale” (storico, cioè, e naturalistico insieme) e perciò totale, è stato scritto da un autore che visse una vita piena, attiva, ardimentosa, tutt’altro che segnata dal malinconico marchio della marginalità. Non sto dicendo con questo che tra vita ed arte (o pensiero) non sussista il minimo rapporto. Dico soltanto che, oggi ancora di più che ai tempi di Leopardi, si tende a enfatizzare questo presunto rapporto con la vita per screditare qualsiasi pensiero negativo, senza cioè valutarlo e considerarlo in sé, col rischio di riconoscerne il valore talora altamente critico e conoscitivo. Un rischio che predicatori e imbonitori e (interessati) consolatori di ogni risma non intendono correre. Meglio sottolineare che Leopardi era gobbo e pensare che Schopenhauer si cospargesse ogni giorno il capo di cenere (e lapilli). Meglio ignorare che la civiltà occidentale è nata sulle fondamenta del pessimismo radicale (ma attivo ed energico) degli antichi Greci. Altrimenti si rischia di turbare la serenità della gente, incrementare il dubbio, diminuire gli omologati, gli adepti, gli iscritti, gli obbedienti, gli elettori, i consumatori. Meglio diffondere musica a pieno volume e luci psichedeliche tra le merci scadenti dei supermercati.

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L’11 Aprile del 1987, trent’anni fa  – insegnavo in un ginnasio di provincia – poco prima della ricreazione raccoglievo delle schede preparate dai ragazzi per un recital scolastico sull’imminente 25 aprile: erano testi poetici e memorialistici sull’ultima guerra mondiale e per ciascuno di essi gli studenti avevano predisposto una breve nota biografica degli autori. Sfogliandoli mi cadde l’occhio su quella dedicata a Primo Levi, a presentazione della sua famosa poesia in esergo a Se questo è un uomo: una mia alunna aveva scritto pressappoco “l’autore era un chimico ebreo torinese che venne internato in un lager subito dopo la laurea”; feci notare alla mia allieva che Levi era uno scrittore ancora vivente e che pertanto quei verbi al passato andavano corretti. Non era in realtà così, purtroppo, da poche ore. Dopo la ricreazione infatti, finito il mio orario di lezione, mentre in auto scendevo di fronte al mare le curve della strada che mi riportava a casa (lo ricordo con grande lucidità) il notiziario radio annunciò che Primo Levi era morto, proprio quella mattina, suicida, gettandosi nella tromba delle scale di casa. Il ricordo della fine di questo immenso scrittore è legato per me a questa banale, quasi incredibile e beffarda coincidenza del destino.

Pochi anni prima, durante un paio di giorni di pioggia di mezza estate, avevo letto Se questo è un uomo. L’avevo letto con una partecipazione angosciata e febbrile. Più che di una normale lettura si trattò in quel caso per me di uno spossessamento, di una estasi dolorosa, di una discesa di tutto me stesso nell’inferno del Lager per identificazione empatica – totale – con l’autore-testimone. Vissi, non semplicemente lessi, l’esperienza raccontata in Se questo è un uomo. Così (mi) succede in genere con la grande letteratura. In particolare con quella che sa trasformare il muto enigma della sofferenza individuale in un dono perenne per l’umanità.

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Mentre statistiche impietose rivelano che l’italiano – non quello di Dante, si badi bene, ma quello che conosciamo e usiamo ancora noi sessantenni ex studenti del liceo di quasi cinquant’anni fa – è una lingua moribonda, sconosciuta ormai, nella sua tradizionale ricchezza lessicale e varietà sintattica, ai più, leggo che una rampante preside di un liceo milanese sta attrezzando la sua scuola per far sì che tutte le materie (meno -bontà sua -l’italiano) siano insegnate in inglese (sic!).

Ora, io ho sempre pensato e scritto che l’autonomia è un bel nome che nasconde innumerevoli operazioni di politica scolastica molto sospette e discutibili, ma questa mi pare davvero la pensata tra tutte la più idiota e provinciale. Fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Sì, perché chi conosce la scuola sa che gran parte degli insegnanti, anche bravissimi, che vi lavorano sono ultraquarantenni con una preparazione in lingue straniere mediamente scarsa. Non credo che i colleghi di quel liceo abbiano potuto ovviare con qualche corso di inglese o con qualche soggiorno estivo in qualche stato anglofono a queste note e diffuse lacune. Non so immaginarmi, per esempio, un insegnante nostrano di educazione fisica che dia comandi in inglese se non figurandomi scenette linguisticamente assai maccheroniche. Peggio ancora potrebbe avvenire a un insegnante di filosofia, con il linguaggio complesso e astratto che si ritrova a maneggiare….

Ma anche ammesso – senza realisticamente poterlo concedere – che questi miei colleghi parlino inglese come docenti di Oxford, l’errore è nel principio: l’italiano è, oltre che la nostra lingua madre, una lingua che appartiene a una cultura antica, prestigiosa e, a tratti nella storia, egemonica sulle altre. Ci pensano già i media di vario tipo a deprimerlo, ad impoverirlo e a snaturarlo: davvero non si sentiva il bisogno che anche qualche ingegnosa preside in cerca di pubblicità ne programmasse la sistematica liquidazione addirittura in sede scolastica. Mi pare -scandalosamente – il colmo.

Se vogliamo davvero studiare l’inglese, facciamolo nelle ore d’inglese: potenziamo i laboratori linguistici, la didattica della lingua straniera corrente, gli scambi estivi con l’estero.

Ma non costringiamo, per carità del cielo, il mio collega cinquantenne di storia a spiegare la rivoluzione francese in uno stentato inglesorum.

Perché così – se anche riuscissimo ad adescare qualche iscritto in più – ammazzeremmo due piccioni con un colpo solo (di clil): l’italiano e l’inglese.

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L’Indice Scuola online ripubblica ora sul suo sito questa mia recensione a Vento forte fra i banchi di Marco Lodoli, uscita nella stessa rivista cartacea un paio d’anni fa.

Mi fa piacere segnalarla all’attenzione dei lettori:

http://www.lindiceonline.com/osservatorio/scuola/marco-lodoli-vento-forte-fra-i-banchi/

Risultati immagini per dionigi presente      Risultati immagini per dionigi presente     Libro Il presente non basta. La lezione del latino Ivano Dionigi

Ivano Dionigi, Il presente non basta, Mondadori, Milano 2016

Andrea Marcolongo, La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco, Laterza, Bari 2016

Nicola Gardini,  Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile, Garzanti, Milano 2016

Confesso di non aver letto questi recenti libri (gli ennesimi, gli ultimi che inneggiano alla bellezza, alla vitalità, alla modernità ecc. delle lingue morte), né di avere alcuna intenzione di leggerli. A prescindere dal loro intrinseco valore (che non posso ovviamente giudicare) mi respinge infatti, da sempre e istintivamente, ogni retorica apologetica dell’antico, anche la più brillante, competente e originale. Ammesso che la causa sia giusta e che gli avvocati siano autorevoli, è la strategia difensiva che mi sembra profondamente sbagliata, a priori. La civiltà classica, soprattutto per noi italiani, è lì, a nostra disposizione, se vogliamo conoscerla, frequentarla, apprezzarla. C’è, solo da noi, una scuola superiore ad hoc per i nostri ragazzi che si chiama liceo classico. Ci sono decine di musei e di siti archeologici con migliaia di reperti a portata di mano. Ci sono moltissime belle edizioni anche economiche, tradotte o con testo a fronte, dei classici greci e latini di letteratura, di storiografia, di filosofia… Non capisco perché si debbano scrivere libri, inscenare ‘eventi’ promozionali, fare trasmissioni televisive semplicemente per dire che tutto questo – questo enorme patrimonio culturale – ci appartiene e ci riguarda e ci interessa e parla di noi e a noi ecc. Se si tenta questa strategia da mezzani, ciò accade perché chi scrive questi libri ed organizza questi eventi in realtà è il primo a pensare e a temere fortemente in cuor suo che non sia affatto così: che la civiltà classica, cioè, non riguardi più (quasi) nessuno perché è oramai sentita – a ragione o a torto – da (quasi) tutti ciarpame da seminterrato o da isola ecologica… Inocula quindi, immancabilmente, in chi legge o ascolta, il germe del sospetto che proprio loro, questi inneggianti promoter, siano mercanti alla canna del gas che cercano di smerciare pro domo sua vecchiume di magazzino per pregiati pezzi d’antiquariato. Esagero, ovviamente un po’ con le mie metafore: tutto oggi ha bisogno del giusto marketing, persino il mondo classico. Devo ammetterlo. Ma c’è modo e modo. E questo modo rischia di sortire, secondo me, l’effetto contrario.  Non basta dire del greco antico che è bello perché ha il duale, del latino che è desiderabile perché sopravvive in mille nostri detti quotidiani, della letteratura classica che è à la page perché usa senza inibizione il turpiloquio ecc. Parlare bene di cose che il destinatario non conosce rischia di essere inutile se non addirittura sospetto e perciò stesso controproducente.

Se pensiamo che quel mondo sia un’eredità culturale viva e irrinunciabile non dobbiamo semplicemente dirlo ma (di)mostrarlo: potenziare i musei, la loro organizzazione, la loro dotazione; presentare, leggere, discutere e recensire le grandi opere letterarie classiche nelle trasmissioni culturali e librarie più seguite nei media; rappresentare molto di più, in teatro e in tv, commedie e tragedie classiche o sceneggiati che vi si ispirino; produrre programmi televisivi di divulgazione storica e archeologica che ripropongano in maniera viva  – con i mezzi tecnici straordinari di oggi – quel mondo così apparentemente lontano.

Proprio il successo dei libri e delle trasmissioni di un benemerito ‘dilettante’ come Alberto Angela ci dimostrano come questa strada non sia impossibile da percorrere. Il problema è attivare una politica culturale che spinga in questa direzione, impegnandovi adeguate risorse umane e finanziarie… Qui casca l’asino: più facile un po’ di retorica celebrativa (e funeraria) destinata, alla fin fine, ai soliti parenti più e meno stretti (vedi: vari addetti ai lavori e insegnanti di liceo: su questo paradosso per altro cfr. http://ilmanifesto.info/la-battaglia-persa-del-latino-da-notte-bianca/)