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Curioso: se in tv si deve parlare, che ne so, di diabete, si invita un medico esperto di diabetologia (magari autore di pubblicazioni scientifiche al riguardo) e la gente, da casa, da profana che vuol capirne di più, gli pone delle domande.

Se si deve parlare di università e di ricerca, si invita sempre un rettore o un barone o comunque un accademico. E quelli magari ne approfittano per fare un po’ di propaganda ai loro atenei con la scusa di informare il pubblico sullo stato dell’arte, ma tant’è: nessuno dubita, a partire dai giornalisti che li hanno invitati, che siano loro i più titolati a parlare sull’argomento.

Ma quando si parla di scuola la musica cambia. Se si parla di scuola allora si invita (mi è capitato di vederlo pochi giorni fa) una attempata scrittrice del genere famoso. Si invita lei, che non mette piede in un’aula più o meno dall’ultimo dopoguerra, solo perché ha raccolto vari articoli suoi in un volume dal titolo accattivante (La scuola ci salverà). E si intrattiene con lei un dibattito salottiero, generico e pieno di luoghi comuni sui mali e le prospettive della scuola. Poi arrivano le domande da casa degli ascoltatori. Pardon, degli ‘addetti ai lavori’: sì, perché da casa intervengono quasi soltanto insegnanti, avidi di ottenere da quella signora dritte e pareri illuminanti circa un mestiere che essi, in realtà, dovrebbero conoscere molto meglio di lei,.. 

No comment. Solo un pensiero di sincera ammirazione per questi miei colleghi che hanno avuto il coraggio e l’umiltà di palesare al mondo l’alta considerazione che hanno di se stessi. E che possono quindi con ragione pretendere dagli altri…

Nell'attico di un palazzo - Selezione Arredamenti attico verona legno pietra

Una minima iniziale

deviazione dalla linea retta

protratta all’infinito

conduce a una distanza

siderale.

***

Di istinto si vive

ma soprattutto

si muore.

***

Ascoltare tutti

ammirare pochi

amare pochissimi

venerare nessuno.

***

I maestri, come le scale

d’assedio, sono destinati

ad essere buttati:

gli eterni padri spirituali

servono, più che ad altri,

ai minorati mentali.

***

Il siero della verità

scatena in quasi tutti

reazioni allergiche gravi.

***

I danni dapprima impalpabili

della corruzione degli animi

assumono, quando ti accingi

– costretto – a rieducare,

il peso dei macigni.

***

Nell’era anteriore al covid

dicevano bene gli attivi – non

proprio occulti – persuasori

dell’ottimismo obbligatorio:

“essenziale è essere sempre

positivi…”

***

“Coscienza mia politicamente (cor)retta

envole-toi bien loin de ces miasmes morbides:

rinomina ogni bruttura, rendila bene detta,

sali i gradini dei tuoi imbiancati pensieri,

lustra l’occhiale dei tuoi pii desideri. Lassù

tutto vedrai puro, perbene, come lo immaginavi.

Menti pure a te stessa: abiterai – chiavi

in mano – l’attico della felicità perfetta.”

Notte nazionale del Liceo Classico, recitazioni, concerti e degustazioni a  tema Eventi a Ravenna
Il Palmieri partecipa alla "Notte Nazionale del Liceo Classico" | Telerama  News

Nell’incipit dell’Iliade, dove si racconta che Apollo, offeso dall’empietà di Agamennone, scende dall’Olimpo con la pessima intenzione di sterminare gli Achei, la nera collera del dio è paragonata all’oscurità della notte:

[Apollo] scese giù dalle cime d’Olimpo, il petto gonfio di rabbia,

arco in spalla e faretra chiusa d’ambo i lati. L’ira lo ardeva:

dietro le spalle, ad ogni passo, le frecce tintinnavano.

E lui scendeva, nero come la notte.

[Il. I 44ss.]

In un celebre passaggio della Teogonia di Esiodo, dove si parla di tenebrose entità figlie del Chaos primigenio, spicca la progenie numerosa e davvero poco raccomandabile di Notte:

Notte partorì l’odioso Fato e la nera Kere

e Morte, e diede alla luce Sonno e generò la stirpe dei Sogni.

[…]

Notte funesta generò anche Nemesi, rovina

per gli uomini mortali; dopo di lei partorì Inganno

e Amore, Vecchiaia rovinosa e Contesa dal cuore violento.

(Es. Theog. 211ss.)

È curioso che proprio studenti e insegnanti del classico, quelli che hanno (avrebbero) ancora il compito e il privilegio di conoscere e meditare direttamente questi antichissimi testi, riusino oggi un archetipo classico così famoso e tradizionalmente spaventevole (e duraturo, con questo significato negativo, nel nostro immaginario e nella nostra cultura) in un senso diametralmente opposto rispetto a quello di Omero e di Esiodo. Notte in effetti è un termine che evoca piuttosto da qualche anno a questa parte, per quanti insegnano e studiano nel liceo classico, l’evento più luccicante e mondano di questo tipo di scuola, la punta di diamante delle sue iniziative autopromozionali : La notte nazionale del liceo classico. Tutti i licei classici ormai celebrano la loro Notte. Ma per una sorta di enantiosemia la minacciosa oscurità, reale e metaforica, della notte omerica ed esiodea diventa, per questa occasione, la luce (artificiale), sfavillante e psichedelica, di un happening pubblicitario. Notte festosa e luminosa. E soprattutto illuminante. Sì, perché in questa notte speciale studenti e insegnanti, spesso agghindati in costumi d’epoca e tra colonne doriche di polistirolo, pretendono di illustrare al mondo la appetibile vitalità del loro corso di studi offrendone al pubblico un catering di assaggini rapidi e sfiziosi: brevi performances teatrali e musicali di drammaturghi e di poeti classici, minirecital di Orazio e di Seneca – ma rigorosamente alternati, si badi bene, con pezzi di Beckett, De André, Shakespeare, Bulgakov e Jovanotti ecc… non accada che la gente pensi che il classico insegni ancora solo robe ammuffite e che proprio per questo stia meritatamente schiattando di decrepita vecchiezza… No, anzi, guardatelo bene! È ancora arzillo, persino ringiovanito, come i vegliardi delle Baccanti euripidee o il Demos di Aristofane! Vale la pena, insomma, frequentarlo perché – udite udite, ragazzi e genitori! – il classico di adesso è di tutto e di più: una scuola vecchia e nuova, antica e moderna, per almeno un paio di buoni motivi: primo perché l’antico è sempre attuale, visto che si può studiare anche sul computer; secondo perché, insieme al latino e al greco, al classico si insegna adesso anche tanto inglese e persino molta matematica, fisica e informatica…

Dai, per favore, basta! Raccontiamocela giusta, cari ragazzi ed ex colleghi della Notte: le cose non stanno propriamente così.

Da decenni il classico – si mormora malevolmente in giro – è un moribondo in prognosi riservata. In realtà, da un bel po’, io temo che il classico sia piuttosto un morto che cammina. Continuerà a camminare fino a quando qualcuno dall’alto non avrà la forza politica di seppellirlo. I pochi che si iscrivono ancora al classico sono, per provenienza sociale, sempre gli stessi, con lo stesso retroterra familiare e le stesse motivazioni: figli di gente che ha fatto a suo tempo il classico; figli di una certa borghesia media o alta (molto più impiegatizia che imprenditoriale: insegnanti, medici, funzionari pubblici); qualche sparuto figlio di nessuno o di papà che avverte una vocazione speciale e precoce per le lettere e le arti e una concomitante allergia perniciosa per la matematica; qualche ragazzino troppo timido e introverso che teme la giungla di una scuola tecnica o professionale… Questo è il cosiddetto bacino di reclutamento del classico – si badi bene: una pozzanghera residuale che si va prosciugando. Quasi nessuno sceglie(rà) questa scuola – statene certi – perché folgorato dalle luci della sua Notte. Il classico, ahilui, è già defunto e non lo sa. Il latino e il greco si continuano a studiare, da anni ormai, solo per finta: tirando giù da internet tutte le traduzioni già bell’è pronte, da quelle dei testi classici a quelle delle versioni, fino alle singole frasette. Così quasi più nessuno suda e si allena sulle lingue antiche, questa palestra formidabile di metodo trasversale che gioverebbe ancora molto, se venisse davvero praticata a dovere, a tutte le altre discipline. Ma tant’è: nel classico-zombie-frankenstein di oggi il tempo per studiare il greco e il latino è sempre di meno e il peso – ineludibile – delle materie o degli argomenti più ‘moderni’ aggiunti, dei progetti à la page, delle varie attività extra è schiacciante. Il copia e incolla delle traduzioni rimane l’unica scorciatoia, con tanti saluti all’aoristo e ai paradigmi verbali! Il classico, quello vero, è morto. Pace all’anima sua. Morte (astruse, specialistiche, lontanissime dalla forma mentis di un ragazzo medio di oggi) sono le lingue che il classico si ostina ancora ad insegnare. Come si può realisticamente pretendere, lo dico sapendo di inimicarmi forse un po’ di gente, che in tempi come questi lo stato continui a finanziare una scuola del genere? In Europa e nel resto del mondo non esiste niente di simile. Il classico è morto, rassegniamoci. Nessuna magica notte lo risusciterà. Quello che resta doveroso fare, secondo me, non è tenerne ancora in piedi la salma imbalsamata, ma salvarne l’anima, raccoglierne al meglio la preziosa eredità. E l’eredità del classico può essere raccolta solo da una scuola liceale riformata, riorganizzata, non saprei con esattezza dire come, ma di certo diversamente da adesso. Una scuola liceale magari unificata ma con percorsi diversificati, nella quale lo studio della lingua greca e latina rimanga opzionale. Ma nella quale la grande eredità della civiltà classica (poesia, teatro, storiografia, archeologia) diventi comunque (un po’come è accaduto per la filosofia greca e la storia dell’arte antica) parte integrante dello studio di tutti quelli che la frequentano.

[PS.: Sei anni fa, nel post Perché salvare il liceo classico, mi esprimevo in modo più ottimista circa lo stato di salute di questo corso di studi. Adesso sono diventato parecchio più scettico. Ma, a guardar bene, le prospettive che, con dispiacere ma con molto realismo, indico ora per questo tipo di scuola (che ho molto a cuore perché ci ho insegnato per una vita) non sono nella sostanza diverse da quelle che indicavo allora: bisogna passare attraverso una sensata e complessiva riforma della scuola liceale]

a Filippo Argenti!

[da Inferno, VIII (girone degli iracondi, immersi in uno stagno melmoso)]

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”.33

E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”.
Rispuose: “Vedi che son un che piango”.36

E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
dai nevi ti conosco, ancor sie lordo tutto”.39

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”.42

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse!45

R…  fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.48

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”.51

E io: “Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago”.54

Ed elli a me: “Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda”.57

Dopo ciò poco vid’io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.60

Tutti gridavano: “A  M…  R….. !”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti [gli incisivi, n.d.r.].63

Quivi il lasciammo, che più non ne narro.

Un paio di impercettibili ritocchi e una chioserella al testo ed ecco che un noto passo dell’Inferno dantesco, come per magia, parla della nostra attualità. Al posto di Filippo Argenti ecco un suo epigono e concittadino, meritatamente immerso nello stesso fetido liquame, altrettanto orgoglioso (= ‘sfrontato e prepotente’ per dirla educatamente), con un nome e un cognome (M… R…), metricamente compatibili e vagamente assonanti con l’originale. Ogni riferimento a un nostro personaggio politico è tutt’altro che casuale.

SIMPLEX MYRTUS

ruminazioni: tre poesie di orazio

Orazio, Odi, I 38

Non fa per me lo sfarzo dei Persiani

e non sopporto le corone di tiglio:

ragazzo mio, smettila di cercare

posti dove si attardino

rose autunnali.

Non sprecare fatica a procurarti

più che il semplice mirto: il mirto

sta bene a te che mi riempi il bicchiere

e a me che bevo rannicchiato

sotto una pergola ombrosa.

Il sigillo, minuto e prezioso, del primo libro delle Odi di Orazio. Un piccolo scrigno che custodisce intero il tesoro della sua visione della vita: lontano dai lussi, dallo scialo e dalle raffinatezze delle classi elevate della sua epoca, Orazio ambisce a una felicità fatta di semplicità e di misura. L’unica felicità possibile, perché basta a se stessa. Non soffre il bisogno insaziabile di più né di altro. È la ricetta dell’aurea mediocritas, e i suoi pochi e classici ingredienti sono tutti qui chiamati a raccolta: il vino, un sobrio ambiente simposiale in un angolo ombroso ed ameno, una gradita compagnia. Ma anche l’amore: di una qualche etèra o dello stesso puer? Non viene esplicitato, ma chiaramente alluso dalla prediletta presenza del mirto, la pianta di Venere. Si conclude qui, con la fine del primo libro, una prima fase del mio lavoro di traduzione antologica dalle Odi.

SCUOLA BIFRONTE

Risultato immagini per scuola di sinistra o destra

A – La scuola pubblica italiana di oggi è di sinistra. Non fa altro, infatti, che sbandierare nobilmente (in teoria) e applicare malamente (in pratica) principi di uguaglianza, di inclusione, di attenzione ai più deboli, di cura dei ragazzi svantaggiati. Combatte inoltre ogni discriminazione e lotta accanitamente contro la dispersione ecc. E poi, forse non per caso, l’offerta formativa degli istituti è, anch’essa, sinistramente scandita per legge da ‘piani triennali’…

B – La scuola pubblica italiana di oggi è di destra. Non fa altro infatti che autodefinirsi un’azienda, professare principi imprenditoriali, trattare gli studenti alla stregua di clienti (o utenti) che hanno sempre ragione. Proclama inoltre il credo assoluto nella meritocrazia e conforma tutto il suo linguaggio e le sue innumerevoli sigle sul modello della più vieta vulgata liberista.  Non per caso essa tende, con l’autonomia, ad assumere sempre più una fisionomia privatistica, e le sue stelle polari sono diventate (più che i programmi e la didattica) i progetti e l’alternanza scuola-lavoro…

A – Per la scuola pubblica italiana la destra al governo significa: demolizioni, riduzioni, tagli, semplificazioni selvagge.  Lo scopo immediato è dequalificarla e risparmiare soldi da destinare alla scuola privata. Lo scopo ultimo è liquidarla o quantomeno declassarla ad appendice del sistema di istruzione privato, vale a dire a scadente parcheggio per le classi meno abbienti, o luogo di addestramento di forza-lavoro usa e getta, come avviene da sempre in certi paesi anglosassoni.

B – Per la scuola pubblica italiana la sinistra al governo significa: riduzioni e tagli in misura (non molto) minore della destra, ma con un enorme sovraccarico (sulle spalle dei prof) di cervellotica ingegneria scolastica, burocratica e didattica. La sinistra ama da sempre introdurre nella scuola le più astruse, inutili e bizantine innovazioni: intende così compensare la minore riduzione delle spese con una maschera di pretenzioso efficientismo. Al cruento massacro perpetrato dalla destra la sinistra preferisce, per la nostra scuola, lo stillicidio o la lenta intossicazione.

[Queste due antitesi sono una anteprima di un mio nuovo libello sulla scuola di cui sto concludendo la stesura. Si intitolerà The dark side of the school: si tratta di una autobiografia professionale molto atipica, conclusa da una raccolta di antitesi simili a queste. Mi auguro di trovare un editore…]

UOMINI E/O NO

Risultato immagini per vittorini

«Non l’hai fatto fuori?» «Era troppo triste». Finisce così Uomini e no di Elio Vittorini, con uno scambio di battute tra due gappisti reduci da una azione armata contro una pattuglia tedesca. Finisce, per me, con una sorta di dejà lu letterario. Con tutta probabilità Vittorini aveva letto Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, e conosceva la scena in cui due soldati italiani, arrivati senza farsi accorgere a tu per tu con un nemico ignaro e isolato, rinunciano a sparare a colpo sicuro:

«Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo, così, è assassinare un uomo. Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s’erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all’altra. Dicevo a me stesso: «Eh! non sarai tu che ucciderai un uomo, così!»   Io stesso che ho vissuto quegli istanti, non sarei ora in grado di rifare l’esame di quel processo psicologico. V’è un salto che io, oggi, non vedo più chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensassi di far eseguire da un altro quello che io stesso non mi sentivo la coscienza di compiere. Avevo il fucile poggiato, per terra, infilato nel cespuglio. Il caporale si stringeva al mio fianco. Gli porsi il calcio del fucile e gli dissi, a fior di labbra: – Sai… così… un uomo solo… io non sparo. Tu, vuoi? Il caporale prese il calcio del fucile e mi rispose: – Neppure io.».

L’episodio narrato da Lussu mi sembra in effetti il sottotesto ideale della laconica risposta del gappista di Vittorini: illumina cioè il tormentato sommovimento psicologico che vieta – eccezionalmente – a un soldato di uccidere, rivela la parte nascosta dell’iceberg di cui lo scambio secco di battute dei personaggi di Vittorini è la punta emersa. Homo sum, nihil humani a me alienum puto: per Vittorini sarebbe dunque la persistenza di questa fiammella di humanitas, non spenta dalla macchinale crudeltà della guerra, a tracciare la linea di demarcazione tra uomini e no. Come a dire: in guerra rimane uomo soltanto chi non dimentica di esserlo e sa ancora riconoscere nel nemico un proprio simile. Sarebbe: ho usato il condizionale, perché poi in realtà, in altri passaggi di Uomini e no, questo umanesimo di marca antica applicato alla nostra resistenza – questo modello antropologico per certi versi rassicurante perché facilmente condivisibile come oppositum della bestialità – è messo in discussione da Vittorini, o meglio superato da una riflessione più complessa e tragica. Dopo aver descritto la ferocia di Clemm, il capo delle SS che lascia sbranare dai suoi cani un partigiano prigioniero che ha obbligato a denudarsi, lo scrittore infatti commenta:

Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo. E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo. Che cosa può essere d’altro? Davvero il lupo? Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell’uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell’uomo di poterlo fare? Vorrei vedere Hitler e i tedeschi suoi se quello che fanno non fosse nell’uomo di poterlo fare. Vorrei vederli a cercar di farlo. Togliere loro l’umana possibilità di farlo e poi dire loro: Avanti, fate. Che cosa farebbero? Un corno, dice mia nonna. Può darsi che Hitler scriverebbe lo stesso quello che ha scritto, e Rosenberg lui pure: o che scriverebbero cretinerie dieci volte peggio. Ma io vorrei vedere, se gli uomini non avessero la possibilità di fare quello che fa Clemm, prendere e spogliare un uomo, darlo in pasto ai cani, io vorrei vedere che cosa accadrebbe nel mondo con le cretinerie di loro.»

No, purtroppo uomo non è soltanto quello che sempre, prima o poi, si ricorda di esserlo: l’Uomo di Menandro e di Terenzio, il gappista che rinuncia a sparare a un nemico che gli somiglia troppo. Quella è purtroppo una edificante eccezione. Una mèta, un imperativo morale, se non un miraggio. L’uomo nella realtà è soprattutto quello di Tucidide: l’ateniese che allo stesso tempo costruisce la più ricca e tollerante e civile comunità del mondo antico e che – per preservarla e accrescerla – stermina con consapevolezza e con automatica ferocia tutti gli isolani della piccola Melos solo perché la sua neutralità ne potrebbe disturbare l’egemonia. L’uomo può essere tutto e il suo contrario, ‘volgersi al bene come al male’, come già un grande contemporaneo di Tucidide, un poeta (non per caso) tragico come Sofocle, aveva proclamato nel primo coro dell’Antigone.

Uomini e no, riletto alla luce della complessità dell’opera, mi pare insomma un titolo fintamente assertivo e potenzialmente equivoco. Parrebbe dividere con nettezza tra ‘uomini/buoni’ e ‘belve/cattivi’, tra partigiani e nazifascisti. In realtà le pagine del romanzo confondono non poco l’apparente (e confortante) certezza di quel dualismo: approfondiscono cioè via via un lacerante dubbio di fondo, scoprono che quel titolo dissimulava piuttosto un interrogativo basilare circa la bontà della natura umana. E che a quella domanda l’autore ha dato alla fine, con una onestà etica e intellettuale che gli fa onore, una sofferta risposta negativa.

MOTTI (NEO)LATINI

Classi III Scuola Secondaria di Primo Grado “San Giuseppe”

È appena uscita presso l’editore FuocoFuochino una mia nuova, breve raccolta di aforismi in latino (con traduzione). Si intitola Motti (neo)latini e contiene una ventina di sententiae che ho voluto provare a scrivere nella nostra antica lingua madre ritenendola la più adatta (anche se, o forse proprio perché, ‘morta’) ad esprimere nella maniera più pregnante e incisiva massime di significato generale. Un esempio soltanto: vita una magistra vitae [sola maestra di vita è la vita], dove ho riscritto, rovesciandolo in un paradosso, il famoso adagio sulla storia maestra di vita.

Introduce la raccolta un famoso giudizio di Giovannino Guareschi sul latino, lingua, secondo lui (e anche secondo me), fattuale e antiretorica per eccellenza: «Il latino è una lingua precisa, essenziale […] Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato dalla tribuna. […] Potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile col latino» [Candido, 1956, n. 18]. Parole sante e ahimè – mi pare – di una attualità rabbrividente…

Tra pochi mesi il mio testo (per ora in tiratura separata e limitata) verrà come sempre ristampato dall’editore Afro Somenzari in una corposa miscellanea periodica di autori vari.

FATALE MONSTRUM

Cleopatra - Fran-Editor

[Orazio, Odi, I 37]

Beviamo, è ora finalmente! Ora

di scatenare i piedi sul terreno

nel tripudio della danza, amici miei,

e di imbandire la mensa degli dèi

con le cibarie prelibate dei Sali!

Prima ci era vietato tirar fuori

il Cecubo dalle cantine avite:

una regina forsennata, prima,

progettava morte e rovina al nostro

impero con la sua mandria infetta

di ominicchi marchiati dal vizio,

e inseguiva deliri di grandezza

ebbra com’era del bacio della sorte.

Ma poi si spense il fuoco del furore

su quella nave che sfuggì all’incendio

sola fra tante, e riportò a un terrore

vero la mente sua pregna di vino

egizio: Cesare dall’Italia a volo

sulle ali dei remi la incalzò come

sparviero incalza tenere colombe

o un cacciatore rapido una lepre

sulle distese innevate dell’Emonia

per ridurla in catene, lei, il fatale

prodigio. Ma quella scelse per sé

una fine gloriosa: non temette

come le altre femmine la spada

e non cercò un rifugio con la nave

negli anfratti di approdi sconosciuti.

Senza tremare sollevò lo sguardo

sulle rovine e i fantasmi della reggia,

strinse nei pugni l’orrore dei serpenti

fino a sorbirne tutto il nero veleno.

Morì con fierezza, come lei stessa volle:

ai crudeli liburni negò il vanto

superbo di condurla – lei, donna

regale fatta semplice schiava –

dietro al carro trionfale.

Orazio e la battaglia di Azio. Il poeta e il regime. Orazio è, con tutti i distinguo e la dignità del caso, anche un poeta di regime. Di fronte al trionfo decisivo di Ottaviano su Antonio e Cleopatra, quello che consegna al futuro Augusto il dominio assoluto sull’impero, Orazio non può (o non vuole?) tacere. Non può esimersi, come artista protetto e vezzeggiato da Ottaviano e dai suoi, dal levare una voce di plauso. E allora si inventa questo epinicio atipico, questa ode per altro ispiratissima e (con)geniale, dove il plauso per Ottaviano è in apparenza centrale (perché ne occupa il centro compositivo) ma in realtà marginale: il centro della scena, infatti, dall’inizio alla fine, nella grandezza del male e del bene, è occupato da lei, da Cleopatra, la regina sconfitta. Una donna che non solo oscura il ruolo, qui completamente rimosso, di Antonio, il suo compagno e complice maschio, ma relega in secondo piano persino il vincitore. Lei, Cleopatra, è stata certo un fatale monstrum, un prodigio di esotica e barbarica malvagità che ha minacciato mortalmente l’impero. Ma poi – sconfitta dal salvatore della patria – si trasforma in una splendida figura tragica, cui Orazio non lesina una profusione sincera di elogi: nobiltà (generosius), animo virile (nec muliebriter), coraggio (ausa) e fermezza (vultu sereno) in faccia alla morte, voluta con fierezza indomabile (deliberata morte ferocior), e non subita, per il morso dei serpenti. Così Cleopatra si è sottratta all’umiliazione di essere esibita, schiava e in catene, nel trionfo, dietro al carro del vincitore. È stata, nella sconfitta, una regina degna di questo nome. Man mano che procediamo nella lettura Orazio, come in un abile e rapido gioco di prestigio, cambia completamente di segno e di prospettiva la fisionomia morale della protagonista. Alla fine, di Cesare Ottaviano non ci ricordiamo quasi più. E nemmeno più ci rammentiamo granché del fatale monstrum. Ci rimane negli occhi solo la magnanimità dell’eroina. Tradurre quest’ode è (stato) ancora più difficile del solito. La pregnanza del dettato oraziano e la rapidità (pindarica) dei passaggi logici e temporali, richiedono più che mai – per essere resi in un italiano moderno accettabile – duttilità e una certa dose di azzardo nello sbrogliare concetti e nel ricomporre sintagmi e giunture. Chiedo venia ai miei colleghi filologi se la fedeltà è stata spesso sacrificata alla libertà e al gusto (notoriamente soggettivo) della scrittura poetica.

DRAMMA, FARSA O TRAGEDIA? | Blog di giuli44
15 novembre 1960 : la prima storica trasmissione del maestro Alberto Manzi  “Non è mai troppo tardi” – San Paolino's Voice

Parlando in tv della situazione attuale Corrado Augias l’ha definita più di una volta una tragedia. E ha spiegato in perfetta sintesi, da intellettuale saggio, cólto e navigato quale è, anche il perché: è una tragedia perché continuamente si deve operare una scelta: tra la salute e l’economia, tra esigenze sanitarie ed esigenze sociali ecc. E questa scelta obbligata comporta comunque – qualunque strada si scelga -, insieme ad un possibile giovamento, anche una sicura perdita, un drammatico prezzo da pagare. Bravo il vecchio (e non per caso) Augias. Sì, perché modernamente la parola tragedia si è tanto inflazionata da smarrire il proprio significato autentico e più antico che invece Augias ben conosce. Tragedia non è infatti, genericamente, un qualsiasi evento luttuoso. Il cuore di una vicenda tragica è la fatale drammaticità della scelta. «Che fare?» si domandano spesso, di fronte a un bivio ineludibile, i personaggi del dramma greco antico: decidere, in una tragedia, è un obbligo e una condanna. Una sanguinosa necessità. Perché non si deve decidere tra il bene e il male, ma tra due alternative ugualmente/diversamente ‘buone’ e ‘cattive’, utili e nocive insieme. Se siamo invece ubriacati e rimbambiniti dall’ottimismo retorico pervasivo della pubblicità, dei media e delle fiction cine-televisive pop (dove contano solo il lieto fine e la distinzione netta e fittizia tra bene e male, o tra buoni e cattivi) allora non siamo più in grado di avvertire l’incombenza della tragedia, né di affrontarla fattivamente da adulti. Perché il ‘racconto pop’ di noi stessi che ci somministra ogni giorno il sistema edo-consumistico di massa è una droga che ottunde il senso del tragico e ci immerge in una sognante melassa moralistico-sentimentale: il brodo di cultura più adatto per l’individuo eterno adolescente di oggi. Anziché aiutarci ad affrontare con coraggio e responsabilità la scelta, questa ‘racconto’ ne rimuove la necessità: ci consola illudendoci che ne usciremo semplicemente ‘resistendo’. Continuando cioè, a nostro e altrui danno, a non scegliere.

Proteste, sit-in, accorati appelli per la scuola in presenza, invettive contro la Dad, requisitorie contro l’effetto spersonalizzante del computer, lo smarrimento dei contatti umani nella solitudine vissuta davanti a uno schermo… Protestano intellettuali, insegnanti, studenti. Penso lì per lì: critiche giuste, sacrosante. Non si possono tenere un anno i ragazzi tutti a casa solo perché nel frattempo non si sa o non si vuole migliorare il trasporto scolastico, organizzare una scuola più sicura con una frequenza parziale, che sia al 50 o 70%… Poi però leggo sui giornali che l’80% dei ragazzi delle superiori non vorrebbe tornare fisicamente a scuola perché lo ritiene ancora pericoloso. E poi apprendo da un serissimo programma di inchiesta televisiva che molti nostri adolescenti passano qualche ora del giorno davanti a uno schermo per seguire indiavolati influencer o streamer, loro coetanei o poco più grandi, che li rimbambiniscono con intrattenimenti futili, demenziali e/o compulsivo-ossessivi. E poi, ancora, penso a mio padre e ai suoi coetanei, giovanissimi durante l’ultima guerra, che hanno perso anni di scuola sotto i bombardamenti o al fronte o nei campi di prigionia, e si sono diplomati solo nel dopoguerra. E poi penso al maestro Manzi che nei primi anni sessanta ha istruito dal piccolo schermo migliaia di analfabeti ed appassionato anche me, bambino, che lo seguivo tutti i giorni in tv. E mi faccio delle domande: quanto sono giustificati (e non ideologici) gli appelli degli intellettuali contro la telescuola? Quanto sono sincere ( e rappresentative) le proteste degli studenti se poi in realtà a scuola non vogliono tornarci? O se soffrono tanto davanti a un computer quando si collegano col loro prof, ma non altrettanto quando si collegano con uno youtuber di successo? Mio padre (che era un operaio specializzato con licenza elementare) e quelli della sua generazione (che ha annoverato fior di intellettuali) hanno imparato dai tragici orrori della guerra di più o di meno di quanto avrebbero imparato frequentando regolarmente la scuola e l’università? Insomma mi viene qualche dubbio, non certo sulla indiscutibile limitatezza e imperfezione della Dad, ma sulla giustezza, la credibilità e la proporzione (dato il momento) delle recriminazioni e delle lamentazioni che si levano contro di essa.

A proposito di lamentazioni. Le più alte e sicuramente le più giustificate provengono, oltre che dal mondo della scuola, da quello delle arti, del teatro, del cinema. Sacrosante anche queste, se fossimo in una situazione normale. Comprensibilissime, visto che si tratta di professionisti che vivono di questo loro nobile mestiere. Non ho personalmente dubbi (e questo blog credo lo testimoni abbastanza) che la produzione e la fruizione della cultura umanisticamente intesa sia (o debba essere) lo scopo principale per cui stiamo al mondo. Che possiamo dirci esseri umani soprattutto per questo. Sono convinto insomma che la cultura sia la cosa più importante, del mondo e nel mondo degli uomini. Ma, ahinoi, non viene per prima. È l’ultimo gradino, il perfezionamento ultimo della nostra humanitas. Quando per necessità contingenti l’umanità regredisce a bisogni primari la cultura, purtroppo, non può che farsi (o essere messa) da parte. E deve attrezzarsi, come può, a sopravvivere, per continuare a far sentire la sua flebile ma importantissima voce. Not least but last.