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È appena uscita nel blog letterario di Nazario Pardini una lusinghiera e articolata recensione al mio ultimo libretto di poesie Pietra e farfalla.

Invito a leggerla alla pagina web:

https://nazariopardini.blogspot.it/2017/12/n-pardini-legge-pietra-e-farfalla-di.html

 

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ODI/AMO

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Un sabato sera, in una Venezia d’ottobre. Percorro una calle affollata quando ad un tratto realizzo dietro una vetrina di un bar, all’angolo della via, un megaschermo dove si trasmette una partita di calcio. È la mia squadra che gioca (una grande squadra) e sta perdendo uno a due a dieci minuti dalla fine contro una compagine forte sì, ma molto meno blasonata e seguita dal pubblico. Non posso non fermarmi. E con me piano piano si fermano altri passanti, italiani per lo più, ma anche un turista orientale. Tutti con il naso appiccicato alla vetrina per vedere come va a finire. La mia squadra attacca furiosamente, deve recuperare quel gol a tutti costi, riuscire almeno a pareggiarla. Intorno a me silenzio assoluto degli improvvisati spettatori. Poi la mia squadra prende un palo, pieno, clamoroso. Accidenti! Anche gli altri intorno a me hanno un sussulto, un gesto che io interpreto di stizza e di dispiacere. Sì, perché per essersi fermati lì con tanto interesse – penso- devono essere accaniti tifosi anche loro, persino l’orientale (come del resto milioni di altri italiani e non solo) della mia squadra. Quando ormai la sconfitta sembra cosa fatta, allo scadere dei minuti supplementari, un contrasto in area avversaria crea un attimo di trepidazione: l’arbitro si dirige verso il monitor del replay, osserva, torna verso l’area e decreta il penalty. Altre vivaci reazioni gestuali e mugolii di quelli che mi stanno intorno. La tensione di questo piccolo pubblico occasionale è palpabile, spasmodica. Il nostro centravanti si prepara sul dischetto: rincorsa, tiro … parata del portiere avversario (c… non ci voleva: brocco d’un centravanti!). Intorno a me – invece – un boato di esultanza, salti e danze di gioia. L’orientale se la ride a occhi chiusi e a dentatura scoperta.

A giudicare almeno dagli effetti che producono, amore e odio sono nomi diversi della stessa cosa: capaci di muovere il sole e le stelle con pari energia.

PIETRA E FARFALLA

È appena uscito presso l’editore Giuliano Ladolfi il mio ultimo libro di poesie “PIETRA E FARFALLA“, reperibile già in tutti i maggiori bookshop on line  (Ibs, Amazon, Libreria universitaria ecc.) e ordinabile nelle librerie.

Ecco come sento di poterlo presentare ai lettori:

«Leggere i versi di questa raccolta significa inoltrarsi con uno sguardo nuovo nella selva nota della quotidianità, dei suoi oggetti, delle sue situazioni, delle sue atmosfere. Presto si scopre, infatti, che questa usuale e dimessa contingenza tende a sublimarsi (sin dai titoli) nella maschera tragica o comico/satirica dei grandi archetipi mitici della classicità. In questo incontro continuo tra presente e passato – nel cortocircuito, cioè, tra un inquieto vissuto interiore e la nitida plasticità dei modelli culturali e stilistici che lo rappresentano – consiste la singolare attrattiva di questo itinerario poetico che oscilla spesso tra la gravità ostinata del principio di realtà (la pietra) e l’effimero volo del desiderio (la farfalla), ma che si affida anche e volentieri alla stella polare dell’ironia.»

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Guardati dal cervello che deflette: il deflettore infatti concentra l’energia e la bellezza della luce del sole in un micidiale raggio ustorio.

Ai grandi moralisti non si perdonano nemmeno le più veniali ed insignificanti trasgressioni della morale.

Ai piani bassi ed infimi del potere (di qualsiasi potere – e specialmente in Italia) domina – per forza di analogia e di gravità – la Bassezza. Nella sua forma più greve, sordida, irredimibile, escrementizia. Senza l’attenuante della necessità superiore che la riscatta tragicamente, quando per caso s’aggiri nei piani alti.

Le parole parlano solo in apparenza e in superficie di questo argomento, di quell’altro o di quell’altro ancora. In realtà e in profondità esse parlano soltanto o soprattutto di colui che le pronuncia.

Mai viene primo nell’ordine della realtà ciò che primeggia nell’ordine del desiderio.

La comodità è la madre di molteplici vizi: per comodità – per il vantaggio cioè di abdicare allo scomodo tremendo della scelta responsabile – gli esseri umani gettano mozziconi di sigarette per strada, sprecano acqua lavandosi i denti, si recano al bar sotto casa in auto, sottostanno spontaneamente ai più folli o feroci padroni.

GIA’ DETTO

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Scrivevo tempo fa su questo blog che lo scopo di queste mie modeste riflessioni

« non è quello di inseguire e rastrellare consensi né di persuadere chicchessia, ma di accendere la miccia del pensiero autonomo degli altri.» [settembre 2013]

Leggo soltanto adesso in Plutarco, L’arte di ascoltare [48c]:

«La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto come legna, di una scintilla che la accenda e vi infonda l’impulso della ricerca ed un amore ardente per la verità»

Quando si dice dell’importanza della cultura antica, bisognerebbe riflettere proprio su quante cose attribuiamo a noi o ci sforziamo noi di elaborare, mentre sono già state pensate e ripensate allora. Non si tratterebbe, nella fattispecie, soltanto del doveroso riconoscimento di un copyright, ma anche di un vantaggioso risparmio delle nostre energie intellettuali.

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Ancora sugli slittamenti semantici in peggio:

1) solare. Aggettivo. Originariamente e prevalentemente usato in ambito tecnico scientifico (macchia s., orologio s., sistema s. ecc.), ultimamente è molto impiegato metaforicamente per qualificare un carattere ottimista e positivo e nel contempo limpido, schietto, incapace di menzogna e di doppiezza. Proprio questa diffusa accezione traslata mi pare stia favorendo nell’uso comune un ulteriore, subdolo slittamento in senso deteriore. Ho sentito diverse persone servirsene come di un eufemismo malizioso per etichettare qualcuno di eccessiva ingenuità o addirittura di stupidità. È un po’ la sorte di molti di questi significanti che denotano la bontà e la schiettezza dell’animo umano (si pensi a buono: ‘un buon uomo’): quella di veicolare ironicamente e velatamente un significato irridente e offensivo. Un meccanismo che (p.e.) già Tucidide, prima, e Leopardi, poi, avevano ben rilevato. Una spia linguistica di quale reale considerazione godano, al di là degli omaggi ipocriti che ricevono, schiettezza e bontà d’animo.

 

2) declinare/ declinazione. Verbo e suo astratto deverbativo. Fino a qualche anno fa, oltre che apparire in qualche frase fatta piuttosto formale (declinare un invito, declinare dai propri principi), questi termini erano familiari soprattutto agli studenti dei licei alle prese con il latino. Declinare, p.e., ros-a, ros-ae ecc. significa infatti – notoriamente – snocciolare il paradigma delle terminazioni variabili di una parola latina (e di tutte quelle del suo gruppo o, appunto, declinazione) in relazione alle varie funzioni logiche (soggetto, complemento di specificazione, termine) che ciascuna terminazione esprime. Un’accezione piuttosto tecnica e settoriale e davvero poco poetica. Adesso invece, da pochissimi anni a questa parte, questi due termini hanno conosciuto – nei media- una enorme diffusione come sinonimi di usare/interpretare/rielaborare qualcosa in un modo particolare/ personale/originale. Esempi: una declinazione umanistica del marxismo (per dire: una interpretazione); Quell’artista declina (cioè interpreta/ripropone) l’astrattismo in una chiave figurativa. Come a dire anche: ‘propone un paradigma dell’astrattismo diverso da quello tradizionale’ (cioè altera a suo modo il modello di riferimento; come se – verrebbe da dire per razionalizzare lo slittamento – uno declinasse rosa rosae in un modo diverso dal solito, inventandosi una sua peculiare grammatica). Ma la mutazione è così recente ed arbitraria che nessun nostro autorevole dizionario la registra ancora. Fatico a capire l’origine di questa improvvisa e fortunata forzatura semantica, non trattandosi nella fattispecie (per quello che mi risulta) di un anglicismo tra i moltissimi che ci stanno colonizzando. Più facile e banale, forse, capire il perché del successo. Declinare, rispetto a interpretare/riproporre è sentito evidentemente, da chi lo usa, più chic, più intellettuale, più moderno, più à la page rispetto agli altri tradizionali sinonimi, benché non aggiunga nulla a quelli né per ricchezza né per precisione o chiarezza espressiva. Anche nella lingua la moda ha il suo peso, specie quando si tratti di un registro intellettuale o intellettualoide. C’è chi pensa, evidentemente, che il nuovo che piace e che suona bene sia perciò stesso più bello e più corretto e (soprattutto) più seducente e abbagliante del vecchio. [Leggo per altro in Plutarco (L’arte di ascoltare, 7c): «Un modo di esprimersi brillante e fastoso acceca l’ascoltatore e gli impedisce di cogliere i concetti». Nihil novi.]

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In questa stiva ombrosa, allagata

di sola luce artificiale il comandante

raccatta le sparse esche di una esoterica

mensa; sale sul ponte, carezza con prudenza

la barra del timone della nave e attracca

piano al molo del tempo usato. In quello lento

e astratto della navigazione si è faticato

intanto a trattenere il fiato, ad osservare terre

dal largo, noi stessi da lontano, a dirimere

il monte dal piano, dal cielo il mare, le luci

delle case dagli occhi delle stelle. Poco e

non poco. Adesso però un selvatico tramestio

di piedi, oltre gli oblò, precipita esultando

per la magica scaletta sul pontile. La scuola

è finita. Sull’arenile spensierato evade

finalmente la vita, il presente, l’ubriaca

giovinezza dell’estate.

[Questa mia poesia inedita era stata già postata da me un paio di anni fa. La ripropongo qui per dedicarla particolarmente ai miei (ormai ex) alunni di quinta di quest’anno, appena diplomati. A loro auguro buone vacanze e soprattutto buona fortuna per il loro futuro immediato e lontano.]