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SCUOLA REMOTA

Scuola a distanza – Istituto Comprensivo di Carbonera Azzolina annuncia una piattaforma per la scuola a distanza. Ma non ...

Non vorrei scrivere nulla, e di nulla, in questo periodo. Maiora premunt. Ma evidentemente non se ne accorge il ministero della istruzione che continua a spargere comunicati e proclami sospinti dal vento della solita retorica efficientista, come se attorno alla scuola italiana (ai suoi ragazzi e ai suoi prof) nulla o quasi stesse succedendo. In senso contrario soffiano le solite brezze della denigrazione qualunquistica e gratuita contro gli insegnanti come privilegiati fannulloni. Cosa di cui neanche più mi sorprendo, tanto questa moda miserabile ormai si accende – complici i social – a prescindere da ogni dato reale, innescata da scintille polemiche costruite ad arte (vedi ad es. le farneticazioni deliranti e meritevoli in sé di denuncia per diffamazione – ma molto emblematiche – che ho trovato quasi per caso in questa pagina web: https://www.facebook.com/541288079571840/posts/1091504701216839/?d=n&substory_index=0p ).

In questo momento la scuola reale sta in mezzo, equidistante mille miglia tanto dalle fanfar(onat)e del ministero e di taluni dirigenti quanto dalle calunnie dei social.

Non faccio – lo ripeto da sempre– il difensore d’ufficio della mia (ex) categoria. Eppure posso testimoniare giurando di dire solo la verità che in questo momento i dipendenti pubblici che stanno impegnandosi e faticando di più, dopo medici e infermieri, sono proprio gli insegnanti.

Non c’è scuola nella quale i prof non proseguano ormai da settimane il loro lavoro quotidiano sotto altra e non facile forma. La stragrande maggioranza di loro continua, ma in condizioni diverse e spesso complicate e disagiate, a tenere lezione davanti ai loro studenti. La stragrande maggioranza di loro si sveglia alla solita ora e dopo colazione si siede al computer facendo l’appello virtuale dei propri alunni che compaiono uno ad uno dall’altra parte dello schermo. Così per tutta la mattinata. La maggior parte di loro, poi, passa il pomeriggio e la sera a preparare tra vari problemi tecnici le lezioni del giorno dopo. Questa è la pura verità.

Tutto ciò perché – in attesa di tempi migliori – il filo di Arianna del percorso educativo iniziato nella scuola reale non si spezzi ma rimanga annodato e teso, dalle mani di chi insegna a quelle di chi apprende. Questo è lo scopo. Nobile e irrinunciabile. Ma difficile da perseguire. Perché insegnare davanti a uno schermo anziché immersi nel milieu di una classe viva e reale non è la stessa cosa. Ci sono ostacoli tecnici e soprattutto svantaggi notevoli sul piano della immediatezza e della trasparenza della relazione educativa. Quanto si perda nella scuola virtuale rispetto a quella reale è ben spiegato, in un recente articolo che condivido in gran parte e a cui rimando, da Tomaso Montanari: https://emergenzacultura.org/2020/03/23/tomaso-montanari-insegnamento-a-distanza-come-stare-in-cattedra/.

Devo dire però che questo esperimento forzato dalle circostanze potrebbe avere in sé, oggettivamente e preterintenzionalmente, al di là dei suoi limiti e del suo auspicabile carattere temporaneo, un paio di vantaggi eventuali, almeno per la scuola superiore, di cui si potrebbe far tesoro in futuro.

Quello, anzitutto, di decomprimere la scuola dall’assillo – che la tormenta e la agita da qualche decennio – della misurazione e della valutazione ‘obiettiva’ dei risultati. Da tempo ormai (lo scrissi in un vecchio post) la nostra scuola è diventata un votificio e un diplomificio nel quale l’assegnazione compulsiva di test di verifica scritti e orali da tradurre costantemente in voti numerici (spesso gonfiati) è diventato il rovello principale di docenti e utenti. Il tempo e le energie che questo stressante meccanismo sperpera sono così grandi da oscurare e marginalizzare il vero obiettivo del fare scuola: quello di promuovere la formazione (sentimentale, intellettuale, morale, civile) della persona attraverso un sereno e stimolante dialogo culturale. Ora succede che nella ‘scuola remota’ la verifica ufficiale e obiettiva diventa materialmente quasi incontrollabile e la valutazione – di conseguenza – quasi impossibile, tanto che alla fine la migliore giustizia valutativa coinciderà giocoforza con la promozione d’ufficio. Ai più tra gli addetti ai lavori (e a molte famiglie che aspettano dalla scuola solo gratificazioni formali e pezzi di carta) questa impossibilità sembrerà una catastrofe. A me invece una insperata opportunità. Ho sempre sognato, negli ultimi anni della mia carriera, di liberare il mio tempo scolastico da compiti in classe, test, interrogazioni formali ecc per poter leggere di più, approfondire di più, dialogare e dibattere di più. Paradossalmente questa scuola emergenziale, a differenza di quella normale, deve/può farlo. Ha teoricamente un vantaggio a dispetto di varie innegabili controindicazioni.

Il secondo vantaggio dell’insegnamento online corrisponde anch’esso a un mio sogno che non ho mai realizzato: quello di poter ricondurre la scuola al suo compito più autentico e più puro. Alla sua quintessenza educativa e culturale, appunto. Alla sua anima originaria. Sgombrando il terreno da tutte le superfetazioni patologiche che lo infestano da anni come rigogliose erbe maligne: parlo – per farmi capire – delle gite e delle assemblee, delle settimane bianche e di quelle pseudoculturali, dei progetti extra e para, dell’alternanza scuola-lavoro, degli incontri promozionali con università, carabinieri, vescovi, industriali, ecc ecc ecc. Insomma, liberandosi di tutti i fronzoli e gli orpelli dell’antiscuola, cioè di tutto quel micidiale fardello di attività di contorno inutilmente obbligatorie che ha sempre più oppresso l’organismo e paralizzato l’attività fisiologica della scuola autonoma.

Vantaggi come questi potrebbero, una volta superata l’emergenza, essere riconsiderati utilmente quando si ritornerà nelle aule. Temo purtroppo che non accadrà. Che, nella scuola almeno, tutto tornerà ad essere esattamente come prima.

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Seguo le inchieste televisive di Riccardo Iacona. Le trovo quasi sempre incisive, coraggiose, utili. Questa volta però -pochi giorni fa – ha voluto parlare di scuola. E chissà perché ne è venuta fuori una trasmissione anomala rispetto al suo stile usuale e, per i miei gusti, profondamente irritante, piena di intollerabili imprecisioni, falsificazioni, forzature: in una parola, completamente fuorviante. Se prendessimo per verità quanto è stato detto in quella trasmissione dovremmo credere che – semplifico per chiarezza – la scuola italiana odierna è ancora ferma alla riforma Gentile e che tutti noi insegnanti dovremmo andare a imparare come (modernamente) si fa in Finlandia. Sì, in Finlandia. Sotto il circolo polare artico, perché qui, alle nostre latitudini, la nostra attività di insegnamento si farebbe ancora, secondo Iacona, con metodologie preistoriche e con una organizzazione vetusta e polverosa.

La medicina finlandese starebbe tutta in una presunta rivoluzione didattica fatta essenzialmente, per esempio, di flipped classroom e di cooperative learning, di soft skills e di debates e via (anglomaniacalmente) blaterando.

Vale a dire in una scuola fatta di:

– classi ‘rovesciate’ e apprendimento in cooperazione (flipped-classroom e cooperative learning), dove il prof si fa da parte e i ragazzi, disposti i banchi a cerchio, non ascoltano più il maestro che insegna dalla cattedra, ma eseguono ricerche sul web acquisendo nozioni e materiali, mentre il prof si limita a fare il tutor, a controllare cioè la attendibilità delle fonti, l’attinenza all’argomento dei documenti acquisiti e la coerenza del loro assemblaggio/rielaborazione

– affinamento delle competenze trasversali (soft skills) che bisogna sviluppare per affrontare con successo il mondo del lavoro: autonomia, autostima, flessibilità, resistenza allo stress ecc.

– dibattiti a gruppi (debates), regolati da un insegnante-conduttore, pro e contro una tesi.

Ora, questi metodi – che arrivano tutti dall’area pedagogica anglosassone, ma sono stati ampiamente e acriticamente sposati da anni dalla pedagogia nostrana – non sono né miracolistici, né culturalmente neutri (a prescindere da una loro pretesa ma discutibile scientificità), né – si badi bene – così nuovi.

Per spiegarmi meglio con i non addetti ai lavori, la flipped classroom e il cooperative learning non sono altro che le nostre vecchie, care ricerche assegnate dai prof e i nostri altrettanto vetusti lavori di gruppo. Metodi che la nostra scuola (soprattutto quella dell’obbligo, ma non solo) ha ampiamente e gradualmente adottato almeno da mezzo secolo a questa parte. Metodi che io stesso ho, con molta parsimonia, usato da insegnante di liceo, rendendomi conto però (forse perché non ero bravo ad applicarli come i finlandesi) che essi rischiano di fare molti danni. Le ricerche a casa o in classe (una volta su libri e su enciclopedie, adesso sul web) spingono spesso a uno sbrigativo e acritico copia e incolla. I lavori di gruppo spesso ricadono soprattutto sulle spalle degli studenti più bravi e responsabili di ciascun gruppo, mentre gli altri vanno svogliatamente od opportunisticamente al traino. Perché riescano utili, queste metodologie hanno bisogno di un ferreo (non discreto, né defilato) lavoro di orientamento, di controllo e di correzione dell’insegnante e soprattutto – questo è il loro tallone d’Achille – richiedono tempi lunghi, molto più lunghi della biasimata lezione frontale. Insomma: essi possono funzionare solo ad alcune condizioni ed a patto che siano dosati ed inseriti in un percorso che comprenda anche altre metodologie, mai assolutizzati, altrimenti il gioco – per quanto carino possa apparire ad alcuni – non vale didatticamente la candela. Stesso dicasi per il mitico debate, ovvero il dibattito organizzato in classe pro e contro su un argomento assegnato. Ogni insegnante italiano che si rispetti ha ripetutamente nella sua carriera inserito debates nelle sue programmazioni. Ma non si può fare scuola tutti i giorni (come la si vede sportivamente fare nei film e negli sceneggiati americani) a suon di dibattiti. Anzi questi vanno inseriti nel proprio piano di lavoro cum grano salis, ogni tanto e al momento opportuno: cioè alla fine di una parte di programma che ha già permesso di acquisire e consolidare nozioni e concetti intorno a un dato argomento. Non si può buttare in pasto ai ragazzi un dibattito sulla pena di morte, senza mai averne letto e parlato approfonditamente prima. Si rischierebbe di improvvisare una sorta di talk show approssimativo, confuso, velleitario e inconcludente (simile a quelli che si vedono in tv o si leggono sul web), difficile da gestire proficuamente anche dal più bravo insegnante. Quanto alla novità di questa tecnica didattica, beh, basti dire che su di essa (ma con un rigore dialettico e retorico che oggi non ci sogniamo neppure) erano basate le antiche scuole di retorica greche e romane. Il debate a Roma si chiamava controversia. E già allora, benché le controversiae fossero il pane quotidiano degli studenti della classicità, molti intellettuali antichi vedevano in questo sistema di insegnamento vari punti deboli e lo criticarono spesso con asprezza.

Il programma di Iacona invece ha presentato tutte queste metodologie pseudo-innovative come il miracolistico toccasana di ogni problema didattico, la panacea ultramoderna di tutti i mali di un insegnamento vecchio e stantio.

Un programma che doveva essere di inchiesta e di denuncia si è rivelato, incredibilmente, un manifesto ideologico e acritico (oltre che male informato e disinformante) dei luoghi comuni della più bassa pedagogia aziendalistico-funzionalista, quella che imperversa da anni nelle università e negli ambienti ministeriali al soldo dei poteri economici forti.

Quanto ai punti di debolezza del sistema scolastico magnificato dalla trasmissione, bastino un paio di obiezioni:

– una scuola plasmata su quella finlandese, tutta proiettata a promuovere i soft skills degli studenti, cioè -in soldoni- le loro capacità adattative a un qualsiasi contesto professionale e ambientale, sarebbe una scuola sostanzialmente indifferente ai contenuti culturali. Tutto può servire ai soft skills: parlare di Topolino o di Manzoni è equivalente (tant’è vero che i ragazzi in Finlandia pare si scelgano i contenuti e i percorsi che vogliono). E allora che ne sarà, in una scuola del genere, della formazione critica e consapevole dell’uomo e del cittadino? Che fine faranno la preparazione garantita solo da un rigoroso e comune e articolato apprendimento disciplinare? Mi pare chiaro che un sistema ‘finlandese’, se adottato da noi in toto, implicherebbe la liquidazione definitiva del nostro sistema liceale, già in grave sofferenza da anni per l’introduzione strisciante e surrettizia di questi corpi estranei nel suo organismo costituzionalmente incompatibile con essi. La nostra scuola superiore diventerebbe una blanda prosecuzione della scuola media, un indistinto calderone dove ciascuno studia ciò che vuole, seguendo le strade che vuole, senza un preciso indirizzo culturalmente qualificante: l’importante è che egli sviluppi quelle capacità trasversali che lo rendono bell’e pronto, flessibile e adattabile al punto giusto, ad uso e consumo del mercato del lavoro. Vogliamo davvero buttare a mare i nostri licei per una scuola superiore di questo tipo?

– una dirigente scolastica finlandese, intervistata a proposito della valutazione e della selezione nella loro scuola, ha ammesso che in realtà, da loro, valutazione e selezione non esistono. I giudizi oscillano tra il bravo e il bravissimo. Tutto ciò perché non si può né si deve intaccare l’autostima dei ragazzi in una età particolarmente sensibile e fragile. Ammettiamo che questa risposta sia stata data in buona fede, che cioè lassù, in Finlandia, si creda davvero che gratificare l’autostima sia più proficuo per un ragazzo che non educarlo a riconoscere tempestivamente i propri limiti e ad imparare dai propri errori (questa infatti dovrebbe essere la funzione di una valutazione seria): fino a quale età – mi chiedo – si spingerà questa pratica pedagogica della gratificazione assoluta e incondizionata dell’amor proprio? Fino a sedici, a diciotto, a vent’anni? Qual è il limite? Perché se non sarà la scuola a prendersi la responsabilità di giudicare (questo i ragazzi lo sanno benissimo), sarà poi la società e il mondo del lavoro a farlo con una brutalità selettiva direttamente proporzionale alla delicatezza con cui la scuola li ha prima tutti quanti amorevolmente gratificati. Questo è il nodo. Lo ha riconosciuto d’altronde implicitamente la stessa intervistata. Quando le è stato chiesto come in Finlandia si reclutano i bravissimi insegnanti della loro miracolistica scuola ha risposto: con una selezione durissima e spietata. Già. Ma tra chi? Tra quelli che fino a poco prima erano tutti o bravi o bravissimi? Come la prenderanno i moltissimi esclusi? Quale colpo irreparabile e inaspettato per la loro, fino a quel punto sacra e intangibile, autostima!

PS: scrivendo queste righe mi sono venuti giocoforza in mente i molti e illuminanti interventi – a proposito delle trasformazioni recenti della nostra scuola- di Lucio Russo, a partire da Segmenti e bastoncini fino alla sua recente recensione al libro di Galli della Loggia (L’aula vuota) apparsa in https://anticitera.org/2019/09/01/recensione-a-laula-vuota-di-ernesto-galli-della-loggia/, dove Russo, discutendo le varie tesi di Galli della Loggia, tocca con molto acume molteplici aspetti della questione.

UN MITO VIVENTE

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Leggo solo in questi giorni – troppo tardi? – Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Ma non è mai troppo tardi. Lo avessi letto interamente a diciotto anni forse non ne avrei apprezzato a pieno la compostezza, a tratti incantevole, dello stile, e la compresenza paradossale, nel suo sguardo attentissimo di osservatore, di un fermo distacco e di una infinita pietas. Questo libro, che non saprei incasellare esteriormente in un genere – un po’ romanzo, un po’reportage, un po’diario -, è la rielaborazione artistica – rispettosa ed amorosa – di una traumatica esperienza della alterità. Per un periodo della sua vita Levi, raffinato intellettuale della borghesia torinese, è precipitato – suo malgrado, come si sa – in una realtà a lui totalmente sconosciuta. Gettato di colpo in un mondo infero fuori dalla storia e regredito alle scaturigini remote, quasi incontaminate della nostra civiltà. Questo corto circuito deve averlo prima sconvolto e subito dopo, etimologicamente, affascinato. Tra l’esperienza e la sua riscrittura definitiva sono passati alcuni anni. Quelli necessari e sufficienti perché il trauma si tramutasse in fascinazione. Quando descrive le credenze e le leggende di quel misero mondo arcaico di pastori e di contadini Levi, per lunghi tratti, traduce il loro stesso linguaggio magico e pensa il loro stesso pensiero mitico. Tra esperienza e scrittura Levi ha bruciato, nella rivisitazione interiore di quella esperienza, molto della sua distanza culturale da quella realtà, tranne il dominio (cólto, coltissimo) della scrittura stessa. È essenzialmente questo, per me, che fa il valore – notevolissimo – del libro. Non un resoconto meramente descrittivo né soltanto una memoria ad uso degli storici e degli antropologi di professione (benché, anche su questo versante, esso offra un contributo rilevante). Piuttosto l’appropriazione di un mondo. La sua vigile, dolorosa ed empatica interiorizzazione. Scrivendo Cristo si è fermato a Eboli Carlo Levi è riuscito spesso a spogliarsi, senza però dimenticarla mai, della sua civilitas e della sua superiorità intellettuale. Ha saputo muoversi cioè sul filo di un equilibrio miracoloso e precario. Diventare l’Omero e il Verga di quell’universo primordiale. Solo così ha potuto scrivere pezzi memorabili.

Vedi ad esempio il racconto di un drago che infestava quei luoghi desolati fino a quando non venne sconfitto da un valoroso principe del posto: favola raccolta da lui oralmente negli anni trenta del Novecento in Lucania, ma che sembra coeva alle tante narrate dalla poesia greca antica. E lo è, per la sua scontata e antichissima trama mitica, ma soprattutto per la sentita ingenuità con cui Levi la racconta, senza filtri razionalistici che avrebbero potuto distruggerne l’incanto:

Il drago, a quello che mi raccontarono, abitava in una grotta vicino al fiume, e divorava i contadini, riempiva le terre del suo fiato pestifero, rapiva le fanciulle, distruggeva i raccolti. Non si poteva più vivere, in quel tempo a Sant’Arcangelo […] Il principe venne, tutto armato, sul suo cavallo, andò alla grotta del drago e lo sfidò a battaglia. […] A un certo momento, quel valoroso si sentì tremare il cuore […] quando gli apparve, vestita di azzurro, la Madonna che gli disse con un sorriso: – Coraggio, principe Colonna! – e rimase da una parte, appoggiata alla parete […] A questa visione, a queste parole, l’ardimento del principe si centuplicò, e tanto fece che il dragone cadde morto ai suoi piedi. Il principe gli tagliò la testa, ne staccò le corna, e fece edificare la chiesa perché vi fossero per sempre conservate.

Il mostruoso flagello, l’eroe che lo uccide con l’assistenza – sorridente! – della divinità, l’edificazione di un luogo sacro per conservarne le spoglie: se rimuoviamo la vernice cristiana, questo racconto presenta tutti gli ingredienti delle antiche favole eroiche pagane, quelli che si ritrovano anche nelle saghe di tanti eroi del mito classico.

Anche i tratti e le prerogative della Madonna nera di Viggiano hanno una riconoscibile, antichissima matrice precristiana:

La madonna dal viso nero […] non era la pietosa Madre di Dio, ma una divinità sotterranea, nera delle ombre del grembo della terra, una Persefone contadina, una dea infernale delle messi. […] La Madonna nera non è, per i contadini, né buona né cattiva; essa è molto di più. Essa secca i raccolti e lascia morire, ma anche nutre e protegge; e bisogna adorarla. 

Nella sua potenza – temibile, imperscrutabile, arbitraria – questa figura ha moltissimo degli dèi del mondo classico. Una affinità profonda che dipende, ovviamente, dalla comune appartenenza di entrambi i mondi (quello classico, appunto, e quello rurale osservato da Levi) a un primigenio sostrato pagano mediterraneo. Ma certo sorprende (e sgomenta) in sé la intatta sopravvivenza nel nostro meridione di questi tratti ancestrali ancora in pieno novecento.

La solida cultura classica di Levi (di cui affiorano evidenti indizi qua e là nel testo) lo agevola peraltro non poco nel riconoscere consapevolmente i caratteri più primitivi del mondo che osserva. Lo aiuta a misurarne meglio la loro tremenda arcaicità e al tempo stesso a medicarne la estraneità profonda con il filtro di un linguaggio (una Persefone contadina) culturalmente familiare.

Ma si mostra anche in vari punti – curiosamente – il rovescio della medaglia. Un po’ come in certi etnografi antichi, sul fondo atemporale e pre-civile di quel mondo pietrificato nella preistoria risaltano in controluce, per un contrasto accecante, i mali e le brutture della italianità moderna: non solo la sovrapposizione recente e brutale a quel mondo del regime fascista e/o dello stato unitario, ma anche la difformità – non di rado giudicata in termini sorprendentemente elogiativi – del costume locale rispetto a certi tratti tristemente noti del malcostume nazionale.

Vedi le considerazioni – amare ma davvero penetranti – che Levi sviluppa intorno alla sconcertante figura di un barbiere analfabeta che esercita con destrezza il mestiere di chirurgo:

Aveva davvero una certa abilità, e io lo chiamavo perché mi aiutasse nei piccoli interventi chirurgici, o lo incaricavo di andare a fare le iniezioni. Che cosa importava se non era autorizzato? Le faceva benissimo: ma doveva agire di nascosto, perché l’Italia è il paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego. Molti contadini camminano ancora, a Gagliano, che sarebbero rimasti zoppi, ad opera della scienza ufficiale, per tutta la vita, grazie a questo figaro – contrabbandiere dall’aspetto furtivo, mezzo stregone e mezzo medicone, in guerra con l’autorità e i carabinieri […]

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Le ragioni non dette e indicibili delle nostre scelte e delle nostre azioni spesso sono molto più basse, elementari ed animali di quelle che dichiariamo agli altri e confessiamo a noi stessi. Complessità e altezza d’animo sono del nostro personaggio molto più che della nostra persona.

A chi ti chiede come stai, rispondi sempre e obbligatoriamente bene. Perché chi te lo chiede non accetta di buon grado di sentirsi dire e raccontare altrimenti. E se pure lo accettasse, non potrebbe o non vorrebbe adoperarsi per farti star meglio.

Chi la fa l’aspetti. Chi non la fa, non s’aspetti che altri non gliela facciano.

Il canto delle cicale – intendiamoci – è conforto e piacere impagabili della vita di tutti, formiche comprese. Ma solo il lavoro di queste ultime lo rende possibile, purtroppo.

Quella dei radical chic di casa nostra è ormai una chiesa in piena regola, con tanto di sacerdoti televisivi, predicatori di piazza e teologi da salotto, catechisti, riti propiziatori ed espiatori, messe al chiuso e all’aperto cantate e recitate, giaculatorie e rosari. Insomma: mancherebbe solo un papa (ma al ruolo vacante essi suppliscono ormai senza problemi con quello che già siede in Vaticano). [Peggiori di questi radical chic io trovo  soltanto i loro beceri, seriali detrattori d’ufficio al soldo di certa carta (igienica) stampata.]

No. Non mi piacciono le sardine, come del resto ogni altro pesce in scatola o in barile.

Vivere alla giornata e viaggiare senza bussola era una volta lo stile di scansafatiche e di vagabondi. Adesso è diventato il programma dichiarato di partiti politici.

PS [a proposito, o quasi, della ‘chiesa’ dei radical chic]: «Guardi i moralisti, così seri, che amano il prossimo e il resto, non c’è niente alla fin fine che li distingua dai cristiani tranne il fatto che non predicano in chiesa » (Albert Camus, La caduta, [1956] Trad. it. di S. Morando, Bompiani, Milano 1980, p. 83)

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[…] L’edizione delle mie Opere è sospesa, e più probabilmente abolita, dal secondo volume in qua, il quale ancora non si è potuto vendere a Napoli pubblicamente, non avendo ottenuto il pubblicetur. La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui ed in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto. […] 

[G. Leopardi, Epistolario, Lettera a L. De Sinner, 22 Dicembre 1836]

Questo giudizio inequivocabile di Leopardi sul potere terreno delle gerarchie ecclesiastiche di ogni religione appare tanto più considerevole quanto più esso dilata ben oltre la contingenza, fino alla generalità dei casi e all’infinità dello spazio e del tempo, oltre il trasmutare delle forme storiche, la portata di quello stesso potere. Ciononostante circola negli ambienti cattolici nostrani, da diversi decenni, una pubblicistica che dipinge Leopardi come uno dei loro. Cioè come un fervido credente, ancorché inconsapevole o irrealizzato. Religiosi più e meno noti di casa nostra sono così convinti di averlo honoris causa tra le loro file da dichiarare addirittura nei suoi confronti un amore sviscerato. Eppure le parole citate sopra, che Leopardi scrisse al De Sinner pochi mesi prima di morire, dimostrano che egli non ha (non avrebbe) mai gradito né ricambiato questo amoroso trasporto.

Questa diffusa e disinvolta appropriazione del recanatese non mi pare altro che un modo più aggiornato e sofisticato di esercitare ancora quell’enorme potere: non riuscendo più a censurare la sua opera, come facevano allora, e non avendo convenienza a combatterla, vista la popolarità postuma di Leopardi, i preti di oggi pensano bene di spacciarlo trionfalmente per un cripto-cristiano. E così facendo confermano e inverano – mi sembra -, a quasi due secoli di distanza, quella sua desolante profezia. Desolazione intellettuale, adesso come allora: ma adesso decisamente più disonesta di allora, direi. Aggiungerei a queste mie considerazioni  –a proposito di desolazione – una poesia, scritta ad hoc, di Franco Buffoni:

Di Leopardi
“La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui
e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro,
possono ancora e potranno eternamente tutto”.

Di Leopardi che ritorna col pensiero a Roma
Dalle pendici del Vesuvio: “Anco ti vidi /
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade /
che cingon la cittade”. Desolazione per desolazione,
Naturale per intellettuale, deserto per deserto…
Di Leopardi suddito dello stato pontificio
Liberale clandestino in ideologico isolamento
– Il ridicolo e il grottesco delle Operette
Per eccellenza armi illuministiche
Contro antropocentriche metafisiche –
In quell’angusto regno del silenzio
Dalle mostruose tipologie censorie
Che fu il governo della
Reverenda Camera Apostolica.
Roma desertica.

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D. Qual è secondo lei il male peggiore che affligge la scuola italiana di oggi, in particolare quella liceale dove lei ha insegnato?

R. L’abdicazione al suo compito naturale e costitutivo, che è quello di insegnare, cioè di formare ed educare i giovani.

D. Perché la scuola trascurerebbe questo compito basilare?

R. Semplice, in apparenza: la scuola trascura il compito suo proprio per fare soprattutto altro: per dedicarsi cioè anima e corpo al compito (del tutto estraneo alla sua natura e addirittura incompatibile con essa) di attirare/conservare iscritti per sopravvivere.

D. E quali conseguenze concrete comporterebbe questa scelta?

R. Molto gravi. Se l’iscritto da conquistare/preservare e non il ragazzo da formare/educare e diventato il fine principale della scuola è ovvio e conseguente che essa oggi si occupi sempre meno della qualità didattica (cioè, detto banalmente, di far lezione nella maniera più seria ed efficace) e sempre di più della propria immagine presso il pubblico dei potenziali utenti.

D. E in quali modi curerebbe soprattutto la propria immagine?

R. In due modi soprattutto: difendendosi e promuovendosi. Ci si difende moltiplicando la burocrazia con cui ci si tutela da obiezioni, contestazioni e ricorsi degli utenti. Ci si promuove mostrando il volto più accattivante di se stessi e moltiplicando le occasioni e gli eventi nelle quali l’istituto interagisce – per poter ‘apparire’ – con persone, enti, aziende, amministrazioni, realtà esterne alla scuola stessa.

D. E perché questa cura dell’immagine comporterebbe l’abdicazione al compito educativo della scuola?

R. Per più motivi e davvero ovvi, a guardar bene. Primo: se ci si promuove si devono giocoforza nascondere o addirittura rimuovere i lati più impegnativi, spiacevoli e faticosi della propria attività. Autopromozione significa automaticamente corteggiare e blandire gli studenti in tutti i modi (voti gonfiati, verifiche programmate e addomesticate, pochi compiti a casa ecc.) e con tutte le iniziative possibili (gite, uscite, settimane bianche e ‘culturali’, feste, gare, progetti, attività extra- e parascolastiche ecc.): l’esatto contrario che formare e educare. Secondo: se ci si difende, si rinuncia al rigore professionale, al coraggio e alla franchezza che ogni rapporto autenticamente educativo (non solo scolastico) richiede. Autodifesa significa automaticamente rinunciare alla responsabilità di un serio patto educativo fiduciario con le famiglie (essenziale alla formazione e all’educazione di un ragazzo) per garantirsi una inattaccabilità tutta formale, giuridica, come se davanti non si avessero naturali collaboratori e alleati del proprio compito pedagogico, ma avversari da neutralizzare a colpi di statuti, griglie valutative, carte, deliberazioni formalmente impeccabili… Autopromozione e autodifesa sono due facce della stessa medaglia.

D. Chi sono le vittime di questo meccanismo autoconservativo?

R. Alunni e insegnanti. I primi non imparano più nulla di sistematico perché in gran parte chiedono (e in gran parte ottengono) di essere soprattutto blanditi e intrattenuti nel Kindergarten di una scuola-spettacolo, avviati senza traumi (come il Pinocchio di Collodi) ad una asinificazione indolore. I secondi fanno sempre più fatica ad insegnare: sia perché chiamati ad affaccendarsi, schiacciati come sono tra burocrazia autodifensiva e logi(sti)ca autopromozionale, in tutt’altre faccende rispetto all’autentico insegnamento; sia perché, se anche volessero continuare ad insegnare davvero (come alcuni tentano ancora, eroicamente, di fare) sarebbero bersagliati – senza difesa alcuna – dal fuoco incrociato della dirigenza da un lato e dei genitori più irresponsabili dall’altro. E se non è facile quantificare la percentuale dei genitori irresponsabili, è comunque certo che l’alleanza populistica che da decenni ormai si è stretta tra questi genitori e la dirigenza (e i suoi collaboratori) contro i docenti è solidissima e decisiva nel determinare le scelte e le sorti della scuola attuale.

D. Dunque nella scuola di adesso nessuno impara e nessuno insegna più?

R. No, nonostante tutto ci sono ancora studenti che studiano e insegnanti che insegnano. Questo è il consolante paradosso. Ma riescono a farlo nelle condizioni ambientali più avverse che si possano immaginare, ricavandosi in un contesto ostile una zona franca sempre più esigua, arroccandosi in una cittadella sempre più assediata. Mentre si affaticano per fare ancora autenticamente scuola devono combattere ogni giorno contro quella che io chiamo l’antiscuola.

D.Quale sarebbero secondo lei le cause più profonde di questa situazione?

R. Le scelte di politica scolastica degli ultimi 25 anni (riforme e riformine demenziali, spesso sparagnine e sempre demagogiche e/o iper-burocratiche, a partire dalla cosiddetta ‘autonomia’ per finire con la famigerata Alternanza Scuola-Lavoro) costituiscono indubbiamente la causa più diretta e concreta della deriva del sistema. Ma forse non sono la causa prima né la più profonda. Che è da rintracciarsi soprattutto, a mio avviso, nella radicale e accelerata omologazione in senso edonistico, mercantile e consumistico della società occidentale dell’ultimo quarantennio. Una vera rivoluzione antropologica che ha prodotto, nei giovani e nella famiglia prima e nella scuola di rimbalzo, l’evaporazione di quel confronto/conflitto generazionale che, piaccia o no, è presupposto di qualsiasi fecondo processo educativo. Il venir meno di questa opposizione dialettica e di questa alterità tra vecchi e giovani, genitori e figli, educatori ed educandi mi pare la radice più autentica e ineliminabile della crisi pedagogica attuale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FREQUENZE

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Per dirla con una metafora tecnologica, i più tra gli individui appaiono, mentalmente ed emotivamente, programmati per ricevere e trasmettere solo sulla loro propria ed unica frequenza. Incomunicanti perciò costituzionalmente con quelle altrui. Altri invece sono attrezzati per captare uno spettro più ampio e diversificato di frequenze, tante quante sono le persone con cui interagiscono. Riescono così a decifrare le diversità di linguaggio di varie emittenti. Fuori di metafora: questi individui più aperti ed empatici (una minoranza) partecipano certamente meglio e più utilmente della vita comune, ma ad un prezzo (di frustrazioni, delusioni, compromessi) che le poche gratificazioni della propria superiore e asimmetrica adattabilità non riusciranno a compensare. Un prezzo che quegli altri individui a frequenza unica non pagheranno mai.

La famiglia è quel luogo nel quale le imperfezioni e i limiti immancabili della natura umana, lungi dall’essere accettati e medicati, possono diventare inespiabili colpe o micidiali strumenti di tortura.

Si fanno più affari approfittando della stupidità degli esseri umani che dei loro effettivi bisogni.

Pensare vanitosamente fuori dal coro non garantisce di per sé un bel nulla circa l’acutezza e il talento del pensatore. Sedicenti eroi dell’anticonformismo che si battono contro la presunta tirannia del mainstream sono infatti per parte loro, non di rado, emeriti deficienti, fenomeni da baraccone, mistificatori di professione o, peggio ancora, pericolosi paranoici. E se ne vedono in giro, oggigiorno, davvero troppi.

Sia lode al vituperato pensiero unico, quando per esso si intenda la verità (limitata, relativa e perfettibile quanto si vuole ma inopinabile) della scienza galileiana. Beninteso: sia lode solo in questa ristretta e precisa accezione.

Chi equivoca e confonde tra eguaglianza e parità – lo faccia per sciatteria intellettuale, per acquiescenza al politicamente corretto o per sottaciuti secondi fini – semina nel dibattito sociale e culturale odierno una infestante zizzania che soffoca la crescita naturale ed auspicabile di entrambi i valori.