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Archive for maggio 2017

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Ho sempre diffidato delle idee pedagogiche di Don Milani, della loro facile popolarità. Anche in tempi non sospetti. Nei primi anni settanta. Quando ero liceale, per intenderci, e lui era morto da poco, mentre i suoi libri erano sulla cresta dell’onda. Io, per parte mia, ero ben lontano ancora dall’idea di fare l’insegnante. Mi venne spontaneo contraddire quello che leggevo allora nella sua tanto osannata Lettera a una professoressa, per una semplice ed oggettiva evidenza: diceva lui che i bravi a scuola sono (possono esserlo) solo i figli dei ricchi con il loro bel retaggio culturale borghese succhiato insieme al latte materno. Eppure io e diversi altri miei compagni di liceo eravamo figli di operai e di casalinghe, ma andavamo bene o benissimo a scuola, mentre qualche rampollo della buona borghesia locale arrancava molto malamente… Già questo non mi quadrava, puzzava di semplificazione ideologica.

Adesso ho voluto riprendere in mano, dopo più di quarant’anni, quel famoso libello, per vederci più chiaro: e a distanza di tanto tempo quel testo mi appare oggi, nonostante qualche punto di forza, enormemente datato, superato dai tempi. Dalla rivoluzione edonistica e consumistica di massa esplosa negli anni ottanta, soprattutto, oltre che da quella digitale dell’ ultimo periodo. Tanto che, con minima e ironica forzatura, quel testo potrebbe più che altro essere letto in chiave di inconsapevole profezia di cambiamenti che lo stesso Don Milani, se potesse osservarli oggi, forse (chissà?) detesterebbe. Per esempio: Don Milani diceva che la scuola tradizionale è fuori dalla realtà, che bisogna eliminare la letteratura alta, il latino e la storia antica e imparare (evitando la grammatica) la lingua e le lingue straniere che servono alle classi subalterne per orientarsi nei rapporti con il mondo del lavoro, della burocrazia, della politica e per comprendere bene il linguaggio dei media. Ebbene la scuola italiana negli ultimi trent’anni ha proprio realizzato o cercato di realizzare, a suo peggiorativo e malinteso modo, tutto questo, demonizzando il ‘nozionismo’ e riducendo o banalizzando o marginalizzando la cultura alta di impronta storico-umanistica. E il risultato è sotto gli occhi di tutti, purtroppo: regresso verso l’analfabetismo, riduzione preoccupante del tesoro lessicale e delle competenze espressive, ignoranza totale del passato lontano e recente con ricadute – pesanti – sulla maturità intellettuale e ‘politica’ in senso lato delle giovani generazioni. La scuola schiacciata sul presente, affannata nella rincorsa dell’attualità e dell’utilità da spendere subito – lo ripeto – è destinata a fallire sul piano dell’istruzione e della formazione. Può tutt’al più fornire (quando va bene) un po’ di addestramento preliminare alle arti e ai mestieri. Non proprio – mi pare – quello che voleva Don Milani, ma esattamente quello che vogliono invece oggi Confindustria, Confcommercio ecc. dalla scuola di stato. Non per caso né per volere degli dèi si è inflitta ai licei la piaga nefasta della Alternanza Scuola Lavoro… L’avrebbe gradita Don Milani? Credo di no, ma chi ce l’ha imposta lo ha fatto anche distorcendo a suo vantaggio quella sua stessa e primaria istanza di utilità ‘pratica’ della formazione scolastica. Non per caso giornali vicini alla Confindustria hanno ultimamente dato così grande spazio alla celebrazione del cinquantenario della morte del parroco di Barbiana…

Ma non c’è solo questo, ahimè. Chi ha scelto di fare l’insegnante e rilegge oggi il libello di Don Milani ci trova, contro gli insegnanti, delle sorprendenti chicche avvelenate. Lorenzo Milani, uomo intelligente e còlto da par suo ma non poco accecato dall’odio antiborghese, riconoscendo negli insegnanti di allora i rappresentanti e i custodi ufficiali della cultura e degli interessi di quella classe, li attacca accusandoli (udite udite!) di lavorare poco e guadagnare troppo, di fare un lavoro part-time pagato per un lavoro a tempo pieno; di pretendere di bocciare alunni con cui si impegnano solo poche ore la settimana, di arrotondare i loro già immeritati stipendi con ore di ripetizione impartite ai rampolli dell’odiata e ricca borghesia, ecc. ecc.

Il becero qualunquismo di queste accuse è lo stesso che circola da decenni nell’opinione pubblica più disinformata circa il reale impegno dei docenti di oggi; è lo stesso discredito che molti recenti governi hanno alimentato ed usato per infliggere ad una categoria ridotta (per dignità sociale e per stipendi) quasi allo stato di Lumpenproletariat – altro che guardiani della borghesia! – sempre maggiori carichi di lavoro a costo zero.

Curioso e beffardo (e avvilente) scoprire oggi che di questo qualunquismo Don Lorenzo Milani è stato l’esimio antesignano. Ma ancora più sconcertante è osservare come, nonostante questo, tanti insegnanti continuino oggi ad essere ferventi “donmilaniani”.

PS del 14.08.17:

Del precoce invecchiamento delle idee donmilaniane rispetto all’evoluzione rapida della società dei consumi parla con la solita lucidissima (e profetica) acutezza già nel 1973 Pierpaolo Pasolini, che pure era un grande estimatore dell’ opera pedagogica di don Lorenzo Milani:

« Barbiana era un caso estremo. Era l’ultimo caso di vita preistorica rispetto alla seconda rivoluzione industriale e alla conseguente lotta di classe (in cui poteva inserirsi un prete moderno). Ora, probabilmente, ci sono ancora dei luoghi come Barbiana, ma essi hanno totalmente perduto il loro senso: e valgono solo in quanto relitti. Sono bastati pochi anni. Se Don Milani non fosse morto… avrebbe visto, oggi, la sua meravigliosa opera organizzativa come un conato inutile, divenuto anacronistico…. la sua disperata opera organizzativa di tipo laico e progressista risulta di colpo impoverita e invecchiata, a causa della caduta dei problemi che la presupponevano: la fine cioè di un sottoproletariato contadino a uno stadio storico preindustriale…» (Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975, p. 90)

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“Non è che Schopenhauer si cospargesse il capo di cenere e lapilli” [frase attribuita ad un’insegnante di filosofia e affissa dagli alunni in una bacheca goliardica]

Una frase che mi piace, molto. Arguta e profonda.

Mi piace per il suo (preterintenzionale?) colore poetico, anzitutto. Perché si parte dal detto per costruire qualcosa di non detto prima. Dalla frase fatta alla frase inedita. Un’aggiunta originale che è anche un fulmen in clausola: i lapilli. Al simbolo (pagano, ebraico e cristiano) secolare e scontato della penitenza e della contrizione (la cenere) si aggiunge l’immagine irreale, il nonsense ironico – dettato da un evidente lapsus analogico – di detriti vulcanici raccolti (chissà come e dove) per cospargersene dolentemente i capelli….

Ma la frase mi piace anche per la semplice profondità del concetto che quella arguzia leggera e un po’ bislacca afferma: il pensiero negativo non si fonda e non ricade necessariamente sulla esistenza concreta di chi lo esprime. Così ci viene spontaneo (e ci fanno interessatamente) credere,  ma non è per forza così.

Viviamo in tempi di ottimismo obbligatorio. Da sempre la durezza della convivenza umana e la lotta per la sopravvivenza esigono naturalmente quel tonificante a buon mercato che una volta era detta ‘speranza’ e oggi si chiama ‘pensiero positivo’. Oggi più che mai, però, questa esigenza biologica di guardare il mondo con lenti rosate è diventato un imperativo categorico e ideologico. Un asfissiante martellamento mediatico. Un refrain del linguaggio politico, pubblicitario, aziendalistico, canzonettistico (“io penso positivo, perché son vivo…”)… Persino nei funerali di cui si parla in tv non si sente dire altro che il defunto era una persona solare, allegra, sempre positiva (perciò molto più degno di rimpianto e di cordoglio, chissà, magari di un fastidioso menagramo?). Oggi più che mai i potentissimi persuasori che ci sorvegliano provano in tutti i modi a inocularci l’idea che la felicità è solo nelle nostre mani, il nostro avvenire dipende essenzialmente dalla nostra ‘positività di fronte al mondo’, il nostro futuro impiego dalla bravura con cui scriviamo un curricolo ecc. Così, per costoro, le catastrofi diventano opportunità, gli enigmi problemi da risolvere.

Il pensiero negativo, il ‘pessimismo’, viene di conseguenza liquidato e rimosso dal mainstream come frutto automatico di una condizione esistenziale sfortunata, marginale, anomala. Pensi negativo perché sei (e vivi da) frustrato e da sfigato. Oppure: vivi da sfigato perché, per una qualche tua patologica deformità mentale, pensi negativo. Leopardi e Schopenhauer, appunto. Per dubitare dell’equazione “sfiga = pensiero negativo” basterebbe considerare la lista nutrita di scrittori, artisti e pensatori di primo livello, antichi (Simonide, Sofocle, Erodoto) e moderni (Nietzsche, Hardy, Verga, Joyce…) che farei davvero molta fatica ad etichettare semplicisticamente come persone sfortunate. Un romanzo come Addio alle armi di Hemingway, storia di agghiacciante pessimismo “duale” (storico, cioè, e naturalistico insieme) e perciò totale, è stato scritto da un autore che visse una vita piena, attiva, ardimentosa, tutt’altro che segnata dal malinconico marchio della marginalità. Non sto dicendo con questo che tra vita ed arte (o pensiero) non sussista il minimo rapporto. Dico soltanto che, oggi ancora di più che ai tempi di Leopardi, si tende a enfatizzare questo presunto rapporto con la vita per screditare qualsiasi pensiero negativo, senza cioè valutarlo e considerarlo in sé, col rischio di riconoscerne il valore talora altamente critico e conoscitivo. Un rischio che predicatori e imbonitori e (interessati) consolatori di ogni risma non intendono correre. Meglio sottolineare che Leopardi era gobbo e pensare che Schopenhauer si cospargesse ogni giorno il capo di cenere (e lapilli). Meglio ignorare che la civiltà occidentale è nata sulle fondamenta del pessimismo radicale (ma attivo ed energico) degli antichi Greci. Altrimenti si rischia di turbare la serenità della gente, incrementare il dubbio, diminuire gli omologati, gli adepti, gli iscritti, gli obbedienti, gli elettori, i consumatori. Meglio diffondere musica a pieno volume e luci psichedeliche tra le merci scadenti dei supermercati.

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