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Archive for marzo 2011

Un altro libro della collega Paola Mastrocola sulla nostra scuola, con un titolo amaro: Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (Guanda Editore, Parma 2010). Ancora un libro scritto da un insegnante che irrompe nel nostro disastrato mondo con  fragorosa e provocatoria irruenza. La Mastrocola – da addetta ai lavori – ha il coraggio di denunciare con franchezza una realtà che da anni è sotto gli occhi di tutti, ma che viene sistematicamente mascherata (per convenienza, malafede o ideologia) da un velo di insopportabile ipocrisia politically correct. Non intendo dilungarmi qui troppo sui pregi e sui difetti (che pure ci sono) di questo ampio saggio che recensirò presto su L’Indice dei libri. Mi limito a citare un paio di passaggi rappresentativi del suo tenore complessivo.
Il primo (che illumina a giorno la perversa confluenza 'destra-sinistra' che ha disastrato il nostro sistema formativo):
«Le giuste e profonde aspirazioni progressiste [degli anni ’60 e ‘70] si sono, snaturandosi e polverizzandosi, ultimamente mescolate agli appetiti consumistico-edonistici del nuovo ceto popolar-benestante e hanno fatto bum! Un esplosivo devastante» (p. 132).
Il secondo (che mette a nudo un legame tanto ovvio quanto trascurato – e deleterio-  tra società dei consumi e scuola effettuale):
«Una società del piacere ha bisogno di una scuola del piacere e non certo della sofferenza e della fatica!» (p.133).
Vero. Verissimo.
Forse – obietterebbe qualcuno – anche un po’ reazionario?
Non direi proprio, perché la verità è sempre rivoluzionaria. Ed utile.
Più rivoluzionaria e più utile di qualsiasi bella menzogna finto-progressista (Leopardi, ancora una volta, docet).

 

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In un recente pamphlet dal bel titolo ossimorico (La libertà dei servi) Maurizio Viroli ci chiarisce molto del recente passato e del presente del nostro paese. In questi ultimi vent’anni è cresciuto in Italia quello che Viroli chiama il potere e-norme (nel senso etimologico e latino del termine: ‘fuori dalla norma’) di un solo individuo e di concerto si è rivitalizzata una vecchia e insuperata inclinazione del carattere italico all'asservimento verso un signore che ci garantisca, in cambio dell’enorme potere che gli riconosciamo (compreso quello di porsi al di sopra della legge), la libertà (cioè la licenza) sostanziale di fare quello che vogliamo, sottraendoci noi stessi alla legge o aggirandola a nostro vantaggio e a scapito della comunità.

La libertà, appunto, dei servi.
Ora, siccome io credo fermamente che siano i servi a fare il padrone piuttosto che il contrario, pare ovvio – come sostiene anche Viroli nella parte finale del saggio – che per liberarci (se davvero lo vogliamo) dall’asservimento a questo potere e-norme dobbiamo non tanto e non solo cacciare il signore, quanto soprattutto rimettere al centro del nostro vivere civile la norma, cioè la legge.
Per smettere l’abito dei servi bisogna insomma (re)imparare il mestiere di cittadini.
Compito di natura squisitamente culturale, non facile in tempi come questi particolarmente avversi ad ogni impresa educativa che punti ad una emancipazione dalla nostra rozza e miope animalità.
Ma  ancora più difficile per un paese nel quale l’abito del servo e del cortigiano è da secoli una seconda pelle. A partire dai tempi dell’antica Roma, quando Tacito scriveva che i Romani nostri antenati nec totam libertatem nec totam servitutem pati possunt, cioè che non erano in grado di sostenere né la piena libertà (di cittadini) né la totale schiavitù (imposta da un tiranno).

Tacito diceva allora la stessa cosa che Viroli dice oggi, probabilmente senza conoscere le parole dello storico latino, a p. 80 del suo pamphlet: «Un servaggio di secoli fa sì che l’italiano medio oscilli oggi ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica».
Oggi, appunto, come duemila anni fa. Purtroppo.
Una postilla: per la lucidità dell’analisi e la tensione morale che lo sostiene, il libro di Viroli meriterebbe, a mio avviso, di essere letto o almeno conosciuto nelle scuole come testo di ‘educazione alla cittadinanza’. Mi dispiace solo che egli abbia utilizzato così poco i testi classici (non solo Tacito, ma anche Euripide, Tucidide, Platone, Senofonte, Aristotele); se lo avesse fatto di più avrebbe contribuito a rimarcare quanto già la cultura antica avesse sviscerato in ampiezza e in profondità problematiche civili che ci interessano oggi; e avrebbe dato un contributo a capire (facendo cosa molto grata a chi scrive) come la paideia politica greco-romana sia ancora in grado di insegnarci moltissimo.

 

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È curioso e sintomatico che due giuristi abbiano dato alle stampe quasi contemporaneamente due pamphlet su di un tema analogo ma apparentemente eterogeneo rispetto alla loro specifica formazione. Si tratta di Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente (Einaudi, 2010) e di Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole (Rizzoli, 2010). Come si deduce dai titoli il tema è essenzialmente quello della manipolazione del linguaggio operata dai media dominanti nella società italiana dell’ultimo ventennio. Un abuso che ha prodotto, secondo gli autori, una preoccupante mutazione mentale e sub-culturale in larghi strati della popolazione meno capaci, per l’assenza di antidoti critici adeguati, di difendersene.
Il libro di Zagrebelsky in particolare esamina in altrettanti capitoli una serie di locuzioni entrate ormai di forza (a forza cioè di iterazioni ossessive) nel linguaggio politico nostrano, da Scendere in politica ad Amore, da Prima repubblica a Le tasche degli italiani. Ne risulta una rigorosa ed acuminata analisi di come la replicazione semanticamente distorta ed irrigidita di slogan abbia sistematicamente sollecitato, come a colpi di martello su di un metallo malleabile, modificazioni sensibili nel modo di pensare il mondo e di concepire il rapporto dei cittadini con la politica e le istituzioni. In questo modo il potere massmediatico – identificandosi con quello politico – ha finito negli ultimi tempi in Italia per “pensare per noi”, cioè per plasmare la nostra forma mentis attraverso una manipolazione ideologica del linguaggio non molto differente, secondo l’autore, da quella dei regimi totalitari del novecento. Il caso più emblematico è quello rappresentato dall’espressione mettere le mani nelle tasche degli italiani: questa pregnante e icastica locuzione inculca l’idea che lo stato, imponendo le tasse, violi brutalmente un sacrosanto diritto privato come farebbe un volgare rapinatore di strada; e che di conseguenza il cittadino stesso abbia piena facoltà di difendersene con ogni mezzo, compresa l’evasione fiscale; puntando diritta a colpire la pancia di chi ascolta (cioè il suo istinto del possesso e la sua paura di perderlo) un’espressione del genere ha facile gioco, sul piano retorico – persuasivo, su qualsiasi ragionevole contro-argomentazione che punti a spiegare, per esempio, che le tasse – se imposte e reinvestite con equità – migliorano attraverso i servizi la qualità della vita di tutti.
Il libro di Carofiglio, almeno nella prima parte, ripropone sostanzialmente la stessa tesi di quello di Zagrebelsky (al quale, per altro, esplicitamente si ispira), ma con un ventaglio di citazioni e di riflessioni che allargano la visuale storica del fenomeno spaziando fra molteplici autori che se ne sono occupati fino dall’antichità classica. Meritevole (perché ormai sconosciuto ai più) è in proposito la riproposizione del geniale passo dello storico greco Tucidide sulla ‘metonomasia’, ovvero sulla manipolazione del senso originario delle parole a fini di potere e di prevaricazione; ma entrano nel percorso della riflessione di Carofiglio molti altri autori, in un continuo movimento pendolare fra antico (Platone, Cicerone, Sallustio) e moderno (Levi, Camus, Steiner, Calvino e molti altri). Tra i capitoli più intriganti ed inquietanti quello intitolato Lingua del dubbio e lingua del potere, dove si mette a fuoco la dicotomia fondamentale nell’uso del linguaggio, diviso tra una potenziale e benefica funzione euristica e conoscitiva (di se stessi ed del mondo) e quella contraria, malefica ed opprimente, che mira al soggiogamento delle menti e delle coscienze attraverso l’impoverimento lessicale-fraseologico e la sclerotizzazione semantica. Su questo punto Carofiglio si avvicina molto a Zagrebelsky, specie laddove egli rende – come fa anche il suo collega- il dovuto omaggio alle fondamentali ricerche del filologo tedesco Klemperer sulla lingua della propaganda nazista.
Ma nella seconda parte del saggio, Carofiglio va oltre l’analisi descrittiva e analitica del fenomeno, per proporre (in una serie di capitoli intitolati a parole-chiave della sfera etico-estetica) una riflessione in positivo sul senso di termini come vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta; parole che vengono sentite e spiegate da Carofiglio come indicatori e guide per chi voglia attingere un senso pieno e dignitoso dell’esistenza. Parole come valori di riferimento, insomma.
Che  entrambi i pamphlet siano stati ispirati ai loro autori dall’urgenza degli eventi pubblici italiani dell’ultimo ventennio è evidente e, non di rado, esplicito. Di fronte a quegli eventi, tuttavia, entrambi si atteggiano con un distacco ed un’onestà intellettuale che non solo scongiurano ogni deteriore faziosità ma tradiscono altresì una trasparente, si direbbe quasi ‘nobile’ (se l’aggettivo non suonasse malinconicamente demodé nell’Italia di oggi) volontà di testimonianza civile.
Perciò entrambi questi libretti andrebbero conosciuti nelle scuole. Se è vero che la parola è ancora lo strumento principale dell’educazione e della formazione critica delle coscienze, una riflessione metalinguistica come quella proposta dai due autori gioverebbe non poco a smascherare e a contrastare l’uso distorto e ‘avvelenato’, cioè deliberatamente diseducativo e corruttore, che media e politica ne fanno da qualche decennio a questa parte in casa nostra.

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Ciò che potrebbe essere più utile (per risparmiare tempo, pericoli, errori, delusioni) ai giovani, cioè l’esperienza e la conoscenza dei più anziani, viene generalmente ignorato o trascurato o respinto dai primi perché avvertito da loro come un’indebita intrusione nella loro autonomia di scelta, un ostacolo al diritto – per altro sacrosanto – di vivere e imparare dalle proprie esperienze. È come se ogni scalatore risalisse da solo lo stesso monte rinunciando ad avvalersi dell’esperienza e delle conoscenze che dalla scalata di quello stesso monte hanno accumulato tutti gli altri scalatori prima di lui. Curioso paradosso che rende buona parte dell’attività educativa sostanzialmente inutile, perché dimostra che l’uomo (l’adolescente) si educa (legittimamente, ma con notevole sperpero di energie) essenzialmente da solo. E che il problema più importante dei giovani è, al di là di tanti discorsi, quello di diventare grandi, appunto, da soli. All’educatore, sotto questo profilo, non resta altro che la soddisfazione tardiva di un eventuale riconoscimento a posteriori della giustezza dei propri consigli e delle proprie raccomandazioni. Il suo apporto più utile sarà stato alla fin fine soprattutto quello di aver dimostrato coraggio scalando la montagna prima dei suoi educandi. E di averli perciò spronati, con il mero esempio, a fare autonomamente altrettanto.
(Non è per caso che il Grillo Parlante – nello straordinario Bildungsroman di Collodi – faccia una così brutta fine, a dispetto delle utili perle di saggezza che elargisce a Pinocchio)
 

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