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Archive for maggio 2013

CHIRONE E L’INVALSI

Non si può insegnare d’autorità – pur con tutta l’autorevolezza che si vuole -niente a nessuno. Niente almeno che qualcun altro non desideri da sempre imparare. All’inizio e alla fine dell’ars docendi c’è sempre e comunque e soltanto Socrate. La maieutica. Perché ciò che qualcuno, più e meno consciamente, desidera scoprire e generare e crescere non è altri che se stesso.  Ognuno deve e vuole attuare il proprio destino. Perciò Seneca non ha potuto nulla su Nerone. Perciò la saggezza del Centauro Chirone non ha evitato ad Achille di diventare ciò che era e morirne. D’altra parte anche Socrate ebbe i suoi bei fallimenti: Alcibiade, Senofonte. E il suo più grande allievo è stato anche il suo più grande traditore.

Altra cosa rispetto ad insegnare è addestrare. Che è la parte più tecnica, propedeutica, ginnica dell’apprendimento. Addestrare è doveroso e indispensabile, ma più facile. Come si fa con i cani e con le scimmie. Ma potrebbe avere poco a che fare con la formazione – intellettuale, morale, sentimentale – di un individuo.

Siccome i risultati dell’addestramento sono misurabili, mentre quelli dell’insegnamento assolutamente no, ecco che il primo viene sempre più spacciato – da chi dirige la scuola – per il secondo. Ecco da quale astuta – o stolta?-  mistificazione discendono i  cosiddetti Test-Invalsi. Buoni – se fossero ben fatti – per una scuola di addestramento per cani o scimmie. Comunque inutili o fuorvianti per una nella quale – putacaso – insegnassero un Socrate, un Seneca o un Chirone.

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A CHI UBBIDIRE?

Meno deleterio – comunque – e più perdonabile – sempre – sbagliare ubbidendo alla  coscienza propria piuttosto che ad ordini, pressioni o condizionamenti altrui.

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SATIRICI AGGIORNATI

       

Il resto della terra senza pagar biglietto andrò cercando con google map. (Ludovico Ariosto

Diffidate in aggiunta e specialmente, più che della rampante in carriera, della solita acqua cheta, della gattamorta e della madonnina infilzata. (Giovenale)

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COMPIACERE ALTRUI

Chi passa la sua vita

preoccupandosi

di compiacere altrui

finisce soltanto

per dispiacere a se stesso.

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GRATIFICARE?

Per istinto animale intuiamo l’amore e la benevolenza del prossimo al di là dei suoi modi rozzi o spicci o burberi o impositivi, così come l’odio o l’indifferenza o l’opportunismo a dispetto di modi interessatamente compiacenti o fintamente gentili e accomodanti.

Eppure una cattiva educazione (ambientale, familiare, scolastica) – quella che si fonda appunto su atteggiamenti sistematicamente corrivi e ‘gratificanti’ – può oscurare nel tempo questa preziosa arma di difesa, consegnarci inermi nelle mani di falsi amici, convincerci che a volere il nostro bene sono soprattutto coloro che ci assecondano.

Dovrebbero riflettere bene su questo giovani, genitori, insegnanti, certo, ma – più ancora di loro – i santoni della pedagogia che declamano in tutte le sue varianti il lessico della ‘gratificazione’ per esorcizzare tutti i presunti errori ed orrori dell’educazione del passato.

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Arare il mare.

Ingravidare le nuvole.

Riempire d’acqua il cesto delle Danaidi.

Dare in pasto le perle ai maiali.

Voce di colui che grida nel deserto.

ecc ecc

La gnomologia classica e biblica offre all’insegnante italiano di oggi un’adeguata corona di massime per snocciolare il rosario della sua cronica e arcinota frustrazione.

Ho sempre sostenuto – beninteso – che un insegnante che si lamenta troppo dei suoi alunni è un pessimo insegnante. Come è un pessimo medico quello che si lamenta dei suoi pazienti.

Lo confermo.

Ma ultimamente non sono più così sicuro che le aule della scuola italiana siano frequentate prevalentemente da alunni. Da gente cioè che vuole imparare. Perché alumnus in latino viene da alere, che vuol dire ‘nutrire’. Quindi l’alunno sarebbe in teoria uno che vuole nutrirsi – per crescere – delle parole dei maestri, di cultura, di sapere ecc ecc.

Certo, alumni nel senso etimologico del termine sono ancora abbastanza numerosi, per fortuna, nella nostra scuola. Diciamo una nutrita minoranza. Specialmente in alcuni licei. Dove possono, nei casi migliori, diventare maggioranza. Tuttavia chi insegna da molti anni può apprezzare nel lungo periodo la decrescita inesorabile di questa specie e il rischio, per quanto ancora lontano, della sua estinzione. Gli alunni veri rischiano di estinguersi sopravanzati dalla specie emergente degli ultrautenti.  Come in un vecchio, terrorizzante film thriller di fantascienza degli anni ‘50 L’invasione degli ultracorpi, dove extraterrestri clonati sostituivano mano a mano e insensibilmente gli umani invadendone il corpo e prendendone la forma esteriore, ma uccidendone la natura e l’anima. Gli ultrautenti, per capirci, sarebbero quegli studenti che vengono a passare il tempo sui banchi in attesa della campanella. L’anno scolastico in attesa delle vacanze, e di una promozione sgraffignata come meglio si può, col minimo sforzo (ma – spesso – con l’arroganza di chi si sente in diritto comunque di ottenerla). I cinque anni di corso in attesa del pezzo di carta finale. Nel frattempo socializzano, chiacchierano, si divertono (come sarebbe legittimo – beninteso – se il piacere si accompagnasse al dovere), organizzano feste cene gite, scarabocchiano diari, riempiono smartphone di messaggini, tuittano e feisbuccano. A casa si attrezzano – perfettamente – per arrangiarsi nei compiti domestici e per prepararsi ad arrangiarsi – se ci riusciranno – in quelli che svolgeranno in classe. Studiacchiano quel poco che serve per arrivare al voto che desiderano (e talora pretendono). Non li sfiora l’idea che la fatica personale di apprendere le lettere, le lingue e la matematica è un valore e un investimento in sé a prescindere dai risultati immediati che si ottengono. Che la cultura serve a diventare altri e migliori di quel che si è. Sono invece perfettamente maturi e scafati già a 13/14 anni per pianificare con metodo assenze strategiche, intavolare complesse trattative sindacali per  ottenere sconti sui compiti a casa, giustificazioni ecc. ecc.

Colpa degli insegnanti, mi si obietterà. Che non sanno capirli, questi ‘nuovi’ giovani, non sanno ‘motivarli’, non sanno – da vecchi – parlare il loro linguaggio. Già: conosco bene questa litania. Ma non l’accetto più, almeno così, semplicisticamente. Perché ammesso che vi siano insegnanti che non vogliono o non  sanno fare bene il loro mestiere, qui sto parlando di qualcosa di altro e di indipendente dalla vera o presunta (in)capacità professionale dei docenti. Sto parlando della mutazione generazionale (patologica?) – in atto da almeno un paio di decenni – di uno dei due attori del processo educativo, tale da impedire ormai di attuare fisiologicamente quel processo persino agli insegnanti più preparati. Perché insegnare ad alunni si può, ad ultrautenti no.

Non si può insegnare a persone che ritengono che la cultura ‘alta’ non abbia niente di interessante né di utile per loro.  O meglio: si può trovare un modus convivendi con gli ultrautenti, anche moderno e amichevole e brillante, ma che non ha più sostanzialmente a che fare con il compito vero della scuola.

Per capire questa mutazione si leggano almeno i libri della collega Paola Mastrocola e di qualche altro coraggioso testimone che ho più volte segnalato o recensito.

Dalla mia annosa esperienza basti trarre un paio di esempi (antitetici e illuminanti) fra molti. 

Due ricordi scolastici a confronto e (forse non per caso) lontani nel tempo, rispettivamente di un ultrautente effettuale e di un autentico (ma purtroppo rimasto soltanto potenziale ) alumnus. 

Un ricordo lacrimevole ed uno commovente.

Alcuni anni fa una tizia piuttosto giuliva, dopo aver scaldato il banco per cinque anni a chiacchierare e a pensar d’altro, barcamenandosi tra sequenze di quattro negli scritti ed orali rabberciati alla bell’e meglio, arrivata alla maturità e sfangatala con un po’ di sprint e di fortuna aggiunta alla generosità caritatevole di quasi tutti i commissari, decise di sfogarsi alla fine di questa sua esaltante esperienza in una specie di blog sparlando contro la scuola e gli insegnanti che l’avevano, a dir suo, annoiata, torturata, scassata per cinque anni… Quasi tutti noi, suoi insegnanti, finimmo nel suo cestino della spazzatura insieme ai libri delle nostre materie (Annales Volusi…): matematica, inglese, storia, filosofia e – ovviamente – greco e latino. Materie insopportabili, mortifere per una che aveva scelto – di sua iniziativa! – il liceo classico. In particolare, di chi scrive la tizia criticava l’abitudine a suo giudizio intollerabile di entrare subito in classe alla fine della ricreazione e l’assurda pretesa di occupare tutto il tempo della lezione facendo soltanto lezione…. In compenso però – diceva – avrebbe in futuro rimpianto pochissimi fra i miei colleghi/-e, a suo avviso molto migliori degli altri e del sottoscritto: uno buono e comprensivo come un pezzo di pane che si lasciava condire in tutte le salse; un’altra che – in stile madre Teresa – l’aveva personalmente aiutata nel migliorare il profitto in tutti i modi (non diceva come, ma non voglio pensar male); ma colei che l’aveva stregata più di tutti era stata una collega che ai suoi occhi si faceva ammirare soprattutto per l’eleganza leggera con cui entrava in classe sulla punta dei tacchi a spillo! (sotto questo riguardo, ahimè, io non avrei mai né potuto né tantomeno voluto competere con il fascino speciale di questa persona…). Ma tutto questo vaniloquio non mi avrebbe poi così colpito né sconcertato più di tanto se non fosse stato chiosato in calce, a mo’ di sententia conclusiva evidenziata a caratteri cubitali rutilanti, da una insulsa citazione di uno scalcinato cantautore nostrano: ma come? – pensai – Uno passa cinque anni tra i grandi della letteratura e della filosofia antiche e moderne e alla fine non ha uno straccio di frase, che so io, di Platone o di Shakespeare o di Schopenhauer o di Calvino da appiccicare in epigrafe al bilancio conclusivo della sua esperienza di studente liceale! No comment….

Molti anni fa, quando ero ancora studente liceale, mi ricordo invece di un bidello sulla cinquantina che, anziché riempire i suoi momenti liberi con il Resto del Carlino o La Gazzetta dello Sport, leggeva – udite udite! – Le epistole a Lucilio di Seneca. E le mostrava, entusiasta, a noi studenti, chiamandoci fortunati, perché approfondivamo in un liceo un autore così affascinante, attuale e profondo. E diceva che gli sarebbe addirittura piaciuto studiare il latino, lui che aveva fatto solo le medie, pur di ascoltare la voce originale di quel maestro…

 

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