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Archive for maggio 2018

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In questi giorni è di moda rievocare il Sessantotto. Non ho né la competenza storica per trattarne da specialista, né un’età così veneranda per parlarne da testimone diretto. Ma ho vissuto la mia adolescenza e la mia prima giovinezza negli anni settanta: non posso perciò non ricordare gli effetti che quel rivolgimento produsse da noi, specie nel mondo giovanile, negli anni immediatamente successivi. Sul piano dei rapporti sociali – un po’ in tutti i campi, ma nella scuola in primis – si trattò di una rivoluzione culturale, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Un’eruzione vulcanica, o uno tsunami. Un intero sistema autoritario – impositivo, coercitivo, gerarchico, dogmatico – venne spazzato via in poco tempo per lasciare spazio (per parlare del meglio) a relazioni fondate sul confronto paritario, la critica, la contestazione, la rivendicazione etc.; oppure (per parlare del peggio) al lassismo anarcoide, all’intimidazione, al fanatismo ideologico, al vilipendio delle istituzioni. Fino a forme di violenza politica che sfociarono negli anni bui del terrorismo e delle stragi. Cose da tutti risapute.

Non si riflette abbastanza invece, alla distanza – storicamente istruttiva – di mezzo secolo, sull’onda lunga prodotta da quel maremoto. Perché è dagli effetti tardivi di un evento che spesso si comprendono meglio la sua natura profonda e le cause che l’hanno prodotto. Ubriacatura ideologica, estremismo politico, terrorismo – infatti – mi sembrano oggi solo gli effetti immediati, più superficiali, meno significativi (per quanto deleteri e addirittura drammatici) di quel sommovimento tettonico. Solo i lapilli e la cenere e la nube piroclastica del vulcano esploso. Ma il fronte poderoso della lava doveva ancora scendere e produrre a maggiore distanza la sua azione più vera, ampia e duratura.

Sì, perché il Sessantotto di piazza con i suoi dintorni “rivoluzionari” sono stati, secondo me, soltanto un epifenomeno. In greco questa parola significa una manifestazione di superficie, che non rivela la profondità delle cause – ripeto – ma può addirittura dissimularla.

L’onda del sessantotto si è gonfiata ed è tracimata per l’unico ed essenziale motivo che la nascente società della produzione e del consumo di massa non poteva più essere contenuta negli argini del vecchio ordine ‘borghese’: Dio, patria, famiglia, scuola, partito…

Tutto questo è stato bene e tempestivamente intuito in diverse, lucidissime e formidabili pagine giornalistiche di Pierpaolo Pasolini (poi raccolte negli Scritti corsari). Non per caso Pasolini fu uno degli intellettuali più discussi e contestati dai sessantottini e dai loro fiancheggiatori e simpatizzanti: perché aveva capito prima (molto prima) degli altri che cosa veramente bollisse in pentola. Aveva focalizzato la vera natura e la vera direzione dell’onda anomala prodotta dallo tsunami.

E aveva compreso che tutti i vari movimenti(ni) e le ideologie e gli intellettuali e i partiti che la cavalcavano ne sarebbero stati alla lunga disarcionati e travolti dopo essersi scioccamente illusi di indirizzarne e sfruttarne la direzione da provetti surfisti…

Che cosa è rimasto in effetti della miriade di discussioni intellettuali sui massimi sistemi; dell’operaismo; del comunismo gruppettaro e barricadero; degli slogan e dei fogli iperideologici e pseudorivoluzionari; degli scontri di piazza? Nulla, direi. Per fortuna. Soprattutto se si pensa alla deriva terroristica che ne è immediatamente seguita.

Che cosa, invece, dei diritti civili e femminili, della rivoluzione generalizzata del costume nei rapporti privati, familiari e sociali; dell’individualismo edonistico e libertario? Molto. Direi quasi tutto.

Dicotomia di effetti e di filiazione. I primi erano figli bastardi o putativi, prematuramente invecchiati per intossicazione vetero- ideologica, scaricati e calpestati dal carro della storia e abbandonati per strada. I secondi, invece, erano i figli autentici, cresciuti all’ombra dei fratellastri e maturati poi negli anni ottanta e novanta. Gli anni del consumismo sfrenato e del liberismo economico. Gli anni dei mercati e dei supermercati. Delle discoteche. Delle tv private e commerciali. Delle vacanze programmate. L’era della metastasi pubblicitaria onnipervasiva.

Ricordo un articolo di Giorgio Bocca in un numero de L’Espresso di circa 40 anni fa. Era il 1979. Da noi si era ancora in pieno clima di guerra civile con gli scontri di piazza e il terrorismo in piena attività. Ebbene Bocca, in quell’articolo, rivolgeva l’attenzione ad un fenomeno di fresca importazione americana: la famosa febbre del sabato sera diffusa negli USA dai fortunati musical di John Travolta.  Bocca diceva che quella moda era la prima avvisaglia della nuova era che si annunciava all’orizzonte. Che la saturday night fever avrebbe sconfitto il terrorismo nostrano e seppellito gli anni di piombo prima e più facilmente di mille battaglioni di polizia. Così fu. Perché Travolta era l’icona vivente del sessantotto ormai giunto alla sua maturità storica e pronto a reclamare la propria eredità borghese, a riaffermare la propria autentica identità (edonistica, consumistica, individualistica, anti-ideologica) dopo un equivoco sesquipedale durato più di un decennio.

D’altro canto, che le mode ideologiche massimaliste di quel decennio fossero solo le mosche cocchiere, ovvero una fragile (e anacronistica) maschera, di un sommovimento epocale di tutt’altra natura lo dimostra l’assurdità delle utopie che i ‘rivoluzionari’ nostrani dell’epoca inseguivano: sognavano in fin dei conti una società simile a quella realizzata nei paesi comunisti dell’Europa orientale, proprio mentre quei regimi erano già di fatto in avanzata decomposizione; nel frattempo i giovani d’oltrecortina, molto più realisticamente, sognavano l’esatto contrario: la libertà borghese e il benessere dell’occidente. Doppio e simmetrico e opposto sogno. Il primo purtroppo tragicamente fasullo, completamente fuori dalla storia. Sorretto da un furore solipsistico e delirante che succhiava linfe residuali da ideologie oramai mummificate (vedi – o rivedi – in proposito il bellissimo film di Bellocchio Buongiorno notte, del 2002, ma di recente riproposto in televisione).

 

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