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Archive for luglio 2016

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Il talento più vantaggioso non consiste nell’eccellere in un qualche campo dell’attività umana, ma nel saper sfruttare, manipolare e vendere, nel modo più abile e spregiudicato, le proprie ed altrui eccellenze.

È incredibile come situazioni sociali, economiche, politiche di reale emergenza e di grave conflitto mobilitino, elevandole al ruolo di primattrici – e raccogliendole sotto le più disparate bandiere –  tutte le più inquietanti potenzialità psicopatologiche della nostra specie. La guerra (in tutte le sue forme) non è soltanto ‘educatrice’ violenta del peggio che sta in noi (come diceva Tucidide), ma anche dei peggiori tra di noi.

Non c’è categoria più vanitosa, egolatrica e narcisista dei letterati. Perciò stesso non c’è categoria di questa – psicologicamente – più suscettibile e vulnerabile. L’altissimo concetto che essi hanno di sé è inversamente proporzionale non tanto al loro valore (cosa sempre difficilissima da stabilire tra i contemporanei), quanto all’importanza del loro ruolo nella società che è oggigiorno, piaccia o no, praticamente nulla. Soprattutto perché oggi la letteratura è stata soppiantata, nel prestigio di cui godeva e per le funzioni che svolgeva, da altre attività: giornalismo, musica pop, intrattenimento televisivo, chiacchiera sui network ecc. La conseguenza è che i letterati devono per forza parlarsi e sostenersi e denigrarsi soltanto tra di loro, beccarsi e/o adularsi all’interno del loro pollaio, come diceva Timone di Fliunte dei poeti/eruditi alessandrini. L’unica difficile via d’uscita che vedo a questa asfissiante circolarità è un sempre forte e vigile impegno della letteratura a esplorare e indagare e rappresentare la vita, in tutte le sue forme, sottraendosi alla tentazione estetizzante di una compiaciuta ma sterile autoreferenzialità.

Quasi tutto – con un po’ di magnanimità – nei nostri rapporti interpersonali riusciamo a perdonare al nostro prossimo. Quasi tutto, tranne la ‘sfiga’. La nera e cronica sfortuna nelle sue molteplici e deliziose forme. Perché quest’ultima – a differenza di difetti e vizi che più e meno dipendono dalla volontà umana – è una croce che in varia misura dobbiamo condividere e compatire con lui senza un ragionevole argomento per imputargliela e lasciarla così interamente sulle sue spalle come una giusta punizione. Non sarà per caso – ma allo scopo preciso, seppure spesso irrazionale e inconfessato, di colpevolizzare la sfiga e di emarginare le sue vittime – che religioni antiche (e a loro modo anche aberranti ideologie moderne) abbiano interpretato malattia, deformità e povertà come conseguenze di impurità e di punizione/maledizione divina.

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Risultati immagini per nostalgia

Trovai una volta, entrando in classe dopo una lezione di storia del romanticismo, la lavagna piena di sostantivi tedeschi relativi a quel periodo (Sehnsucht, Sturm und Drang ecc.), tutti rigorosamente scritti con l’iniziale minuscola e con qualche vistoso svarione ortografico.

Un’altra volta, sempre anni fa, una collega filosofa commissaria esterna di maturità si accalorò molto nello spiegare all’esaminando e a tutti i colleghi astanti che il termine ascesi, di derivazione greca, indica la crescita e l’ascesa spirituale (mentre in realtà significa ‘esercizio’), e si sforzava di confortare questo suo lapsus paretimologico appoggiandosi addirittura all’autorità di Dante, dove parla della nascita di S. Francesco (non dica Ascesi che direbbe corto…). Ma Dante lì parlava d’altro e per di più non conosceva il greco.

L’invidia del greco antico (e del tedesco moderno) sono discretamente diffusi tra docenti e intellettuali in genere. Difficilmente essi resistono alla tentazione di infiorettare un discorso con termini di entrambe le lingue, a dispetto del fatto che esse sono ormai per loro (e per i più) lingue sconosciute.

Il trionfo dell’inglese (e dell’inglesorum) ha da anni, in effetti, marginalizzato lo studio del tedesco. Austriaci e tedeschi usano così correntemente l’inglese che per comunicare con loro non c’è più bisogno di conoscere la loro lingua. Non parliamo poi del greco antico, lingua morta confinata nel liceo classico italiano e nei dipartimenti di antichistica delle università.

Il vezzo apparentemente paradossale di citarne spesso vocaboli in discussioni colte deriva giocoforza dal passato culturalmente ricchissimo di entrambe le civiltà che si sono espresse, in epoche pur lontane tra loro, nell’una e nell’altra lingua. La filosofia, in particolare, è la disciplina che non può (non dovrebbe) per ovvi motivi prescindere da queste lingue. Ma è difficile, molto difficile che un laureato italiano di filosofia conosca oggi il greco antico e il tedesco. Che non patisca, anche per effetto dell’egemonia scolastica dell’inglese, questo spiacevole deficit nella sua formazione. E che non soffra nel contempo il rimpianto (la nostalgia o la Sehnsucht) di questa sua lacuna culturale. Con la conseguenza che cita volentieri a sproposito per darsi un tono, rischiando gli scivoloni di cui sopra. Niente di grave, ovviamente: tanto più che da noi non se ne accorge ormai (quasi) nessuno.

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Risultati immagini per stoviglie

Teglie, bicchieri, piatti piani

o fondi scendono dalle tue mani

nella credenza, nei cassetti, ciascuno

al posto stabilito da dove con la stessa

implacabile pazienza li evocherai

domani. Gli oggetti che il tuo occhio

nomina ad uno ad uno tu li annodi

al sortilegio del ritorno eterno, come

il garbuglio della vita pare s’attorcigli

e si sdipani nella spirale senza

capo né coda della notte

e del giorno. A questa

vicenda ordinata di stoviglie

mi appiglio oramai di giorno

in giorno, di momento in

momento, persuaso che non potrai

per amore mai spezzare il filo

di questo incantamento.

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Risultati immagini per eschilo   Risultati immagini per francis crick

Fa dire Eschilo a Oreste, nell’imminenza del matricidio di cui si macchierà per vendicare il padre Agamennone, che il suo gesto gli è imposto dal volere ineludibile del dio Apollo che prevede per lui, in caso di disubbidienza all’oracolo, un’orribile morte per lebbra (Coefore, vv. 269ss.). E gli fa aggiungere: «Come dunque in tale parola del dio non aver fede? E anche se fede non avessi, è pur forza che io quest’opera compia. Ché tutto ciò che m’incita a questo unico punto converge: e gli ordini del dio e il cordoglio grande del padre; e anche povertà m’angustia; e lo sdegno per il fatto che dei cittadini – i più gloriosi fra gli uomini, quelli che con glorioso coraggio distrussero Troia -siano così sottomessi a due femmine; perché costui [Egisto, amante di Clitemnestra e succube della volontà di lei] ha un cuore di femmina!» (ibid. 296ss.)

La vendetta di Oreste è dunque frutto non di un solo movente, ma di una somma, di un ‘fascio’ convergente di motivazioni (religiose, etiche, sentimentali, sociali, materiali): ordine del dio, rabbia e dolore per la morte invendicata del padre, povertà di figlio abbandonato dalla madre e privo del potere che legittimamente gli spetta, responsabilità politica e morale verso i propri concittadini.

Dire insomma che la vendetta sia per Oreste la risultante semplice e diretta della sua volontà e del suo libero arbitrio significherebbe, di fronte al testo di Eschilo, ricorrere a categorie interpretative improprie e  fuorvianti.

Oreste sarà matricida non tanto per libera scelta, quanto in obbedienza a una serie di condizionamenti interni ed esterni che lo inchiodano a quella scelta stessa, tanto da farla apparire paradossalmente obbligata.

Ho pensato a questi versi di Eschilo, di sapore apparentemente così arcaico, così legati a una cultura magica e religiosa, quando ho letto l’altro giorno in un articolo di Mauro Bonazzi nell’inserto culturale del Corriere (Siamo liberi? Yes, Edipo, we can, in: La lettura del 03.07.2016) che le risultanze dei moderni studi di neuroscienze concludono per la stessa complessità di condizionamenti alla base del nostro agire. Cita Bonazzi in proposito una frase del premio Nobel per la medicina Francis Crick «Il tuo senso di identità personale e di libero arbitrio in realtà non sono niente più che il comportamento di un’ampia serie di cellule nervose e delle molecole loro associate». Versione aggiornata, mutatis mutandis, della pluralità convergente di motivazioni che Eschilo attribuisce a Oreste (identica problematica anche in Eteocle, quando si accinge ad affrontare il fratello ne I sette a Tebe). Conferme scientifiche attuali di intuizioni antiche, già consapevolmente tematizzate da quel fecondissimo crogiolo critico di mito ancestrale e razionalità indagatrice che è la tragedia greca.

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