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Archive for ottobre 2013

ANIMA SENIS

L’anima esiste, e come.

Per le anse del vaso forte

e lungo soffiando asciuga carne

cervello ed ossa, tenta l’uscita. Affila

le nocche delle mani, arma i pugnali

delle vertebre contro il liso

sudario del corpo. A fuoco

vi imprime lo scheletro

a sua effigie. Tossisce nell’aria

la feccia secca invelenita

dell’amore come paglia

sfiata dalle scuciture

di un cuscino. Assedia i varchi

delle pupille a disfarne

la trama superstite concreta

di lacrime come gusci

d’ unghie morte sfilacciano

lucide ragne consunte

in punta di un calzino.

[PS: d’ora in poi i post contrassegnati con la categoria http://www.larecherche.it saranno quelli da me già pubblicati in questo sito letterario]
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Dentro la cella angusta

della ragione e spoglia

e sparsa di foglie morte

cadute da uno spicchio

di cielo si dormon tuttavia

sonni un poco più

tranquilli; dietro

le sue sbarre si sognano

sogni in sole sfumature

di grigi ma meno

molto meno

ridicoli

che altrove.

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Il Trimalcione di Petronio, parlando ai suoi commensali dell’aria che ingombra l’intestino, consiglia loro di scaricarla sempre e ovunque, anche in maniera indecorosamente rumorosa, perché altrimenti danneggerebbe la salute del corpo: Anathymiasis si in cerebrum it et in toto corpore fluctum facit…

Con buona pace di tutte le prosopopee di veri o sedicenti scrittori, questa raccomandazione mi pare possa prestare una involontaria ma efficace metafora alla passione o mania (alimentate oggi smisuratamente dal web) della scrittura ‘oziosa’. Che è anche (non solo) l’espletamento egoistico e salutare di una necessità fisiologica. Quella di evitare che i fumi prodotti dalla peristalsi della psiche, a prescindere dagli effetti più e meno imbarazzanti che la loro traduzione verbale possa sortire in chi li respira, ristagnino – dannosi o inutili – nelle anse del cervello. Direi insomma, salendo un poco di tono e correggendo Pirandello: la propria vita la si vive (un po’ meglio) se e quando la si scrive. La parola liberata giova, quasi sempre – se ha davvero qualcosa da significare con onestà intellettuale -, più di quella prigioniera nella gabbia della paura, dell’opportunismo conformistico e del rispetto umano.

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FARI

Lo scemo del villaggio è un faro di saggezza

quando il villaggio naviga tra le nebbie della follia.

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La civiltà greca, la più moderna dell’antichità, la madre più antica della modernità, è stata anche la più pessimistica della storia occidentale. Un paradosso e una pietra d’inciampo per tutti gli spacciatori (ingenui o interessati che siano) del volgarissimo ‘pensiero positivo’ che dilaga nei media e nel web, del vangelo tecno-consumistico o pseudo-psicologico secondo il quale non si può progredire senza nutrire una fede incondizionata nel progresso. Non si può essere felici senza la convinzione prerazionale, fideistica di poterlo diventare. Come dire – esprimendosi banalmente – che desiderare fortemente è potere, che gli sfigati sono tali soprattutto perché meritano di esserlo, perché c’è in loro un difetto di energia e di fiducia in se stessi. Quella dell’ottimismo volontaristico è ormai una degradata religione trasversale che discende soltanto, a scavare sotto la superficie, dall’interesse del sistema finanziario e produttivo mondiale ormai al collasso di perpetuare e alimentare ciecamente se stesso, senza minimamente porsi in discussione. È la vulgata propagandistica del liberismo sfrenato degli ultimi trent’anni che sta sopravvivendo al suo fallimento. Come tale essa rimuove la percezione – centrale invece nel pensiero dei greci antichi – del limite, senza la consapevolezza e l’esperienza del quale nessun progresso autentico è possibile. Chi richiama l’attenzione sul limite è invece, per questa religione, un fastidioso disfattista. Non è bastata la mazzata della crisi economica planetaria a far tacere le sirene di questa martellante propaganda: «Bisogna crederci: credere che i sacrifici sanguinosi e iniqui serviranno, che il lavoro precario è una benedizione,  che la disoccupazione spaventa solo i bamboccioni, che i vecchi devono lavorare più a lungo per dare speranza di lavoro ai giovani… ecc ecc» Sembra di sentire i giocatori di calcio dopo la partita. Il loro verbo preferito è, appunto, crederci: « Abbiamo vinto in extremis perché ci abbiamo creduto, abbiamo pareggiato con un avversario più forte perché ci abbiamo creduto…» Non perché – magari – abbiamo avuto fortuna, o abbiamo corso di più, o gli altri erano giù di forma. L’ottimismo della fede non ha bisogno delle analisi della ragione. Non a caso sinistri slogan del passato facevano discendere dal credere (non dal pensare o dal comprendere) l’ubbidire e il combattere.

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