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Archive for novembre 2012

LUPUS ET AGNUS

Disse il lupo all’agnello

una tantum sfuggito alle sue grinfie

e asserragliato in un recinto

devastato dalle scorrerie, lo steccato

malamente rabberciato a fil di ferro,

nastro isolante e balle

secche di fieno: « Non hai capito

ancora che gli ovini sono ormai

parassiti redivivi e le pecore

carne muffita di seconda

scelta che divoro solamente

per far piacere a Dio? Ahi, come

sei rimasto ancora quello dei tempi

d’Esopo! T’ostini ad aizzarmi

contro i cani tuoi ammaestrati

per rimanere inutilmente vivo

e complicare così l’alta missione

a me ed ai generosi compari

miei! Ma quanto  bastardo sei,

egoista e retrivo! Come

mi appari – in questo tuo antiquato

non volerti offrire in bocca a me –

vigliaccamente corporativo!»

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DONO CON BEFFA

Beffardo sarebbe il dono della saggezza senile per chi invecchiasse attorniato da generale e sclerotico rimbambi(ni)mento.

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Mi ero ripromesso già dalla riapertura di questo blog di parlare il meno possibile di scuola nei suoi aspetti più contingenti. Ma la drammatica e allarmante china che la conduzione politica della scuola pubblica sta imboccando negli ultimi tempi – ed a velocità uniformemente accelerata – mi ha costretto più volte e mi costringe ancora a ritrattare le mie intenzioni.

Tuttavia, visto il discredito infondato ma irrimediabile di cui soffre un docente medio presso l’opinione pubblica (il 50% degli italiani crede – finge di credere?- contro ogni evidenza che gli insegnanti lavorino solo 18 ore e godano di tre mesi di vacanze! ), preferisco questa volta affidare la parola a personaggi della nostra storia patria più autorevoli di chi scrive.

 

Il primo è Piero Calamandrei:

[Estratto dal Discorso pronunciato al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950. ]

«Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.»

Piero Calamandrei, in “Scuola democratica”, 20 marzo 1950

Il secondo è Luigi Einaudi:

«Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana, tanto meno per 30 ore. La scuola, a volerla fare sul serio, con intenti educativi, logora. Appena si supera un certo segno, è inevitabile che l’insegnante cerchi di perdere il tempo, pur di far passare le ore. Buona parte dell’orario viene perduto in minuti di attesa e di uscita, in appelli, in interrogazioni stracche, in compiti da farsi in scuola, ecc., ecc. Nasce una complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e scolari a far passare il tempo, pur di far l’orario prescritto dai regolamenti e di esaurire quelle cose senza senso che sono i programmi. La scuola diventa un locale, dove sta seduto un uomo incaricato di tenere a bada per tante ore al giorno i ragazzi dai 10 ai 18 anni di età ed un ufficio il quale rilascia alla fine del corso dei diplomi stampati. Scolari svogliati, genitori irritati di dover pagare le tasse, insegnanti malcontenti; ecco il quadro della scuola secondaria d’oggi in Italia. Non dico che la colpa di tutto ciò siano gli orari lunghi; ma certo gli orari lunghi sono l’esponente e nello stesso tempo un’aggravante di tutta una falsa concezione della missione della scuola media […] A me sembra che 18 ore di lezione alla settimana sia il massimo che possa fare un insegnante, il quale voglia far scuola sul serio, e quindi prepararsi alla lezione e correggere i compiti coscienziosamente ed attendere ai gabinetti di fìsica o chimica; il quale, sopra tutto, voglia studiare.»

Luigi Einaudi, dal “Corriere della Sera” – 21 aprile 1913.

Sono interventi molto noti e vecchi, rispettivamente, di 60 e di 100 anni. Rimangono tuttavia attualissimi ed istruttivi. Non c’è infatti chi non possa constatare l’abisso che separa l’intelligenza profetica, il buon senso, l’attenzione e l’amore verso la scuola di stato che hanno ispirato queste parole e la sciatta e volgare e sprezzante insipienza e/o  malafede di ciò che dicono e fanno (o vorrebbero fare) della nostra istruzione pubblica i politici italiani dell’ultimo ventennio. Senza, ahimé, grande differenza per questi ultimi – negli effetti almeno, se non nelle intenzioni – tra i vari schieramenti politici. Perché io ho sostenuto e continuo a sostenere per amore di verità e di imparzialità che prima di essere brutalmente massacrata dagli ultimi governi di centrodestra la scuola pubblica è stata malamente e cronicamente intossicata dalle pretenziose ‘riforme’ tecnocratiche e demagogiche del centrosinistra. E aggiungo che la recente e sbrigativa pratica eutanasica è stata molto favorita (o pretestuosamente giustificata) proprio dal lungo veneficio che l’ha preceduta.   

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LA LEZIONE DI IPAZIA

In quel tempo remoto non solo cronologicamente che furono gli anni settanta, tra l’adolescenza e la prima giovinezza, frequentai a lungo, come molti ragazzi di provincia facevano allora, l’oratorio della parrocchia. In quegli anni piuttosto turbinosi della vita sociale e culturale italiana le parrocchie – forse i giovani di oggi non riescono nemmeno a immaginarlo – erano una fucina di dibattiti politici e ideologici molto – ed eccezionalmente – liberi e appassionanti. Un clima di aperto e spregiudicato e un po’ anarchico fermento e scambio di idee che coinvolgeva non di rado in discussioni sui massimi sistemi – figuratevi un po’ – persino i preti: la ricchezza e la povertà, la giustizia sociale, il cristianesimo e il marxismo, il divorzio, l’aborto, la condizione femminile, la questione giovanile ecc. ecc. Poi, alla fine di quel decennio, mi allontanai per cause di forza maggiore (motivi di studio, il servizio militare) per un paio d’anni da quell’ambiente. Quando provai a tornarci, capii subito che il vento nel frattempo era cambiato: il nuovo prete, anziché stare in mezzo ai giovani, discutere con loro e giocare a calcio insieme a loro, voleva soprattutto dirigere e controllare ogni cosa. Al libero e franco scambio di idee era subentrato il primato della ‘catechesi’ cioè dell’indottrinamento. Mi sentii subito a disagio.

Poi un bel giorno, mentre si discuteva in una delle solite riunioni di un – non ricordo più bene quale –  problema di etica familiare, un ragazzo che si era espresso sull’argomento in modo evidentemente troppo personale venne malamente zittito dal prete con queste parole: «Noi non possiamo dire in merito quello che ci pare, ma dobbiamo aspettare che si pronuncino i vescovi». Questa frase mi costernò e mi illuminò. Bastò a farmi capire che io lì ero ormai fuori posto. Che non avrei potuto più essere cattolico. Perché chi deve aspettare che altri pensino per lui e delegare altrui il rischio e la libertà di pensare non è più un uomo adulto. E per me essere uomo adulto  liberamente pensante viene prima che essere cattolico, o marxista o liberale ecc. È un valore, come si dice adesso, non negoziabile.

A distanza di anni quell’episodio mi è venuto in mente per contrasto assistendo recentemente al bel film Agorà sulla filosofa pagana Ipazia di Alessandria (V sec. d.C.). In una scena (che riassumo sommariamente a memoria) Ipazia dialoga sul tema della ricerca filosofica e scientifica con il vescovo e intellettuale cristiano Sinesio di Cirene. E alle parole di Sinesio che le ricorda come anche un cristiano debba e possa ricercare la verità con la ragione, Ipazia risponde che però il raggio d’azione della ragione, per chi ha aderito a una dottrina o a una chiesa, sarà sempre innaturalmente limitato da un confine invalicabile prestabilito dall’esterno. Un confine che per un pensatore laico invece non esiste se non come limite naturale e intrinseco della ragione stessa.

Anche oggi, certamente, esiste una minoranza di ‘fedeli illuminati’ come Sinesio, aperti al dialogo e alla ricerca onesta della verità. Tuttavia io faccio fatica – come Ipazia nella scena del film – a capire come costoro possano essere del tutto intellettualmente liberi senza abbattere né valicare mai quello steccato che la chiesa cui appartengono impone loro.

Mi spiego con altri esempi.

È mancato recentemente il cardinale Martini, un esempio illustre, a detta di molti, di credente illuminato, una controfigura moderna, se si vuole, di Sinesio di Cirene.  Tra le molte affermazioni coraggiose e profetiche di questo prelato controcorrente se ne cita abitualmente e particolarmente una: Non ci sono credenti e non credenti, ma solo pensanti e non pensanti. Sacrosante e condivisibili parole. Ebbene forse qualcuno si stupirà di apprendere che in realtà questa frase non è di Martini ma di Norberto Bobbio, un filosofo integralmente laico, tra i più grandi del novecento. Merito certo di Martini averla fatta propria come se esprimesse senz’altro un valore cristiano. Ma se un cristiano per potersi sentire autenticamente e liberamente tale non deve far altro che appropriarsi dei valori laici e illuministici ecco che non potrà oggettivamente far altro che abbattere quello steccato e rinnegare di fatto la propria chiesa e la religione rivelata cui dice di aderire. Non a caso Martini è stato accusato da più parti cattoliche di essere un eretico, un nemico interno della chiesa di Roma.

Perché è evidente che ogni chiesa e ogni religione rivelata (così come ogni potere fondato su di una ideologia dogmatica) sono intrinsecamente diffidenti e ostili verso il libero esercizio della ragione.

Per il semplice motivo che questo esercizio, se sopravanza il limite di cui parlava Ipazia, minaccia seriamente il loro potere e la loro stessa sopravvivenza storica.

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