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Archive for agosto 2017

Risultati immagini per plutarco    

Scrivevo tempo fa su questo blog che lo scopo di queste mie modeste riflessioni

« non è quello di inseguire e rastrellare consensi né di persuadere chicchessia, ma di accendere la miccia del pensiero autonomo degli altri.» [settembre 2013]

Leggo soltanto adesso in Plutarco, L’arte di ascoltare [48c]:

«La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto come legna, di una scintilla che la accenda e vi infonda l’impulso della ricerca ed un amore ardente per la verità»

Quando si dice dell’importanza della cultura antica, bisognerebbe riflettere proprio su quante cose attribuiamo a noi o ci sforziamo noi di elaborare, mentre sono già state pensate e ripensate allora. Non si tratterebbe, nella fattispecie, soltanto del doveroso riconoscimento di un copyright, ma anche di un vantaggioso risparmio delle nostre energie intellettuali.

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lRisultati immagini per declinazione    Risultati immagini per carattere solare

Ancora sugli slittamenti semantici in peggio:

1) solare. Aggettivo. Originariamente e prevalentemente usato in ambito tecnico scientifico (macchia s., orologio s., sistema s. ecc.), ultimamente è molto impiegato metaforicamente per qualificare un carattere ottimista e positivo e nel contempo limpido, schietto, incapace di menzogna e di doppiezza. Proprio questa diffusa accezione traslata mi pare stia favorendo nell’uso comune un ulteriore, subdolo slittamento in senso deteriore. Ho sentito diverse persone servirsene come di un eufemismo malizioso per etichettare qualcuno di eccessiva ingenuità o addirittura di stupidità. È un po’ la sorte di molti di questi significanti che denotano la bontà e la schiettezza dell’animo umano (si pensi a buono: ‘un buon uomo’): quella di veicolare ironicamente e velatamente un significato irridente e offensivo. Un meccanismo che (p.e.) già Tucidide, prima, e Leopardi, poi, avevano ben rilevato. Una spia linguistica di quale reale considerazione godano, al di là degli omaggi ipocriti che ricevono, schiettezza e bontà d’animo.

 

2) declinare/ declinazione. Verbo e suo astratto deverbativo. Fino a qualche anno fa, oltre che apparire in qualche frase fatta piuttosto formale (declinare un invito, declinare dai propri principi), questi termini erano familiari soprattutto agli studenti dei licei alle prese con il latino. Declinare, p.e., ros-a, ros-ae ecc. significa infatti – notoriamente – snocciolare il paradigma delle terminazioni variabili di una parola latina (e di tutte quelle del suo gruppo o, appunto, declinazione) in relazione alle varie funzioni logiche (soggetto, complemento di specificazione, termine) che ciascuna terminazione esprime. Un’accezione piuttosto tecnica e settoriale e davvero poco poetica. Adesso invece, da pochissimi anni a questa parte, questi due termini hanno conosciuto – nei media- una enorme diffusione come sinonimi di usare/interpretare/rielaborare qualcosa in un modo particolare/ personale/originale. Esempi: una declinazione umanistica del marxismo (per dire: una interpretazione); Quell’artista declina (cioè interpreta/ripropone) l’astrattismo in una chiave figurativa. Come a dire anche: ‘propone un paradigma dell’astrattismo diverso da quello tradizionale’ (cioè altera a suo modo il modello di riferimento; come se – verrebbe da dire per razionalizzare lo slittamento – uno declinasse rosa rosae in un modo diverso dal solito, inventandosi una sua peculiare grammatica). Ma la mutazione è così recente ed arbitraria che nessun nostro autorevole dizionario la registra ancora. Fatico a capire l’origine di questa improvvisa e fortunata forzatura semantica, non trattandosi nella fattispecie (per quello che mi risulta) di un anglicismo tra i moltissimi che ci stanno colonizzando. Più facile e banale, forse, capire il perché del successo. Declinare, rispetto a interpretare/riproporre è sentito evidentemente, da chi lo usa, più chic, più intellettuale, più moderno, più à la page rispetto agli altri tradizionali sinonimi, benché non aggiunga nulla a quelli né per ricchezza né per precisione o chiarezza espressiva. Anche nella lingua la moda ha il suo peso, specie quando si tratti di un registro intellettuale o intellettualoide. C’è chi pensa, evidentemente, che il nuovo che piace e che suona bene sia perciò stesso più bello e più corretto e (soprattutto) più seducente e abbagliante del vecchio. [Leggo per altro in Plutarco (L’arte di ascoltare, 7c): «Un modo di esprimersi brillante e fastoso acceca l’ascoltatore e gli impedisce di cogliere i concetti». Nihil novi.]

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