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Archive for agosto 2016

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Nel particolare di un’opera letteraria di valore si condensa sempre l’universale umano (etico, psicologico, esistenziale) di tutti i tempi e luoghi ma talora anche (e – in tanti capolavori – contemporaneamente) l’universale storico e culturale di un epoca e di una società.

Nel breve respiro di un racconto come Cavalleria rusticana di Verga temi antropologicamente elementari e primordiali (quasi etologici, come la rivalità in amore, il tradimento, la gelosia, l’onore, la vendetta) si intrecciano con la invadenza del nuovo stato unitario (con i suoi obblighi imposti dall’alto e dall’esterno) nella vita degli infimi della arcaica società siciliana. Il dramma sanguinoso di Alfio e Turiddu non si sarebbe infatti consumato se quest’ultimo non fosse stato costretto a partire militare, assentandosi così per lungo tempo da Lola, la sua prima (ma mai sopita) fiamma.

Poche pagine di una vicenda illuminano (rappresentandolo dall’interno di vicende individuali) un intero mondo (un universo, appunto) con una completezza non inferiore ed un’immediatezza molto maggiore di quelle prodotte dalla lettura di un saggio storico sulla Sicilia postrisorgimentale.

Un’analoga impressione di efficace sintesi rappresentativa di ‘universi’ storico-sociali più recenti e vicini a noi ho provato leggendo ultimamente i racconti Anomalie di Mauro Covacich, appena ripubblicati nei libretti diffusi dal Domenicale del Sole24ore. Due universi, nella fattispecie: quello della guerra civile jugoslava degli anni ’90 e quello del nordest italiano (di tradizione agraria e cattolica) rapidamente contaminato da una xenofobia rabbiosa ed aggressiva dopo le prime intense ondate dell’immigrazione. A dispetto di qualche eccesso effettistico, Covacich riesce in brevi scorci narrativi a riprodurre con vivida e plastica brutalità il paradosso di una violenza primitiva che esplode dentro e nonostante la civiltà ‘moderna’. Nonostante i valori culturali, civili e religiosi che avrebbero dovuto irretirla ed esorcizzarla, questa violenza affiora, da profondità rimosse e inconfessabili, come un fenomeno tettonico devastante attraverso le crepe e le falle che i nuovi conflitti aprono nel nostro tessuto sociale. Esemplare è in proposito il racconto Senza piombo, che narra di un’atroce punizione inflitta da un gruppo di giovani benpensanti a un immigrato di colore. La storia è mentalmente ripercorsa in prima persona proprio da uno dei giovani aggressori mentre assiste alla messa domenicale: così le drammatiche e feroci sequenze dell’evento rievocato nella memoria dal protagonista si alternano con le preghiere e le giaculatorie familiari ed edificanti della liturgia. Un espediente narrativo, quest’ultimo, molto utile a rappresentare il paradosso di cui si diceva. A farci capire che spesso il bell’ edificio della civiltà (e della civilizzazione) è davvero una fragile, ipocrita gabbia della nostra indomabile animalità.

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Un chierico devoto

di qualsiasi religione

leggerà la poesia

col monocolo fornitogli

dalla propria sagrestia.

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La verità offende, molto più della calunnia. Per il semplice motivo che – mentre ci guardiamo allo specchio – ci strappa dal volto la maschera di bellezza che lo protegge e che ce ne rende tollerabile la vista. Peccato, perché – se non ci offendesse tanto, spingendoci ad una cieca ripulsa e a una ostinata indignazione – la visione della verità ci educherebbe più di ogni altra cosa. Solo l’arte (la ‘maschera’ meravigliosa dell’arte) sa renderci al tempo stesso visibile e sopportabile la verità. Beninteso, quando l’arte sia veramente tale e quando siamo adeguatamente preparati a comprenderla. Perciò, e soltanto in questo senso – cioè in quanto unica percorribile via di accesso alla verità -, l’arte ha una inarrivabile funzione educativa.

 

L’invidia è, tra le passioni, la più trista, sterile, incomprensibile e, alla fin fine, la più autolesionistica.

 

Quando è determinato a difendere un interesse o a perseguire uno scopo che egli ritiene irrinunciabile e vitale, allora l’uomo è disposto a (fingere di ?) credere in qualsiasi favola o fede, e a seguire qualsiasi parola d’ordine o bandiera che assecondino e legittimino la sua determinazione. Anche le favole, le fedi, le parole d’ordine e le bandiere più bambinesche, grottesche, anacronistiche, folli.

 

Si prova spesso la sensazione oggi, all’alba di questo nuovo millennio ipertecnologico, che nella storia umana l’età della ragione sia passata invano. E che la scienza e la tecnica moderne che ne sono le figlie naturali e legittime abbiano tradito la madre e si siano messe al servizio di tutti gli impulsi della più primitiva bestialità.

 

A guardare in tv certi documentari (e documenti) di storia più e meno recente, specialmente certe scene rituali di massa di varie epoche e regimi autoritari e totalitari, si ha l’impressione che la storia – guardata dalla giusta distanza – altro non sia che una tragica, inutile farsa che popoli o gruppi siano stati costretti (o, peggio ancora, si siano attivamente affaccendati) a interpretare. E oggi? Ne abbiamo tratto la giusta lezione? Siamo consapevolmente usciti da quella scena? O piuttosto sono cambiati (tras-formati) semplicemente i personaggi, gli interpreti e, soprattutto, i registi?

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È profondamente irritante come certi politici di adesso credano di prendersi gioco dell’intelligenza dei cittadini fingendo di venire incontro a sacrosante richieste di giustizia e di equità sociale, economica ecc. con provvedimenti di calcolata, ma nel contempo ridicola e insultante insufficienza. Vale a dire all’insegna del “meglio quasi niente che niente”. Ovvero: “Si poteva certo fare di più, ma un minimo passo in avanti è sempre meglio che stare fermi”. Come se spostarsi di un metro verso una mèta lontana 100km contasse davvero di più che non muoversi affatto. O come se un vostro debitore (che intanto se la spassa con soldi vostri) pretendesse di onorare un debito milionario restituendovene solo la milionesima parte e meravigliandosi poi del fatto che voi non siate in grado di apprezzare la sua buona volontà.

L’altra bella abitudine della politica (nostrana) attuale è quella di gabellare per buono tutto ciò che sarebbe nuovo, giovane, diverso ecc. Come se cambiare fosse un valore di per sé. Come se esistesse soltanto un cambiamento verso il meglio. Il fatto è che oggi (per gli effetti combinati della crisi e della globalizzazione economica) gli unici cambiamenti attuabili da una classe politica ormai completamente asservita alla finanza e al capitale globale non possono che essere punitivi e peggiorativi per i diritti e le condizioni materiali della maggioranza delle persone. Di qui il ricorso inevitabile dei politici all’imbroglio lessicale, all’indoramento della pillola amara: riforme, cambiamento, flessibilità, rottamazione, ringiovanimento. Parole escogitate per incantare qualche sciocco, ma che in realtà suscitano ormai nei più diffidenza, allarme, preoccupazione ogni qualvolta vengano pronunciate. La truffaldina retorica politica del nuovo e del giovane in realtà è di per sé molto significativa degli interessi economici che rappresenta: perché essa rispecchia in pieno la mentalità aziendalistica, secondo la quale i giovani vanno blanditi e lusingati in quanto rappresentano la materia umana più indifesa, plasmabile, arrendevole alle nuove esigenze, ormai largamente neo-schiavistiche, della produzione ‘globalizzata’.  La storia d’altra parte ci insegna che ogni incensamento della giovinezza come ideale ‘a prescindere’ è sempre altamente sospetto.

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