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Archive for luglio 2015

Risultati immagini per zenit sole

C’è un’estasi immota dell’estate

allo zenit del sole, stupore di ramarri calcinati

nel serraglio dell’afa, stasi del desiderio, anestesia

universale, cupio dissolvi nello spasimo

inerte di orizzonti marini torturati

dai funebri cembali delle cicale.

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Risultati immagini per baroni università

Anni fa inviai un articolo ad una rivista universitaria di filologia classica. Questo articolo, partendo da Archiloco e Lucrezio, intendeva ‘polemizzare’ con tendenze arbitrariamente ideologiche e modernizzanti nell’interpretazione dei testi classici. Polemica è, secondo l’etimo del termine, una incruenta e giusta e civile guerra delle idee, normalissima nella comunità accademica internazionale, salutare e indispensabile per combattere errori o derive pseudoscientifiche. L’importante è che venga combattuta con le armi della buona argomentazione e dell’onestà intellettuale. Quelle di cui – credo – mi ero servito in quell’articolo. Ma avevo commesso un’ingenuità. Non avevo capito ancora che la comunità accademica italiana e quella scientifica internazionale sono due cose ben diverse. Se avessi pubblicato quell’articolo in America o in Germania nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. Ma siccome avevo provato a farlo in Italia, le cose andarono altrimenti. All’inizio infatti l’articolo, sottoposto probabilmente alla prima lettura di qualche giovane e poco scafato ricercatore, era stato giudicato molto interessante e degno di pubblicazione. Ma pochi giorni dopo, quando era evidentemente finito sotto gli occhi del responsabile (un accademico di prima fascia) la musica cambiò. Il responsabile mi telefonò direttamente e mi disse che l’articolo, per quanto assai valido, era ‘impubblicabile’. Motivazione: mi ero permesso, argomentando le mie tesi, di polemizzare con una mezza dozzina di illustri cattedratici suoi amici. Un peccato imperdonabile nel sistema accademico italiano. Dove, evidentemente, il rispetto dell’amicizia vale più della qualità di un lavoro scientifico. Riuscii in seguito a pubblicare ugualmente l’articolo solo perché mi rivolsi alla rivista diretta da un autorevole ed emerito decano dell’antichistica italiana, un grande vecchio in rotta dichiarata con gran parte dei suoi più giovani colleghi e del nostro sistema universitario.

Ma la storia non era finita. Anzi era destinata a replicarsi alcuni anni dopo, quando quello stesso articolo venne ripubblicato in una miscellanea di miei scritti di filologia. Inviai il libro alla redazione di una rivista di recensioni librarie. Poco dopo la rivista mi informò che il volume sarebbe stato presto recensito, perché valutato di notevole pregio dai loro consulenti antichisti. La cosa ovviamente mi riempì di soddisfazione, tanto più che dopo poco rintracciai sul sito di una università – con dovizia di particolari – sia l’annuncio della recensione sia il nome del recensore, con tanto di data prevista della sua pubblicazione. Aspettai con ansia l’uscita di quella recensione. Inutilmente. Nel numero della rivista per il quale era stata annunciata la recensione, infatti, non compariva nulla. E vana fu l’attesa di leggerla nei numeri successivi. Rintracciai attraverso il web la mail professionale del mio recensore chiedendogli spiegazioni della mancata pubblicazione. Mi rispose laconicamente: la redazione della rivista ha cambiato idea; il pezzo non uscirà più. Scrissi allora alla redazione e al docente universitario responsabile delle recensioni di antichistica della rivista: nessuna risposta. Mangiai la foglia. La polemica verso studiosi di grido presente in diversi articoli (non solo in quello di cui parlavo sopra) aveva evidentemente fatto scattare la censura, implacabile, del libro. Del tutto indipendentemente dalla qualità del libro stesso, confermata dalla sua larga diffusione in varie biblioteche estere, americane in particolare. Già, perché oltre confine l’italico rispetto dell’amicizia accademica non funziona più, per fortuna. Ma è davvero una magra consolazione …

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La ragionevolezza spesso è così compromessa con il conformismo e la convenienza che la verità, per trovare giusta espressione e adeguato riconoscimento, deve talvolta affidarsi alla follia.

Se per amore si intende la paolina carità, ovvero quella magnanima e paziente disposizione dell’animo che degli altri tutto sopporta, tutto crede, tutto tollera ecc. allora bisogna riconoscere che il massimo dell’amore verso il genere umano è possibile quando si sia scontata intera l’esperienza della sua irrimediabile bassezza e pochezza. Vale a dire che il massimo della filantropia coincide con la piena e irreversibile maturità della misantropia.

Diceva giustamente Cicerone che tutti quanti scrivono poesia credono immancabilmente di essere sommi poeti. Segno certo che, soggettivamente intese, la poesia e la scrittura letteraria sono figlie indiscusse del nostro narcisismo egolatrico, benché siano oggettivamente le attività più disinteressate e altruistiche di questo mondo.

Il presente è dei furbi. Il futuro degli eredi degli intelligenti.

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Invito a leggere – senza ulteriori commenti – questo appello del giudice Ferdinando Imposimato al Presidente della Repubblica:

http://www.tecnicadellascuola.it/item/12859-quot-buona-scuola-quot-appello-di-imposimato-a-mattarella.html

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Quand’ero piccolo, dopo pranzo, le madri lavavano i piatti e i padri fumavano tranquilli una sigaretta prima di tornare al lavoro. Adesso, dopo pranzo i padri lavano i piatti prima di tornare al lavoro (se ce l’hanno ancora). Comunque li lavano, doverosamente, a prescindere. E senza discutere.

Quand’ero ragazzo per incontrare gente si andava in piazza, in oratorio, al bar ecc. Oggi invece la si incontra prima virtualmente e rigorosamente sui network. Poi, magari, se ci si riesce, anche fisicamente nello shopping al mega-centro commerciale.

Quand’ero piccolo tutti i figli dovevano ubbidire ai genitori. Adesso molti sono i genitori che ubbidiscono ai figli. Talvolta, persino, si lasciano docilmente condurre da loro al guinzaglio.

Quand’ero piccolo, dalle elementari al liceo, andavo a scuola a piedi e poi in corriera. Poi da genitore, per 15 anni ininterrotti ho sempre portato i figli a scuola in macchina. Ma pure al cine, in palestra, alle cene di classe ecc ecc.

Quand’ero ragazzo, se sgarravo coi professori, i miei genitori se la prendevano con me. Adesso se un ragazzo sgarra con un prof(essore) i genitori se la prendono col prof(essore). Cioè sempre con me, che nel frattempo ho avuto la pessima idea di diventare prof(essore).

Quand’ero studente si andava in gita ogni tanto entro un raggio non superiore ai 150 km da casa.  Rigorosamente dopo i 14 anni, s’intende. Solo l’ultimo anno di liceo si poteva raggiungere per due o tre giorni Roma o Firenze. Oggi se in una gita scolastica di quindicenni non si arriva almeno a 500 km di distanza non vale. Altrimenti parrebbe di fare una scampagnata fuori porta.

Quand’eravamo ragazzini avevamo pen-friends all’estero coi quali scambiavamo due lettere all’anno, perché ci mettevano mesi a arrivare. Oggi ragazzi hanno centinaia di ‘amici’ su FB in Italia, in Europa e in vari altri continenti con cui scambiano continuamente messaggi in tempo reale. Che cosa avranno poi da dirsi…

Quand’ero ragazzo i partiti di sinistra erano quelli che volevano fare leggi a favore dei lavoratori e dei più deboli. Oggi si fanno chiamare di sinistra quei partiti che fanno leggi contro i diritti dei lavoratori e a favore della precarietà, della licenziabilità ecc. Mah….

Quand’ero ragazzo vedevo quelli di 40 anni andare in pensione. Oggi vedo quegli stessi – ormai ultrasettantenni, che stanno in pensione da quasi 40 anni, mentre io – a sessant’anni e dopo 40 di lavoro – sono ancora crocifisso al mio posto lavoro. E devo pure considerarmi fortunato, perché non sono ‘esodato’.

Quand’ero ragazzo i sessantenni erano pensionati con figli adulti e autonomi e qualche nipotino da spupazzare occasionalmente per diporto passeggiando al parco comunale. Oggi i sessantenni spesso hanno ancora figli a carico, studenti o disoccupati che siano, e in aggiunta anziani novantenni da accudire e il lavoro che ancora li perseguiterà, fino alle soglie del Tartaro…

Quand’ero piccolo, e andavo in campagna da miei parenti, sentivo i contadini lamentarsi del lavoro in campagna. Oggi londinesi e parigini vengono a mettere su aziende agricole nelle nostre campagne, magari ristrutturando le case che i nostri contadini di allora hanno abbandonato.

Quand’ero ragazzo mi dicevano che tra le virtù cardinali c’era la coerenza. Oggi, al contrario, la flessibilità, la disponibilità a cambiare continuamente.  Cioè il suo esatto contrario. Mah…

Quand’ero giovane mi dicevano che – nei rapporti umani e di lavoro – bisognava ascoltare e seguire i più anziani. Adesso che sono ormai anziano dicono che gli anziani devono lasciare spazio, cedere il passo ai più giovani. Al limite, accettare pure di essere rottamato…

Quand’ero piccolo nella Tv di stato si trasmettevano quotidianamente per milioni di spettatori e in prima serata: teatro e sceneggiati tratti da grandi capolavori letterari. Oggi invece: Affari tuoi, Tale e quale show ecc ecc. Meno male che adesso c’è l’alternativa del digitale con qualche canale più serio che ritrasmette spesso i programmi di allora (sob!); canale seguito oggi, per altro, da poche decine di nostalgici …

Quand’ero ragazzo mi dicevano: dài, sbrigati a studiare che prima finisci, prima ti trovi un bel posto e non devi emigrare. Oggi noi genitori diciamo ai nostri figli: che studi a fare, tanto il posto non c’è, o è stato riservato a quelli che contano. Se proprio vuoi studiare, rassegnati poi ad emigrare. All’estero.

[to be continued]

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