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Archive for aprile 2012

DE SENECTUTE (ANIMI)

Insinua una sottile angoscia osservare (rispecchiandovisi) nei propri amici/colleghi/parenti coetanei che invecchiano i segni della loro/tua senescenza mentale, interiore, psicologica ecc. molto più, enormemente più (e in proporzione inversa rispetto alla loro percettibilità) di quanto non produca la vista dei segni della loro/tua senescenza fisica. Anzi quest’ultima, a chi sappia cogliere la prima, appare piuttosto l’immagine simbolica, la maligna esteriorizzazione di quell’altra e più nascosta mummificazione dello spirito.

Come se la maschera di bruttezza e di scheletrificazione progressiva che la vecchiaia democraticamente (giusta il vecchio Mimnermo) ci impone altro non fosse che la rivelazione del progressivo pietrificarsi dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri, del fossilizzarsi delle nostre anime in ridicole o grottesche caricature di se stesse.

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UOMINI E LAVATRICI

Il fallimento in campo educativo è frequente perché – come diceva un po’ semplicisticamente ma efficacemente un mio vecchio preside – «gli insegnanti sono esseri umani che lavorano con esseri umani. Se progettassero e producessero lavatrici, misurandosi con materia inerte, il margine di errore sarebbe molto più ristretto e molto meno perdonabile».

L’educazione insomma (come l’amore e differentemente dalle lavatrici) si fa in due.

Ora, è ammissibile che nel fallimento – in linea di principio – si possa in certi casi imputare al docente delle responsabilità. Tuttavia imputargliele sempre e comunque tutte – come avviene ormai sportivamente da decenni nella nostra scuola, anche in quella superiore, e nella classe politica che la dirige – è atteggiamento decisamente ingiusto e spudoratamente demagogico.

Si fallisce infatti non solo quando un alunno incontra insegnanti che non merita (perché non all’altezza del loro mestiere), ma anche quando un insegnante incontra alunni (e famiglie) che non lo meritano (perché credono, ad esempio, che egli sia pagato solo per elargire bei voti).

In una azione così complessa come quella educativa ogni semplificazione teorica forzosa in chiave ‘aziendalistica è, insomma, frutto di malafede asservita a secondi fini.

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Il mondo di Atene

Tutti i libri di Luciano Canfora suscitano interesse e perplessità nel contempo. Interesse per la capacità che questo studioso ha di proporci la grecità antica in una luce di brillante e documentata – talora sorprendente, almeno per il lettore medio – demistificazione, scrostandola di ogni monumentale ed imbalsamato ‘classicismo’ di maniera. E poco importa che il reagente che impiega di più in questa sua opera di disincrostazione provenga dalle botteghe ideologiche vetero-marxiste del primo novecento. E che qualche interpretazione sia ‘ispirata’ da studiosi ottocenteschi ormai ignoti ai più. L’importante è il risultato che spesso è decisamente stimolante.

La perplessità deriva paradossalmente dalla drasticità con cui questa operazione talora viene condotta, negando a quella civiltà una paradigmaticità che pure possiede, se non proprio sul piano delle realizzazioni storiche concrete, sicuramente sul piano delle elaborazioni culturali.

Mi spiego riferendomi all’ultimo corposo suo saggio (che è in realtà una raccolta di studi) Il mondo di Atene (Laterza Editore, Bari 2012) e in particolare ai capitoli dedicati alla nota vicenda di Melos narrata (anzi: drammatizzata) da Tucidide. Canfora sostiene in proposito la tesi, in sé più che verosimile, che Tucidide, nel ‘terribile dialogo’ fra Meli e Ateniesi, intenda in qualche modo condannare a caldo l’intervento militare di Atene contro la piccola isola ed attaccare i fautori di una condotta imperialistica cinica e brutale, ‘deviante’ rispetto alla illuminata moderazione del tramontato governo pericleo. Si tratterebbe insomma di una sorta di libello propagandistico ‘moderato’ e implicitamente diretto contro lo spregiudicato ‘estremismo’ di Alcibiade.

Tutto molto plausibile e intrigante, sul piano storico. Ma tutto anche tremendamente riduttivo. Perché, se io spiegassi semplicemente così ai miei alunni il ‘terribile dialogo’, eluderei i motivi più profondi e duraturi per i quali esso parla ancora a noi moderni, come testo esemplare e fondativo della storia del nostro pensiero antropologico e politico. Eluderei la scoperta tragica che in questo testo avviene – con lucidità agghiacciante – del conflitto tra utile e giusto, tra politica e morale; rinuncerei a capire che in questo conflitto (di per sé marginale della guerra tra Atene e Sparta) Tucidide proietta il proprio, lacerante e irrisolto (perciò latentemente doloroso), conflitto (quasi uno psicodramma) tra la propria pre-razionale e non ripudiata educazione aristocratica e la propria successiva formazione razionalistica e sofistica. Insomma mi fermerei alla contingenza storica e non arriverei al nocciolo duraturo, ‘metastorico’ della questione. A tutto quello che già c’è in Tucidide – 2000 anni prima di Machiavelli – con piena evidenza e consapevolezza di pensiero e non come nostra sovra-interpretazione attualizzante.

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Certo l’ insegnante che dispiace costantemente a tutti (alunni e genitori) deve preoccuparsi seriamente di aver sbagliato mestiere.

Ma l’insegnante che piace facilmente e incondizionatamente a tutti dovrebbe preoccuparsene ancora di più.

[PS: diceva infatti il vecchio Teognide di Megara, dall’alto della sua biliosa e reazionaria ma penetrante saggezza, che neppure Zeus -come a dire il Padre eterno – piace a tutti quando fa piovere o manda il sereno…]

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DELLA STUPIDITA’ E DEL RISO

Benché esistano innumerevoli comportamenti stupidi, si potrebbe addirittura affermare che la stupidità in sé, intesa come costituzionale difetto di ragione, quasi non esiste, non essendo essa altro, per lo più, che la cecità della ragione di fronte a se stessa, quando sia sopraffatta da pulsioni (passioni, debolezze, manie) che trascinano l’individuo a scelte o gesti assurdi o controproducenti. Eppure, paradossalmente, senza questa cecità ovvero accecamento della ratio non esisterebbe il riso, unico condimento divino della nostra esistenza. Il riso nasce soprattutto (come diceva Bergson) dallo sguardo superiore della ragione verso gli impulsi irragionevoli. O meglio, nasce nel momento transitorio nel quale, come il sole sopra le nuvole temporalesche, la ragione – sdoppiandosi- si pone come spettatrice illusoriamente immune del proprio stesso obnubilamento. Quando si rende possibile questo sguardo, allora si ha la commedia, cioè la visione dall’esterno e dall’alto di un proprio alter-ego de-umanizzato, deprivato cioè del freno/specchio della ragione e meccanicamente/ maniacalmente  preda delle sue pulsioni.

La tragedia comincia invece non solo – aristotelicamente –  quando quelle pulsioni cessano di essere anodine e innocue, ma anche e soprattutto quando la ragione scende dal suo trono divino sulla terra e si ricompone con se stessa; e noi si torna a guardare, con tremore e soggezione, a quelle stesse nuvole dal basso: ma questo è già un altro e più complesso discorso.

Non credo sia casuale che nel poema più antico dell’occidente, l’Iliade, il comico sia confinato soprattutto nelle scene divine (laddove gli dèi sono proiezione di una umanità certo moralmente imperfetta ma immaginariamente libera dal limite della tragedia e della morte) e non coinvolga quasi mai gli esseri umani.

Altrettanto significativo, in proposito, è che nel famoso romanzo di Eco Il nome della rosa il riso costituisca la sfida più pericolosa al potere stesso di Dio, proprio perché esso unicamente innalza, come per una imperdonabile hybris, l’uomo che ride ad una statura divina (nos exaequat risus caelo, direi quasi, riscrivendo Lucrezio)

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Riporto qui di seguito in anteprima il testo di una mia lettera appena inviata alla redazione de IL SOLE24ORE a proposito di alcuni articoli sulla scuola (in particolare quello di Sergio Luzzatto) apparsi nell’ultimo inserto culturale del quotidiano (domenica 1 Aprile).

Egregia redazione

insegno da 30 anni. Dagli inizi della mia carriera mi sento predicare dal cattedratico di turno che la scuola è fuori della realtà, prima perché non inseguiva la televisione, poi perché ignorava i videogiochi, adesso perché non usa internet e i social network. L’ultima predica viene proprio dagli articoli dell’ultimo numero del Vs. inserto domenicale.

Ora, lasciamo stare il fatto che quasi tutti gli insegnanti – al contrario di quanto si pensa e con pochissime eccezioni- sono oggi ferrati al pari dei loro studenti nell’uso del computer e dei suoi linguaggi e, quando davvero servono, li utilizzano anche per la didattica. Lasciamo stare che i tagli alla scuola permettono un uso molto limitato nell’istruzione pubblica del mezzo elettronico, compresa la decantata (e secondo me – si badi bene – utilissima) lavagna interattiva.

Il punto non è questo. Il punto è che Dante o Leopardi, che siano letti su un tablet o su un libro, che siano presentati con powerpoint o con una lezione tradizionale, per essere assimilati e digeriti (fatti propri) da un ragazzo – di oggi come di ieri – hanno bisogno della sensibilità, del talento e della preparazione dell’insegnante così come della disponibilità e della fatica dello studente. La fatica di imparare l’italiano letterario. La fatica di ragionare sulla forma e sui contenuti di un testo. La fatica di confrontarlo con altri testi dello stesso autore ecc.

Insomma, la brillantezza e la potenza tecnologica del mezzo non può eliminare la fatica e il conseguente – possibile- gratificante piacere dell’apprendimento inteso come sistematica, critica ed approfondita assimilazione di concetti e di metodi. Un apprendimento che la babele caotica, incontrollabile e puramente informativa del web non può né dare né surrogare. Anzi, per lo più, il web rema in direzione contraria: quella della destrutturazione e della frantumazione del sapere in frammenti dispersi nella rete come i relitti di una nave sulla superficie dell’oceano.

Perciò la tecnologia digitale oggi rimane certo un formidabile strumento informativo e comunicativo, ma non può risolvere affatto il problema educativo proponendosi come alternativa epistemologica. Anzi, lo complica e lo ostacola non poco.

Cordialmente

[PS.: ringrazio la redazione de Ilsole24ore per aver pubblicato puntualmente la mia lettera nel Domenicale dell’ 8 Aprile]

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