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Archive for giugno 2014

Gli antichi greci erano sì assatanati di vittoria  in ogni campo, ma riflettevano spesso (anche se malvolentieri) sulle rischiose conseguenze di questa loro ossessione. Sapevano bene che il gioco della competizione agonistica era a somma zero: che la vittoria di qualcuno, cioè, era contemporaneamente la sconfitta di qualcun altro. Sapevano inoltre (poiché non si può vincere sempre) che un’esistenza votata all’ambizione del primato e del successo era esposta più che mai a una drammatica alternanza della sorte. Perciò avevano impresso sul frontone del tempio del dio della saggezza iscrizioni come conosci te stesso (cioè: abbi consapevolezza dei tuoi limiti, della tua fallibilità, della tua ‘vincibilità’) o nulla di troppo (cioè: non avere ambizioni che superino le tue effettive potenzialità). Perciò, all’indomani della vittoria esaltante di Salamina, Eschilo nel dramma I Persiani propose al pubblico ateniese quell’evento in un totale, geniale rovesciamento di prospettiva: immaginandolo cioè come vissuto e patito da parte dei Persiani, dal punto di vista dei vinti, non dei vincitori.

Perché sapeva che la meditazione sulla sconfitta altrui aveva molto più da insegnare ai suoi concittadini che la celebrazione della loro propria vittoria.

La moderna società del piacere e della facile gratificazione rivive in pieno quell’ossessione del successo e del primato, ma senza la necessaria coscienza del suo contrario.

La nostra è una corsa ambiziosa e sfrenata al successo senza saggezza. Senza antidoti.

Un atteggiamento immaturo e infantile.

La via più dritta e sicura verso la frustrazione, la depressione, la sciocca recriminazione.

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Vorresti le cose fossero

della materia dei pensieri, ri(s)componibili

tasselli al capriccio di mani infantili

o rena bagnata catturata negli stampi

di ambiziosi disegni, modellata dall’onda

dei tuoi desideri. Ahitè, la natura

delle cose ti resiste, roccia è la sua carne

il cuore cristallo di diamante. E tu acqua

che ne sposa le forme, vento che s’umilia

piangendo tra le pieghe taglienti delle gole

montane. Quello che ne erodi

altri vedrà sabbia fine alla foce

dei secoli e polvere di sangue

tra viscere di pietra, quando la vita

tua, smemorata ormai

di se stessa, pulserà

avida di altrui vene.

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Che non siamo ancora i tacchini

di Popper l’antivigilia di Natale

che il sole varcherà l’uscio

nostro domani senza disturbare

spegnendo distratto l’ennesima

notte come un mozzicone

gettato tra l’incavo della suola

e la soglia lisa di marmo

della prossima aurora, questa

è la carta che sempre siamo pronti

a rilanciare, anche quando fuori

sul balcone afflitto di pioggia sigilla

una sera di piombo i nostri

dadi nell’infrangibile

vaso di Pandora.

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Sostengo da anni, con qualche esagerazione provocatoria, che la scuola italiana – nella sua struttura di vertice – è l’ultimo baluardo dei totalitarismi ideologici del novecento. L’ideologia “totalitaria” che da qualche decennio la governa (o cerca di governarla) è un miscuglio di sottoprodotti derivati da dottrine psicopedagogiche e aziendalistico – bancarie. Uno scadente minestrone catechistico la cui ricetta viene continuamente aggiornata (come in 1984 di Orwell) da un apparato di burocrati-funzionari al servizio permanente e retribuito del ministero.

Questo torvo apparato, questo Comintern o Gran Consiglio dell’Istruzione – qui sta l’aspetto più inquietante, orwelliano appunto, della faccenda – non ha né volti né nomi.

Non è fatto di identità fisiche che debbano rispondere, a legittima domanda di sottoposti e cittadini, del proprio operato.

Questo apparato si manifesta tutt’al più per epifanie affidate a numinose sigle (INVALSI, INDIRE, POF, BES, TFA ecc.); o a indiscutibili parole d’ordine (interdisciplinarità, alternanza scuola-lavoro; strategia antidispersione, flessibilità oraria ecc.) che sono come le emanazioni demoniche di un ente supremo.

Il quale ente supremo, si badi bene, non coincide affatto con il ministro dell’istruzione. Costui (o costei) infatti non è altro che un amministratore delegato, una transeunte maschera umana di quell’apparato inamovibile, quasi metafisico, kafkiano.

L’ente supremo della scuola italiana si identifica totalmente con quell’apparato.

Un apparato aggressivamente parassita.

Nelle cui segrete officine agiscono (e mangiano) numerose figure intermedie tra il potere politico ed economico da un lato e la scuola dall’altro: trattasi di ispettori, consiglieri, pedagogisti, burocrati ecc. addetti a trasformare pressioni politiche e interessi economico-finanziari di parte in direttive logistiche e didattiche da imporre come verità rivelate all’intera scuola pubblica.

Esempio recentissimo fra i tanti di questo parassitismo: le prove INVALSI.

Migliaia di fascicoli pieni di cervellotici test a crocetta, tonnellate di carta rovesciate nelle segreterie e nelle aule della nostra scuola superiore, milioni di euro spesi per finanziare un baraccone che presume di valutare scientificamente la qualità dell’insegnamento medio a spese del lavoro gratuito degli stessi insegnanti medi. I quali sono costretti per legge (e non per contratto) a prestare ore e ore di lavoro gratis per la correzione dei test. I quali test potrebbero – sanguinosa ironia – decretare la loro inadeguatezza all’insegnamento…. Condannati costretti a portare la croce fino al luogo del patibolo. Senza cirenei. Solita beffa che scientemente viene aggiunta al solito danno.

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