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Archive for luglio 2014

Leggo nell’ultimo Domenicale del Sole24ore una nota di diario di Paola Mastrocola che con molte ragioni stigmatizza la tendenza sempre più diffusa di scrittori e poeti a farsi performer, teatranti, promotori, lettori e interpreti di se stessi nella veste di attori e di star mediatiche. Questo avviene – aggiungerei – non solo per i pochi autori in vista sostenuti dalle grandi case editrici, ma anche – anzi direi ancora di più, sebbene in scala adeguatamente ridotta o circoscritta – per la pletora di noi piccoli, sconosciuti e semisconosciuti, ansiosi di emergere dall’anonimato. Ci sono molti di questi miei simili che si dibattono fra mille presentazioni, eventi materiali e virtuali, reading in librerie, locali pubblici, ristoranti, scuole, luoghi turistici ecc. ecc.

Niente di nuovo sotto il sole, in realtà.

Nell’antichità classica, specie nell’età proto-imperiale romana, andavano di moda le recitationes: poeti e poetastri si esibivano recitando i propri versi nei teatri e negli auditoria ed obbligando moralmente amici, conoscenti, clientes a intervenire, numerosi e spesso annoiati, per ascoltarli. Questo obbligo era difficilmente eludibile per gli invitati, soprattutto se anch’essi appartenevano al mondo delle lettere. E quindi si aspettavano prima o poi di essere a loro volta ricambiati del favore della presenza altrui nel momento in cui avessero essi stessi inscenato una propria recitatio.

Così si instaurava un circolo vizioso di reciproco ossequio che teneva in vita questo tipo (spesso moralmente, oltre che artisticamente, deleterio) di manifestazioni. Così si favoriva in quel genere di letteratura – per la consapevolezza del rischio sempre incombente della noia e della disattenzione di un pubblico scarsamente motivato – la tendenza ad uno stile enfatico, ‘urlato’, oppure ultra-artificioso; e il ricorso a toni e a temi di facile effetto: sangue, violenza, pathos elevati alla massima potenza…

Letteratura (o pseudo- letteratura) che si trasformava continuamente in spettacolo.

Nulla di sostanzialmente diverso, ripeto, da quello che accade oggi.

Ma oggigiorno la smania esibizionistica di letterati o sedicenti tali è, sicuramente, centuplicata rispetto ad allora. Direi ossessiva, parossistica.

Non potrebbe essere diversamente. Perché emergere tra migliaia e migliaia di concorrenti (quanti sono oggi in Italia gli aspiranti scrittori, sulla carta e nel web) davanti allo sterminato pubblico dei media, non è la stessa cosa che rivaleggiare (come avveniva nell’antichità) con pochi altri letterati esibendosi davanti a qualche decina di amici e conoscenti.

Tanto più che il pubblico di oggi (benché potenzialmente enorme e teoricamente scolarizzato) è in realtà molto più refrattario alla letteratura, perché attirato da ben altre forme, più popolari e immediate, di intrattenimento.

E siccome l’oralità e l’immagine sono ormai da decenni tornate a farla da padrone rispetto alla faticosa e antiquata pratica della lettura, ecco che gli scrittori debbono farsi conferenzieri, intrattenitori, guitti, istrioni…

Un poco impostori, diciamolo pure, come diceva due secoli fa, di molti suoi colleghi, il vecchio Leopardi.

Il quale sosteneva, due secoli fa, che possedere una buona dose d’impostura riesce sempre, almeno nell’immediato, ad avvantaggiarti su chi ne è privo, per quanto ricco sia di talento.

Difficile – oggi più che mai – dargli torto.

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AGORADIO (www.agoradio.it; Fm 93.100) trasmetterà in questa settimana (fino al 20 luglio) una intervista rilasciata a Maria Lampa sul mio libro di poesie Zero termico, secondo il seguente programma di repliche:

Mercoledi 16 Luglio, ore 18,30 web
Giovedi 17, ore 20,30 web+Fm 93.100
Venerdi 18, ore 10,30 web
Sabato 19, ore 17,30 web
Domenica 20, ore 10,30 web

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Segnalo un interessante articolo di Claudio Giunta uscito oggi sul Domenicale de Il Sole 24ore. Si intitola I meriti del docente si valutano in classe ed è contemporaneamente riprodotto (pur con diverso titolo) nel sito di Giunta alla pagina http://www.claudiogiunta.it/2014/07/chi-dovrebbe-essere-pagato-di-piu-a-scuola/.

Mi colpisce non poco, lo confesso, nell’articolo di Giunta (che condivido, in linea teorica, in tutto e per tutto) una certa ingenuità. L’ingenuità di chi addita  – nelle ultime misure annunciate sulla scuola –  storture macroscopiche interpretandole come frutto di incompetenza ed ignoranza, senza rendersi conto che si tratta, al contrario, di scelte dettate soprattutto da consapevole e navigata malafede.

Giunta dice che gli insegnanti dovrebbero essere valutati (e premiati) soprattutto per la qualità del loro insegnamento, cioè per la capacità che essi hanno – attraverso la didattica delle proprie discipline – di incidere nella formazione culturale e critica dei loro alunni. Affermazione sacrosanta e indiscutibile. Direi scontata.

Osserva altresì che le affermazioni recenti di ministri e sottosegretari promettono invece incentivazioni solo per chi è disposto a lavorare di più, anche e soprattutto sul piano organizzativo, all’interno dei propri istituti. Incentivazioni riservate – insomma – più che altro alla quantità del lavoro extradidattico prestato.

Obietta infine, impeccabilmente, che un pessimo insegnante che si prodigasse in mille attività integrative, sostitutive ed organizzative, non cesserebbe solo per questo di essere un pessimo insegnante e di fare il male degli allievi.

Come non essere d’accordo?

Il guaio è che questi argomenti varrebbero per una scuola sana. Non per quella italiana. Dove (Giunta forse non lo sa, perché è un universitario) l’aspetto organizzativo e promozionale è diventato da tempo (cioè da quando è nata l’autonomia e si è esasperata la concorrenza fra istituti per accaparrarsi iscritti) il centro e non la cornice dell’attività scolastica. Un ribaltamento patologico, che ha marginalizzato la qualità ed enfatizzato la quantità, perché senza insegnanti che si dedichino a progetti, iniziative, promozioni ecc. la scuola attuale non potrebbe continuare ad esistere (leggi: ad essere visibile) nel territorio. Mentre può esistere comunque anche senza curarsi troppo di un insegnamento di qualità. Scrivevo anni fa – nel mio pamphlet Studenti nel paese dei balocchi – che un insegnante, nel suo piccolo, è (dovrebbe essere) un intellettuale, ma che purtroppo la scuola italiana attuale di un insegnante-intellettuale non sa più che farsene, perché ha bisogno soprattutto di organizzatori ed animatori. Questa è la realtà, ancora oggi, di cui Giunta non ha forse sufficiente contezza. Mentre ne hanno e come (con tutta la loro pochezza culturale) i marpioni della nostra classe politica.

 

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ORDINARIA FOLLIA

La follia più inquietante e insidiosa è quella che striscia, come una vena carsica avvelenata, sotto la superficie erbosa, rassicurante della normalità. Non parlo tanto di quella che erompe improvvisa dal suolo della realtà quotidiana e che riempie la cronaca nera dei media. Parlo piuttosto di quella che quel suolo lo inquina, silenziosa e invisibile, e ne infetta ogni radice, pianta o frutto pur conservandone inalterato – e persino seducente – l’aspetto.

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Non so quanto ci sia di vero e di realizzabile nelle parole del sottosegretario all’istruzione Reggi sulla (ennesima!) riforma epocale della scuola che il governo Renzi starebbe per mettere in cantiere. Ma sicuramente la filosofia che la ispira (stando alle dichiarazioni di Reggi) è chiarissima.

Si vogliono trattenere gli insegnanti dentro le mura scolastiche per 36 ore la settimana, il doppio del tempo del loro attuale orario di lezione frontale (18 per le superiori); si vuole cioè far vedere che li si obbligherà a lavorare ‘come’ gli altri dipendenti pubblici; si sottintende quindi che adesso lavorano poco, che il loro è stato finora poco più che un lavoro part-time.

Niente di più falso: attualmente un insegnante lavora già (lezioni da preparare, compiti da correggere, autoaggiornamento, numerosissime riunioni, incontri, corsi ecc. ecc.) molto più di 36 ore la settimana. Che differenza faccia per l’utenza che egli continui a farlo in parte a casa (e con mezzi propri) o a scuola (dove questi mezzi non ci sono) è un mistero che non si spiega se non con l’intenzione propagandistica e diffamatoria di cui parlavo pocanzi.

Ma non è solo questa ‘nobile’ intenzione a spiegare la trovata delle 36 ore. Perché la propaganda diffamatoria (la storia ce lo insegna) prepara sempre una persecuzione reale.

E nella realtà le 36 ore vogliono essere una gabbia, un penitenziario all’interno del quale si potrà impunemente e invisibilmente procedere alla riduzione degli insegnanti allo stato servile. Perché nelle 18 ore eccedenti la lezione frontale non si lascerà tanto fare loro dentro le mura scolastiche e fra mille disagi materiali, quello che già fanno molto meglio a casa (preparare lezioni, correggere compiti ecc. ecc.), ma li si obbligherà ad accollarsi gratis molte altre attività che adesso si fanno, sempre più a fatica, raschiando il fondo del barile dei fondi d’istituto (sostituzioni di colleghi assenti per malattia, corsi di recupero, attività integrative, ricreative e progettuali varie, orientamenti ecc.)

Si prepara dunque per i docenti un’epoca di corvées a costo zero, umilianti in sé e ancor più intollerabili perché non accompagnate di fatto da nessun incremento stipendiale.

Quello che si racconta, infatti, sulle ‘premialità’ per i più disponibili (occhio: non si parla dei più bravi!) significa solo che pochi, pochissimi, all’interno degli istituti (scelti per di più a suo arbitrio dal dirigente) potranno avere degli incentivi: e, a quanto pare di capire, si tratterà solo di coloro che si renderanno disponibili a sovrintendere e coordinare quelle diverse attività di corvées.

Questa è l’unico scenario possibile (visti i tempi di vacche magrissime) che le parole di Reggi lasciano prospettare.

Se a questo si aggiunge che si sta meditando di ridurre il corso delle scuole superiori a 4 anni, tagliando ulteriori migliaia di cattedre, quella filosofia mostra al mondo intero le sue vere finalità.

Se poi si collegano queste dichiarazioni a quelle della ministra Giannini che annuncia l’assunzione di 16.000 nuovi ricercatori universitari nei prossimi 4 anni, ecco che non c’è bisogno di particolare malizia per capire da dove a dove (e col sudore e col sangue di chi) le poche risorse disponibili per l’istruzione si stanno spostando.

PS.: segnalo a proposito una petizione del collega S. Fina contro la ‘riforma’ Giannini in:

http://www.change.org/it/petizioni/al-presidente-del-consiglio-dei-ministri-matteo-renzi-no-alla-riforma-giannini-le-riforme-si-fanno-con-i-docenti-non-contro-i-docenti-la-riforma-giannini-%C3%A8-mortificante-per-i-docenti-inattuabile-pensata-da-chi-dentro-la-scuola-non-ha-mai-messo-piede

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Paolo Mazzocchini “Zero termico” (dal 21 maggio in libreria)

Riporto il recentissimo giudizio del poeta e latinista Alessandro Fo a proposito del mio libretto di poesie Zero termico:

« È stato pubblicato da poco un libro di poesie che segna l’esordio di Paolo Mazzocchini, classe 1955. Sono, a mio avviso, poesie di alta levatura, che esplorano la quotidianità della vita (e del mestiere di insegnante), con intenerita e dolente attenzione, delicatezza e grande efficacia espressiva. Un piccolo libro veramente notevole.»

(Alessandro Fo, segnalazione apparsa nella sua pagina FB, Giugno 2014)

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