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Archive for agosto 2014

METAFORISMI

L’ aforisma è una pillola di pensiero condensato: se la stemperi nell’ acqua di un ragionamento più ampio si riduce alla densità insipida e inefficace di una medicina omeopatica.

L’ aforisma è la forma espressiva più adatta al consumo rapido del web e dei network: ci colpisce prima di convincerci, suona prima ancora di creare, è uno spot pubblicitario per il benessere interiore.

Seducente, prima ancora che vero.

Retorica, più che filosofia.

Se Aristotele leggesse gli aforismi che spopolano sul web li chiamerebbe forse, con una punta di disprezzo, enthymémata (cioè sillogismi monchi e imperfetti), piuttosto che gnomai (pensieri, sententiae di autentica saggezza).

È possibile che un aforisma ben scritto, ben calibrato nei suoi effetti stilistici, riesca a far passare come vere nella testa dei lettori meno accorti (complice anche l’assuefazione agli slogan pubblicitari di cui sono stretti parenti) anche le affermazioni più stupide e assurde.

La potenza seduttiva di un bell’ aforisma, insomma, darebbe ragione ai vecchi sofisti, a Gorgia in particolare, che vi vedrebbero realizzate le loro teorie del potere straordinario della parola in sé (intesa come significante) a prescindere dalla ragionevolezza dei significati che trasmette.

L’aforisma, infine, è un po’ come l’oroscopo: benché nasca quasi sempre da esperienze ed osservazioni personali dell’autore, esso è così generalizzante da coinvolgere tutti e nessuno in particolare.

Può pertanto paradossalmente accadere che molti,  tra coloro che dovrebbero riconoscervisi, in realtà pensano, per una falsata e troppo nobile opinione di se stessi, che gli aforismi che leggono riguardano sempre e comunque l’altra metà – disprezzabile e insipiente – del mondo e dell’umanità.

Molti invece – magari amici o conoscenti dell’autore con la coda di paglia – pensano erroneamente che quegli aforismi riguardino loro personalmente. E talora se ne risentono, perfino…

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Mi rigiro nel letto, braccato

dal fiato sgradevole del buio.  Meteore

amare dal braciere dei visceri, ceneri

riattizzate di ringhiosi ricordi. Poi

un refolo per la finestra spalancata

rimbalza sul calidario del lenzuolo

mi lambe i piedi, grato come grata

l’acqua intepidita di schiuma

ingelosiva i passi di un bambino

impertinente ad affondarli nella sabbia

mobile della battigia, lì dove terra

e mare gli parevano sotto il sole

furtivamente amarsi, donna lei

che apriva il grembo intenerito

alla carezza di lui, liquida

e possente.

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Chi fa letteratura non può che parlare di se stesso. Non ha altra fonte cui abbeverarsi o altro albero da cui nutrirsi se non quelli del proprio vissuto. Vale a dire l’immagine dell’uomo e della realtà che le lenti deformate della sua coscienza e della sua esperienza gli permettono di osservare. E tuttavia, quando maneggia letterariamente se stesso, l’autore deve farlo con la massima cura. Guardare e non toccare. Non farsene toccare. Osservarlo come attraverso un vetro infrangibile, dentro una teca o sotto l’occhio spesso del microscopio o del binocolo, come si trattasse dell’io e della vita di un altro. Oggettivarlo. Fatica ingrata e crudele. Ma indispensabile per creare qualcosa di buono.

La stessa legge vale per i grandi temi che emotivamente, istintivamente – come esseri umani – ci (scrittori e lettori) coinvolgono: la vita e la morte, il tempo e l’eternità, l’amore e l’odio, il bene e il male. Guai a trattarli troppo scopertamente. Senza nasconderli. Senza distanziarne adeguatamente – foscolianamente – la fiamma. Senza dissimularli dietro un disviante, torturante ‘parlar d’altro’.

Ma una volta fatto salvo questo presupposto irrinunciabile di straniamento e/o di allegoria – cioè d’apparente, astuta, disinvolta esibizione di distanza/estraneità rispetto a ciò che invece più ci sta a cuore – non c’è opera letteraria di qualche peso che non parli sostanzialmente di: vita, morte, odio, amore, bene, male ecc. Come non c’è autore che non parli, sotto qualsiasi forma, di se stesso.

Quando – per esempio – Giovanni Verga narra di Rosso Malpelo o dei contadini rivoltosi di Libertà, sembra prestare la sua arte a una funzione eminentemente storico/documentaria della Sicilia del tempo. In realtà la sottomette soprattutto all’urgenza di esprimere la sua propria (e tragica, e metastorica e, direi quasi, naturalistica) visione della società umana.

 

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Cattedratici universitari, abbarbicati oggi alla cattedra fin oltre i 70 anni, fremono e si indignano se il governo li vuole “prepensionare” (ihih!) a 68 anni.

Insegnanti di 60 anni di scuola elementare, media inferiore e superiore non ne possono più di insegnare e scrivono – inutilmente – petizioni su petizioni per poter essere messi subito a riposo, mentre la legge Fornero li ha inchiodati in cattedra almeno fino a 64-66 anni e, spesso, fino ad oltre 43 anni di contributi.

Paradossi, in apparenza. Ma spiegabilissimi.

Perché chi insegna per 40 anni a bambini e ragazzini è logorato, esausto, sfinito dal rapporto sempre più impari con classi pollaio e con persone di età e di mentalità sempre più lontana dalla propria, oltre che da un crescente e preconcetto discredito sociale.

Chi occupa una cattedra universitaria, invece, vuole continuare a gestire in tutta tranquillità il suo potere, che significa soprattutto continuare a garantire – il più a lungo possibile –  posti e carriera a quelli della sua cordata.

Quando si parla di ‘professori’ – non è inutile ripeterlo – bisogna fare attenzione a distinguere bene tra le due categorie.

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