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Archive for novembre 2015

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La nostalgia del passato non è sempre un sentimento sterile. Può suggerire talora lucide e acute diagnosi del presente e credibili proiezioni future. È il caso dei pamphlet scolastici della collega e scrittrice Paola Mastrocola. Non nego di condividere con lei – in tema di insegnamento e di scuola – una speciale e cordiale consonanza di vedute che potrebbe forse influenzare l’obiettività del mio giudizio nei confronti di quello che di volta in volta, ormai da anni, scrive. Ma credo che a troppi lettori (e colleghi) ‘modernisti’ (che troppo superficialmente la liquidano come superata passatista) sfuggano di lei alcuni precisi meriti: primo fra tutti quello di guardare coraggiosamente in faccia alla realtà, senza filtri ideologici. E uno sguardo onesto e oggettivo ci rivela che capisaldi educativi e valori culturali della nostra scuola liceale sono ormai stati irrimediabilmente travolti. Ma non sono stati altresì – e questo è il punto dolente – degnamente sostituiti. Né forse più lo saranno. Perché la crisi dei nostri sistemi educativi (in Italia soprattutto, ma non solo) ha molte cause, quasi tutte esogene e difficilmente rimuovibili. Sì, perché insegnanti che non sanno insegnare, o dirigenti che non sanno dirigere ci sono sempre stati. Non è questo il problema più importante. Al contrario, non c’è sempre stato internet, né la televisione, né la profluvie diabolica di strumenti che ci inchiodano perennemente alla connessione con un mondo virtuale, né la dilagante cultura tecnocratica, produttivistica ed “edo-consumistica” che è la nemica numero uno di una educazione sana ed equilibrata dei giovani. Non ha sempre dominato l’idea che il bene dei ragazzi consista comunque nell’assecondare immediatamente i loro desideri mentre scientificamente si pilotano questi stessi desideri verso (guarda caso) tutto ciò che i mercati vogliono imporre. Già il vecchio Epicuro, maestro di edonismo, sapeva che piaceri non naturali né necessari – quali quelli che il nostro sistema induce artificialmente – sono deleteri. E che la saggezza consiste nel selezionarli, riducendosi a quelli più sobri e necessari. Convertendosi, si direbbe oggi, a una decrescita felice. Ad un edonismo controllato.

Una passione positiva, alternativa, utile a combattere questa deriva alienante sarebbe – secondo la Mastrocola – lo studio. Sì, il vecchio, silenzioso, riflessivo, appartato intimo ascolto della voce dei grandi personaggi che ci parlano dai libri. Gli studia humanitatis. La cultura umanistica. Quella che ci sequestra dal turbine dell’attualità e della quotidianità per restituirci poi ad essa più consapevoli e capaci di intenderla ed affrontarla. Soprattutto di questa nostalgia per lo studium (etimologicamente: passione e applicazione nel contempo) la Mastrocola parla nel suo ultimo pamphlet. E lo intitola, significativamente, La passione ribelle, perché lo studio, quello vero, è una delle poche armi critiche e autenticamente anticonformiste che possono permetterci di contrastare la servile omologazione dei cervelli. Condivido praticamente tutto di questo libro che è di fatto una dolente laudatio funebris di un illustre estinto (il nostro liceo) e al tempo stesso un appassionato invito a raccoglierne in qualche modo attivamente e fruttuosamente la migliore eredità. Sì, perché lo studio – fulcro della vecchia scuola liceale – è ormai scomparso dalla scuola come dalla vita attuali. Se per studio almeno si intende l’abitudine lenta, gratuita, quasi ascetica di cui parlavo sopra. Non c’è spazio oggi per la lentezza e l’ascesi. Bisogna fare, saper fare rapidamente senza pensare troppo: produrre, risolvere problemi, adattarsi rapidamente a tutto ciò che rapidissimamente muta. Tanto che le ultime frontiere della didattica paiono essere quella della sala multimediale circolare con al centro ordigni elettronici. Non più il docente. Il quale si dovrebbe per parte sua limitare a controllare e coordinare il lavoro di raccolta di dati e notizie compiuto dagli studenti su quegli ordigni e convogliarlo nella risultante di conclusioni plausibili e condivisibili. Un insegnante assemblatore e coordinatore di dati ed opinioni, dunque. E una auto-didassi completamente affidata ai computer. No, non ci siamo. Tutto ciò comporterebbe una perdita e un impoverimento letale nella formazione degli individui. Non perché l’elettronica non debba essere usata, ci mancherebbe: per il reperimento di dati e di immagini essa è – se ben usata – uno strumento tecnicamente formidabile. Ma perché lo studio è ben altra cosa, quanto meno in campo umanistico: lettura ragionata in classe di testi di grandi autori, riflessione guidata su di essi da parte di un educatore esperto e appassionato, che ci aiuti a capirli e ad amarli e che ci stimoli a confrontarci tra noi su di loro. E poi – complementarmente – ripresa personale, ripensamento silenzioso, “ritirato” degli stessi a casa. Questa è la paideia (secondo la Mastrocola e secondo me) che bisognerebbe in buona misura salvaguardare e conservare, pur con tutti gli aggiornamenti possibili di e-reader, tablet e compagnia bella. Per evitare il rischio che la macchina con i suoi automatismi acritici ci sopraffaccia, rendendoci sue insignificanti e decerebrate appendici. Perché la velocità è superficialità e dispersione, mentre la lettura meditata è acquisizione di abitudine alla profondità critica. Ma forse è proprio questa lenta discesa nelle profondità che non serve più. O, peggio ancora, che non si vuole più che avvenga.

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Quod in se ipsum semper volvitur

nusquam terrarum vertitur

Quel che sempre in giro su di sé

si volve in verun loco mai si rivolge

Ciò che gira sempre intorno a se stesso

non si dirige mai da nessuna parte

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