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Archive for dicembre 2016

Risultati immagini per volpe galline

Sapeva che sarebbe successo, ma è degli eroi andare incontro al proprio destino. Aveva sì tentato di stornare la vendetta annunciata: spargendo becchime all’entrata degli allevamenti che aveva decimato; affiggendo manifesti che certificavano la migliore qualità della vita nei pollai meno affollati; seminando a iosa ovetti di cioccolato sui molti luoghi dei suoi delitti. Niente. Braccata prima senza scampo, attesa quindi al varco dai pollivendoli inferociti ai quali aveva spolpato le scorte, impallinata a morte, sul punto di esalare l’ultimo fiato, pare che la volpe abbia esclamato: «Non pensavo che mi odiassero tanto!»

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Una volta una classe (una buona classe liceale) era in subbuglio perché contestava le ‘interrogazioni’: dicevano che noi prof facevamo domande diverse e affrontavamo argomenti diversi da un alunno all’altro; e che pertanto le valutazioni dell’orale non erano eque. Mancavano – secondo loro – della dovuta ‘oggettività’. Proponevano quindi di uniformarle, le interrogazioni: bisognava o porre a tutti le stesse domande o porne quantomeno di esattamente equivalenti. Se no, tanto valeva – secondo loro – abolire gli orali e sostituirli integralmente (come avviene in certe scuole e università straniere) con test scritti, magari ‘a crocetta’. Mi sembrò subito che i ragazzi non fossero semplicemente spinti, nell’avanzare queste richieste, dal legittimo desiderio di una valutazione equanime. Erano piuttosto stregati dal feticcio del voto. Parlavano quindi in preda alla sindrome, oramai pandemica, della valutazione cosiddetta ‘scientifica’: quella che pretende dal prof una capacità di misurazione esatta, millimetrica, infallibile della performance dell’allievo. Un’utopia, secondo me, ovvero un delirio tecnocratico rovinoso. Quello che induce tanti di noi insegnanti (preoccupati di saziare le richieste sempre più pretenziose della cosiddetta ‘utenza’) a spendere il tempo nell’elaborazione di astruse e cervellotiche ‘griglie’ valutative più che nella lettura di buoni libri e nella proficua preparazione delle lezioni.

Rimasi lì per lì un po’ stupito di quelle proteste. Abolire gli orali! Sostituirli del tutto con freddi quiz da test computerizzato, senz’anima, senza dibattito, senza più quel cerchio virtuoso che si crea nel duello verbale tra maestro e allievo, quel dialogo pubblico che il Socrate platonico aveva eletto a strumento privilegiato dell’Educazione, non proprio della valutazione; tanto meno della misurazione! Ecco quello che secondo me sfuggiva ai ragazzi: che la cosiddetta interrogazione, se ben condotta, non ha affatto come scopo principale la trascrizione di un numero sul registro, ma il confronto, la precisazione, la correzione, la trasformazione, l’arricchimento delle idee intorno ad un argomento. L’interrogazione così concepita è (dovrebbe essere) un momento formativo per tutti, non uno strumento meramente valutativo per ciascuno. Se così è, allora non importa tanto l’argomento in sé, quanto il metodo (logicamente e linguisticamente rigoroso) secondo il quale quel duello verbale si svolge e soprattutto dove (a quali deduzioni o ipotesi ulteriori) ci conduce. Così intesa e praticata la tradizionale ‘interrogazione’ sarà pure soggetta quanto si vuole a una valutazione finale relativamente intuitiva o discrezionale da parte del docente, ma ha un valore educativo insostituibile. È, si parva licet…, la nostra piccola maieutica quotidiana.

Non ci rinuncerei facilmente solo per tacitare malintese richieste di oggettività, tanto meno per seguire docimologie esterofile alla moda. Non scambierei mai il vecchio Socrate con un robot didattico dell’ultima generazione…

[PS: forse il ministero non la pensa proprio come me (vedi p.e.: http://www.scuoladirobotica.it/it/download.html?f=CorsiLaboratori_pdf&d=13&c=e1517631ff50cf6fb843b27c373dd37ba606b5db) e non me ne meraviglio affatto; ma poi bisogna vedere di che robot vogliamo parlare e soprattutto come e perché li vogliamo usare]

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Risultati immagini per donna greca antica

Civiltà tra le più misogine dell’antichità, quella greca nutriva una inconfessabile percezione della dignità, dell’intelligenza e della ricchezza dell’animo femminile. Inconfessabile, ma profonda. Se così non fosse, non esisterebbero nell’immaginario mitico e letterario della grecità personaggi come: Elena, Andromaca, Ecuba, Calipso, Circe, Nausicaa, Penelope, Clitennestra, Elettra, Alcesti, Medea, Antigone, Ismene, Deianira, Cassandra, Lisistrata… Un campionario di umanità (nel bene e nel male) decisamente più ricco, autentico e vario di quello maschile.

Un paradosso, se è vero che sul piano giuridico, sociale e politico la donna era considerata e trattata quasi ovunque in Grecia come una nullità; nell’ambito familiare era proprietà del padre, prima, e poi del marito. Non poteva quasi mai uscire di casa. Non poteva ereditare. Non poteva testimoniare in tribunale. Nell’età classica e nella evoluta Atene del V secolo, un geniale e modernissimo storico come Tucidide nutriva un sovrano disprezzo per il genere femminile e ancora nel IV secolo un poligrafo e ‘saggista’ conservatore come Senofonte ribadiva netto e chiaro che l’unico regno della donna era la casa, e tutto il resto – fuori -, dal potere politico all’eros extraconiugale, era pertinenza del maschio.

Contraddizione sorprendente, non inspiegabile. Rivelatrice, direi, di come autori dell’antica poesia (epica, tragica, lirica) percepissero la figura femminile al di là dei condizionamenti del contesto storico-culturale che tanto la deprezzava e la marginalizzava. Segno in ultima analisi della stra-ordinaria capacità dell’arte, specie (e paradossalmente) nelle sue forme più genuinamente creative e fantastiche, di scandagliare e squadernare la verità nella maniera più spregiudicata, anticonformista e liberatoria rispetto alle gabbie ideologiche di un qualsiasi sistema di potere. Non per caso arte e potere fanno tanta fatica ad andare d’accordo.

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