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Archive for the ‘attualità dell’ antico’ Category

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Rivedevo settimane fa su Rai Storia il vecchio film, molto bello a tratti, di Pupi Avati Una gita scolastica. Come in ogni gita scolastica che si rispetti (ma d’altri tempi, cento anni fa, a piedi da Bologna a Firenze) ci sono momenti conviviali, canti e danze. In uno di questi si intona una canzone con un ritornello:

Vivi l’incanto / di questo istante / e non ti chiedere / per quanto e perché. / Solo un momento / dura l’incanto,/ poi dovrai vivere / la vita com’è. (Fiastri-Ortolani)

Orazio rivisitato, certo, o più probabilmente mediato da secoli di riscritture anche famose, ma riproposto, devo dire, con molto garbo e rispetto, in questi versetti puliti ed eleganti, come la musica che li accompagna, sullo sfondo di una vicenda che parla della prima gioventù rivissuta in extremis, come in un sogno remoto, nella memoria di una ultraottantenne prossima alla fine. Avati del resto, come Orazio, ha un senso acuto, direi inconsolabile, del tempo che passa e questo film, come e più di altri suoi lavori, mentre celebra la giovinezza, è di una malinconia disperata, irrimediabilmente senile, dolcemente funerea. Quasi come Orazio, appunto:

Quid sit futurum cras, fuge quaerere, et
quem fors dierum cumque dabit, lucro
adpone nec dulcis amores
sperne, puer, neque tu choreas,               

donec virenti canities abest
morosa. Nunc et Campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora,

nunc et latentis proditor intumo

gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.

(Carm. I 9, 13ss.)

Non chiederti che cosa

ti riservi il domani:

qualunque giorno la vita ti regali

prendilo per un guadagno.

Non scansare la dolcezza

degli amori e delle danze

finché la vecchiaia e i suoi lamenti

sono ancora lontani. Il Campo Marzio

cercalo adesso, adesso le piazze

e i carezzevoli bisbigli sul far

della sera, l’ora dell’appuntamento;

adesso cerca l’incantevole riso

che risuona improvviso

dall’angolo dove lei si è nascosta

e a te la rivela; e il pegno

che le sfilerai dal braccio

o dal dito che finge

di opporti resistenza. [Trad. mia]

 

Pallida Mors aequo pulsat pede pauperum tabernas
regumque turris. O beate Sesti,
vitae summa brevis spem nos vetat inchoare longam.
Iam te premet nox fabulaeque Manes
et domus exilis Plutonia, quo simul mearis,
nec regna vini sortiere talis
nec tenerum Lycidan mirabere, quo calet iuventus
nunc omnis et mox virgines tepebunt. 

(Carm. I, 4, 13ss) 

 

La Morte, livida in faccia, bussa

con piede equanime alla porta

di miserabili stamberghe

e di fortezze regali. Caro

il mio Sestio, la brevissima

misura della vita

ci ordina di abbandonare

ogni lunga speranza. Fin d’ora

ti incalzano la Notte, e i Mani

leggendari, e la casa

d’ombre di Plutone: quando

ci arriverai, non tirerai a sorte

coi dadi il re del simposio,

né guarderai incantato

la giovinezza di Licida, per cui

arde adesso di desiderio

la gioventù intera e presto

s’accenderà poco a poco

ogni ragazza in fiore. [Trad. mia]

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Non sono solo la letteratura o l’arte ad offrire una visione straniante (perciò nuova, acuta, profonda, etimologicamente intelligente) delle cose. Anche la scienza lo può. Quella che in particolare si occupa dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. L’astrofisica come la fisica atomistica. Leggo nell’articolo L’ordine del caos di Guido Tonelli (ne La lettura del Corriere del 21.10.18): 

«Se si osserva da molto vicino la più lucida e levigata delle superfici, ci si imbatte subito nella danza caotica dei componenti elementari della materia che fluttuano, oscillano, interagiscono e cambiano natura a un ritmo frenetico. Quark e gluoni che compongono protoni e neutroni cambiano stato continuamente, incessantemente, interagendo fra loro e con miriadi di particelle virtuali che li circondano. La materia sul piano microscopico segue implacabilmente le leggi della meccanica quantistica, dominate dal caso e dal principio di indeterminazione. Nulla sta fermo, tutto ribolle in una fantasmagoria cangiante di stati e possibilità. Ma quando il meccanismo coinvolge grandi numeri, quando le strutture diventano macroscopiche, i meccanismi che ne regolano la dinamica acquistano, quasi magicamente, caratteristiche di regolarità, persistenza, ordine ed equilibrio 

Caos e ordine sono la stessa cosa: la loro antitesi è solo un effetto dello sguardo, vicino o lontano. Lo sguardo lontano dell’esperienza comune, quello acuminato della mente scientifica. A questo doppio punto di osservazione risultano opposte facce della stessa identica realtà.

Si legga adesso Lucrezio, De rerum natura II [passim, nella trad. di Giancotti], prima a proposito del moto impercettibile ma incessante degli atomi sotto la superficie delle cose:

 

Poiché questo è certo, certamente nessuna requie è data

ai corpi primi attraverso il vuoto profondo,

ma piuttosto, travagliati da un movimento continuo e vario,

parte, dopo essersi scontrati, rimbalzano per lunghi intervalli,

parte anche per brevi tratti son travagliati dal colpo.

[…]

Di questo fatto, come lo descrivo, un simulacro e un’immagine

innanzi ai nostri occhi sempre si aggira e incalza.

Osserva infatti, ogni volta che raggi penetrati

infondono la luce del sole nell’ombra delle case:

molti minuti corpi in molti modi, attraverso il vuoto

vedrai mescolarsi nella luce stessa dei raggi,

e come in eterna contesa attaccar battaglie e zuffe,

a torme contendendo, e non far sosta,

da aggregazioni e disgregazioni frequenti travagliati;

sì che da ciò puoi figurarti quale sia l’eterno agitarsi

dei primi principi delle cose nel vuoto immenso;

almeno per quanto una piccola cosa può dare un modello

di cose grandi e vestigi di loro conoscenza.

E per questa ragione più conviene che tu ponga mente

a questi corpi che vediamo agitarsi nei raggi del sole:

perché tali agitazioni rivelano che ci sono movimenti

di materia anche al di sotto, segreti ed invisibili.

Molte particelle infatti ivi vedrai stimolate da urti ciechi

cambiar cammino e indietro respinte ritornare,

or qui or lì, da ogni punto verso qualunque parte.

Certo questo errante movimento ha per tutti origine dagli atomi.

Primi infatti si muovono da sé i primi principi delle cose;

quindi quei corpi che constano d’una piccola aggregazione

e son quasi prossimi alle forze dei primi principi,

spinti dai ciechi colpi di quelli, si mettono in movimento,

ed essi stessi a loro volta stimolano i corpi un poco più grandi.

Così dai primi principi ascende il movimento e a poco a poco

emerge ai nostri sensi, sì che si muovono anche quelle cose

che possiamo discernere alla luce del sole.

(II 95ss. )

 

Poi proprio a proposito del duplice aspetto di una stessa realtà in rapporto alla distanza dello sguardo:

 

Di questo non c’è, a tale proposito, da stupire: che, mentre

tutti i primi principi delle cose sono in movimento,

la loro somma tuttavia sembra starsene in somma quiete,

salvoché qualcosa si muova col proprio corpo.

Infatti la natura dei corpi primi sta tutta molto lontano

dai nostri sensi, al di sotto della loro portata: perciò poiché essi

non si posson discernere, anche i loro movimenti devon sottrarci;

tanto più che le cose che possiamo discernere, tuttavia spesso,

separate da noi per distanza di luoghi, celano i loro movimenti.

E certo spesso su un colle, brucando i pascoli in rigoglio,

lente si muovono le lanute pecore, ognuna dove la chiama

l’invito delle erbe ingemmate di fresca rugiada,

e sazi gli agnelli giocano e gaiamente cozzano;

ma tutto ciò a noi di lontano appare confuso

e come un biancore poggiato sul verde colle.

Inoltre, quando possenti legioni in corsa riempiono

le distese dei campi suscitando simulacri di guerra,

quando un fulgore s’innalza al cielo, e tutta, dintorno,

risplende di bronzo la terra, e di sotto solleva col calpestìo

un rimbombo la forza degli uomini, e i monti percossi

dal clamore rimandano le voci agli astri del cielo,

e dintorno volteggiano i cavalieri e d’improvviso attraversano

il centro dei campi scotendoli con impeto poderoso –

pure c’è un luogo sugli alti monti di dove sembrano

star fermi e sui campi star poggiati come un fulgore.

(II 308ss.)

Colpisce intanto, al di là della modernità (risaputa, ma sempre stupefacente) del poema lucreziano, l’analogia di argomenti, di considerazioni e di immagini che accomuna due testi così lontani nel tempo. E poi lo spontaneo (forse non cercato, ma oggettivo) color poeticus lucreziano delle parole di Tonelli (evidenziate nel testo citato) a fronte della scientifica esattezza (avvalorata da paragoni e da esempi esperienziali) così delle immersioni poetiche di Lucrezio nella realtà impercettibile degli atomi come del suo innalzarsi alla vertigine di visioni cosmiche. I due linguaggi comunque convergono. Sbalordisce questa convergenza, soprattutto se (come credo) non è influenzata da una intenzionale emulazione diretta, da parte di Tonelli, del De rerum natura. Vorrebbe dire che intorno all’infinitesimo e all’infinito della materia il linguaggio della scienza e quello della poesia si toccano naturalmente. Che non si può fare scienza dell’infinitamente piccolo/grande senza fare poesia e viceversa. Si tratta nella fattispecie di un paradosso necessario, che smentisce clamorosamente l’antitesi fasulla tra le due culture e spiega come mai (Galileo ce lo insegna) scienziati che si mettano a divulgare la scienza assurgano spesso, più di tanti letterati, ad una autentica, talora notevole, qualità di scrittura.

 

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È pratica oggigiorno onnipervasiva e lecita e illimitata (nel senso che non conosce limiti di legge o di censura sociale tranne quelli che un soggetto culturalmente forte e psicologicamente maturo può con fatica porre a se stesso) quella che in civiltà antiche veniva ritenuta una gravissima colpa e come tale perseguita: la corruzione morale, specialmente se rivolta ai più giovani. Per corruzione morale intendo l´esatto opposto dell´educazione morale. Dove quest´ultima cerca di incanalare e contenere gli istinti e le pulsioni secondo una misura e in una direzione che giovi all´individuo, ne promuova la personalità in sé ed in relazione alla società in cui quello vive o si prepara a vivere, la corruzione persegue invece l´obiettivo contrario: quello di assecondare e stimolare all´infinito quegli istinti e quelle pulsioni individuali primitive in maniera da indurre, pervertire o ingigantire comportamenti e desideri che giovino esclusivamente agli interessi dei corruttori. Il punto di differenza tra la nostra epoca e le più antiche è che in quelle i singoli colpevoli di corruzione (spesso presunti, come Socrate) avevano un volto e un nome ben identificabile, mentre oggi non più. Chi è infatti, adesso, che inonda tutti i giorni, ogni momento del giorno, sul display del mio cellulare, notizie ed annesse pubblicità sul calcio, la scuola, la pensione, il meteo ecc. solo perché statisticamente risulta al portale che il sottoscritto cerca un po’ di più su Google notizie di quel tipo? Ho provato a digitare più di una volta altre parole ed altri contenuti culturalmente più nobili, evidentemente meno appetiti ed appetibili dalla massa dei fruitori di quel portale, ma non ne è sortito nulla di nuovo: ancora calcio, meteo, scuola, pensione… fino alla nausea. Questa è corruzione bella e buona, sistematica, infallibile, figlia di algoritmi e di altre diavolerie del marketing on line. La distopia realizzata su scala planetaria, mutatis mutandis e con la nostra complicità, del Grande Fratello orwelliano. Un sedicenne che digiti (come ne vedo fare tantissimi), che so io, cartoni, videogiochi o divi da cronaca rosa sarà scientificamente inondato h24 da notizie, spesso desunte da fonti di scadente levatura giornalistica, unicamente di quel tipo. Non gli sarà aperta (ciò che invece fa la vera educazione) nessuna porta nuova, né indicata una strada diversa. Lo si farà girare in cerchio fino alla compulsione, facile ma patologica, attorno all´ombelico dei suoi desideri (indotti o spontanei che siano) senza mai indurlo a faticare per tentare nuovi percorsi o avvistare nuovi orizzonti. Così succede (come mi è capitato di vedere davanti al palazzo dei consoli a Gubbio) che giovanissimi turisti di fronte a un bellissimo monumento di una nostra città d’arte stiano fissi a testa bassa ognuno sul proprio telefonino a navigare e a chattare, sordi alle spiegazioni della guida. È facile capire come contro questi meccanismi corruttivi la battaglia dell’educazione (familiare e scolastica) sia perduta in partenza, perché educazione è etimologicamente elevarsi con fatica e con un irrinunciabile dose di sacrificio e di rinuncia sopra di sé, sopra le proprie abitudini e i propri impulsi primari, non ripiegarsi in questa coazione a ripetere – autistica e direi quasi autoerotica – su di essi. Vige in questa compulsione indotta dal mezzo elettronico un principio adulterato del piacere che, replicandosi all’infinito, divora o smarrisce se stesso. Il vecchio Epicuro parlerebbe di piacere innaturale e non necessario e perciò controproducente. Un piacere primario stimolato  all’infinito e perciò snaturato. L’esatto contrario del sereno e maturo e pieno godimento della vita.

Non so perché queste riflessioni mi fanno venire in mente una scena, per me raccapricciante, cui ho assistito di recente in un parco giochi di una capitale del Nord Europa. I visitatori gettavano in continuazione ai pesci di uno stagno artificiale piccole esche di cibo che si potevano acquistare a pochi centesimi da macchinette erogatrici a gettone. Ebbene ho ancora davanti agli occhi le mille bocche mostruosamente spalancate di quei pesci. Erano pesci piccoli e grandi, scuri e colorati, ma io vedevo soltanto le loro bocche frementi, enormi e insaziabili a pelo dell’acqua. Nient’altro. Una calca ribollente di bocche stipate e schierate nell’attesa spasmodica di intercettare la pastura che veniva loro continuamente gettata. Questa è, per immagine, la corruzione di cui parlavo sopra.

Curioso ma non sorprendente che gli antichi Greci (sprovvisti di tecnologie mediatiche paragonabili alle nostre, ma ben abituati alla demagogia politica) avessero già dei termini molto pregnanti e adatti a definirla: charìzesthai / pròs chàrin. Ovvero: agire o parlare per compiacere interessatamente agli altri e indurli così a fare ciò che è nell’interesse del persuasore, non certo nel loro.

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Dài una bandiera a un folle e la userà come un’arma. Anche contro di te.

La più sconcertante stupidità e abiezione di quanti vivono nel pregiudizio consiste in una infrangibile presunzione di intelligenza. Che sussiste e si rafforza solo condividendo il pregiudizio con altri individui, altrettanto stupidi e abietti. Perciò il pregiudizio, se non è diffuso, deve almeno – per sopravvivere – essere settario: non riuscirebbe mai, come la verità, a camminare sulle gambe di un eroe solitario.

Bisogna riconoscere al pensiero politically correct almeno un pregio: quello di predicare tra una massa di bruti un vangelo di bugie o di mezze verità utili, talvolta, ad alleviare qualche nostra inutile pena.

Amore è parola grande e preziosa e nobile che ne contiene molte altre, molto più piccine, vili, ignobili, persino indicibili.

A una persona dalle belle parole preferisco le parole di una bella persona.

A teatro, sere fa. I miei studenti recitavano l’Andromaca di Euripide. Stare a teatro (quando si fa buon teatro) è l’esperienza di un confine magico: quello tra la realtà e la verità. Noi, spettatori, – al di qua di quel confine – sprofondati (stretti nelle nostre poltroncine, soffocati dai nostri vestiti) nella penombra della realtà. Loro, gli studenti-attori, trasfigurati nella luce della verità, liberi di muoversi fuori dal tempo e dallo spazio in cui noi eravamo imprigionati. Ragazzi e ragazze che vedevo tutti i giorni ridere, strillare, scartocciare merendine, sfogliare libri, spettegolare, litigare… lì erano diventati carne e sangue, volto e voce di archetipi delle passioni e della sofferenza umana: Andromaca, Ecuba, Ermione, Menelao, Peleo. Altri da sé. Così, come straniati ciascuno, ma con tutto se stesso, nell’estasi del mito.

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«Dopo questi argomenti si potrebbe continuare trattando dell’amicizia. Essa è in certo modo una virtù o qualcosa che si accompagna alla virtù; inoltre è qualcosa di assolutamente necessario per l’esistenza umana. Infatti senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, pur possedendo tutti gli altri beni. Non per altro si crede che soprattutto sentano il bisogno di amici quelli che sono ricchi e che hanno acquisito cariche o poteri; in effetti quale utilità ci sarebbe di una tale prosperità una volta che sia tolta la possibilità di elargire benefici, i quali toccano soprattutto gli amici e sono particolarmente lodevoli < se attuati> verso gli amici? E come potrebbe essere questa prosperità custodita e salvaguardata senza amici? Infatti quanto più essa è grande tanto più è instabile. Nella povertà e nelle restanti disgrazie <gli uomini> credono che gli amici siano l’unico rifugio: e ai giovani per evitare gli errori; e ai vecchi per la cura e per gli aiuti <che si devono loro prestare> in relazione alla loro inabilità pratica dovuta alla debolezza fisica; e a quelli nel pieno dell’età per compiere belle azioni. “Due che camminano insieme” [cit. dall’Iliade] sono infatti più capaci di pensare e di agire. <L’amicizia> pare essere naturalmente insita in colui che è stato procreato verso colui che lo ha generato e in colui che genera verso chi è stato generato, non solo tra gli uomini ma anche tra gli uccelli e presso la gran parte degli animali e vicendevolmente tra coloro che appartengono alla stessa specie e soprattutto tra gli uomini, ragione per la quale noi lodiamo i ‘filantropi’. Si potrebbe osservare anche durante i viaggi come ogni uomo sia un essere familiare e <perciò> amico per un altro uomo. L’amicizia pare tenere insieme anche le città e i legislatori paiono preoccuparsi più di quella che della giustizia: infatti la concordia sembra essere in qualche modo simile all’amicizia, ed essi aspirano soprattutto a questa e cercano di scongiurare soprattutto la discordia civile che le è nemica.» (Aristotele, Etica Nicomachea 1155a)

 

Si ostinano a somministrare Aristotele alla maturità classica: due volte negli ultimi sei anni. Eppure il sommo filosofo è il meno adatto, stilisticamente parlando, a testare la preparazione media del maturando di liceo classico: perché scrive spesso (a dispetto della profondità e della lucidità del suo pensiero) in maniera raffazzonata, sintatticamente inaccurata, con frequenti ellissi di nomi e di verbi e cambiamenti di soggetto. Scrive(va) così perché in realtà i testi che abbiamo conservato di lui sono dispense, appunti, scartafacci ad uso interno della sua scuola non rielaborati sul piano retorico e formale così come dovevano essere invece le opere essoteriche, destinate cioè alla pubblicazione, che non possediamo più. Eppure i misteriosi selezionatori del ministero continuano a proporlo. Qualche mio collega sospetta addirittura che essi lo farebbero per mandare allo sbaraglio gli studenti e accelerare così obliquamente l’eliminazione del greco antico dai licei. Io non ci vedrei secondi fini politici tanto maliziosi: una insinuazione dietrologica del genere, per altro, attribuirebbe a questi misteriosi figuri la dote di una studiata accortezza. Difficile che questa possa appartenere a persone che si lasciano sfuggire, nei brani che propongono (è accaduto spesso), persino errori testuali senza verificare prima attentamente su di una edizione critica. A meno che questa trascuratezza non faccia parte, anch’essa, del complotto… No. La realtà è forse meno ingegnosa. Non di malizia a mio avviso si tratta, ma di imperizia. Con la scelta dei temi di versione questi oscuri personaggi ci offrono la sintesi e la quintessenza perfette del più sciatto pedagogismo ministeriale degli ultimi anni applicato all’antichistica.  Il loro intento sincero e pervicace è infatti dimostrare a tutti i costi che l’antico è attuale; che autori di duemilacinquecento anni fa parlano già modernamente di ecologia, di solidarismo, di animalismo, di democrazia, di legalità ecc. Il loro criterio di scelta è quindi puramente promozionale e propagandistico. Ma il target primario di questo marketing non sono gli studenti – si badi bene (se no non propinerebbero loro testi così ardui) – ma il grande pubblico: per pubblicizzare questa presunta attualità dei classici, in effetti, quale occasione più ghiotta potrebbero avere  della seconda prova di maturità, quella che finisce semel in anno sulle pagine di tutti i quotidiani, con tanto di commenti di intellettuali e di veri o presunti grecisti? Presunti come quella brillante e sedicente collega che (con il fine non dichiarato ma trasparente di promuovere un suo fortunato pamphlet sul greco antico dalle colonne di un grande giornale) dedicava ieri uno sportivo quanto entusiastico spot al pensiero di Aristotele, filosofo secondo lei geniale e moderno così come la lingua in cui si esprimeva. Tanto geniali e moderni entrambi – lui e la sua lingua – da potersi, sempre secondo lei, comprendere e tradurre oggi senza il bagaglio molesto delle conoscenze grammaticali ma così, semplicemente, per empatia… Potere evidentemente magico, questo dell’empatia, e sottovalutato dagli antichisti meno geniali. Quello che ci permetterebbe magari di accostarci ai classici originali del pensiero confuciano senza nemmeno conoscere gli ideogrammi cinesi.

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« Chi d’altro canto non si rattristerebbe, se è un Greco educato da persona libera, ricordando che, quando la città era governata meglio di adesso e aveva politici migliori, nel momento in cui si stavano per celebrare in teatro come adesso gli agoni tragici, l’araldo si faceva avanti presentando al pubblico gli orfani di padri caduti in guerra – ragazzini vestiti con l’intera armatura dei padri! – e annunciava solennemente quello che era l’annuncio più bello e più utile a spronare al valore: cioè che quei ragazzi sarebbero stati mantenuti fino alla maggiore età a spese dello stato. Adesso invece l’araldo, dopo averli fatti vestire con l’intera armatura dei padri, li congeda con auguri di buona fortuna per il loro avvenire. Poi però li fa sedere in prima fila…»

Ho assegnato questo passo di Eschine (un oratore Ateniese del IV sec. a. C.) in un compito in classe. Lì per lì mi pareva uno dei molti luoghi comuni della laudatio temporis acti  propria di tanta oratoria antica. Poi, riflettendoci, ho cominciato a sentirci una corrispondenza profonda, sgradevole ma calzante, con la nostra attualità politica e con il massacro del welfare mascherato da insultanti riforme-truffa. Anche l’Atene di Eschine veniva, per altro, da decenni di recessione economica…

 

 

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Scrivevo tempo fa su questo blog che lo scopo di queste mie modeste riflessioni

« non è quello di inseguire e rastrellare consensi né di persuadere chicchessia, ma di accendere la miccia del pensiero autonomo degli altri.» [settembre 2013]

Leggo soltanto adesso in Plutarco, L’arte di ascoltare [48c]:

«La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto come legna, di una scintilla che la accenda e vi infonda l’impulso della ricerca ed un amore ardente per la verità»

Quando si dice dell’importanza della cultura antica, bisognerebbe riflettere proprio su quante cose attribuiamo a noi o ci sforziamo noi di elaborare, mentre sono già state pensate e ripensate allora. Non si tratterebbe, nella fattispecie, soltanto del doveroso riconoscimento di un copyright, ma anche di un vantaggioso risparmio delle nostre energie intellettuali.

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