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Archive for gennaio 2015

Tra razionalità e omologazione l’uomo medio sceglie di norma (e consapevolmente) la seconda, anche quando essere conformisti comporti compiere scelte – alla luce della ragione – totalmente sciocche e irrazionali.

Questo perché dall’ adeguarsi alla assurdità di un sistema (e/o ai pregiudizi della massa) egli si aspetta vantaggi e considerazione maggiori che non dall’ isolarsi nella dignità dell’intelligenza.

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Parens bono filio invisus humano generi invisus 

[Un genitore che non sia amato da un bravo figlio non è amato da nessuno altro essere umano]

Dementes soli aegrorum qui sanari nolunt 

[I folli sono gli unici malati che non desiderano essere guariti]

Per se ipsos non per libros homines cognoscendi* 

[Gli esseri umani vanno conosciuti direttamente, non attraverso i libri]

 

[*L’ultimo aforisma si ispira al noto apologo platonico su Talete e la servetta tracia, dal quale emerge una verità inquietante, che fa riflettere non poco anche oggi sulla concreta utilità delle ‘scienze umane’: vi si dimostra infatti che chi più degli altri studia e conosce la natura degli uomini è anche colui che meno sa trattare concretamente con loro nella vita sociale. Drammatica divaricazione tra teoria e prassi, tra conoscenza e azione. Ovvero paralisi dell’azione nell’ambito stesso in cui massimamente si esercita e si sviluppa la propria conoscenza. Come se un informatissimo etologo non sapesse minimamente trattare con gli animali domestici o un preparatissimo pedagogo non sapesse concretamente come relazionarsi con un bambino in carne ed ossa. Dimostrazione di come le buone relazioni con gli altri (discendendo soprattutto dall’indole e dall’educazione delle persone) non si giovano più di tanto delle scienze psicologiche e relazionali. Anzi potrebbero trarne paradossalmente danno.]

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Se la sera all’imbrunire guardi oltre

la finestra, il riflesso del vetro ti imprigiona

tra i chiusi e cari oggetti della stanza: come

in un sortilegio oppone l’invisibile, ostinata

sua sostanza al libero volo dei tuoi occhi.

Ma se solo accosti il capo, la fantastica

magia scompare: nascono nel tuo ovale

senza forme netti e veri i tratti dei colli

e delle case, scolpisce la luce fredda

che dilegua  dentro il vuoto d’ombra

nero del tuo volto la pienezza – alta

plurale plastica – di un universo

che tramonta intero.

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Ci sono libri che non sono quello che vogliono sembrare. Un libro di narrativa – ad esempio – quando non riesce a riassorbire e rifondere nella verosimile concretezza dei caratteri e delle vicende il bagaglio di idee, anche stimolanti e originali, che trasmette (penso e.g. a Bouvard e Pecuchet di Flaubert), non è, a mio avviso, un libro artisticamente riuscito. Rischia di rimanere un ibrido irrisolto. Un saggio camuffato. È questo il caso de Il mercante di luce dello scrittore – cantautore – professore Roberto Vecchioni. Un operetta che vorrebbe proporsi come un racconto lungo incentrato sulla storia patetica di un ragazzo (Marco) gravemente malato di una rara patologia e destinato a morte prematura, e di un padre (il professor Quondam) che si dedica totalmente a consegnargli nel più breve tempo possibile – quel poco che resta al figlio – il tesoro della sua eredità spirituale. Terza figura – più defilata – quella della madre di Marco (Miranda) e moglie separata del protagonista, ancora legata a lui da un rapporto di odio-amore per averla prima sedotta con la sua cultura e il suo talento intellettuale e poi schiacciata e soffocata, sotto il peso stesso di quel fascino, in un ruolo subordinato, non mai autonomo né paritario. Sullo sfondo, il mondo accademico con i suoi giochi di potere, i suoi walzer di cattedre più e meno squallidi, da cui Quondam rimane regolarmente escluso. I temi e i personaggi di questa vicenda ambientata nell’attualità si delineano tuttavia a strappi, sgranandosi in episodi intermittenti di una cornice narrativa che incorpora il nocciolo ispiratore del racconto: la preziosa eredità che il prof. Quondam (evidente alter ego dell’autore) cerca di trasmettere al figlio, vale a dire i tesori letterari della cultura classica che egli ha amato e coltivato da sempre. Così le pagine anche quantitativamente più corpose e coinvolgenti del libro sono proprio quelle nelle quali il professore declina nel ruolo di padre amoroso la sua educazione di antichista – che per lui coincide, interamente, con il senso stesso della sua vita.

In queste pagine sentiamo il protagonista parlare con ispirata passione della tragedia classica e dei lirici greci, di Sofocle e di Saffo, di Fedra e di Medea: ma quello che filtra nei discorsi di Quondam- Vecchioni non è (per fortuna) l’imprinting scolastico o cattedratico di quella formazione, bensì soltanto la sua residua quintessenza intellettuale ed esistenziale. Come dire: quello che della disciplina sopravvive in un insegnante quando egli ha ormai smesso di insegnarla.

Il meglio. Il distillato. Il sapere fatto ormai carne e sangue di colui che lo ha assorbito.

Quello che dovrebbe rimanere della scuola in chi vi lavora (oltre che in chi la frequenta).

È innegabile che queste pagine sui grandi della letteratura classica risultino, proprio per l’autenticità e il pathos con cui essi sono ri-vissuti, emotivamente coinvolgenti e originali, specie per quei lettori che abbiano (come chi scrive) condiviso con l’autore la stessa esperienza culturale e professionale.

Ma ci si chiede – a lettura conclusa – quale reale relazione esse abbiano con la cornice narrativa, non proprio originale nella trama e ostentatamente modernizzante nel linguaggio. Perché in ultima analisi quella cornice appare – rispetto al quadro – piuttosto eterogenea, inessenziale, persino pretestuosa.

Quasi sia stata inventata soprattutto per non lasciarlo senza.

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“Zero termico” di Paolo Mazzocchini

Segnalo una recente e positiva recensione di Zero termico scritta da Matteo  Chiavarone nella rivista letteraria on line Patria letteratura :

http://www.patrialetteratura.com/zero-termico-di-paolo-mazzocchini/

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