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Archive for settembre 2012

Sento ripetere continuamente in corsi e corsetti di aggiornamento per docenti, in pubblici interventi di esperti e pedagoghi che chi insegna oggi deve preoccuparsi soprattutto degli ultimi e dei più deboli.

Non nego affatto che in una scuola moderna vi debba essere anche questa preoccupazione, se ciò significa migliorare la didattica per renderla effettivamente più efficace nei confronti di tutti, compreso chi ha maggiori problemi di apprendimento.

Ma contesto con tutte le mie forze il rovescio (implicito o esplicitato che sia) di questa medaglia, cioè il postulato cretino e blasfemo secondo il quale i ‘primi’, gli allievi cioè più capaci, responsabili e motivati all’apprendimento (non sto parlando dei ‘geni’) non avrebbero invece  bisogno di particolari attenzioni da parte della scuola,  perché – udite udite! – saprebbero ‘fare da soli’.

No. Non è affatto vero che i migliori possono progredire e formarsi da autodidatti.

Né che ci si possa permettere di farli annoiare in classe mentre ripetiamo e banalizziamo all’infinito le nostre lezioni.

Anzi essi hanno bisogno come e più degli altri di veri maestri, di guide, di esempi.

Di insegnanti che li indirizzino ad affinare il metodo, ad ampliare i loro orizzonti, a trovare la loro strada, a scoprire e valorizzare al meglio, per il bene di tutti, i loro talenti.

E poi i migliori devono essere anche difesi.

Sì, difesi.

Dall’invidia, dal malanimo e dall’opportunismo altrui.

Dall’illusione che quelle doti basteranno loro sempre nella vita, come nella scuola, senza la fatica costante di coltivarle. Senza l’umiltà di mettersi sempre in discussione e di guardare in faccia la realtà.

Dall’inganno dell’ambizione e dell’arrivismo.

Dalla seduzione del narcisismo.

Difesi dagli altri, dunque, ma anche e soprattutto da se stessi.

La scuola che abdica a questo compito e abbandona a se stessi i migliori non è degna, semplicemente, di chiamarsi tale.

E – attenzione – non vi sono facili scorciatoie che permettano alla scuola di scansare questo dovere.

Credere di assolvervi regalando qualche borsetta di studio o qualche viaggio all’estero ai ‘meritevoli’ è un pietoso e demagogico imbroglio.

Perché l’unico regalo che la scuola deve fare ai migliori è prendersi veramente (didatticamente, culturalmente, umanamente) cura di loro.

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LA CAREZZA ED IL PUGNO

Carezza e pugno  (metaforicamente parlando) sono momenti rilevanti e complementari dell’educare.

Vanno perciò dosati, entrambi, con misura e senso dell’ opportunità, specialmente il secondo.

Guai tuttavia ad usarli contemporaneamente insieme o in una sequenza così ravvicinata da oscurare la percezione precisa dell’intenzione dell’educatore.

L’educando deve insomma capire bene se le dita dell’educatore sono chiuse o aperte.

L’equivocità del gesto ne vanifica l’effetto e rischia di togliere all’educatore ogni autorevolezza.

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L’olezzante ministro in carica dell’istruzione nostrana ha annunciato concorsi per neoprof a scadenza rigorosamente biennale (si legga bene!) per favorire il reclutamento dei giovani ed eliminare il precariato. Lo stesso identico annuncio era venuto,  a scadenza rigorosamente decennale, dai suoi colleghi ministri di 10, 20 e 30 anni fa. Che i ministri dell’istruzione misurino il tempo secondo una più lassa e interiore durata (bergsoniana, chissà, o magari proustiana) o più semplicemente geologica, sconosciuta ai più e soprattutto ai poveri precari inferociti e incanutiti nel frattempo nell’attesa?

Intanto però, lo stesso ministro continua a dare attuazione spietata alle feroci misure draconiane dei suoi predecessori rivedendo spese e tagliando con accetta e sega elettrica cattedre su cattedre nella scuola pubblica. Con conseguenze che l’opinione pubblica spesso ignora. Per esempio credo nessun genitore sappia perché mai latino, greco, italiano e geostoria (?) vengano assegnate talora in un ginnasio a ben 4 (quattro) prof diversi. Ammetto che sarebbe difficile anche per me spiegarglielo. Dirò semplicemente che tutto dipende dalle maldestre e brutali operazioni di falegnameria scolastica imposte dal ministero. Siccome tutti i prof devono avere 18 ore per non far soffrire le casse dello stato, anche cattedre di 16 e 17 ore devono adeguarsi. «Giusto!» griderà il lettore di fede brunettiana.  Giusto, se non fosse che per crescere di 1 o 2 ore quelle vecchie e gloriose cattedre devono essere smontate in pezzetti e rimontate a capocchia come le costruzioni della Lego, altrimenti i conti non tornano! E l’importante non è che vengano fuori cattedre didatticamente a regola d’arte (cioè mirate alla continuità e alla organicità dell’insegnamento): siano pure dei Frankestein, purché siano tutte misurate nel letto di Procuste delle 18 ore settimanali! Chiaro no? Ecco perché uno studente può avere contemporaneamente 4 prof diversi in un anno per le materie letterarie rischiando inoltre – ciò che è ancora peggio – di cambiare un prof di italiano o di filosofia ogni anno!

PS.: qualcuno – sempre il solito brunettiano – obietterà: ma così finalmente si risparmia e si ottimizza l’impiego del personale pubblico! Questo qualcuno – mi perdoni – se ragiona così non sa un fico secco del funzionamento della scuola. Non solo non sa che la organicità e la continuità didattica sono i pilastri di un insegnamento efficace. Ma ignora anche, per esempio, che la scuola è frequentata da alunni per lo più minorenni e che se un insegnante è assente per malattia o per permesso deve essere sostituito da colleghi nella sorveglianza della classe (per i supplenti non ci sono soldi). Ma se questi colleghi non hanno più ore a disposizione (come quando c’erano cattedre da 16 e 17 ore) nessuno sarà tenuto a fare sostituzioni o se vorrà farle dovrà (spero) essere pagato. Come si gestiranno a rigor di legge e senza spendere le ore scoperte per malattia o permesso?

Ma no, che sbadato, mi perdonino i brunettiani: ho pensato per un istante che dei prof statali abbiano ancora il diritto di ammalarsi…

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Duplice è la maledizione della profetessa Cassandra: non solo nessuno sul momento le crede; ma – beffa che si aggiunge al danno – quando a distanza di tempo le sue profezie puntualmente si realizzano nessuno si ricorda che erano state già da lei pronunciate.

Anzi c’è sempre lo spudorato che – dopo averle come tutti ignorate o beffeggiate prima – adesso le spaccia come sue.

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DEL CULTO DEL BELLO

La troppa sensibilità alla bellezza in tutte le sue forme – quella soggezione al fascino del bello che a partire dal romanticismo è stato celebrato come il privilegio delle anime elette – è in realtà piuttosto una tara elitaria, una schiavitù, una debolezza che rende indifesi e che si paga, prima o poi, a carissimo prezzo.

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A’ REBOURS

(pueritiam aeternam dona eis domine…)

La speaker sessantenne del tg

regionale è un cranio orochiomato

di centrifughe ossa vezzosa-

mente insaccate in  cartapecora lucente

di biacca e di carminio; stuccata

filigrana di millenari strati

geologici che aggruma attorno a

labbra-mongolfiera e a dentiera-

tastiera perigliosamente installata

su fluttuante mandibola di gesso.

La osservano distratti ultra-

trentenni mentre cinguettano

sul notebook messaggini

d’amore bacini perugina

con oche  loro coetanee

starnazzando di weekend

a Gardaland pacchetto esclusivo

per due con inclusa galleria

della paura. Quasi cinquantenni

brizzolati, erede in braccio

che energico sugge a due mani e a tre

anni suonati il biberon, commentano

maligni che la speaker zombie

è lo specchio tenebroso

della corsa a ritroso dei salmoni

alle scaturigini del tempo. Intanto

il neonato treenne sogna

sazio in braccio al padre-nonno

un dolce naufragio nel tepido

stagno del golfo prenatale.

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