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Archive for the ‘de aesthetica’ Category

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Parla di se stesso, anche quando non parla di se stesso.

Non parla di se stesso, nemmeno quando parla di se stesso.

 

Facile e paradossale indovinello letterario.

Il primo paradosso ha un senso scontato, perché non c’è – ripeto – opera di intenzione e di valore artistici (per quanto scritta con la oggettività, il distacco, il senso di alterità che ogni arte, in varia ma necessaria misura, richiede) che non discenda in primis dall’io profondo dell’autore e dal suo più autentico, talora altrimenti inconfessabile o inesprimibile, vissuto. Niente perciò possiamo degnamente rappresentare in letteratura che non sia sperimentato, sofferto e sedimentato nelle regioni più intime – consapevoli, inconsce o semiconsce che siano – del nostro essere.

Il secondo paradosso (in apparente contraddizione col primo) è altrettanto vero ma forse meno ovvio. Per capirlo bisogna essere educati alla poesia quel minimo che serve per non banalizzarla né svilirla da puerili lettori provinciali: quelli che credono (o tendono irresistibilmente a credere) che l’io che scrive e quello che vive siano esattamente la stessa, identica persona; e che scrivendo non si possa far altro che travasare pari pari sulla pagina la propria vita quotidiana, le proprie vicissitudini concrete e via banalizzando. Sono quei lettori che di fronte a un testo come A Silvia di Leopardi non sanno far di meglio che compiangere la sfortuna di un poeta deforme e di una bella ragazza della finestra di fronte, morta anzitempo di tisi, di cui Giacomo si era segretamente invaghito. E non riescono a capire che nel destino di Silvia e di Giacomo è rappresentato, con una bellezza del significante pari alla tragicità del significato, il destino di tutti. Sembra strano, ma l’alto tasso attuale di scolarizzazione e di (presunta) familiarità col testo letterario non impediscono ancora a moltissimi di sentire con piccineria la grande letteratura. Di leggerla, purtroppo, come si legge un giornale (o si assiste a un programma) di cronaca vera o di gossip. Bisognerà che la scuola lavori su questo e che lo faccia = cosa difficile – in dichiarata controtendenza rispetto ai media.

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Per molti motivi si scrive. Tra gli altri anche e soprattutto perché sovente non c’è – nel momento in cui tu devi dire qualcosa – qualcuno che possa o che voglia ascoltarti, qui e adesso. Allora affidi il carico dell’anima tua a una zattera di parole e lo lasci vagare nell’oceano del tempo e dello spazio, in totale balia delle correnti. Forse (non è certo) a qualcuno quelle parole, prima o poi, arriveranno. Tanto più saranno propensi a raccoglierle quelli che sono da te più lontani nel tempo e nello spazio. Sconosciuti che a loro volta ignoreranno a tal punto chi sei o sei stato (la tua faccia, il tuo corpo, la tua voce, il tuo qui e adesso) da credere che quelle parole siano venute loro incontro fatalmente, per sogno rivelatore o per dono divino. Saranno infinitamente grati a quel  fato, a quel sogno o a quel dio che tu, per loro, sarai nel frattempo diventato. Non a te. Se tu potessi (da familiare, amico o conoscente) pronunciarle con la tua bocca al loro orecchio qui e adesso, forse nemmeno loro, qui e adesso, sarebbero disposti ad ascoltarti.

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Il poeta deve nascondere il male, non metterlo in mostra, né insegnarlo. Ai bambini fa scuola il maestro, ai giovani la fanno i poeti. Dunque è nostro dovere non dire altro che cose oneste. (Aristofane, Rane, vv. 1053ss.).

Così il comico ateniese Aristofane fa dire ad Eschilo (che era il suo tragediografo preferito) per condannare Euripide e il suo (per i tempi – siamo nel V sec. A.C.) modernissimo realismo scenico. Aristofane scambia cioè la straordinaria capacità euripidea di rappresentare gli esseri umani così come sono per diseducativo incitamento alla trasgressione dei principi etici della tradizione. E la stigmatizza appellandosi a una concezione moralistica dell’arte tragica (che nella Grecia di allora era tradizionale e ancora diffusa) che pretendeva da essa il ruolo quasi scolastico di educatrice del popolo.

Sul piano estetico le posizioni di Aristofane sono da tempo superate. Ma sul piano pedagogico non direi che egli sollevi un problema per noi ormai del tutto inesistente. Anche oggi chi insegna ai giovani attraverso la letteratura può nutrire il dubbio se proporre o meno un grande autore che, come (o  peggio di) Euripide, rappresenti in maniera troppo cruda e diretta vizi, perversioni, meschinità, malvagità degli esseri umani, o esprima egli stesso (l’autore intendo) troppo apertamente nelle sue pagine sentimenti e pensieri poco consoni con l’elevato ideale etico ed antropologico maturato negli ultimi decenni dalla nostra civiltà. Si pone cioè, per dirla in sintesi con un termine alla moda, il dubbio del diritto di cittadinanza, nelle nostre scuole, per autori importanti ma oggi troppo politically uncorrect. Esiodo e molti altri greci antichi, per esempio, sono spudoratamente antifemminili. Tacito, Dante, Céline, Kerouac (per citarne solo alcuni in ordine sparso tra l’antico e il moderno) sono talora xenofobi e/o omofobi. Ovidio è spesso sessista. Machiavelli un immorale dichiarato. Quanto ai misoneisti reazionari e retrogradi, se ne trovano a iosa e a qualsiasi latitudine spazio-temporale.

Ma si tratta per lo più di un falso dilemma. Quando ci accostiamo alla letteratura o all’arte in generale, la presenza nell’opera di vere  o presunte pecche morali non può e non deve costituire motivo alcuno di censura estetica. L’arte vera – piaccia o no (e mi preoccupano molto quelli cui questo assioma non piace, come il vecchio Platone) – è al di sopra della morale, al di là del bene e del male proprio mentre (e perché) ne rappresenta, nella maniera più visibile e cruda e perciò, direi, paradossalmente e autenticamente educativa, lo scontro o l’intreccio.

Anche i più sacrosanti ed avanzati principi dell’etica dominante diventano invalicabili e ottusi pregiudizi – ideologici, bacchettoni o radical chic – quando giungano impropriamente a interferire col giudizio artistico. Perché impediscono l’accesso alla completa e profonda intelligenza delle grandi opere e ne possono favorire manomissioni ermeneutiche o appropriazioni ideologiche indebite o, peggio ancora, inaccettabili censure.

Certo: misura e gradualità in relazione all’età di chi ci sta davanti sono d’obbligo per chi propone pagine letterarie agli adolescenti. Ma bisogna sempre considerare che le verità che la grande letteratura ci squaderna sono sempre più educative di mille mediocri letture edificanti o conformiste, capaci soprattutto di alimentare l’ipocrisia. Che quello che si guadagna in maturità di visione, complessità di pensiero e profondità di sguardo leggendo certi autori è sempre, enormemente di più di quello che si rischia di perdere in (improbabile) purezza ed in (presunta) innocenza. E l’innocenza per parte sua va – prima o poi, con tutta la cautela e la misura che si deve – turbata e confusa, se si vuole aiutare una persona a diventare adulta.

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“Il narcisismo dei poeti, di cui spesso si parla, si distingue in amore per il sé visibile e pubblico (e da quello vengono moralismo e vanità) e in amore per un sé sfuggente e nascosto, che è invece la fonte della poesia.” (Franco Fortini, I poeti del novecento, Donzelli, Roma 2017, p.20)

Affermazione basilare, quasi un postulato sui cui rifondare la vecchia distinzione crociana tra non poesia e poesia. Affermazione forse influenzata dalla psicoanalisi, ma comunque difficile da confutare nella sua universale validità estetica.

Proprio partendo da queste parole si può capire perché un poeta non può, qualsiasi cosa abbia da dire, se quel qualcosa egli lo attinge dal proprio essere più profondo e nascosto, esentarsi dal dirla. La parola poetica più di ogni altra ubbidisce, manifestandosi, non alla volontà ma soltanto alla necessità. Una necessità profetica. In nome di niente e di nessuno si ha il diritto di soffocarla. E se per caso, per un qualche fine autocensorio, il poeta stesso arrivasse a tacitare la sua propria voce di poeta, allora commetterebbe un delitto, non contro se stesso ma contro la verità e contro l´umanità.

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Civiltà tra le più misogine dell’antichità, quella greca nutriva una inconfessabile percezione della dignità, dell’intelligenza e della ricchezza dell’animo femminile. Inconfessabile, ma profonda. Se così non fosse, non esisterebbero nell’immaginario mitico e letterario della grecità personaggi come: Elena, Andromaca, Ecuba, Calipso, Circe, Nausicaa, Penelope, Clitennestra, Elettra, Alcesti, Medea, Antigone, Ismene, Deianira, Cassandra, Lisistrata… Un campionario di umanità (nel bene e nel male) decisamente più ricco, autentico e vario di quello maschile.

Un paradosso, se è vero che sul piano giuridico, sociale e politico la donna era considerata e trattata quasi ovunque in Grecia come una nullità; nell’ambito familiare era proprietà del padre, prima, e poi del marito. Non poteva quasi mai uscire di casa. Non poteva ereditare. Non poteva testimoniare in tribunale. Nell’età classica e nella evoluta Atene del V secolo, un geniale e modernissimo storico come Tucidide nutriva un sovrano disprezzo per il genere femminile e ancora nel IV secolo un poligrafo e ‘saggista’ conservatore come Senofonte ribadiva netto e chiaro che l’unico regno della donna era la casa, e tutto il resto – fuori -, dal potere politico all’eros extraconiugale, era pertinenza del maschio.

Contraddizione sorprendente, non inspiegabile. Rivelatrice, direi, di come autori dell’antica poesia (epica, tragica, lirica) percepissero la figura femminile al di là dei condizionamenti del contesto storico-culturale che tanto la deprezzava e la marginalizzava. Segno in ultima analisi della stra-ordinaria capacità dell’arte, specie (e paradossalmente) nelle sue forme più genuinamente creative e fantastiche, di scandagliare e squadernare la verità nella maniera più spregiudicata, anticonformista e liberatoria rispetto alle gabbie ideologiche di un qualsiasi sistema di potere. Non per caso arte e potere fanno tanta fatica ad andare d’accordo.

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C’è (ci deve essere) sempre un piacere nella lettura di testi letterari. Ma in chi li scrive non ci deve essere la preoccupazione, tanto meno l’ossessione, di compiacere chi leggerà. Scrivendo, uno scrittore autentico compiace principalmente se stesso. Quello che compie è un atto gratuito, doveroso e liberatorio. Se si scrive pensando soprattutto al gradimento del lettore non si fa letteratura autentica, ma sotto-letteratura, letteratura di genere o di intrattenimento o di propaganda. Se si scrive letteratura pensando che non si devono, scrivendo, urtare la sensibilità, le idee, la fede, gli interessi di chicchessia, allora è meglio rinunciare a scrivere. Mentendo a se stessi (non ubbidendo cioè soltanto a se stessi e alla propria, parziale ma imperativa, verità) non si scriverà mai nulla di buono e si tradirà il compito preminente della scrittura letteraria: quello di spalancare porte e di illuminare mondi, anche se quella luce dovesse essere così violenta da offendere la vista di molti.

Non esiste arte (né letteratura) senza vitalità. Può essere anche la più tetramente pessimistica, disperata e negatrice della felicità della vita, ma l’arte non può, per realizzarsi, non nutrirsi di una – anche residua, ma resistente e irriducibile – energia vitale. Leopardi docet (per chi lo sa davvero comprendere). La morte spirituale invece non crea nulla. Il povero fantasma di Ovidio, il cadavere vivente di Tomi, non poteva più poetare. E infatti le sue elegie dal Mar Nero sono (con poche eccezioni) un lamento flebile, querimonioso e monotono. Un encefalogramma piatto. Morto che si ostina a parlare. Lui stesso d’altra parte lo riconosce: Come l’onda del fango occlude i canali/ e l’acqua aggredita ristagna alla fonte, / così il mio petto è ostruito dal fango delle sventure/ e il canto fluisce da vena inaridita […] Quell’ impeto sacro che nutre il cuore dei poeti, / che prima era in me, ora è svanito. / La musa rifiuta il suo ruolo, quasi a forza /porta la pigra mano alla tavoletta. / Piccolo per non dire nullo è il piacere che provo/ scrivendo, combinando ritmi e parole. (Ep. ex Ponto, 4, 2, 15ss. – trad. di P. Fedeli, con ritocchi). Aqua, impetus, voluptas: ecco i presupposti vitali, i principi primi della poesia che a Ovidio sono venuti meno impedendogli di creare. Nihil ex nihilo. Primum vivere.

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Risultati immagini per monaco monocolo

Un chierico devoto

di qualsiasi religione

leggerà la poesia

col monocolo fornitogli

dalla propria sagrestia.

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