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Archive for the ‘de miseranda re publica’ Category

Risultati immagini per bussetti e i compiti a casa  Risultati immagini per populismo scolastico

L’amore si fa in due. Il populismo si fa in tre. Un triangolo fatto d’amore e di odio (io, tu e il malamente).

Beninteso: se si vuole conoscere bene la lunga, a tratti nobile, storia della parola populismo bisogna leggersi almeno una autorevole pagina online della Treccani: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/2014/Zanatta_populismo.html).

Ma se si vuole capire in termini spicci che cosa populismo significhi oggigiorno nella sua più degenere e divulgata accezione basta un semplice esempio tratto dalla cronaca scolastica recente. L’attuale ministro dell’istruzione annuncia una circolare secondo la quale i prof dovrebbero astenersi (o limitarsi molto) nell’assegnare agli studenti compiti per le vacanze natalizie.

Ora non entro in questa querelle ridicola (almeno per la scuola liceale) sui compiti a casa: perché sostenere che in un liceo si possa non farli (o farne molti di meno) è come dire che si possono giocare e vincere partite di calcio senza allenarsi, o che si può suonare in un concerto senza averne mai fatto le prove o altre simili amenità… I compiti a casa sono la digestione lenta, sofferta, rimeditata, personale, di ciò che si è masticato ed ingerito in classe. Se li vogliamo togliere, delle due l’una: o quello che si fa di teorico in classe viene espulso senza essere assimilato e si scioglie come neve al sole d’estate, o bisogna prolungare il tempo di permanenza a scuola per una digestione assistita, cioè per svolgere i compiti sotto la guida di un tutor. Questa seconda opzione, se attuabile (e se ben attuata), può funzionare anche meglio dei compiti domestici individuali, ma non azzera il carico di lavoro né, più di tanto, accorcia la durata dell’impegno scolastico complessivo; non credo comunque riesca a sostituirli in toto.

Ma lasciamo stare la questione dei compiti a casa e torniamo al versante populistico della faccenda.

Il gioco a tre funziona semplicemente così: la dirigenza della scuola (prèsidi, provveditori, ministri) ascolta con il cuore in mano tutte le preghiere e le rivendicazioni (le più assurde e strampalate e pretenziose e persino discordanti tra di loro) che provengono dal popolo della scuola (studenti e loro famiglie). Non sto parlando di quel popolo che chiede di studiare di più e meglio, di avere insegnanti più bravi e seri, di fruire di una scuola più attrezzata allo scopo ecc. Un popolo così meriterebbe orecchie molto attente. No, sto parlando di quel popolo che chiede a gran voce che si studi di meno, che si abbiano facilmente voti alti, pezzi di carta a buon mercato, sorridente assistenzialismo a tempo pieno ecc. Fin qui è tutto amore tra i due, tra il popolo e la dirigenza dico: un amore così grande, così puro, un amore così disinteressato… Ma c’è un terzo incomodo: gli insegnanti. Se questi non reggono la candela a quel platonico amoreggiamento, diventano giocoforza l’ostacolo alla felicità, il capro espiatorio di ogni pena amorosa, i Capuleti e i Montecchi tra Giulietta e Romeo, il bersaglio del disprezzo, della diffamazione, dell’odio. Nel triangolo populistico della scuola gli insegnanti stanno oggi alla dirigenza e alla utenza come le odiate élites della finanza e degli intellettuali o le spregiate orde degli immigrati stanno rispetto agli amorosi sensi che legano i capi carismatici di turno ai loro elettori. Ecco il populismo illustrato alle anime semplici. Così si spiega bene sia perché gli insegnanti oggigiorno (al di là delle scarse gratificazioni economiche del loro mestiere) si sentano così demotivati e misconosciuti nella loro vita professionale (anche quelli che l’hanno scelta per vocazione), sia perché siano così scesi in basso nella considerazione sociale. Il ministro che interviene sui media a lamentarsi dei troppi compiti a casa dice molto di più della piccineria che sembra dire in apparenza: dichiara non solo che lui (da amante tenero e premuroso), ha a cuore ed in cima ai pensieri il desiderio delle sue amate famiglie e dei loro vezzeggiatissimi figli di potersi godere in santa pace le vacanze di Natale accanto al focolare domestico (!); ma insinua altresì che quella pace è minacciata e ostacolata dalla cattiveria di un terzo incomodo, da persecutori malefici dei ragazzi, da aguzzini abietti e forse anche un po’ patologicamente ottusi nel loro sadico accanimento contro la gioventù.

Ebbene la scuola italiana degli ultimi decenni ha (dis)funzionato sempre così, come un formidabile laboratorio populistico di cui questa faccenda dei compiti per le vacanze è soltanto un minuscolo emblema. In questo ha anticipato e istradato la politica e la società. Una volta tanto non è rimasta indietro. Ha svolto anzi al meglio il suo decantato ruolo di preparazione alla vita.

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Lenin non si sarebbe aspettato così fedeli e singolari epigoni. Tutti gli anni, immancabilmente, con qualsiasi governo, con qualsiasi tempo meteorologico (ma di preferenza quando le previsioni sono favorevoli) gli studenti delle superiori scendono in piazza annunciando la loro (periodica) rivoluzione d’Ottobre. Sì, perché proteste, manifestazioni, autogestioni studentesche sono da 50 anni come una malattia di stagione: l’autunno, il primo autunno è il picco del contagio piazzaiolo. Poi tutto si tace. D’inverno, intendo, quando fa freddo e ci sono le vacanze natalizie e le feste carnevalesche. Ma anche in primavera, quando ci sono le gite scolastiche e si ha bisogno di studiare di più in vista dello scrutinio finale. Ma Ottobre è diverso: Ottobre è un mese lungo, ancora mite, per giunta senza feste né ponti. Il momento più adatto per protestare. Contro che cosa? Contro i tagli e le cattive riforme. Contro i tagli, se ci sono buone riforme. Contro le cattive riforme, se non ci sono i tagli. E se pure ci fossero buone riforme senza tagli si protesterebbe lo stesso. Un motivo lo si trova, sempre. Per qualche giorno di vacanza in più.

Quest’anno per esempio, di fronte a un governo che ha (ridicolmente) semplificato le difficoltà dell’esame di maturità ma che sta (giustamente) ridimensionando l’infame alternanza scuola-lavoro, gli studenti dovrebbero avere in teoria di che essere soddisfatti. Invece no: il governo –dicono- non sta investendo abbastanza sulla scuola. Verissimo. Sai che novità! Ebbene, volete protestare in maniera efficace e credibile per questa ormai decennale manchevolezza? Vi butto là una proposta: organizzate in tutte le città d’Italia, un sabato sera, una notte bianca per la scuola, con manifestazioni, stand, dibattiti in cui coinvolgere anche gli adulti, i genitori, i professori, i politici… Che ne dite? Perché storcete il muso? Non sarà perché è di sabato sera e ne va di mezzo la discoteca, la passeggiata e la cena con gli amici? Però riflettete, ragazzi: se volete essere credibili ed efficaci dovete rimetterci qualcosa, pagare un prezzo. Se no che rivoluzionari e che protestatari siete? Se volete crescere e cambiare davvero le cose, dovete studiare (sudando) di più e meglio (la storia, soprattutto, ma poi anche la filosofia, le lettere…). Solo così potrete capire a fondo quanto oggi voi, come studenti e come giovani, siete soprattutto un formidabile target elettorale e pubblicitario. Che il sistema edonistico-consumistico ha un famelico bisogno di voi come consumatori ed elettori, mentre si disinteressa beatamente di voi come persone, come cittadini e come lavoratori. Prendere profonda coscienza di questa vostra condizione vi permetterebbe magari di sfruttarla politicamente al meglio a vostro legittimo vantaggio. Ma questa coscienza solo lo studio, la lettura, la buona informazione e i buoni insegnanti ve la possono dare. Meno smartphone e più libri, insomma. Molti, molti più libri. Molto più studio. E manifestare quando bisogna nel modo più credibile possibile. Altrimenti le rivoluzioni d’ottobre faranno il gioco di quelli che dite di voler combattere. Del ministro giovanilista di turno. Quello che al primo vociare della vostra piazza ottobrina vi dice: «Io sono con voi, sono uno di voi, anche se mi avete sbertucciato nei vostri striscioni e mi avete persino bruciato in piazza in effigie. Fino a ieri anch’io protestavo in piazza: figuratevi se non vi capisco…». E poi, sorridendovi con dentatura smagliante, promette di ricevere presto una vostra delegazione per darvi tutto l’ascolto e la soddisfazione che desiderate. Esattamente come ha fatto l’anno prima il suo predecessore. O come hanno fatto tre, dieci, venti anni prima i predecessori del suo predecessore…

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Del desiderio puoi

perdutamente

innamorarti. Della ragione

ciecamente fidarti.

 

Incapacità di intendere e di volere: triste, crepuscolare, penosa.

Capacità di intendere e incapacità di volere: frustrante, dolorosa, tragica.

Incapacità di intendere e capacità di volere: incontenibile, sordocieca, devastante.

 

Più falsa e più pericolosa del falso è una mezza verità, o – peggio-  piccoli e semplici frammenti di una verità staccati dal quadro complesso e completo di essa.

Premesso che si può e si deve, in politica, esprimersi e manifestare per qualsiasi idea od obiettivo, ne consegue però necessariamente che la credibilità della manifestazione dipende molto più dalla credibilità del manifestante che da quella della causa per cui egli manifesta. Banalmente ma efficacemente esemplificando: nulla sarebbe la credibilità di una manifestazione in favore della donazione del sangue che fosse organizzata da vampiri impenitenti; o una manifestazione contro la schiavitù che fosse promossa e finanziata da negrieri in piena attività. Ciò che si è (e si fa) è la garanzia più credibile di ciò che si dice di essere (e di voler fare).

Se a nulla serve lo specchio dell’esperienza di un genitore per distogliere un figlio da una scelta sbagliata, figuriamoci se gli errori passati di un popolo o dell’intera umanità potranno aiutare i posteri a non ripeterla. Dalla storia – ahimè, temo – si impara più che altro la nostra tragica incapacità di imparare da essa.

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Ho appreso da fonte diretta e assolutamente fededegna che di recente qualcuno ha vinto un concorso di dottorato umanistico con borsa senza essere raccomandato. Cioè soltanto sulla base del solo e suo proprio merito.

Questa notizia – forse indifferente ai più – è suonata lì per lì ai miei orecchi semplicemente incredibile. Fantastica. Rivoluzionaria.

Perché – come sanno tutti quelli che sanno – l’università italiana (almeno nel settore umanistico) ha finora escluso sistematicamente il merito dal novero dei suoi criteri di reclutamento, ad ogni livello. O quantomeno lo ha sempre subordinato al possesso di ben altri e ben noti requisiti…

Però (perciò?) adesso, ripensandoci, comincio a nutrire dubbi e retropensieri negativi. Non sul fatto che la cosa sia accaduta, ovviamente, ma su come e perché possa essere accaduta.

Potrebbe essersi trattato di una eccezione irripetibile e motivata.

Magari dal caso: qualche raccomandato, per un qualche imprevisto, non si è presentato.

Magari da una necessità politica e propagandistica: si è voluto lasciare qualche posto di dottorato fuori dalla cooptazione baronale per far credere che quest’ultima non esista più ed attirare più concorrenti ai concorsi per tenerli in vita (si sa che molti concorsi di dottorato di lettere e filosofia andavano ultimamente quasi deserti perché si sapeva già prima quali sarebbero stati i vincitori).

O forse da un improvviso incremento di fondi (magari di provenienza europea) per finanziare i dottorati umanistici.

Chi lo sa?

Voglio comunque augurarmi (anche se ci credo poco) che davvero nella nostra università, per amore o per forza, la rivoluzione del merito stia cominciando. Forza ragazzi di belle speranze e di scarsi appoggi, aspiranti filologi o filosofi o storici: iscrivetevi sempre più numerosi ai concorsi di dottorato! Mettete i baroni in difficoltà! Mandateli in confusione! Impedite loro di gestire le prove con la sfacciata sicurezza che hanno sempre ostentato a favore dei loro figli e figliocci. Battete il ferro fin che è caldo. Allons enfants de l’académie… E in bocca al lupo, a tutti.

 

 

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In questi giorni è di moda rievocare il Sessantotto. Non ho né la competenza storica per trattarne da specialista, né un’età così veneranda per parlarne da testimone diretto. Ma ho vissuto la mia adolescenza e la mia prima giovinezza negli anni settanta: non posso perciò non ricordare gli effetti che quel rivolgimento produsse da noi, specie nel mondo giovanile, negli anni immediatamente successivi. Sul piano dei rapporti sociali – un po’ in tutti i campi, ma nella scuola in primis – si trattò di una rivoluzione culturale, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Un’eruzione vulcanica, o uno tsunami. Un intero sistema autoritario – impositivo, coercitivo, gerarchico, dogmatico – venne spazzato via in poco tempo per lasciare spazio (per parlare del meglio) a relazioni fondate sul confronto paritario, la critica, la contestazione, la rivendicazione etc.; oppure (per parlare del peggio) al lassismo anarcoide, all’intimidazione, al fanatismo ideologico, al vilipendio delle istituzioni. Fino a forme di violenza politica che sfociarono negli anni bui del terrorismo e delle stragi. Cose da tutti risapute.

Non si riflette abbastanza invece, alla distanza – storicamente istruttiva – di mezzo secolo, sull’onda lunga prodotta da quel maremoto. Perché è dagli effetti tardivi di un evento che spesso si comprendono meglio la sua natura profonda e le cause che l’hanno prodotto. Ubriacatura ideologica, estremismo politico, terrorismo – infatti – mi sembrano oggi solo gli effetti immediati, più superficiali, meno significativi (per quanto deleteri e addirittura drammatici) di quel sommovimento tettonico. Solo i lapilli e la cenere e la nube piroclastica del vulcano esploso. Ma il fronte poderoso della lava doveva ancora scendere e produrre a maggiore distanza la sua azione più vera, ampia e duratura.

Sì, perché il Sessantotto di piazza con i suoi dintorni “rivoluzionari” sono stati, secondo me, soltanto un epifenomeno. In greco questa parola significa una manifestazione di superficie, che non rivela la profondità delle cause – ripeto – ma può addirittura dissimularla.

L’onda del sessantotto si è gonfiata ed è tracimata per l’unico ed essenziale motivo che la nascente società della produzione e del consumo di massa non poteva più essere contenuta negli argini del vecchio ordine ‘borghese’: Dio, patria, famiglia, scuola, partito…

Tutto questo è stato bene e tempestivamente intuito in diverse, lucidissime e formidabili pagine giornalistiche di Pierpaolo Pasolini (poi raccolte negli Scritti corsari). Non per caso Pasolini fu uno degli intellettuali più discussi e contestati dai sessantottini e dai loro fiancheggiatori e simpatizzanti: perché aveva capito prima (molto prima) degli altri che cosa veramente bollisse in pentola. Aveva focalizzato la vera natura e la vera direzione dell’onda anomala prodotta dallo tsunami.

E aveva compreso che tutti i vari movimenti(ni) e le ideologie e gli intellettuali e i partiti che la cavalcavano ne sarebbero stati alla lunga disarcionati e travolti dopo essersi scioccamente illusi di indirizzarne e sfruttarne la direzione da provetti surfisti…

Che cosa è rimasto in effetti della miriade di discussioni intellettuali sui massimi sistemi; dell’operaismo; del comunismo gruppettaro e barricadero; degli slogan e dei fogli iperideologici e pseudorivoluzionari; degli scontri di piazza? Nulla, direi. Per fortuna. Soprattutto se si pensa alla deriva terroristica che ne è immediatamente seguita.

Che cosa, invece, dei diritti civili e femminili, della rivoluzione generalizzata del costume nei rapporti privati, familiari e sociali; dell’individualismo edonistico e libertario? Molto. Direi quasi tutto.

Dicotomia di effetti e di filiazione. I primi erano figli bastardi o putativi, prematuramente invecchiati per intossicazione vetero- ideologica, scaricati e calpestati dal carro della storia e abbandonati per strada. I secondi, invece, erano i figli autentici, cresciuti all’ombra dei fratellastri e maturati poi negli anni ottanta e novanta. Gli anni del consumismo sfrenato e del liberismo economico. Gli anni dei mercati e dei supermercati. Delle discoteche. Delle tv private e commerciali. Delle vacanze programmate. L’era della metastasi pubblicitaria onnipervasiva.

Ricordo un articolo di Giorgio Bocca in un numero de L’Espresso di circa 40 anni fa. Era il 1979. Da noi si era ancora in pieno clima di guerra civile con gli scontri di piazza e il terrorismo in piena attività. Ebbene Bocca, in quell’articolo, rivolgeva l’attenzione ad un fenomeno di fresca importazione americana: la famosa febbre del sabato sera diffusa negli USA dai fortunati musical di John Travolta.  Bocca diceva che quella moda era la prima avvisaglia della nuova era che si annunciava all’orizzonte. Che la saturday night fever avrebbe sconfitto il terrorismo nostrano e seppellito gli anni di piombo prima e più facilmente di mille battaglioni di polizia. Così fu. Perché Travolta era l’icona vivente del sessantotto ormai giunto alla sua maturità storica e pronto a reclamare la propria eredità borghese, a riaffermare la propria autentica identità (edonistica, consumistica, individualistica, anti-ideologica) dopo un equivoco sesquipedale durato più di un decennio.

D’altro canto, che le mode ideologiche massimaliste di quel decennio fossero solo le mosche cocchiere, ovvero una fragile (e anacronistica) maschera, di un sommovimento epocale di tutt’altra natura lo dimostra l’assurdità delle utopie che i ‘rivoluzionari’ nostrani dell’epoca inseguivano: sognavano in fin dei conti una società simile a quella realizzata nei paesi comunisti dell’Europa orientale, proprio mentre quei regimi erano già di fatto in avanzata decomposizione; nel frattempo i giovani d’oltrecortina, molto più realisticamente, sognavano l’esatto contrario: la libertà borghese e il benessere dell’occidente. Doppio e simmetrico e opposto sogno. Il primo purtroppo tragicamente fasullo, completamente fuori dalla storia. Sorretto da un furore solipsistico e delirante che succhiava linfe residuali da ideologie oramai mummificate (vedi – o rivedi – in proposito il bellissimo film di Bellocchio Buongiorno notte, del 2002, ma di recente riproposto in televisione).

 

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Aeschines bust.jpg

« Chi d’altro canto non si rattristerebbe, se è un Greco educato da persona libera, ricordando che, quando la città era governata meglio di adesso e aveva politici migliori, nel momento in cui si stavano per celebrare in teatro come adesso gli agoni tragici, l’araldo si faceva avanti presentando al pubblico gli orfani di padri caduti in guerra – ragazzini vestiti con l’intera armatura dei padri! – e annunciava solennemente quello che era l’annuncio più bello e più utile a spronare al valore: cioè che quei ragazzi sarebbero stati mantenuti fino alla maggiore età a spese dello stato. Adesso invece l’araldo, dopo averli fatti vestire con l’intera armatura dei padri, li congeda con auguri di buona fortuna per il loro avvenire. Poi però li fa sedere in prima fila…»

Ho assegnato questo passo di Eschine (un oratore Ateniese del IV sec. a. C.) in un compito in classe. Lì per lì mi pareva uno dei molti luoghi comuni della laudatio temporis acti  propria di tanta oratoria antica. Poi, riflettendoci, ho cominciato a sentirci una corrispondenza profonda, sgradevole ma calzante, con la nostra attualità politica e con il massacro del welfare mascherato da insultanti riforme-truffa. Anche l’Atene di Eschine veniva, per altro, da decenni di recessione economica…

 

 

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«A chi afferma che la lotta di classe è un rottame ideologico di un’epoca lontana, [tu] spiega come essa esista ancora, ma a parti rovesciate. Sono i ricchi, adesso, a combattere contro i poveri. La lotta di classe i ricchi l’hanno già vinta e stravinta, ma ancora non sembrano volersi accontentare»

Arguta e amarissima constatazione, questa, che leggo nell’ultimo, cólto e brillante libretto di Linnio Accorroni Like me. 100 semplici mosse per piacere a tutti sui social ed in società (Tombolini Editore, Loreto 2016, p. 61) alla quale vorrei aggiungere in ordine sparso – e in veste di osservatore profano – qualche postilla.

Diceva tempo fa Roberto Saviano (in una intervista rilasciata a La lettura) – a proposito delle ultime elezioni presidenziali americane e dell’onda montante del cosiddetto populismo nel mondo occidentale – che molta gente adesso si consegna politicamente a demagoghi beceri, dozzinali, sguaiati, inaffidabili ecc. perché diffida oramai profondamente (cito a memoria) delle buone maniere accompagnate magari da un modo lindo e accattivante di parlare, di vestire, di gestire i rapporti umani. Verissimo. La categoria sociale e antropologica “gentile” cui Saviano allude è quella dei nuovi ricchi e di coloro che servono alla loro causa e al loro sistema. Fredda maschera di cortesia. Pugno di ferro in guanto di velluto. Questo sistema di potere economico, come si sa, è sempre più sovranazionale sì (“globalizzato”), ma altresì sempre più chiuso, iper-elitario e an-osmotico (im-permeabile): accumula ricchezza e privilegio escludendo sempre più quanti prima indirettamente ne beneficiavano.

Da piccolo, alle elementari, negli anni sessanta – quando si era ancora in pieno boom economico – capitò per puro caso che il mio maestro ci spiegasse nella stessa mattinata il problema – già allora molto acuto – della fame nel terzo mondo e l’esperimento fisico dei vasi comunicanti. Nella mia ingenua e generosa fantasia infantile pensai subito che per risollevare dalla fame i paesi poveri il sistema dei vasi comunicanti potesse essere la soluzione: mettere in comunicazione le economie del primo e del terzo mondo, fornirgli le nostre tecnologie, aiutarlo a svilupparsi. Subito dopo però realizzai che se questa “comunicazione” si fosse avverata, inevitabilmente il livello del benessere economico (come quello dell’acqua nei vasi comunicanti) sarebbe sì aumentato da loro, ma diminuito da noi… Non ero certo, a dieci anni, un economista né, tantomeno, un profeta. Si trattava di un elementare ragionamento per analogia. Questa comunicazione si è a suo modo avverata oggi e la si chiama globalizzazione economica. Ma non è proprio così come la immaginava il mio cervello infantile. L’economia di alcuni paesi allora poveri è sì molto cresciuta mentre la nostra – come prevedevo allora – si è impoverita. Ma questo riequilibrio non ha toccato tutti gli strati della società. Nuovi e grandi ricchi del terzo mondo hanno affiancato vecchi (e nuovi) grandi ricchi del vecchio mondo. Si è formata una potentissima oligarchia economica e finanziaria traversale mondiale. (non saprei dire se sistematicamente organizzata ma certo sempre più strettamente interrelata). La comunicazione dei vasi non ha tuttavia funzionato allo stesso modo negli strati medio bassi della società: essa ha altresì impoverito e quasi distrutto le classi medie del vecchio mondo senza elevare (che io sappia, almeno non omogeneamente) il benessere economico delle classi diseredate del nuovo mondo. Non si spiegherebbe altrimenti da una lato la delocalizzazione delle industrie dal primo al secondo e dall’altro l’epocale dramma delle migrazioni dal secondo al primo. L’economia mondiale, sempre più in difficoltà per la crescita demografica e la diminuzione complessiva delle risorse, si va assestando su due piani (o due sistemi di vasi) sempre più in-comunicanti: quello nobile e quello ignobile. Insomma: i ricchi e i poveri. Tra questi ultimi, però, i neo-poveri, faticando a disabituarsi al benessere del recente passato, si illudono ancora di far parte del piano nobile e riluttano con tutte le forze a lasciarsi trascinare e murare nel sottoscala. Così combattono esclusivamente, anziché contro i nuovi ricchi, contro i vecchi poveri. Una tragedia globale destinata a protrarsi e ad acuirsi – temo – nei prossimi decenni, con chissà quale epilogo (escluderei qualsiasi imminente e benefico deus ex machina).

Ma anche se vecchi e nuovi poveri si coalizzassero non avrebbero armi, materiali e ideali, per farsi valere. I nuovi ricchi infatti hanno nel frattempo stravinto (come afferma Accorroni) la loro guerra di classe anche e soprattutto culturalmente, da un quarantennio a questa parte, favoriti inizialmente dal cosiddetto crollo delle ideologie. In realtà l’unica ideologia che è crollata, anzi deceduta di morte naturale dopo una lunga agonia assistita, è stata quella del comunismo reale. Questa estinzione ha spalancato le porte al pensiero unico liberista e neo-schiavista. Un’ideologia che ha ricevuto da quella ingloriosa e pur inevitabile estinzione le stimmate di una sacrosanta e indiscutibile religione.

È un paradosso amaro che la nostra epoca, culmine dello sviluppo tecno-mediatico, stia reintroducendo in nome di quella religione, ma senza proclamarlo (anzi: dissmulandolo con retorica consumatissima) la pratica della schiavitù. Amaro e paradossale prodotto di una rivoluzione antropologica recente. Questa rivoluzione (consumatasi negli ultimi 30 anni) prima ha eletto teoricamente l’individuo e i suoi diritti a vertice intoccabile della nuova piramide di valori. L’individuo nel senso etimologico del termine, come entità indivisibile e pertanto refrattaria alla condivisione: in greco antico, sintomaticamente, la parola corrispondente sarebbe atomos. Ha inoculato poi come un virus l’idea che la liceità per tale individuo di espandersi a danno di altri sia illimitabile. Ha quindi rimesso praticamente in gioco la primitiva legge del più forte spacciandola per civile apoteosi della libertà. Il liberalismo si è ammalato, è mutato in un liberismo animale che adopera ancora la legge e le leggi solo per tutelare la propria volontà di affermarsi e rigenerarsi all’infinito. Così squali sempre più smisurati e ingordi hanno rapidamente popolato e dominato il mare dell’economia mondiale. Alla loro voracità si aggiunge la diabolica astuzia di nascondersi ai radar sempre più deboli del controllo dell’opinione pubblica, mascherandosi dietro la nebbia anonima ma minacciosa e numinosa del potere dei mercati. A tutti gli altri pesci (atomicamente divisi e dispersi) il destino di emularli rischiando di esserne divorati, oppure di rassegnarsi a procurare loro tutto il cibo che desiderano accontentandosi delle briciole. Così sta rinascendo la schiavitù. Molto peggiore di quella del mondo antico, dove la subordinazione totale al padrone era in certa misura alleviata da forme di paternalismo e di garanzia minimale di sopravvivenza.

Ultimamente alcuni gruppi organizzati di studenti hanno protestato contro la famigerata ASL (Alternanza Scuola Lavoro) accusandola di essere una maschera legale dello sfruttamento a costo zero del lavoro giovanile. Per quanto io non simpatizzi con le proteste studentesche degli ultimi decenni (spesso stancamente ritualizzate) devo riconoscere che, nel merito, essi hanno stavolta ragioni da vendere, soprattutto se si parla della ASL degli studenti liceali. Le cronache dei giornali e l’esperienza dei ragazzi di liceo e dei docenti che li hanno seguiti, è zeppa di clamorosi esempi di esperienze di ASL che nulla hanno a che vedere con un serio avviamento al mondo del lavoro; molto invece con una spudorata pratica di abuso di manovalanza gratuita giovanile. Spudorata e per di più pericolosa, perché ideologicamente legittimata. Il nuovo slogan è: lavora gratuitamente per il tuo curriculum. Così può accadere che uno arrivi a 40 anni con un curricolo nutritissimo di “crediti” (esperienze, lavori, lavoretti e stage) senza quasi aver messo un becco di quattrino in tasca.

Nel contempo però imperversa la retorica della meritocrazia, la mistica del colloquio individuale di lavoro. I giovani vengono catechizzati allo scopo da manuali, corsi, trasmissioni televisive. Ognuno è spinto a interpretare se stesso così come il moloch del sistema finanziario e imprenditoriale vorrebbe che sia: appetibile, pronto, scattante, simpatico, disponibile, ottimista, malleabile, flessibile, soprattutto docile. Una corsa indecorosa all’ubbidiente omologazione che marginalizza sempre di più lo spirito critico, l’originalità, la diversità dei singoli quando non si pongano al servizio esclusivo delle esigenze superiori della produttività. Questo nuovo modello antropologico è ormai così imperante nei media da contagiare la pubblicità, formidabile specchio replicante – e sempre vigile – del mainstream: è di questi giorni lo spot di un antinfluenzale utile a evitare le assenze in ufficio e le gravi conseguenze che ne deriverebbero per la serenità dei colleghi e per gli utili dell’azienda.

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