Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘de miseranda re publica’ Category

Risultati immagini per calcante  Risultati immagini per Marx plus valore

Nel primo libro dell’Iliade, nella prima grande pagina della letteratura occidentale composta quasi tremila anni fa, si annidano, a saperli scovare, un paio di motivi di intrigante modernità. Per esempio: quando si vuole scoprire la causa della peste e della morte che Apollo sta seminando nel campo acheo, Achille si rivolge a Calcante, l’indovino, la voce della divinità e della verità. E Calcante rivela che la colpa di quella calamità è nientemeno che di Agamennone, del comandante in capo della spedizione: lui si è impadronito empiamente di una schiava (Criseide) cara al dio Apollo perché figlia di un suo sacerdote; questa schiava va dunque quanto prima restituita al padre se si vuole placare l’ira del dio. La verità rivelata si contrappone qui frontalmente, smascherandola, alla prepotenza di chi comanda. Confronto tra profezia e potere, tra chi conosce la verità e può e deve proclamarla per il bene di tutti e chi invece la vuole, finché può, nascondere o negare per l’interesse proprio. Eterno scontro nella storia umana. Che finisce spesso con il martirio immediato del profeta e più di rado (e non sempre) con la tardiva sconfitta del potente. Oggi, laicizzando un po’ il discorso e un po’ forzando l’analogia, si potrebbe pensare a tante vicende di conflitto tra giornalisti o intellettuali coraggiosi da un lato e il potere (politico, economico o malavitoso) dall’altro.

Ma non c’è soltanto questo aspetto di modernità in questo antichissimo testo letterario. Quando Agamennone pretende, in cambio della restituzione di Criseide, di impadronirsi – minacciando di sottrarlo a un qualche altro guerriero, ad Achille in primis – di un altro dono (ghèras) equivalente che mantenga intatto il suo prestigio di fronte all’esercito, Achille ribatte con durezza:

Tu minacci che verrai a togliermi il dono

per il quale ho molto sudato, i figli degli Achei me l’han dato.

però un dono pari a te non ricevo, quando gli Achei

gettano a terra un borgo ben popolato di Teucri:

ma il più della guerra tumultuosa

le mani mie lo governano: se poi si venga alle parti

a te tocca il dono più grosso. Io un dono piccolo e caro

mi porto indietro alle navi, dopo che peno a combattere.

Ma ora andrò a Ftia, perché certo è molto meglio

Tornarsene in patria sopra le concave navi. Io non intendo per te,

restando qui umiliato, raccogliere beni e ricchezze.

(Il. I, 161ss., trad. di R. Calzecchi Onesti, con ritocchi )

Si tratta di argomenti in sé fondati – diremmo oggi – sui principi del merito e della giustizia distributiva. Dire che mentre un guerriero produce col sudore del proprio lavoro (qui: della guerra) beni che poi finiscono per concentrarsi iniquamente nelle mani di chi comanda senza combattere, significa in effetti non soltanto rivendicare criteri meritocratici contro privilegi di casta, ma formulare persino un primordiale abbozzo della teoria marxiana del plus valore.

Ma poi, se guardiamo bene allo sfondo arcaico e aristocratico della vicenda, ci accorgiamo che questi motivi, così apparentemente attuali se estrapolati dal contesto e isolatamente considerati, lo sono sostanzialmente meno se ricondotti nella remota cornice storica di quel mondo.

Calcante, per esempio, rivela sì la verità e adempie così al suo compito di profeta che smaschera l’arroganza del potere. Ma lo fa non certo spontaneamente ed eroicamente, per il bene dei Greci e per amore incondizionato della verità, ma solo alla condizione inderogabile che il braccio di Achille lo protegga dalle conseguenze della sua rivelazione. L’affermazione disarmata della verità non è per lui un valore assoluto cui sacrificarsi comunque. Calcante non è, e non vuole essere, etimologicamente un martire. Né Achille, per parte sua, è un assertore disinteressato di quei principi di giustizia sociale e distributiva di cui parlavo sopra. Achille non è un astratto paladino della meritocrazia né, tanto meno, un agitatore ‘sindacale’. Egli si sente soprattutto ferito nel suo onore (che in quella società equivale al potere) individuale. È un rivale alla pari del capo di cui non sopporta personalmente le angherie. Non nutre nessun senso di solidarietà o di appartenenza ‘di classe’ nei confronti dei suoi commilitoni, anzi li disprezza in quanto succubi, per parte loro, e perciò complici e corresponsabili delle prepotenze di Agamennone:

Certo è molto più facile nel largo campo degli Achei

strappare i doni a chi a faccia a faccia ti parla,

re mangiatore del popolo, perché a buoni a nulla comandi.

(Il. I, 229ss., trad. cit.)

Alla fine, dopo aver rinunciato, dissuaso da Atena, ad uccidere il rivale (come avrebbe legittimamente potuto e dovuto) decide di punirlo ritirandosi dalla guerra con i suoi e soprattutto pregando la divina madre Teti di intercedere presso Zeus affinché il sommo dio danneggi d’ora in poi quanto più possibile i suoi ex alleati nella guerra contro Troia. E Zeus, debitore verso Teti di vari passati favori, non potrà non esaudirla in questa sua richiesta.

Come ben si percepisce, la risposta a situazioni di disordine e di conflitto create dalla prepotenza e dalla ingiustizia è, nel mondo iliadico, sicuramente di carattere pre-politico e pre-giuridico e in cospicua misura, oserei dire, mafioso-clientelare: le contese si risolvono individualmente con la forza e col sangue; oppure con la intimidazione, la rappresaglia ed il boicottaggio; oppure ancora appellandosi alla protezione e al soccorso di personaggi altolocati presso i quali, più e meno direttamente, ma sempre individualmente, si è accumulato un certo credito. Non è (ancora) un mondo, quello dell’Iliade, nel quale vigano principi e metodi propri di una società civile e ‘legalitaria’.

Sul piano ideale e culturale tale società appare dunque (al di là di quelle isolate analogie di cui si diceva all’inizio) complessivamente molto lontana dai nostri valori.

Sul piano fattuale dei nostri comportamenti concreti, invece, quella che ci separa dagli aspetti peggiori e più arcaici del mondo di Achille, vecchio oramai di tremila anni, non mi pare ancora una adeguata distanza di sicurezza… o sbaglio?

Annunci

Read Full Post »

Risultati immagini per bes scuola

Non lavoro più nella scuola liceale, ma mi tengo informato. Seguo la sua discesa inarrestabile per la lunga china che la trasformerà completamente, presto o tardi, in un Kindergarten, nella fattispecie in un luogo protetto di accudimento e socializzazione di adolescenti. Sia chiaro, in questa metamorfosi, in sé, non c’è nulla di male. Basta essere onesti ed espliciti nel dichiarare i propri obiettivi. Non barare. Per esempio, bisognerebbe smetterla di ripetere che la scuola viene riformata e cambiata per adeguarla alla vita e alla società attuale. Perché la società attuale è oramai socialmente ed economicamente, come diceva il poeta, una foresta di belve. Chi si immette nel mercato del lavoro, chi esce dalla scuola per entrare nella vita si trova oggi catapultato – con un salto senza rete – in un mondo spietato che non conosce garanzie, protezioni o diritti, e che per giunta non tiene in considerazione alcuna i bisogni e le difficoltà degli individui.

Al contrario la scuola recente ha sempre più sviluppato e moltiplicato, negli ultimi anni, le garanzie e le protezioni per gli studenti, in particolare per quelli in difficoltà. Gli addetti ai lavori conoscono bene il senso di sigle, misteriose per i profani, come PDP, DSA, BES: Piano Didattico Personalizzato, Disturbi Specifici dell’Apprendimento, Bisogni Educativi Speciali. In soldoni: chi una volta aveva, per vari e – più e meno- giustificati motivi, problemi a raggiungere un profitto dignitoso o a essere promosso, oggi ha a sua disposizione, se porta un certificato, tutta una serie di facilitazioni: compiti in classe più brevi, mappe concettuali da consultare nelle interrogazioni, alleggerimento dei programmi ecc. Ebbene i ragazzi che, su domanda delle famiglie, accedono a tutti questi percorsi speciali sono oggi così numerosi da suscitare paradossalmente qualche invidia nei ragazzi ‘normali’ e da legittimare il sospetto che molte famiglie inoltrino richiesta non tanto per effettivi problemi dei loro figli, quanto per assicurare comunque loro un itinerario scolastico agevolato e salvaguardarli meglio dal rischio della bocciatura.

L’introduzione di queste norme di garanzia per i più deboli potrà sembrare un progresso pedagogico e civile – e lo è teoricamente o fintantoché si riescono a contrastare gli abusi. Ma è innegabile, altresì, che così – oggettivamente – si allarghi, non si restringa, la forbice già ampia tra scuola e società. Perché parecchi di quei ragazzi iper-protetti, assuefatti all’egida di un prolungato trattamento materno, saranno presto o tardi gettati nella mischia completamente disarmati.

Read Full Post »

Risultati immagini per bussetti e i compiti a casa  Risultati immagini per populismo scolastico

L’amore si fa in due. Il populismo si fa in tre. Un triangolo fatto d’amore e di odio (io, tu e il malamente).

Beninteso: se si vuole conoscere bene la lunga, a tratti nobile, storia della parola populismo bisogna leggersi almeno una autorevole pagina online della Treccani: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/2014/Zanatta_populismo.html).

Ma se si vuole capire in termini spicci che cosa populismo significhi oggigiorno nella sua più degenere e divulgata accezione basta un semplice esempio tratto dalla cronaca scolastica recente. L’attuale ministro dell’istruzione annuncia una circolare secondo la quale i prof dovrebbero astenersi (o limitarsi molto) nell’assegnare agli studenti compiti per le vacanze natalizie.

Ora non entro in questa querelle ridicola (almeno per la scuola liceale) sui compiti a casa: perché sostenere che in un liceo si possa non farli (o farne molti di meno) è come dire che si possono giocare e vincere partite di calcio senza allenarsi, o che si può suonare in un concerto senza averne mai fatto le prove o altre simili amenità… I compiti a casa sono la digestione lenta, sofferta, rimeditata, personale, di ciò che si è masticato ed ingerito in classe. Se li vogliamo togliere, delle due l’una: o quello che si fa di teorico in classe viene espulso senza essere assimilato e si scioglie come neve al sole d’estate, o bisogna prolungare il tempo di permanenza a scuola per una digestione assistita, cioè per svolgere i compiti sotto la guida di un tutor. Questa seconda opzione, se attuabile (e se ben attuata), può funzionare anche meglio dei compiti domestici individuali, ma non azzera il carico di lavoro né, più di tanto, accorcia la durata dell’impegno scolastico complessivo; non credo comunque riesca a sostituirli in toto.

Ma lasciamo stare la questione dei compiti a casa e torniamo al versante populistico della faccenda.

Il gioco a tre funziona semplicemente così: la dirigenza della scuola (prèsidi, provveditori, ministri) ascolta con il cuore in mano tutte le preghiere e le rivendicazioni (le più assurde e strampalate e pretenziose e persino discordanti tra di loro) che provengono dal popolo della scuola (studenti e loro famiglie). Non sto parlando di quel popolo che chiede di studiare di più e meglio, di avere insegnanti più bravi e seri, di fruire di una scuola più attrezzata allo scopo ecc. Un popolo così meriterebbe orecchie molto attente. No, sto parlando di quel popolo che chiede a gran voce che si studi di meno, che si abbiano facilmente voti alti, pezzi di carta a buon mercato, sorridente assistenzialismo a tempo pieno ecc. Fin qui è tutto amore tra i due, tra il popolo e la dirigenza dico: un amore così grande, così puro, un amore così disinteressato… Ma c’è un terzo incomodo: gli insegnanti. Se questi non reggono la candela a quel platonico amoreggiamento, diventano giocoforza l’ostacolo alla felicità, il capro espiatorio di ogni pena amorosa, i Capuleti e i Montecchi tra Giulietta e Romeo, il bersaglio del disprezzo, della diffamazione, dell’odio. Nel triangolo populistico della scuola gli insegnanti stanno oggi alla dirigenza e alla utenza come le odiate élites della finanza e degli intellettuali o le spregiate orde degli immigrati stanno rispetto agli amorosi sensi che legano i capi carismatici di turno ai loro elettori. Ecco il populismo illustrato alle anime semplici. Così si spiega bene sia perché gli insegnanti oggigiorno (al di là delle scarse gratificazioni economiche del loro mestiere) si sentano così demotivati e misconosciuti nella loro vita professionale (anche quelli che l’hanno scelta per vocazione), sia perché siano così scesi in basso nella considerazione sociale. Il ministro che interviene sui media a lamentarsi dei troppi compiti a casa dice molto di più della piccineria che sembra dire in apparenza: dichiara non solo che lui (da amante tenero e premuroso), ha a cuore ed in cima ai pensieri il desiderio delle sue amate famiglie e dei loro vezzeggiatissimi figli di potersi godere in santa pace le vacanze di Natale accanto al focolare domestico (!); ma insinua altresì che quella pace è minacciata e ostacolata dalla cattiveria di un terzo incomodo, da persecutori malefici dei ragazzi, da aguzzini abietti e forse anche un po’ patologicamente ottusi nel loro sadico accanimento contro la gioventù.

Ebbene la scuola italiana degli ultimi decenni ha (dis)funzionato sempre così, come un formidabile laboratorio populistico di cui questa faccenda dei compiti per le vacanze è soltanto un minuscolo emblema. In questo ha anticipato e istradato la politica e la società. Una volta tanto non è rimasta indietro. Ha svolto anzi al meglio il suo decantato ruolo di preparazione alla vita.

Read Full Post »

Risultati immagini per proteste studentesche

Lenin non si sarebbe aspettato così fedeli e singolari epigoni. Tutti gli anni, immancabilmente, con qualsiasi governo, con qualsiasi tempo meteorologico (ma di preferenza quando le previsioni sono favorevoli) gli studenti delle superiori scendono in piazza annunciando la loro (periodica) rivoluzione d’Ottobre. Sì, perché proteste, manifestazioni, autogestioni studentesche sono da 50 anni come una malattia di stagione: l’autunno, il primo autunno è il picco del contagio piazzaiolo. Poi tutto si tace. D’inverno, intendo, quando fa freddo e ci sono le vacanze natalizie e le feste carnevalesche. Ma anche in primavera, quando ci sono le gite scolastiche e si ha bisogno di studiare di più in vista dello scrutinio finale. Ma Ottobre è diverso: Ottobre è un mese lungo, ancora mite, per giunta senza feste né ponti. Il momento più adatto per protestare. Contro che cosa? Contro i tagli e le cattive riforme. Contro i tagli, se ci sono buone riforme. Contro le cattive riforme, se non ci sono i tagli. E se pure ci fossero buone riforme senza tagli si protesterebbe lo stesso. Un motivo lo si trova, sempre. Per qualche giorno di vacanza in più.

Quest’anno per esempio, di fronte a un governo che ha (ridicolmente) semplificato le difficoltà dell’esame di maturità ma che sta (giustamente) ridimensionando l’infame alternanza scuola-lavoro, gli studenti dovrebbero avere in teoria di che essere soddisfatti. Invece no: il governo –dicono- non sta investendo abbastanza sulla scuola. Verissimo. Sai che novità! Ebbene, volete protestare in maniera efficace e credibile per questa ormai decennale manchevolezza? Vi butto là una proposta: organizzate in tutte le città d’Italia, un sabato sera, una notte bianca per la scuola, con manifestazioni, stand, dibattiti in cui coinvolgere anche gli adulti, i genitori, i professori, i politici… Che ne dite? Perché storcete il muso? Non sarà perché è di sabato sera e ne va di mezzo la discoteca, la passeggiata e la cena con gli amici? Però riflettete, ragazzi: se volete essere credibili ed efficaci dovete rimetterci qualcosa, pagare un prezzo. Se no che rivoluzionari e che protestatari siete? Se volete crescere e cambiare davvero le cose, dovete studiare (sudando) di più e meglio (la storia, soprattutto, ma poi anche la filosofia, le lettere…). Solo così potrete capire a fondo quanto oggi voi, come studenti e come giovani, siete soprattutto un formidabile target elettorale e pubblicitario. Che il sistema edonistico-consumistico ha un famelico bisogno di voi come consumatori ed elettori, mentre si disinteressa beatamente di voi come persone, come cittadini e come lavoratori. Prendere profonda coscienza di questa vostra condizione vi permetterebbe magari di sfruttarla politicamente al meglio a vostro legittimo vantaggio. Ma questa coscienza solo lo studio, la lettura, la buona informazione e i buoni insegnanti ve la possono dare. Meno smartphone e più libri, insomma. Molti, molti più libri. Molto più studio. E manifestare quando bisogna nel modo più credibile possibile. Altrimenti le rivoluzioni d’ottobre faranno il gioco di quelli che dite di voler combattere. Del ministro giovanilista di turno. Quello che al primo vociare della vostra piazza ottobrina vi dice: «Io sono con voi, sono uno di voi, anche se mi avete sbertucciato nei vostri striscioni e mi avete persino bruciato in piazza in effigie. Fino a ieri anch’io protestavo in piazza: figuratevi se non vi capisco…». E poi, sorridendovi con dentatura smagliante, promette di ricevere presto una vostra delegazione per darvi tutto l’ascolto e la soddisfazione che desiderate. Esattamente come ha fatto l’anno prima il suo predecessore. O come hanno fatto tre, dieci, venti anni prima i predecessori del suo predecessore…

Read Full Post »

Risultati immagini per mezza verità

Del desiderio puoi

perdutamente

innamorarti. Della ragione

ciecamente fidarti.

 

Incapacità di intendere e di volere: triste, crepuscolare, penosa.

Capacità di intendere e incapacità di volere: frustrante, dolorosa, tragica.

Incapacità di intendere e capacità di volere: incontenibile, sordocieca, devastante.

 

Più falsa e più pericolosa del falso è una mezza verità, o – peggio-  piccoli e semplici frammenti di una verità staccati dal quadro complesso e completo di essa.

Premesso che si può e si deve, in politica, esprimersi e manifestare per qualsiasi idea od obiettivo, ne consegue però necessariamente che la credibilità della manifestazione dipende molto più dalla credibilità del manifestante che da quella della causa per cui egli manifesta. Banalmente ma efficacemente esemplificando: nulla sarebbe la credibilità di una manifestazione in favore della donazione del sangue che fosse organizzata da vampiri impenitenti; o una manifestazione contro la schiavitù che fosse promossa e finanziata da negrieri in piena attività. Ciò che si è (e si fa) è la garanzia più credibile di ciò che si dice di essere (e di voler fare).

Se a nulla serve lo specchio dell’esperienza di un genitore per distogliere un figlio da una scelta sbagliata, figuriamoci se gli errori passati di un popolo o dell’intera umanità potranno aiutare i posteri a non ripeterla. Dalla storia – ahimè, temo – si impara più che altro la nostra tragica incapacità di imparare da essa.

Read Full Post »

Risultati immagini per concorsi universitari truccati

Ho appreso da fonte diretta e assolutamente fededegna che di recente qualcuno ha vinto un concorso di dottorato umanistico con borsa senza essere raccomandato. Cioè soltanto sulla base del solo e suo proprio merito.

Questa notizia – forse indifferente ai più – è suonata lì per lì ai miei orecchi semplicemente incredibile. Fantastica. Rivoluzionaria.

Perché – come sanno tutti quelli che sanno – l’università italiana (almeno nel settore umanistico) ha finora escluso sistematicamente il merito dal novero dei suoi criteri di reclutamento, ad ogni livello. O quantomeno lo ha sempre subordinato al possesso di ben altri e ben noti requisiti…

Però (perciò?) adesso, ripensandoci, comincio a nutrire dubbi e retropensieri negativi. Non sul fatto che la cosa sia accaduta, ovviamente, ma su come e perché possa essere accaduta.

Potrebbe essersi trattato di una eccezione irripetibile e motivata.

Magari dal caso: qualche raccomandato, per un qualche imprevisto, non si è presentato.

Magari da una necessità politica e propagandistica: si è voluto lasciare qualche posto di dottorato fuori dalla cooptazione baronale per far credere che quest’ultima non esista più ed attirare più concorrenti ai concorsi per tenerli in vita (si sa che molti concorsi di dottorato di lettere e filosofia andavano ultimamente quasi deserti perché si sapeva già prima quali sarebbero stati i vincitori).

O forse da un improvviso incremento di fondi (magari di provenienza europea) per finanziare i dottorati umanistici.

Chi lo sa?

Voglio comunque augurarmi (anche se ci credo poco) che davvero nella nostra università, per amore o per forza, la rivoluzione del merito stia cominciando. Forza ragazzi di belle speranze e di scarsi appoggi, aspiranti filologi o filosofi o storici: iscrivetevi sempre più numerosi ai concorsi di dottorato! Mettete i baroni in difficoltà! Mandateli in confusione! Impedite loro di gestire le prove con la sfacciata sicurezza che hanno sempre ostentato a favore dei loro figli e figliocci. Battete il ferro fin che è caldo. Allons enfants de l’académie… E in bocca al lupo, a tutti.

 

 

Read Full Post »

Risultati immagini per sessantotto

In questi giorni è di moda rievocare il Sessantotto. Non ho né la competenza storica per trattarne da specialista, né un’età così veneranda per parlarne da testimone diretto. Ma ho vissuto la mia adolescenza e la mia prima giovinezza negli anni settanta: non posso perciò non ricordare gli effetti che quel rivolgimento produsse da noi, specie nel mondo giovanile, negli anni immediatamente successivi. Sul piano dei rapporti sociali – un po’ in tutti i campi, ma nella scuola in primis – si trattò di una rivoluzione culturale, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Un’eruzione vulcanica, o uno tsunami. Un intero sistema autoritario – impositivo, coercitivo, gerarchico, dogmatico – venne spazzato via in poco tempo per lasciare spazio (per parlare del meglio) a relazioni fondate sul confronto paritario, la critica, la contestazione, la rivendicazione etc.; oppure (per parlare del peggio) al lassismo anarcoide, all’intimidazione, al fanatismo ideologico, al vilipendio delle istituzioni. Fino a forme di violenza politica che sfociarono negli anni bui del terrorismo e delle stragi. Cose da tutti risapute.

Non si riflette abbastanza invece, alla distanza – storicamente istruttiva – di mezzo secolo, sull’onda lunga prodotta da quel maremoto. Perché è dagli effetti tardivi di un evento che spesso si comprendono meglio la sua natura profonda e le cause che l’hanno prodotto. Ubriacatura ideologica, estremismo politico, terrorismo – infatti – mi sembrano oggi solo gli effetti immediati, più superficiali, meno significativi (per quanto deleteri e addirittura drammatici) di quel sommovimento tettonico. Solo i lapilli e la cenere e la nube piroclastica del vulcano esploso. Ma il fronte poderoso della lava doveva ancora scendere e produrre a maggiore distanza la sua azione più vera, ampia e duratura.

Sì, perché il Sessantotto di piazza con i suoi dintorni “rivoluzionari” sono stati, secondo me, soltanto un epifenomeno. In greco questa parola significa una manifestazione di superficie, che non rivela la profondità delle cause – ripeto – ma può addirittura dissimularla.

L’onda del sessantotto si è gonfiata ed è tracimata per l’unico ed essenziale motivo che la nascente società della produzione e del consumo di massa non poteva più essere contenuta negli argini del vecchio ordine ‘borghese’: Dio, patria, famiglia, scuola, partito…

Tutto questo è stato bene e tempestivamente intuito in diverse, lucidissime e formidabili pagine giornalistiche di Pierpaolo Pasolini (poi raccolte negli Scritti corsari). Non per caso Pasolini fu uno degli intellettuali più discussi e contestati dai sessantottini e dai loro fiancheggiatori e simpatizzanti: perché aveva capito prima (molto prima) degli altri che cosa veramente bollisse in pentola. Aveva focalizzato la vera natura e la vera direzione dell’onda anomala prodotta dallo tsunami.

E aveva compreso che tutti i vari movimenti(ni) e le ideologie e gli intellettuali e i partiti che la cavalcavano ne sarebbero stati alla lunga disarcionati e travolti dopo essersi scioccamente illusi di indirizzarne e sfruttarne la direzione da provetti surfisti…

Che cosa è rimasto in effetti della miriade di discussioni intellettuali sui massimi sistemi; dell’operaismo; del comunismo gruppettaro e barricadero; degli slogan e dei fogli iperideologici e pseudorivoluzionari; degli scontri di piazza? Nulla, direi. Per fortuna. Soprattutto se si pensa alla deriva terroristica che ne è immediatamente seguita.

Che cosa, invece, dei diritti civili e femminili, della rivoluzione generalizzata del costume nei rapporti privati, familiari e sociali; dell’individualismo edonistico e libertario? Molto. Direi quasi tutto.

Dicotomia di effetti e di filiazione. I primi erano figli bastardi o putativi, prematuramente invecchiati per intossicazione vetero- ideologica, scaricati e calpestati dal carro della storia e abbandonati per strada. I secondi, invece, erano i figli autentici, cresciuti all’ombra dei fratellastri e maturati poi negli anni ottanta e novanta. Gli anni del consumismo sfrenato e del liberismo economico. Gli anni dei mercati e dei supermercati. Delle discoteche. Delle tv private e commerciali. Delle vacanze programmate. L’era della metastasi pubblicitaria onnipervasiva.

Ricordo un articolo di Giorgio Bocca in un numero de L’Espresso di circa 40 anni fa. Era il 1979. Da noi si era ancora in pieno clima di guerra civile con gli scontri di piazza e il terrorismo in piena attività. Ebbene Bocca, in quell’articolo, rivolgeva l’attenzione ad un fenomeno di fresca importazione americana: la famosa febbre del sabato sera diffusa negli USA dai fortunati musical di John Travolta.  Bocca diceva che quella moda era la prima avvisaglia della nuova era che si annunciava all’orizzonte. Che la saturday night fever avrebbe sconfitto il terrorismo nostrano e seppellito gli anni di piombo prima e più facilmente di mille battaglioni di polizia. Così fu. Perché Travolta era l’icona vivente del sessantotto ormai giunto alla sua maturità storica e pronto a reclamare la propria eredità borghese, a riaffermare la propria autentica identità (edonistica, consumistica, individualistica, anti-ideologica) dopo un equivoco sesquipedale durato più di un decennio.

D’altro canto, che le mode ideologiche massimaliste di quel decennio fossero solo le mosche cocchiere, ovvero una fragile (e anacronistica) maschera, di un sommovimento epocale di tutt’altra natura lo dimostra l’assurdità delle utopie che i ‘rivoluzionari’ nostrani dell’epoca inseguivano: sognavano in fin dei conti una società simile a quella realizzata nei paesi comunisti dell’Europa orientale, proprio mentre quei regimi erano già di fatto in avanzata decomposizione; nel frattempo i giovani d’oltrecortina, molto più realisticamente, sognavano l’esatto contrario: la libertà borghese e il benessere dell’occidente. Doppio e simmetrico e opposto sogno. Il primo purtroppo tragicamente fasullo, completamente fuori dalla storia. Sorretto da un furore solipsistico e delirante che succhiava linfe residuali da ideologie oramai mummificate (vedi – o rivedi – in proposito il bellissimo film di Bellocchio Buongiorno notte, del 2002, ma di recente riproposto in televisione).

 

Read Full Post »

Older Posts »