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Archive for the ‘chicchescolastiche’ Category

Risultati immagini per bussetti e i compiti a casa  Risultati immagini per populismo scolastico

L’amore si fa in due. Il populismo si fa in tre. Un triangolo fatto d’amore e di odio (io, tu e il malamente).

Beninteso: se si vuole conoscere bene la lunga, a tratti nobile, storia della parola populismo bisogna leggersi almeno una autorevole pagina online della Treccani: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/2014/Zanatta_populismo.html).

Ma se si vuole capire in termini spicci che cosa populismo significhi oggigiorno nella sua più degenere e divulgata accezione basta un semplice esempio tratto dalla cronaca scolastica recente. L’attuale ministro dell’istruzione annuncia una circolare secondo la quale i prof dovrebbero astenersi (o limitarsi molto) nell’assegnare agli studenti compiti per le vacanze natalizie.

Ora non entro in questa querelle ridicola (almeno per la scuola liceale) sui compiti a casa: perché sostenere che in un liceo si possa non farli (o farne molti di meno) è come dire che si possono giocare e vincere partite di calcio senza allenarsi, o che si può suonare in un concerto senza averne mai fatto le prove o altre simili amenità… I compiti a casa sono la digestione lenta, sofferta, rimeditata, personale, di ciò che si è masticato ed ingerito in classe. Se li vogliamo togliere, delle due l’una: o quello che si fa di teorico in classe viene espulso senza essere assimilato e si scioglie come neve al sole d’estate, o bisogna prolungare il tempo di permanenza a scuola per una digestione assistita, cioè per svolgere i compiti sotto la guida di un tutor. Questa seconda opzione, se attuabile (e se ben attuata), può funzionare anche meglio dei compiti domestici individuali, ma non azzera il carico di lavoro né, più di tanto, accorcia la durata dell’impegno scolastico complessivo; non credo comunque riesca a sostituirli in toto.

Ma lasciamo stare la questione dei compiti a casa e torniamo al versante populistico della faccenda.

Il gioco a tre funziona semplicemente così: la dirigenza della scuola (prèsidi, provveditori, ministri) ascolta con il cuore in mano tutte le preghiere e le rivendicazioni (le più assurde e strampalate e pretenziose e persino discordanti tra di loro) che provengono dal popolo della scuola (studenti e loro famiglie). Non sto parlando di quel popolo che chiede di studiare di più e meglio, di avere insegnanti più bravi e seri, di fruire di una scuola più attrezzata allo scopo ecc. Un popolo così meriterebbe orecchie molto attente. No, sto parlando di quel popolo che chiede a gran voce che si studi di meno, che si abbiano facilmente voti alti, pezzi di carta a buon mercato, sorridente assistenzialismo a tempo pieno ecc. Fin qui è tutto amore tra i due, tra il popolo e la dirigenza dico: un amore così grande, così puro, un amore così disinteressato… Ma c’è un terzo incomodo: gli insegnanti. Se questi non reggono la candela a quel platonico amoreggiamento, diventano giocoforza l’ostacolo alla felicità, il capro espiatorio di ogni pena amorosa, i Capuleti e i Montecchi tra Giulietta e Romeo, il bersaglio del disprezzo, della diffamazione, dell’odio. Nel triangolo populistico della scuola gli insegnanti stanno oggi alla dirigenza e alla utenza come le odiate élites della finanza e degli intellettuali o le spregiate orde degli immigrati stanno rispetto agli amorosi sensi che legano i capi carismatici di turno ai loro elettori. Ecco il populismo illustrato alle anime semplici. Così si spiega bene sia perché gli insegnanti oggigiorno (al di là delle scarse gratificazioni economiche del loro mestiere) si sentano così demotivati e misconosciuti nella loro vita professionale (anche quelli che l’hanno scelta per vocazione), sia perché siano così scesi in basso nella considerazione sociale. Il ministro che interviene sui media a lamentarsi dei troppi compiti a casa dice molto di più della piccineria che sembra dire in apparenza: dichiara non solo che lui (da amante tenero e premuroso), ha a cuore ed in cima ai pensieri il desiderio delle sue amate famiglie e dei loro vezzeggiatissimi figli di potersi godere in santa pace le vacanze di Natale accanto al focolare domestico (!); ma insinua altresì che quella pace è minacciata e ostacolata dalla cattiveria di un terzo incomodo, da persecutori malefici dei ragazzi, da aguzzini abietti e forse anche un po’ patologicamente ottusi nel loro sadico accanimento contro la gioventù.

Ebbene la scuola italiana degli ultimi decenni ha (dis)funzionato sempre così, come un formidabile laboratorio populistico di cui questa faccenda dei compiti per le vacanze è soltanto un minuscolo emblema. In questo ha anticipato e istradato la politica e la società. Una volta tanto non è rimasta indietro. Ha svolto anzi al meglio il suo decantato ruolo di preparazione alla vita.

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Incuriosito dalla fama mediatica del personaggio e dall’ammirazione fervida, a dir poco, che diversi miei ex alunni di liceo nutrono per lui, mi sorprendo ogni tanto a visitare pagine e video di Diego Fusaro, nuova star della filosofia da salotto televisivo, giovane (prestante, brillante, eloquente) cuciniere dei luoghi comuni del nuovo pensiero alternativo telegenico. Intelligenza, cultura e carisma di questo personaggio non si discutono, anche se mi sembrano messi al servizio molto più della facile acquisizione del consenso che della difficile indagine della verità. A me che non sono più tanto giovane desta particolare irritazione di lui la disinvoltura con la quale mescola, nei suoi attacchi al cosiddetto ‘sistema capitalistico- finanziario transnazionale’ ingredienti di destra e di sinistra in un indigeribile brodetto di pesce. Ma tant’è: ammettiamo pure che oggi questa ibridazione politico-culinaria sia ormai un dato di fatto della ricetta populista e ‘anti-elitaria’. Ricordiamoci però che quando questa ibridazione avviene, quando nazionalismo e istanze socialiste si coniugano insieme, ne può venir fuori, linguisticamente prima che ideologicamente, una salsa nazional-socialista…

Ma non vorrei vedere nel pensiero di Fusaro implicazioni così sinistre. O destre.

Mi basti qui averlo còlto in castagna in una contraddizione molto futile ma clamorosa che è difficile, secondo me, liquidare come una svista o un lapsus. Uno di quegli svarioni veniali per i più ma imperdonabili in chi tradisce, con degnazione e compiacimento, ad ogni frase che pronuncia, un complesso di inarrivabile superiorità intellettuale e culturale.

Fusaro difende a spada tratta in molti suoi interventi sulla stampa e nel web la cultura classica. Elogia la cultura umanistica come antidoto al dominio pervasivo dei valori mercantili e finanziari delle élite. Fin qui potrei trovarmi facilmente d’accordo.

Usa (ostenta) inoltre un italiano ricco, intellettualistico e forbito che infarcisce continuamente di parole e di frasi di lingue straniere, moderne e soprattutto antiche. Qui già si potrebbe obiettare che parlare con un lessico ricco sì, va bene, ma parlare complicato e oscuro può diventare (in certi contesti comunicativi) il troppo che storpia, una versione elegante del latinorum di manzoniana memoria.

E poi chi di latinorum ferisce, di latinorum rischia di perire. Così è accaduto a lui. Ma nessuno – credo- se n’è accorto, lui compreso. Purtroppo per Fusaro, però, il web non dimentica. Si veda il filosofo in questo intervento sull’immigrazione:

http://www.la7.it/laria-che-tira/video/diego-fusaro-essere-di-sinistra-non-significa-essere-a-favore-dellimmigrazione-marx-critic%C3%B2-14-03-2018-236468

Ad un certo punto il Fusaro spara la sua bella frase in latino: Marx et Gramsci docunt! Bellissima perla. Docunt anziché docent…. Errore morfologico sesquipedale. Come dire in italiano: insegnono anziché insegnano. Tutti gli studenti di ginnasio lo sanno (dovrebbero saperlo), ma non lo sa (non lo ricorda più?) il coltissimo filosofo poliglotta e sedicente cultore ed estimatore delle lingue classiche…

Questo episodio me ne ricorda curiosamente un altro analogo, ma di risonanza pubblica infinitamente minore. Tanti anni fa, agli esordi della mia carriera di insegnante, un mio collega filosofo – anche lui per parte sua bravissimo parlatore e incantatore di studenti- durante un collegio in cui si disquisiva di didattica durò un paio d’ore a ripetere lo stesso verbo latino all’infinito, ma con l’accento clamorosamente sbagliato: dòcere anziché docère. Finché una collega di lettere del ginnasio si alzò in piedi, indispettita, a sbugiardarlo…

Latinorum nemesis philosophantium, evidentemente. Ovvero: latinorum philosophantibus fatale. [traducano i filosofi che ne sono capaci…]

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Mentre statistiche impietose rivelano che l’italiano – non quello di Dante, si badi bene, ma quello che conosciamo e usiamo ancora noi sessantenni ex studenti del liceo di quasi cinquant’anni fa – è una lingua moribonda, sconosciuta ormai, nella sua tradizionale ricchezza lessicale e varietà sintattica, ai più, leggo che una rampante preside di un liceo milanese sta attrezzando la sua scuola per far sì che tutte le materie (meno -bontà sua -l’italiano) siano insegnate in inglese (sic!).

Ora, io ho sempre pensato e scritto che l’autonomia è un bel nome che nasconde innumerevoli operazioni di politica scolastica molto sospette e discutibili, ma questa mi pare davvero la pensata tra tutte la più idiota e provinciale. Fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Sì, perché chi conosce la scuola sa che gran parte degli insegnanti, anche bravissimi, che vi lavorano sono ultraquarantenni con una preparazione in lingue straniere mediamente scarsa. Non credo che i colleghi di quel liceo abbiano potuto ovviare con qualche corso di inglese o con qualche soggiorno estivo in qualche stato anglofono a queste note e diffuse lacune. Non so immaginarmi, per esempio, un insegnante nostrano di educazione fisica che dia comandi in inglese se non figurandomi scenette linguisticamente assai maccheroniche. Peggio ancora potrebbe avvenire a un insegnante di filosofia, con il linguaggio complesso e astratto che si ritrova a maneggiare….

Ma anche ammesso – senza realisticamente poterlo concedere – che questi miei colleghi parlino inglese come docenti di Oxford, l’errore è nel principio: l’italiano è, oltre che la nostra lingua madre, una lingua che appartiene a una cultura antica, prestigiosa e, a tratti nella storia, egemonica sulle altre. Ci pensano già i media di vario tipo a deprimerlo, ad impoverirlo e a snaturarlo: davvero non si sentiva il bisogno che anche qualche ingegnosa preside in cerca di pubblicità ne programmasse la sistematica liquidazione addirittura in sede scolastica. Mi pare -scandalosamente – il colmo.

Se vogliamo davvero studiare l’inglese, facciamolo nelle ore d’inglese: potenziamo i laboratori linguistici, la didattica della lingua straniera corrente, gli scambi estivi con l’estero.

Ma non costringiamo, per carità del cielo, il mio collega cinquantenne di storia a spiegare la rivoluzione francese in uno stentato inglesorum.

Perché così – se anche riuscissimo ad adescare qualche iscritto in più – ammazzeremmo due piccioni con un colpo solo (di clil): l’italiano e l’inglese.

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– Signora maestra, chi era  Guglielmo Pepè? [sic, con l’accento sull’ultima]

– Ah, Pepè  [pausa di smarrimento]… ma sì, era un patriota.

– E come mai aveva questo cognome strano?

– Beh… [altra pausa] non era proprio un cognome, era un nome di battaglia, come per molti patrioti del Risorgimento.

 

Versione di greco con dialogo finale tra Filippo il Macedone e il figlio Alessandro che ha appena domato il focoso cavallo Bucefalo. Dice Filippo ammirato della bravura del figlio:

«Figlio mio, trovati un altro regno perché la Macedonia è troppo piccola per te!»

Traduce un allievo:

«Figlio mio, trovati un altra regina perché Macedonia è troppo bassa per te!»

 

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AINSTAIN

“Ho insegnato per cinque anni presso l’Istituto Tecnico Ainstain.”

[Tesina presentata per la conferma in ruolo di un docente superiore (non di tedesco per fortuna!), Italia centrale, anni 2000]

 

Domanda: Parlami delle Tragedie del Manzoni.

[pausa di riflessione dell’interrogato, visibilmente in difficoltà]

Risposta:  Ah, sì, certo: Manzoni di tragedie ne ha passate tante, ma la peggiore è stata la morte della moglie!

[Quasi nessuno dei compagni ride! ndr – IPSIA della ‘Padania’ orientale, primi anni ‘80]

Testo latino: Navis in portum ventis secundis pervenit.

Traduzione corretta: La nave giunse in porto grazie ai vènti favorevoli.

Traduzione di un allievo: La nave giunse in porto in 20 secondi.

[Liceo psicopedagogico, Italia centrale, anni 2000]

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