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Archive for the ‘inattualità dell’antico’ Category

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Il poeta deve nascondere il male, non metterlo in mostra, né insegnarlo. Ai bambini fa scuola il maestro, ai giovani la fanno i poeti. Dunque è nostro dovere non dire altro che cose oneste. (Aristofane, Rane, vv. 1053ss.).

Così il comico ateniese Aristofane fa dire ad Eschilo (che era il suo tragediografo preferito) per condannare Euripide e il suo (per i tempi – siamo nel V sec. A.C.) modernissimo realismo scenico. Aristofane scambia cioè la straordinaria capacità euripidea di rappresentare gli esseri umani così come sono per diseducativo incitamento alla trasgressione dei principi etici della tradizione. E la stigmatizza appellandosi a una concezione moralistica dell’arte tragica (che nella Grecia di allora era tradizionale e ancora diffusa) che pretendeva da essa il ruolo quasi scolastico di educatrice del popolo.

Sul piano estetico le posizioni di Aristofane sono da tempo superate. Ma sul piano pedagogico non direi che egli sollevi un problema per noi ormai del tutto inesistente. Anche oggi chi insegna ai giovani attraverso la letteratura può nutrire il dubbio se proporre o meno un grande autore che, come (o  peggio di) Euripide, rappresenti in maniera troppo cruda e diretta vizi, perversioni, meschinità, malvagità degli esseri umani, o esprima egli stesso (l’autore intendo) troppo apertamente nelle sue pagine sentimenti e pensieri poco consoni con l’elevato ideale etico ed antropologico maturato negli ultimi decenni dalla nostra civiltà. Si pone cioè, per dirla in sintesi con un termine alla moda, il dubbio del diritto di cittadinanza, nelle nostre scuole, per autori importanti ma oggi troppo politically uncorrect. Esiodo e molti altri greci antichi, per esempio, sono spudoratamente antifemminili. Tacito, Dante, Céline, Kerouac (per citarne solo alcuni in ordine sparso tra l’antico e il moderno) sono talora xenofobi e/o omofobi. Ovidio è spesso sessista. Machiavelli un immorale dichiarato. Quanto ai misoneisti reazionari e retrogradi, se ne trovano a iosa e a qualsiasi latitudine spazio-temporale.

Ma si tratta per lo più di un falso dilemma. Quando ci accostiamo alla letteratura o all’arte in generale, la presenza nell’opera di vere  o presunte pecche morali non può e non deve costituire motivo alcuno di censura estetica. L’arte vera – piaccia o no (e mi preoccupano molto quelli cui questo assioma non piace, come il vecchio Platone) – è al di sopra della morale, al di là del bene e del male proprio mentre (e perché) ne rappresenta, nella maniera più visibile e cruda e perciò, direi, paradossalmente e autenticamente educativa, lo scontro o l’intreccio.

Anche i più sacrosanti ed avanzati principi dell’etica dominante diventano invalicabili e ottusi pregiudizi – ideologici, bacchettoni o radical chic – quando giungano impropriamente a interferire col giudizio artistico. Perché impediscono l’accesso alla completa e profonda intelligenza delle grandi opere e ne possono favorire manomissioni ermeneutiche o appropriazioni ideologiche indebite o, peggio ancora, inaccettabili censure.

Certo: misura e gradualità in relazione all’età di chi ci sta davanti sono d’obbligo per chi propone pagine letterarie agli adolescenti. Ma bisogna sempre considerare che le verità che la grande letteratura ci squaderna sono sempre più educative di mille mediocri letture edificanti o conformiste, capaci soprattutto di alimentare l’ipocrisia. Che quello che si guadagna in maturità di visione, complessità di pensiero e profondità di sguardo leggendo certi autori è sempre, enormemente di più di quello che si rischia di perdere in (improbabile) purezza ed in (presunta) innocenza. E l’innocenza per parte sua va – prima o poi, con tutta la cautela e la misura che si deve – turbata e confusa, se si vuole aiutare una persona a diventare adulta.

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Incuriosito dalla fama mediatica del personaggio e dall’ammirazione fervida, a dir poco, che diversi miei ex alunni di liceo nutrono per lui, mi sorprendo ogni tanto a visitare pagine e video di Diego Fusaro, nuova star della filosofia da salotto televisivo, giovane (prestante, brillante, eloquente) cuciniere dei luoghi comuni del nuovo pensiero alternativo telegenico. Intelligenza, cultura e carisma di questo personaggio non si discutono, anche se mi sembrano messi al servizio molto più della facile acquisizione del consenso che della difficile indagine della verità. A me che non sono più tanto giovane desta particolare irritazione di lui la disinvoltura con la quale mescola, nei suoi attacchi al cosiddetto ‘sistema capitalistico- finanziario transnazionale’ ingredienti di destra e di sinistra in un indigeribile brodetto di pesce. Ma tant’è: ammettiamo pure che oggi questa ibridazione politico-culinaria sia ormai un dato di fatto della ricetta populista e ‘anti-elitaria’. Ricordiamoci però che quando questa ibridazione avviene, quando nazionalismo e istanze socialiste si coniugano insieme, ne può venir fuori, linguisticamente prima che ideologicamente, una salsa nazional-socialista…

Ma non vorrei vedere nel pensiero di Fusaro implicazioni così sinistre. O destre.

Mi basti qui averlo còlto in castagna in una contraddizione molto futile ma clamorosa che è difficile, secondo me, liquidare come una svista o un lapsus. Uno di quegli svarioni veniali per i più ma imperdonabili in chi tradisce, con degnazione e compiacimento, ad ogni frase che pronuncia, un complesso di inarrivabile superiorità intellettuale e culturale.

Fusaro difende a spada tratta in molti suoi interventi sulla stampa e nel web la cultura classica. Elogia la cultura umanistica come antidoto al dominio pervasivo dei valori mercantili e finanziari delle élite. Fin qui potrei trovarmi facilmente d’accordo.

Usa (ostenta) inoltre un italiano ricco, intellettualistico e forbito che infarcisce continuamente di parole e di frasi di lingue straniere, moderne e soprattutto antiche. Qui già si potrebbe obiettare che parlare con un lessico ricco sì, va bene, ma parlare complicato e oscuro può diventare (in certi contesti comunicativi) il troppo che storpia, una versione elegante del latinorum di manzoniana memoria.

E poi chi di latinorum ferisce, di latinorum rischia di perire. Così è accaduto a lui. Ma nessuno – credo- se n’è accorto, lui compreso. Purtroppo per Fusaro, però, il web non dimentica. Si veda il filosofo in questo intervento sull’immigrazione:

http://www.la7.it/laria-che-tira/video/diego-fusaro-essere-di-sinistra-non-significa-essere-a-favore-dellimmigrazione-marx-critic%C3%B2-14-03-2018-236468

Ad un certo punto il Fusaro spara la sua bella frase in latino: Marx et Gramsci docunt! Bellissima perla. Docunt anziché docent…. Errore morfologico sesquipedale. Come dire in italiano: insegnono anziché insegnano. Tutti gli studenti di ginnasio lo sanno (dovrebbero saperlo), ma non lo sa (non lo ricorda più?) il coltissimo filosofo poliglotta e sedicente cultore ed estimatore delle lingue classiche…

Questo episodio me ne ricorda curiosamente un altro analogo, ma di risonanza pubblica infinitamente minore. Tanti anni fa, agli esordi della mia carriera di insegnante, un mio collega filosofo – anche lui per parte sua bravissimo parlatore e incantatore di studenti- durante un collegio in cui si disquisiva di didattica durò un paio d’ore a ripetere lo stesso verbo latino all’infinito, ma con l’accento clamorosamente sbagliato: dòcere anziché docère. Finché una collega di lettere del ginnasio si alzò in piedi, indispettita, a sbugiardarlo…

Latinorum nemesis philosophantium, evidentemente. Ovvero: latinorum philosophantibus fatale. [traducano i filosofi che ne sono capaci…]

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«Dopo questi argomenti si potrebbe continuare trattando dell’amicizia. Essa è in certo modo una virtù o qualcosa che si accompagna alla virtù; inoltre è qualcosa di assolutamente necessario per l’esistenza umana. Infatti senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, pur possedendo tutti gli altri beni. Non per altro si crede che soprattutto sentano il bisogno di amici quelli che sono ricchi e che hanno acquisito cariche o poteri; in effetti quale utilità ci sarebbe di una tale prosperità una volta che sia tolta la possibilità di elargire benefici, i quali toccano soprattutto gli amici e sono particolarmente lodevoli < se attuati> verso gli amici? E come potrebbe essere questa prosperità custodita e salvaguardata senza amici? Infatti quanto più essa è grande tanto più è instabile. Nella povertà e nelle restanti disgrazie <gli uomini> credono che gli amici siano l’unico rifugio: e ai giovani per evitare gli errori; e ai vecchi per la cura e per gli aiuti <che si devono loro prestare> in relazione alla loro inabilità pratica dovuta alla debolezza fisica; e a quelli nel pieno dell’età per compiere belle azioni. “Due che camminano insieme” [cit. dall’Iliade] sono infatti più capaci di pensare e di agire. <L’amicizia> pare essere naturalmente insita in colui che è stato procreato verso colui che lo ha generato e in colui che genera verso chi è stato generato, non solo tra gli uomini ma anche tra gli uccelli e presso la gran parte degli animali e vicendevolmente tra coloro che appartengono alla stessa specie e soprattutto tra gli uomini, ragione per la quale noi lodiamo i ‘filantropi’. Si potrebbe osservare anche durante i viaggi come ogni uomo sia un essere familiare e <perciò> amico per un altro uomo. L’amicizia pare tenere insieme anche le città e i legislatori paiono preoccuparsi più di quella che della giustizia: infatti la concordia sembra essere in qualche modo simile all’amicizia, ed essi aspirano soprattutto a questa e cercano di scongiurare soprattutto la discordia civile che le è nemica.» (Aristotele, Etica Nicomachea 1155a)

 

Si ostinano a somministrare Aristotele alla maturità classica: due volte negli ultimi sei anni. Eppure il sommo filosofo è il meno adatto, stilisticamente parlando, a testare la preparazione media del maturando di liceo classico: perché scrive spesso (a dispetto della profondità e della lucidità del suo pensiero) in maniera raffazzonata, sintatticamente inaccurata, con frequenti ellissi di nomi e di verbi e cambiamenti di soggetto. Scrive(va) così perché in realtà i testi che abbiamo conservato di lui sono dispense, appunti, scartafacci ad uso interno della sua scuola non rielaborati sul piano retorico e formale così come dovevano essere invece le opere essoteriche, destinate cioè alla pubblicazione, che non possediamo più. Eppure i misteriosi selezionatori del ministero continuano a proporlo. Qualche mio collega sospetta addirittura che essi lo farebbero per mandare allo sbaraglio gli studenti e accelerare così obliquamente l’eliminazione del greco antico dai licei. Io non ci vedrei secondi fini politici tanto maliziosi: una insinuazione dietrologica del genere, per altro, attribuirebbe a questi misteriosi figuri la dote di una studiata accortezza. Difficile che questa possa appartenere a persone che si lasciano sfuggire, nei brani che propongono (è accaduto spesso), persino errori testuali senza verificare prima attentamente su di una edizione critica. A meno che questa trascuratezza non faccia parte, anch’essa, del complotto… No. La realtà è forse meno ingegnosa. Non di malizia a mio avviso si tratta, ma di imperizia. Con la scelta dei temi di versione questi oscuri personaggi ci offrono la sintesi e la quintessenza perfette del più sciatto pedagogismo ministeriale degli ultimi anni applicato all’antichistica.  Il loro intento sincero e pervicace è infatti dimostrare a tutti i costi che l’antico è attuale; che autori di duemilacinquecento anni fa parlano già modernamente di ecologia, di solidarismo, di animalismo, di democrazia, di legalità ecc. Il loro criterio di scelta è quindi puramente promozionale e propagandistico. Ma il target primario di questo marketing non sono gli studenti – si badi bene (se no non propinerebbero loro testi così ardui) – ma il grande pubblico: per pubblicizzare questa presunta attualità dei classici, in effetti, quale occasione più ghiotta potrebbero avere  della seconda prova di maturità, quella che finisce semel in anno sulle pagine di tutti i quotidiani, con tanto di commenti di intellettuali e di veri o presunti grecisti? Presunti come quella brillante e sedicente collega che (con il fine non dichiarato ma trasparente di promuovere un suo fortunato pamphlet sul greco antico dalle colonne di un grande giornale) dedicava ieri uno sportivo quanto entusiastico spot al pensiero di Aristotele, filosofo secondo lei geniale e moderno così come la lingua in cui si esprimeva. Tanto geniali e moderni entrambi – lui e la sua lingua – da potersi, sempre secondo lei, comprendere e tradurre oggi senza il bagaglio molesto delle conoscenze grammaticali ma così, semplicemente, per empatia… Potere evidentemente magico, questo dell’empatia, e sottovalutato dagli antichisti meno geniali. Quello che ci permetterebbe magari di accostarci ai classici originali del pensiero confuciano senza nemmeno conoscere gli ideogrammi cinesi.

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« Resilienza. Chi sarebbe costei?» Così- lo confesso- reagii tra me e me, da perfetto Don Abbondio, quando una studentessa, brava e brillante ma troppo fiduciosa nella mia tuttologia, mi chiese consigli a proposito di una tesina di maturità che voleva intitolare in questo modo. Se non conoscessi il latino (che mi suggeriva grosso modo l’idea del “rimbalzare indietro o contro qualcosa”) quel vocabolo mi sarebbe suonato totalmente estraneo. Ne ignoravo l’accezione corrente pur intuendo che si trattasse dell’ennesimo anglo-latinismo. Cercai subito sul dizionario che mi rimandava soprattutto a significati scientifici del termine. Poi scovai una voce nel sito dell’Accademia della Crusca che mi chiarì molto circa la storia di questa parola. Resilienza è infatti da qualche anno (specie dall’inizio della crisi economica) un termine alla moda e significa adesso (al netto di tutte le altre accezioni più e meno settoriali assunte nel corso dei secoli): capacità di assorbire i colpi della sfortuna, i mali della vita, e di saperli trasformare con positiva capacità di reazione in occasioni di riscatto. Un rimbalzo virtuoso, una risposta positiva – insomma – e vincente agli schiaffi del principio di realtà. Era su questo tema che la mia alunna intendeva costruire la sua tesina.

Ammetto che a questo punto mi ero illuso (e mi sentivo gratificato dall’idea) che resilienza potesse nobilmente riproporre, a suo proprio e aggiornato modo, un concetto davvero molto arcaico ma basilare della civiltà occidentale: quello che mi piace definire il pessimismo attivo o agonistico sul quale (o insieme al quale) è nata la civiltà greca. Per capirci: Ettore che combatte da eroe contro Achille a dispetto della certezza, appena acquisita, di un destino segnato; Esiodo che sprona il fratello al lavoro mentre per la specie umana – giunta alla sua massima degradazione nell’età del ferro – Zeus prepara il totale annientamento; gli eroi e le eroine della tragedia, da Edipo a Antigone, che sfidano un fato ineluttabile; i Meli che si oppongono (sapendo di soccombere) agli Ateniesi; fino al titanismo e alla ginestra di Leopardi.

Ma poi, indirizzato dalla pagina della Crusca, mi metto a cercare sul web e realizzo molto presto che resilienza non è altro che un modo di risignificare il solito (americanoide) ottimismo obbligatorio, la fiducia il-limitata nel proprio successo contro le avversità, l’ illusione che lo stretto limite segnato dal dolore e dalla sconfitta all’agire umano si possa comunque superare, purché si abbia l’energia e il coraggio di tentare. Non per caso il tatuaggio di questa parola è diventato una moda a partire (guarda guarda!) dall’esempio di un imprenditore nostrano che ha avuto grande successo sul web. No, mi sono detto, non può venire nulla di serio – antropologicamente parlando – dal cervello di un industriale che si mette a filosofeggiare, se non la solita minestra riscaldata (ma pur sempre appetibile) di facili ricette edificanti. Questa resilienza è infatti il desiderio che si sostituisce alla realtà anziché plasmarsi intelligentemente su di essa. Una parola nuova e furba, adattata ai tempi della crisi, che ricicla slogan vecchi o vecchissimi: volere è potere, yes we can, le magnifiche sorti e progressive, suae quisque faber fortunae etc. Così intesa la resilienza non propone altro che la solita rimozione del male, dello scacco e della morte, inciampi intollerabili per una civiltà ancora ubriaca di edonismo e sempre avvelenata dal vangelo consumistico- aziendalista.

Questa resilienza qui – una patacca, credetemi – non ha proprio niente a che fare con il pessimismo agonistico degli antichi greci. Per il semplice motivo che pretende, assurdamente, che il male – quando si presenta – sia in un modo o nell’altro destinato alla sconfitta purché noi sappiamo debitamente combatterlo. La morale perversa di questa storia è sempre la stessa: la sventura abbatte solo chi non sa affrontarla. Ergo: lo sventurato è in certa misura colpevole della sua sventura, almeno in quanto non sa attrezzarsi per contrastarla. Non è insomma, poverino, adeguatamente ‘resiliente’.

Gli antichi Greci (i fondatori della nostra civiltà) dicevano invece che quel male vince sempre, alla fine, a prescindere dalla virtus di chi lo affronta o lo subisce. Che quel cerchio che ci stringe è comunque insuperabile. Ma che nonostante questo bisogna combattere, espandere con tutta l’energia la propria virtù per tutto il limitato spazio che ci è concesso. Ben altra musica. Il loro era un eroismo disperato e tragico, ma comunque fattivo. Una sfida ad un limite inamovibile e fatale, alte haerens. Un destino che non si sognavano di ridurre a variabile dipendente di uno pseudo-umanesimo da telenovela o da spot pubblicitario.

 

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È uscito quest’anno per la maturità di greco un testo di Isocrate: un brano di un’orazione Sulla pace che parla del vecchio dilemma tra l’utile e il giusto, dell’ingannevole e difficilmente resistibile attrattiva del primo e della duratura e autentica utilità del secondo: luoghi comuni della riflessione etico-politica da sempre (il celebre trattato De officis di Cicerone, che si rifaceva anche lui ai Greci, lo testimonia); un brano che può perciò stesso prestarsi a facili attualizzazioni. Per questo molto probabilmente è stato selezionato. Come gran parte dei testi di versione di maturità che escono da diversi anni a questa parte, anche questo in effetti sembra essere stato scelto (da chi? mi piacerebbe conoscerli questi miei colleghi selezionatori ministeriali…) molto più per le sue vaghe implicazioni attualizzanti che per la sua adeguatezza linguistica. Tanto è vero che molti studenti hanno trovato la versione difficile. E io concordo abbastanza con loro: troppo lunga, troppo complessa sintatticamente; con un addensarsi, in certi punti, di particolarità lessicali e morfosintattiche tali da farne, nel suo insieme, più una prova da concorso a cattedra che da maturità liceale. Specie se si tiene conto che oramai – diciamocelo – l’insegnamento linguistico delle lingue classiche (del greco antico specialmente) nella scuola superiore è sempre più problematico: sempre più distante dalla forma mentis di ragazzi abituati alla sintesi rapida e ed approssimativa del linguaggio digitale e massmediatico; bisognevole di un esercizio così lento, attento e costante cui solo pochissimi allievi con peculiari inclinazioni possono ancora dedicarsi con profitto. Insomma, all’alba del XXI secolo siamo messi come nel buio medioevo occidentale: Graecum est, non legitur. Ma i miei cari colleghi selezionatori non demordono: siccome, immagino, non hanno mai messo piede in un liceo reale, credono di sottoporre queste prove a dei raffinati umanisti o a dei filologi dell’ottocento, intellettuali del passato che leggevano correntemente il greco e parlavano ancora in latino. Ma soprattutto vogliono dimostrare con i brani che scelgono per la maturità che quel mondo – ritenuto dai più stramorto – è vivo e parla ancora di noi. Anche perciò si disinteressano tanto disinvoltamente delle difficoltà della grammatica e dello stile. Perché mirano quasi sempre ad altro.

Io non sono affatto dell’idea che la traduzione da una lingua antica debba essere abolita, perché tradurre continua ad essere una prova che mobilita, come nessun’ altra, gran parte delle risorse intellettive e intellettuali degli studenti; ma ci deve essere competenza e misura nella scelta del grado di difficoltà: con un po’ di pazienza e di buon senso si possono trovare autori e testi ancora abbordabili dallo studente liceale medio del terzo millennio. Se non lo si fa (le versioni di maturità di greco dell’ultimo trentennio sono paradossalmente in media più difficili di quelle della terribile scuola liceale del cinquantennio precedente!) ciò accade, ripeto, sia per ignoranza della scuola reale, sia soprattutto per la pretesa, commovente fino al ridicolo, di impegnare a tutti i costi i giovani del classico con brani à la page, se non addirittura riconducibili al nostro dibattito politico e culturale. Volete una riprova clamorosa – e sfuggita incredibilmente ai più – di questo evidente secondo fine? Basterà guardare a due versioni (una di latino e una di greco) uscite alla fine del decennio scorso in due anni consecutivi: entrambe parlavano della mala giustizia, del suo distorto uso politico e lamentavano l’operato maldestro o iniquo di giudici e di tribunali. Un argomento molto dibattuto in quel momento sui media italiani. A chi avranno mai voluto alludere e/o compiacere?

PS: paradosso dei paradossi in proposito è la scomparsa quasi totale di prove di lingua e di traduzione dal greco e dal latino nei concorsi a cattedra per aspiranti prof di lettere nei licei, sostituite da esami di inglese o di altre lingue straniere!

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C’erano, una volta, bravi pittori che studiavano nelle botteghe di bravi maestri, e poi, quando si erano affermati, diventavano maestri a loro volta, mettevano su una bottega in proprio e istruivano altri bravi pittori e via dicendo, di bottega in bottega, di generazione in generazione. Finché almeno ci furono amanti appassionati e competenti dell’arte. Ma da un bel giorno il gusto e l’amore per la pittura cominciarono a scemare. I clienti delle botteghe erano sempre più dei danarosi ignoranti, desiderosi più che altro di ornare le loro case moderne con croste e patacche ben confezionate, succubi di un gusto kitsch sempre più generalizzato e imperante, sempre più appassionati di quella che chiamerei ‘mediocrità ornamentale’ fatta di scadenti e vistosi prodotti di un arte replicata in serie, su scala industriale. In particolare gli acquirenti di quadri apparivano sempre più indifferenti alla qualità dei dipinti e sempre più attratti dalle fogge à la page delle cornici. Ne seguì che piano piano padroni e dipendenti delle botteghe furono sempre più spesso abili corniciai e sempre meno bravi pittori. Anzi alla fine l’arte della pittura era così vilipesa che i pochi pittori che rimanevano in servizio in queste botteghe furono adibiti alla mansione di garzoni e di commessi, impiegati a imballare la merce o a disporla e reclamizzarla sulla strada, badando bene, s’intende, a lucidare manualmente e a decantare ad alta voce ai passanti la bellezza e la modernità delle cornici medesime. Le quali, a loro volta, si erano fatte sempre più grandi, ingombranti, e oscuravano con la loro brillantezza e con la virtuosa e moderna varietà dei loro motivi ornamentali l’insignificanza crescente dei dipinti che contenevano. Fu così che l’arte della pittura scomparve, o quasi. Tutt’al più oggi succede che qualche ricco corniciaio padrone della bottega, per attirare il pubblico con trovate folkloristiche, inviti qualche vecchio ultraottuagenario – sopravvissuto alla quasi estinta categoria dei pittori – per fargli tenere un resoconto o un piccolo saggio di come era, in tempi lontani, l’arte ormai scomparsa della pittura. Ma non manca mai d’aggiungere – da astuto mercante – che si tratta di un artigianato, come tanti altri, ormai defunto, giustamente soppiantato dalla moderna ‘corniceria’ industriale.

 

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Quiz televisivo basato su giochi linguistici.

Concorrenti di età tra i trenta e i quaranta.

Conduttore: «Mi trovi la parola intermedia, iniziante per p, tra Ulisse e occhio»

1° concorrente: «Penelope»

Conduttore: «Ahi, ahi, non ci siamo…Penelope caso mai va bene con tela, non con occhio. Dobbiamo dimezzare il monte premi, peccato. Aggiungiamo adesso una lettera: po…»

2° concorrente (sghignazzando sotto i baffi per l’intima soddisfazione di averla intuita giusta): «Polifemo! » e aggiunge, volendo strafare,  «…. il mostro che Ulisse uccise dopo avergli strappato un occhio!»

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